Yngwie Malmsteen’s Rising Force, ovvero come provare a calzare le (enormi!) scarpe di Blackmore (2003)

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Autore: Aleš Podbrežnik
Foto: Aleš Podbrežnik

Luogo: Vienna (Wien) / Planet Music / Austria
Data del concerto: 22.03.2003
Pubblico: 500 persone
Prezzo del biglietto: 32,00€

Di nuovo nella vecchia città dei nostri soliti raid, e per di più in un giorno ideale: il sabato! A tarda mattinata siamo stati i primi a piombare nell’atrio del Planet Music. Lì regnava un silenzio di tomba. Era tutto ordinato per bene, i volantini pubblicitari erano disposti con cura e annunciavano una primavera infuocata, soprattutto sul fronte delle visite di vecchie leggende del rock e del blues (Big Brother And Holding Company, The Yarbirds, Paul McCartney, John Mayal).

Scortato da una hostess del Planet Music, ci è sfrecciato davanti Dougie White (ex-Rainbow). Il cantante di Malmsteen ci ha salutato e ha promesso che sarebbe tornato subito da noi. Ovviamente il discorso è caduto subito su Ritchie Blackmore e su come Dougie veda lui e tutta la situazione che gira (o girava) intorno ai Rainbow. Evidentemente sorpreso in positivo da tre maniaci interessati più alle radici che alle mode del momento, ci ha svelato cosa sta facendo Yngwie in questo momento: “Guarda la CNN!” Poi, siccome eravamo lì nel baretto interno del Planet Music, si è subito preso il materiale da far firmare e si è gentilmente offerto di andare dal maestro a farsi fare gli autografi. Yngwie è noto per la sua inavvicinabilità e per i suoi sbalzi d’umore da cuoco furioso (per una di queste sue sceneggiate, a cui l’avrebbe spinto la moglie (normale, chi altro se non una donna), è finito dietro le sbarre, dopo averla inseguita con un coltello da cucina per il loro appartamento di Los Angeles). In lui si è insediato lo spirito di Blackmore e Yngwie è letteralmente ossessionato da Blackmore (ne parliamo dopo), con cui ha tratti caratteriali quasi identici. Nel frattempo è spuntato da chissà dove il bassista Mick Cervino (ex-Blasckmore’s Night) e si è tornati a parlare di Ritchie. Cervino ha ammesso a voce alta che il tour con Malmsteen sta andando alla grande, al contrario della sua vecchia frequentazione con i Blackmore’s Night, quando era successo perfino che Ritchie, in pieno concerto, si avvicinasse a Mick e gli tracciasse una riga sul palco, stabilendo dove Cervino avesse il permesso di muoversi. Yngwie è tutta un’altra storia: ti lascia libertà totale sul palco.

Dougie ha portato il nostro bottino (gli autografi): “Master sends me!” è stato telegrafico mentre consegnava gli autografi di Yngwie. Ha aggiunto: “Soundcheck, fate attenzione, suoneremo soprattutto Deep Purple e Hendrix!”

Nel frattempo i notiziari della CNN dovevano essere finiti, e un tipo alto quasi due metri si è presentato in “pelzmontl”, camicia di seta scarlatta e addobbato in lungo e in largo di catenine. Yngwie, già vestito da palco, si è fiondato al soundcheck, mentre Dougie saltellava in giro ancora in tuta.

E infatti, durante il soundcheck, la band ha picchiato duro su Hendrix (Purple Haze, Voodoo Chile), Black Sabbath (Heaven And Hell, Children Of The Sea) e Deep Purple (You Fool No One). Ovviamente Yngwie non ha resistito alla tentazione di rifare pezzi dei suoi classici preferiti.

Ma veniamo al sodo. Alle 20:15 sono sbucati sul palco i ragazzi di casa, orgoglio della città di Vienna, i Codex. Il suono era perfetto, per un gruppo spalla più che perfetto, anzi, assolutamente nitido. Chorus stereo, compressore, eco sulla voce, non si sentiva un solo rumore di fondo. Però… Beh, non dico niente! I ragazzi sono bravi musicisti, si intendono a meraviglia. Il cantante invece è ancora un po’ meno rodato con i palchi, tant’è che era terrorizzato come un coniglio. A salvarlo era la voce allenata, nonostante un approccio poco sentito. E cosa suonavano? Una derivazione new-age oscura, difficile perfino da definire. Una specie di svolta del thrash. Niente assoli (il chitarrista era comunque di classe, pennata veloce e precisa, passaggi suonati in modo pulitissimo e ottimi riff pieni), passaggi semplificati, musica basata su chiusure di semitono. Insomma, di melodia in senso classico ce n’era ben poca. Il suono era pieno, soprattutto grazie all’ottima strumentazione, all’impianto e al lavoro affiatato di batterista, bassista e chitarrista sul palco. Il cantante, con la sua voce allenata e cristallina, ha provato a portare un po’ più di melodia in quel suono cupo, ma è risultato troppo poco incisivo. Gli servono più aggressività, rabbia, furia. Forse gli avrebbe fatto bene un pezzo di bistecca di cavallo al sangue. Era proprio quello che gli mancava. E l’effetto è stato questo: in prima fila ho quasi rischiato di addormentarmi. L’approccio della band comunque era corretto, i ragazzi ce l’hanno messa tutta e ogni volta si sono meritati l’applauso. Ma semplicemente quella musica con il metal c’entra poco. In generale, e dirò un paradosso, il tutto suonava più come un pop infernalizzato, soprattutto in un pezzo in cui il ritmo era letteralmente copiato da qualche new romantic degli anni Ottanta (Spandau Ballet), con sopra stesi dei riff di semitono. Abbiamo sentito anche gli U2 (With Or Withouth You), e lì mi sono chiesto che cosa abbiano mai fatto gli U2 per il bene dell’umanità per meritarsi una cosa del genere.

Il supplizio è finito dopo un’ora, ma abbiamo aspettato ancora un’ora, quindi il supplizio era ben lontano dall’essere finito. E finalmente Malmsteen e compagnia sono comparsi sul palco. Nel frattempo hanno sparato sul palco quantità enormi di fumo, tanto che mi sono quasi soffocato, e quell’aggeggio da cui usciva il fumo sibilava come un serpente.

Rise Up alle 22:00. Il ronzio di fruscii e confusione è finito con il pezzo successivo. Ship Of Fools ha rimesso le cose a posto. Suono chiaro. Yngwie? Ehi, già entrando sul palco ha subito calciato cinque plettri tra il pubblico. Schema comportamentale, tipo riflesso condizionato. Il tipo non risparmia sulle scale di chitarra, e nemmeno sui plettri. Tanto che durante il concerto ci ha letteralmente sommersi. Il roadie è comparso sul palco almeno cinque volte, e paranoico infilava nuovi plettri nell’asta del microfono, così che il maestro ne ha lanciati tra il popolo come minimo una cinquantina. È un fenomeno interessante. Questo modo di comunicare tra virtuoso della chitarra e uditorio. E i plettri restano sparsi dappertutto sul palco, tra i cavi, i foot switcher. Uno l’ha calciato così forte che è rimbalzato sulla pancia di un fan eccitatissimo in prima fila e ha conservato abbastanza cinetismo da tornare indietro sul palco, tra i monitor. Ora vi chiederete se sono andato a un concerto a guardare il volo dei plettri e calcolare cadute libere, lanci obliqui, lanci orizzontali e simili cose fisiche, o a godermi la musica di Y.J. Malmsteen? Però non lo metterei in risalto se non fosse una tale particolarità. Non avevo mai visto un musicista che sul palco si diverta così tanto (e si sbatta così tanto) con questa cosa. Arpeggio, puff, un plettro tra la folla, nuovo arpeggio e puff, un altro plettro tra la folla… Yngwie si divertiva davvero senza limiti.

E presto è arrivata la scena: un palco, un uomo. Il pezzo solista dopo Stronghold, in cui Yngwie si è concesso una passeggiata nell’eredità dei maestri classici Paganini e Albinoni. Ogni nota trova il suo posto, collocato e cronometrato in perfetta sintonia. Tagliente, infernalmente veloce e limpido come una lacrima. La corsa, una corsa solo estremamente esasperata, è sfociata nel pezzo successivo dell’ultimo disco, dove al dio della chitarra sul palco si sono uniti gli altri membri della band (a eccezione di Dougie), che hanno sfornato il pezzo Baroque And Roll. In Dreaming, dal disco “The Oddyssey”, Yngwie ha preso in mano la chitarra acustica, e ovviamente anche questa era marchiata col simbolo del cavallo rampante (il simbolo della Ferrari, che simboleggia la band di Yngwie, Rising Force), come ogni sua Fender Stratocaster bianca.

Uno dei picchi è stata senza dubbio l’esecuzione della trilogia (Trilogy). Il mitragliatore della chitarra si è completamente sciolto e a tratti pensi davvero che sul palco ci sia Blackmore. Nei gesti, nel modo di suonare… Per padronanza dello strumento, però, non c’è paragone. Yngwie è l’upgrade di Ritchie. A dodici anni Yngwie sapeva suonare tutti gli assoli dei Deep Purple „su e giù” per il manico della chitarra. E la sua ossessione per Ritchie Blackmore sul palco è più che evidente (stesso modello di chitarra, riproposizione di classici dei Rainbow e dei Deep Purple, stessi movimenti sul palco). Peccato, purtroppo, perché eh…, viene da farsi la domanda retorica se Yngwie esprima se stesso o cerchi di esprimere Blackmore. L’opera solista è sfociata nella terrena Red House. Il blues di Hendrix l’ha cantato lo stesso Yngwie, cercando con la voce di evocare quella sensazione terrosa dei locali notturni fumosi. Poi ci ha di nuovo portato in alto con un’avventura solista presa dal suo disco “Concerto Suite”, cioè Fugue. Malmsteen ha convinto perfino l’ultimo san Tommaso incredulo presente in sala quel giorno su chi sia il padrone. Al massimo della potenza e senza tregua ha sparato raffiche di scale a velocità della luce e messo in scena un vero finale drammatico della sua più lunga avventura solista in scaletta: ha spezzato le corde della chitarra, cavalcato il tremolo al massimo e fatto un paio di movimenti per cui ho pensato davvero che volesse ridurre la chitarra in mille pezzi. A un certo punto sul palco è comparso un roadie. Terrorizzato come un coniglio, aspettava che Yngwie, inginocchiato a terra, a fine pezzo gli lanciasse la chitarra all’indietro tra le braccia. La prenderà? Il roadie ha svolto il compito con successo ed è sparito dove deve stare. Nel buio del dietro le quinte.

Yngwie se n’è andato a farsi il meritato boccale (due o tre?) di birra, mentre noi ci siamo goduti l’avventura solista del tastierista, i capolavori del bassista Mick Cervino (ex-Blackmore’s Night) e l’assalto d’artiglieria di Patrick Johansson alla batteria. Poi Yngwie è corso sul palco e tutti insieme hanno attaccato il classico You Don’t Remember, I’ll Never Forget, durante il quale il pubblico ha ricominciato a dondolare più vivace cantando i versi. A metà pezzo Yngwie, da esperto improvvisatore, ha preso “la sua strada”. La band ha incastrato dentro You Don’t Remember, I’ll Never Forget il classico dei Deep Purple Demon’s Eye, per poi tornare con mestiere al ritornello di You Don’t Remember, I’ll Never Forget e chiudere il pezzo. “Alcuni credono nel paradiso, Ronnie James Dio crede nell’inferno, Yngwie crede nel Valhalla!” Questo è stato l’annuncio di Dougie per il pezzo conclusivo (anch’esso dall’ultimo album). Come abbia girato i potenziometri Yngwie non mi è chiaro, ma in prima fila i suoi riff hanno coperto tutta la band, perché il suono della chitarra è diventato di colpo ronzante.

Bis. Dopo un intro acustico suonato con la sua Fender, Yngwie ha srotolato il riff classico. Mistreated. Ahhh, okay, io mi sciolgo. Sarà pur vero che, nelle sequenze alte, Dougie è un po’ “freddo” rispetto a Mike Boals o Michael Vescera, ma in Mistreated ha mostrato tutta la sua maestria nella tecnica del canto e, con grande trasporto e una dose piena di improvvisazione, ha rimesso in vita un altro classico dei Deep Purple del periodo della formazione Mk.III (Lord/Paice/Coverdale/Hughes/Blackmore), quella che personalmente apprezzo di più. Ovviamente Yngwie non ha potuto fare a meno di soleggiare i riff con raffiche di scale di precisione micronometrica, condendo così il pezzo al massimo. “Per fare un piccolo spuntino” ha anche ricalcato alla perfezione l’assolo originale di Blackmoore. Il pezzo si è chiuso con un lungo finale grandioso attraverso un inserto di blues purissimo. Un vero omaggio alla leggendaria band (i Deep Purple), e alla folla hanno offerto così la possibilità di un godimento senza confini. La band ha chiuso il concerto con Rising Force. L’uditorio si è risvegliato e, cantando i versi in coro, ha aiutato gli artisti a portare a termine il loro show.

Il concerto di Malmsteen è un’avventura speciale, un’avventura diversa rispetto ai classici concerti metal da “festa”, e già per questo vale ogni visita. Inoltre ai suoi concerti va un pubblico un po’ più maturo, nel senso che viene davvero ad ascoltare la musica. Qui non c’era nemmeno un metallaro frustrato che volesse attirare l’attenzione con qualche stage diving, innaffiando di birra chi ha intorno, buttandosi addosso alla gente o imitando le pale di un elicottero con il suo cranio duro. Che bello, da almeno un concerto sono uscito asciutto e con i capelli non incollati dalla birra versata. Yngwie e compagnia, ci vediamo in giro!

Scaletta

01. Intro
02. Rise Up
03. Ship Of Fools
04. Stronghold
05. Solo (Yngwie plays Paganini)
06. Baroque And Roll
07. Dreaming
08. Razor Eater
09. In The Name Of God
10. Trilogy
11. Red House
12. Fugue
13. Solo Keyboards (incl. Toccata And Fugue)
14. Solo Bass
15. Solo Drums
16. You Don’t Remember, I’ll Never Forget (incl. Demons Eye)
17. Valhalla
—bis—
18. Intro
19. Mistreated
20. Rising Force

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