Saxon a Monaco di Baviera: arrivati col pilota automatico, visti e… …un po’ sbiaditi (2003)
Luogo: Monaco di Baviera (Germania), Babylon
Data del concerto: 19.01.2003
Pubblico: 1000 persone
Prezzo del biglietto: 25,50€
Alle 20:00 sono saliti sul palco i Wolf. Svedesi. Devoti della NWOBHM di vecchia scuola anglo-sassone, ramo Iron Maiden. Già l’immagine: jeans stretti e sbiaditi, sneaker bianche alte o a mezza altezza e pelle. E un suono da invidia. Per un gruppo spalla, un suono di qualità eccezionale. Le armonie a tre voci e i solo si sentivano chiaramente. Band rodata e scatenatissima sul palco. I ragazzi volavano da un capo all’altro del palco facendo vere acrobazie. Esibizione completamente rilassata. E attenzione: niente doppia cassa alla batteria, che oggi è ormai una vera rarità. Le due Gibson “Flyin’ V” tiravano fuori un suono che (insieme alle composizioni stesse) era davvero NWOBHM purissima. Bravi ragazzi!
Poi è toccato agli Evidence One. Cosa dire di un simile disastro. Per primo è sfilato sul palco il chitarrista. Chitarra bella “stretta a pennello” con la tracolla, portata alta alla jazzista, il tipo innamoratissimo di sé, con stivali a punta di pelle e giacca di pelle marrone con le frange. Insomma, “un tipo pericolosissimo”! Ho pensato: “Uff, guarda un po’, questo adesso spacca come Malmsteen!” Cinque fighetti hanno messo in scena uno spettacolo sotto la media, una specie di riffing glam a metà tempo, con una dose piena di sdolcinatezza insopportabile. Il cantante, con cappello da cowboy e capelli impomatati all’indietro, era di un cattivo gusto estremo con le sue pose e la sua boria. Una vera “pussy”! Nei passaggi più bassi la voce faceva palesemente fatica. In compenso strillava in modo invidiabile, con un timbro peraltro irriconoscibile. Il chitarrista descritto sopra è rimasto tutto il tempo in un crampo tremendo. Suonava spaventato e insicuro! Durante l’esibizione faceva gesti verso il bassista (non so cosa non gli andasse bene), scaricando così sul palco le sue frustrazioni personali. Insomma, un’esibizione forzata e poco convincente fino alla fine. Sarebbe stato meglio che gli Evidence One non ci fossero proprio, oppure che aprissero loro lo show e non i Wolf.
Ecco, il terzo gruppo si distingue già per la vera professionalità. Quanto potrebbero essere un headliner di peso i Nocturnal Rites me l’hanno fatto capire chiaramente nella loro mezz’ora di set. Il batterista si è infilato le cuffie. Suonava sul metronomo. Normale, i Nocurnal Rites sono veloci come il diavolo in persona. Armonie a tre voci e passaggi melodici punteggiati fulminei e perfettamente in sincrono. Che cosa combinava il piccolo chitarrista dai capelli neri con la sua Ibanez. Coinvolto e aggressivo, davvero energico! La vera scuola svedese, precisa al micron a tutta quella velocità infernale, in cui non vedi mai le dita della mano sinistra. Totalmente rodati, senza un errore, rilassati. Mi hanno impressionato in particolare i cori, che sul palco suonavano come sul disco in studio e facevano da spalla all’ottima prova di Johnny alla voce. I ragazzi hanno suonato soprattutto pezzi dal loro disco più incazzato, Afterlife.
Mentre i roadie si “affrettavano” a montare il palco, ci siamo goduti i Samson e i pezzi dell’album leggendario Don’t Get Mad Get Even, che si sposavano alla perfezione con tutta l’atmosfera del posto.
Alle 21:45 la nebbia ha riempito il palco e attraverso di essa sono arrivati a passo pesante i leggendari dinosauri. “Good Evening!” “Fill your heads with heavy metal thunder!” è così che Peter Rodney (Biff) Byford ha spiegato la situazione. Saxon! Leggende. Suono fenomenale, come sempre. Biff ha rivelato lo scopo del tour: suonare veri classici leggendari del loro repertorio d’acciaio, che adornano “Heavy Metal Thunder”, uscito l’autunno scorso, dove i classici sono suonati in veste nuova. Per scaldarsi hanno cominciato con il rock’n’roll del primo periodo: “Here comes the motor fuckin’ cycle man!” (l’uomo-del-fottuto-motociclo), che è arrivato subito dopo la devastante opener “Heavy Metal Thunder”. Shussssss!!! Dopo il terzo pezzo, “Still Fit to Boogie”, hanno calmato la sala: “This song was written back in 1969 and is called The Court Of Crimson King!” (cover dei King Crimson). Sul palco la band sembrava una fortezza indistruttibile e una macchina ben oliata, un vero “perpetuum mobile”. Quello che mi ha fatto davvero esplodere, e dove mi sono completamente sciolto, è stata per me la sorpresa della serata. “This song we haven’t played for a long time, I even can’t remember it’s name!” “Will you help me?” Il pubblico ha provato più volte a indovinare di cosa si trattasse, ma sempre senza fortuna! “Ride Like A Wind!” Una cover dei The Commodores, certo, ma chi conosce la versione dei Saxon di questo pezzo dal disco Destiny e poi se la vive dal vivo… uff, i sogni si sono avverati!
Ora però guardiamo anche l’altra faccia della medaglia. Dopo “Ride Like A Wind” l’atmosfera dello show dei Saxon è calata. A dirla tutta, la band sul palco sembra parecchio annoiata. Vale soprattutto per i due chitarristi, che in due ore e mezza di concerto hanno fatto in tutto pochi passi a destra e a sinistra della loro posizione di base. Anche Biff cantava i versi “a scatti”: come spiegarlo? Non modellava i versi nei finali in una melodia, ma spesso troncava il verso alla fine, invece di sforzarsi di mantenere il filo rosso e la melodia del canto lungo i versi, come fa sui dischi in studio. Così, anche per colpa di Biff, i Saxon hanno perso un pizzico di dinamite sul palco. Insomma, non era quello che mi aspettavo, visto il loro concerto del 13.11.2001 a Vienna. In “Song Of Evil” Biff ha mostrato tutta la sua grandezza in fantastici scream (ma solo un lampo) e lì i Saxon hanno mostrato anche una bella dose di rabbia e aggressività, come pure nella rara esecuzione dal vivo di “Cut Out The Disease”. Paul Quinn fissava annoiato il vuoto, praticamente a occhi chiusi per tutto il concerto. Ha suonato i solo indispensabili come un robot e appena possibile si è nascosto di nuovo dietro il riffing. Ogni volta che nelle pause tra i pezzi Biff elogiava il pubblico, Paul allargava le braccia con cinismo e applaudiva la gente: “Fantastico!” Quel gesto era recitato in modo fin troppo evidente. E poi ti viene la sensazione che qualcuno ti prenda per scemo. In base al repertorio, stavolta Quinn ha suonato la maggior parte dei solo (precisi e rodati), mentre nel tour precedente (Killing Ground) era Scarrat a stare di gran lunga davanti nei solo. Stavolta i ruoli si sono invertiti. L’unico a mostrare un po’ di vita è stato Nibbs Carter al basso; anche Fritz Randow alla batteria non ci ha messo il massimo e il suo momento solista era lontanissimo da quello dello show del novembre 2001 a Vienna. Insomma, l’esibizione non era sentita, era pura routine. O in altre parole: “Andiamo un po’ in giro a far soldi!” Avrei dato volentieri 10 euro in più per il biglietto, pur di sentirmi suonare “ornk”, piuttosto che questa ufficialità e questo dovere della band, che si percepivano chiaramente, soprattutto quando il concerto si avviava verso la parte finale.
Biff si rivolge al pubblico: “Say hello to eagle!” Durante “Eagle Has Landed” si è aperto il sipario ed è comparsa l’aquila. Ma non era quell’aquila con cui i Saxon riempivano gli stadi nella prima metà degli anni Ottanta, bensì una mini-aquilotta da tasca. Aveva la testa schiacciata di lato, occhi e becco non si distinguevano affatto in quel mucchio di lamiera contorta. Insomma, mah, ali e artigli testimoniavano una qualche presenza di un uccellino sul palco. Il tutto sembrava più un faro di uno stadio di calcio. Eppure, divertentissima. La band ha chiuso un repertorio davvero lungo con “Denim And Leather”, il cui beat era accompagnato dall’accendersi e spegnersi a tempo delle lampadine sull’aquila.
La gente ha scandito per tutto il tempo con trasporto: “Saxon, Saxon!” Ed ecco che il primo bis era composto addirittura da quattro pezzi. Dopo un breve momento solista di Nibbs, di cui non so spiegarvi cosa volesse comunicarci, perché soccombeva a una disarmonia totale, la serata con la band è proseguita. Il secondo bis era composto da un solo pezzo. Per prima cosa Doug è comparso da solo sul palco e ha sfoderato un assolo, che è passato a tempo in “Wheels Of Steel”. La band ha concluso l’esibizione alle 00:15. I Saxon hanno inserito in scaletta pezzi di quasi tutti i loro album in studio ufficiali (è stato ignorato solo Forever Free). La scaletta era fantastica, ma mi mancava comunque qualche scossone al cervello in più. Qualcosa di più veloce, tipo “Baptism Of Fire”. Comunque, l’affiatamento è unico, i membri della band si conoscono a menadito. Il concerto era lontanissimo dal poter essere dichiarato brutto, ma è rimasto un retrogusto amaro.
Scaletta
Nocturnal Rites:
01. Afterlife
02. The Sinners Cross
03. The Iron Force
04. Shadowland
05. Wake Up Dead
06. The Sign
07. Eyes Of The Dead
08. When Fire Comes to Ice
—bis—
The King’s Command
Saxon:
01. Heavy Metal Thunder
02. Motorcycle Man
03. Still Fit To Boogie
04. The Court Of Crimson King
05. Ride Like A Wind
06. Dogs Of War
07. Requiem (We Will Remember)
08. Cut Out The Disease
09. Broken Heroes
10. Song Of Evil
11. Battle Cry
12. Drum Solo (passaggio al motivo di Warrior e chiusura con Battle Cry)
13. 20.000 Feet
14. The Eagle Has Landed
15. 747 (Strangers In The Night)
16. Crusader
17. Denim And Leather
—primo bis—
18. Strong Arm Of The Law
19. Solid Ball Of Rock
20. Princess Of The Night
21. Dallas 1 PM
—secondo bis—
22. Wheels Of Steel