“Vi ricordate, compagni?” Il Bomber rade al suolo Graz (2002) – storie d’archivio di rock n’ roll
Luogo: Graz / Orpehum / Austria
Data del concerto: 15.06.2002
Spettatori: 1000
Prezzo del biglietto: 30,00€
(scorri in basso per la versione alternativa, scritta in origine in inglese)
Il tranquillo poltrire pomeridiano all’ombra di un tiglio frondoso davanti all’Oropheum (Graz) è stato interrotto di colpo dal casino scatenato dall’arrivo di un furgone ridotto a uno straccio. Ne sono usciti piano piano, barcollando, ragazzi sfiniti dall’alcol ma tenaci, riforniti con cura di vassoi di birra, che si sono riversati all’aperto avvolti nei tricolori con lo stemma a scacchi rossi e bianchi, decisissimi a “riprendere fiato” anche loro su quel praticello accanto a noi. I “fratelli croati” hanno fatto un baccano della madonna, poi di colpo sono spariti dentro l’Orpheum e dopo qualche minuto sono rispuntati con le braccia piene di poster originali dei Motörhead. Questo li ha calmati un po’ e se ne sono andati alla deriva verso il centro città.
Alle 18:00 è arrivato il bus con il cancelliere, Phil e Mikkey. Sono convinto che si stessero godendo le bellezze della Stiria austriaca. Eravamo nel posto giusto al momento giusto, armati di pennarelli e pronti all’assalto. Ma delle leggende nemmeno l’ombra, da quel bus parcheggiato ormai da un pezzo. Dopo una ventina di minuti sono scese due ragazze, vestite poco e male, rosse in faccia in modo sospetto e stropicciatissime, come se qualcuno avesse avuto un bel daffare con loro da poco. Che diavolo sarà mai successo loro in quell’incontro ravvicinato con i Motörhead? Dopo un’oretta passata a gironzolare davanti al bus, la porta si è riaperta ed è comparso lui, e solo lui, il cancelliere di ferro Lemmy (“von Bismarck”). Era di buon umore: l’Inghilterra aveva appena battuto la Danimarca 3 a 0 qualificandosi ai quarti di finale dei Mondiali di calcio. Non faceva una piega, voleva filarsela dritto per dritto davanti a noi verso la sala. “Eh no, non te la cavi così!”, ha detto il motorfan più carico di tutti, afferrandolo come un coniglietto e piazzandogli un poster sotto il naso: “Lemmy, will you sign this?” (o, come diremmo noi: “Dai, firma qua!”) e Lemmy ha dovuto onorare il suo dovere verso i motorfan. Era chiaro che aveva di nuovo polverizzato tutti i record di bevute, perché tremava come una canna al vento. Si è ricordato del concerto di Lubiana del 1989 (qualcuno gli aveva scagliato addosso dalla prima fila della Hala Tivoli una moneta dai bordi taglienti) e ha mostrato la cicatrice che porta ancora oggi tra due dita della mano destra. All’ovazione del motorfan più carico di tutti: “You are still number one!”, ha risposto semplicemente con un “I’m tryin’!” Mentre se ne andava barcollando verso l’ingresso dell’Orpheum, ci siamo chiesti come diavolo faccia quel tizio a reggere il palco. Come Lemmy, anche Mikkey e Phillip sono scesi dal bus uno alla volta, e noi ne abbiamo approfittato alla grande.
L’ora si avvicinava pericolosamente alle otto di sera. Ci siamo ammassati davanti all’ingresso per sfondare verso le prime file. Ovviamente gli amici croati dovevano essere in prima linea. Ma la prima fila ci è comunque sfuggita. Un tizio di Spalato un attimo prima dell’inizio è riuscito ancora a sospirare: “Pa ljudi, ne mogu povjirovat svojim očima, ja stojim ovdje i Motörhead ispred jebenog mene!” Alle 20:30 il suo sogno si è avverato. “I guess, you know who we are by now. We are Motörhead, and we are gonna kick your ass!” è stato il saluto di Lemmy e hanno attaccato con “We Are Motörhead”. Il pubblico è impazzito in un attimo. Mi sono ritrovato mio malgrado avvolto nei tricolori croati. La continuazione mi ha spiazzato. “Bomber”, il pezzo che di solito è sempre piazzato nei bis, è arrivato come secondo. Per i primi tre “stikle” i Motörhead sono forse stati un po’ trattenuti. Proprio allora i fotografi (“giornalisti”) hanno avuto il via libera per sparare a raffica coi loro flash. E Lemmy? Rinato. Tutti i nostri dubbi di prima del concerto, che non avrebbe retto l’esibizione, si sono dissolti in un istante. Sul palco quell’uomo sembrava una volta più grosso e più largo, più imponente e in piena forma, insomma l’esatto opposto di quel Lemmy spremuto come un limone di un’ora prima fuori dalla sala.
E che battaglie ci siamo fatti, durante il concerto, io e l’austriaco sbronzo che voleva a ogni costo arrivare in prima fila e per riuscirci non badava ai mezzi. Alla fine mi sono arreso e l’ho aiutato volentieri a ribaltarsi oltre la transenna, da dove gli addetti alla sicurezza l’hanno scortato nelle retrovie della scenografia. Lemmy, nelle sue “suede shoes” bianche, jeans neri attillati, cinturone di caricatori e leggendario Rickenbacker, ha chiesto in tono provocatorio: “Is anybody here familiar to punk music?” ed è partita “God Save The Queen”. Però Lemmy ha presto ribaltato la situazione dicendo che il Rock’n’roll gli sta più a cuore e la band ha proseguito all’assalto con “Going To Brasil”. Lemmy non è cambiato di un millimetro dal 1975, solo che a quanto pare sta ancora piangendo la recente scomparsa di Joey Ramone, ed è per questo che in scaletta è finita anche “Ramones”, oltre alla già citata “God Save The Queen”, cosa che mi ha fatto un po’ storcere il naso, perché i Motörhead non sono mai stati una band punk.
Per me il culmine dell’esibizione è stato senza dubbio “Orgasmatron”. Palco e sala si sono avvolti in un nero nebbioso, un riflettore verde illuminava la faccia di Lemmy e sullo sfondo la leggendaria testa di cinghiale, il noto marchio di fabbrica della band. Il riff rotolante, la voce dura, ansimante e roca,…., mi sono venuti i brividi. La vittoria era totale, perché sul palco c’era Mikkey Dee, che Lemmy ha presentato al pubblico così: “The best fuckin’ Rock’n’roll drummer in the world!”. Tutta la sua superiorità e la sua raffinatezza Mikkey le ha confermate nell’assolo di “Sacrifice”. Il suono della doppia cassa ricorda davvero il rombo di una Harley Davidson. Incredibile quello che Mikkey riesce a cavare dai suoi tamburi. Suona con tutto il corpo, i colpi sono pieni, le bacchette non le incrocia mai (e lì mi sono ricordato del compianto John Bohnam). Vedi un po’ che cosa riescono a fare tre persone su un palco. Quando Phillip parte con un assolo, Lemmy intanto lo copre con accordi interi sul basso. D’altronde per i Motörhead è ormai standard che il basso di Lemmy faccia da seconda chitarra elettrica. L’effetto è uno solo: energia infinita, unica e totale. Un’ora e un quarto e il set principale si è chiuso con l’inscalfibile “pugno di ferro” (“Iron Fist”).
La band è tornata sul palco per il bis. “This is it!” ha detto Lemmy e ha fatto rimbombare dal suo basso il riff d’apertura di “Ace Of Spades”. In un’intervista Lemmy ha detto che gli viene da vomitare, da quante volte ha dovuto suonare quel pezzo. Ma i fan lo linciherebbero senza questo classico. A quel classico ne è seguito un altro. “Overkill” ha chiuso la serata. E che “fade out”. Finito “Overkill”, i Motörhead hanno lasciato i potenziometri a manetta e il conseguente oscillare sinusoidale, durato qualche minuto, ha investito all’istante tutta la sala, tanto che dopo il concerto qualcuno si lamentava del fischio nelle orecchie. In particolare se ti eri goduto il concerto proprio davanti alle casse, ti è andata male.
Nella scaletta (appiccicata sul palco) c’era anche l’unico, fenomenale killer “Born To Raise Hell”, che però i Motörhead purtroppo non hanno suonato. Non so perché. Mi hanno invece fatto contentissimo con l’inserimento in scaletta di loro classici come “Doctor Rock”, “Shoot You In The Back” e “Damage Case”.
Non mi ricordo quale altro concerto mi sia passato così in fretta in vita mia. Non mi ricordo nemmeno bene a quale concerto fossi così a pezzi. E non per la birra rovesciata, o per qualche fatale secchio d’acqua alla Ozzy. Semplicemente eravamo tutti lì in sala a impazzire e basta. Durante l’esibizione dei Motörhead è impossibile starsene fermi a guardare il tutto in silenzio. Ci siamo beccati una vera razione di Rock’n’roll. Un vero colpo in testa. Quello per cui la band è famosa. Ci ha offerto una festa senza compromessi. E questo è il massimo.
foto: Aleš Podbrežnik
Come al solito siamo partiti prestissimo da Lubiana per Graz, decisi a portarci a casa autografi e foto della band. Erano le 2 del pomeriggio a Graz e faceva un caldo infernale, con un’umidità da mozzare il fiato. Abbiamo trovato un’ombra perfetta davanti all’Orpheum, sotto un albero. Come mi aspettavo, il nostro riposo è stato presto disturbato dai fan croati, armati di bandiere nazionali da tutte le parti e completamente dediti alle lattine di birra. Sono balzati giù dal loro mezzo come formiche rosse e si sono piazzati lì vicino. Poco dopo sono spariti dal portone principale dell’Orpheum e sono tornati di corsa con le mani piene di poster dei Motörhead. Per fortuna poi se ne sono andati in marcia per le strade di Graz.
Erano le 6 del pomeriggio quando il bus della band ha parcheggiato accanto alla sala. Aspettavamo con le matite in mano, pronti a lanciarci per la preda. Che cosa è successo dopo? Prima il cielo azzurro pallido è diventato grigio e abbiamo pensato di beccarci un rinfrescante temporale. Dopo 20 minuti di attesa la porta si è aperta. Dal bus sono scese due ragazze. Abbiamo capito subito di che cosa si trattava. Le ragazze erano passate per le mani e gli artigli dei Motörhead. Inizio di serata affascinante, no? Quando ormai stavamo quasi rinunciando, verso le 7 la porta si è aperta di nuovo. Era lui. Il “Cancelliere di ferro” – Lemmy “von Bismarck”. Non riuscivamo a credere ai nostri occhi, eravamo lì accanto a una leggenda. Un momento da scuotere le ossa. A Lemmy di noi importava poco e puntava dritto al portone della sala. “Oh no you won’t!” ha detto il mio amico Milan, tenendolo stretto stretto. Così Lemmy non è riuscito a scappare dalla trappola in cui si era cacciato. Tremava nel suo celebre stato fisiologico di uno che forse ha bevuto solo un pochino troppo. No, è il suo modo di vivere, la libertà che ha scelto. Lui è i Motörhead. Abbiamo avuto i nostri autografi, ci siamo fatti le foto con lui e per noi è stata una vittoria totale. Si ricorda ancora di un concerto a Lubiana del 1989, quando un maniaco gli ha lanciato una moneta dai bordi taglienti centrandolo proprio tra due dita della mano destra. A quel punto non ha detto niente, si è girato e ci ha mostrato la cicatrice. Quando uno dei fan croati gli ha dato il passaporto da firmare, Lemmy gli ha dato un consiglio da padre: “I think, they (he meant state institutions) won’t like that!” ma se n’è fregato e ha messo la firma. Milan, che era senza dubbio il motorfan più carico della scena, non riusciva a stare fermo nemmeno per un secondo: “Lemmy, you are still number one!”, e Lemmy gli ha semplicemente risposto: “I’m tryin’!” E quando Lemmy è finalmente riuscito a liberarsi, gli altri due Motorbastards che sono arrivati dopo sono finiti nella stessa trappola.
Bene, parliamo finalmente del concerto. O.K., ce l’abbiamo fatta e ci siamo presi un posto in prima fila. Erano le 20:30. E Lemmy, un uomo rinato sul palco, sembrava molto più alto, più giovane, più forte e si portava dentro tutta la sua energia. Una differenza pazzesca, se penso al nostro incontro faccia a faccia di appena un’ora prima. Ha salutato la folla: “I guess you know who we are by now. We are Motörhead. And we are gonna kick your ass!” Hanno colpito con il riff d’apertura di “We Are Motörhead” e la folla è andata fuori di testa. Avevo subito la faccia coperta dalle bandiere croate. “I can’t believe my eyes! I’m standing here and Motörhead are playing in front of fuckin’ me!” non riusciva a crederci un fan croato di Spalato, il cui sogno si era finalmente avverato. Il pezzo successivo è stato “Bomber”. Sono rimasto davvero sorpreso, perché fino al tour di “Hammered” questa canzone la suonavano sempre nel bis.
Be’, è ovvio che Lemmy è ancora molto scosso per la perdita del suo amico Joey Ramone, morto a maggio di quest’anno. Così ha provocato un po’ il pubblico: “Is anybody in here familiar with punk music!”, e la band ha suonato “God Save The Queen” e più tardi anche “Ramones”. Non ne sono stato molto contento. I Motörhead non sono mai stati una band punk, in tutta la loro storia.
Sono riuscito a leggere alcuni pezzi dalla scaletta incollata sul pavimento del palco. L’assoluto killer “Born To Raise Hell” era previsto anche nel set della band, ma non è stato suonato. Non so perché. Ma è stato fantastico risentire classici come “Doctor Rock”, “Shoot You In The Back” o “Damage Case”.
L’intero show è stato quello che ti aspetti da una band così. Quello che possono fare tre bastardi su un palco è incredibile. Pura energia unica. Ci hanno servito un colpo secco di Rock’n’roll dritto nel cervello. E ci hanno regalato una festa a tutti gli effetti. Durante un concerto dei Motörhead non puoi semplicemente stare fermo a guardare. Se non balli, allora c’è qualcosa che non va in te. Il momento clou del concerto è stato senza dubbio “Orgasmatron”. Durante questo pezzo il palco e la sala sono diventati neri, solo le luci verdi illuminavano la faccia di Lemmy.
Avere Mikkey Dee nella band ti garantisce sempre di uscirne vincitore. Questo tipo colpisce la batteria con tutto il corpo, non incrocia mai (o quasi mai) le bacchette e non usa nessuno dei trucchetti imparati a scuola. Si è costruito uno stile tutto suo e abbiamo sentito i suoi potenti colpi martellanti che ci hanno strappato le orecchie. Per un attimo ho pensato a John Bohnam degli Zepps. Mikkey riesce a simulare il rombo del motore di una Harley Davidson. Quando l’ha fatto, ho preso un respiro profondo e sono rimasto lì a fissarlo come pietrificato. Ecco perché Lemmy lo ha presentato al pubblico così: “Fuckin’ best Rock’n’roll drummer in the world!” Ha suonato un assolo pazzesco durante “Sacrifice”. Intanto Phil e Lemmy sono usciti un attimo dal palco a bersi qualcosa. Questa band immortale non ti delude mai.
Durante lo show tutto è successo troppo in fretta per me. La band ha chiuso la parte principale dopo circa un’ora e un quarto con “Iron Fist”. E la folla ne voleva ancora. E l’ha avuto. “This is it!” ha ruggito Lemmy e con il suo Rickenbacker ha aperto “Ace Of Spades”. In una delle sue interviste ha ammesso di essere stufo marcio di suonare sempre la stessa vecchia canzone. Ma la folla probabilmente avrebbe ucciso la band se “Ace Of Spades” fosse saltata. La band ha continuato con “Overkill” e ha portato lo show alla sua fine. Anche il fade out del pezzo è stato qualcosa di speciale. Hanno lasciato i pickup a guadagno altissimo per qualche minuto. Questa mossa finale della band ha prodotto un’oscillazione altissima che ha davvero fottuto ogni singolo orecchio e ha trasformato l’intera sala e il pubblico in un’unica fusione finale.
galleria fotografica: Aleš Podbrežnik
Scaletta
1. We Are Motörhead
2. Bomber
3. Civil War
4. Damage Case
5. God Save The Queen
6. Brave New World
7. Metropolis
8. No Class
9. Ramones
10. Sacrifice (con assolo di batteria di Mikkey Dee)
11. Going To Brasil
12. Love For Sale
13. Doctor Rock
14. Shoot You In The Back
15. Orgasmatron
16. Killed By Death
17. Iron Fist
—bis—
18. Ace Of Spades
19. Overkill
Galleria fotografica












