Yngwie Malmsteen’s Rising Force, ovvero come calzare le (enormi!) scarpe di Blackmore (2003)

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Località: Vienna (Wien) / Planet Music / Austria
Data: 22.03.2003


PER LA VERSIONE INGLESE, scorri in fondo al locale!

La solita vecchia città dei nostri pellegrinaggi, in una giornata perfetta: il sabato! Nel tardo pomeriggio siamo stati i primi a piombare nell’ingresso del Planet Music. Silenzio di tomba. Tutto in ordine, volantini sistemati con cura a promettere una primavera bollente, soprattutto per chi va matto per le vecchie leggende del rock e del blues (Big Brother And Holding Company, The Yarbirds, Paul McCartney, John Mayal).

Scortato da una hostess del Planet Music, ci è sfrecciato davanti Dougie White (ex-Rainbow). Il cantante di Malmsteen ci ha salutato e ha promesso di raggiungerci subito. Ovviamente il discorso è scivolato in un attimo su Ritchie Blackmore e su come Dougie veda lui e tutta la situazione che gira (o girava) intorno ai Rainbow. Evidentemente sorpreso in positivo da tre maniaci più interessati alle radici che alle mode del momento, ci ha svelato cosa sta facendo Yngwie in questo momento: “Guarda la CNN!” Poi, nel bar dentro il Planet Music, ha afferrato il materiale da firmare e si è offerto gentilmente di andare dal maestro a raccogliere gli autografi. Yngwie è famoso per essere inavvicinabile e per i suoi sfoghi da primadonna (per una di queste sceneggiate, a cui pare l’abbia spinto la moglie (normale, e chi altro se non una donna), è finito dietro le sbarre dopo averla inseguita con un coltello da cucina per il loro appartamento di Los Angeles). In lui si è insediato lo spirito di Blackmore e Yngwie è letteralmente ossessionato da Blackmore (ne parliamo dopo), che ha caratteristiche caratteriali quasi identiche. Nel frattempo è spuntato da chissà dove il bassista Mick Cervino (ex-Blackmore’s Night) e si è tornati a parlare di Ritchie. Cervino ha ammesso senza giri di parole che il tour con Malmsteen va alla grande, a differenza della sua vecchia esperienza con i Blackmore’s Night, quando è successo che Ritchie, in pieno concerto, si è avvicinato a Mick, ha tracciato una riga sul palco e gli ha stabilito dove poteva muoversi. Con Yngwie è tutta un’altra storia: ti lascia piena libertà sul palco.

Dougie ha portato il nostro bottino (gli autografi): “Master sends me!”, ha tagliato corto mentre ci consegnava le firme di Yngwie. Poi ha aggiunto: “Soundcheck, state attenti, suoneremo soprattutto Deep Purple e Hendrix!”

Nel frattempo, a quanto pare, i servizi della CNN erano finiti e un tizio di quasi due metri si è presentato in pelliccia, camicia di seta color porpora e addobbato di catenine da capo a piedi. Yngwie si è fiondato al soundcheck già vestito in tenuta da palco, mentre Dougie saltellava in giro ancora in tuta.

E infatti, durante il soundcheck, la band ha mandato in fiamme Hendrix (Purple Haze, Voodoo Chile), Black Sabbath (Heaven And Hell, Children Of The Sea) e Deep Purple (You Fool No One). Ovviamente Yngwie non ha resistito alla tentazione di riarrangiare a modo suo parti dei suoi classici preferiti.

Ma veniamo al sodo. Alle 20:15 sono saliti sul palco, barcollando, i ragazzi di casa, orgoglio della città di Vienna, i Codex. Il suono era perfetto, più che perfetto per una band di supporto, praticamente cristallino. Chorus stereo, compressore, eco sulla voce, non si sentiva un solo fruscio. Però… Beh, non dico niente! I ragazzi sono bravi musicisti, si intendono a meraviglia. Il cantante invece è chiaramente un po’ meno rodato sui palchi, visto che era spaventato come un coniglio. A salvarlo c’era una voce ben allenata, ma con un approccio poco sentito. E cosa suonavano? Un derivato oscuro e moderno… difficile da definire. Una specie di thrash rovesciato. Via gli assoli (il chitarrista era comunque di classe, pennate veloci e precise, passaggi suonati perfettamente puliti e un riffing pieno e ottimo), passaggi semplificati, musica costruita su chiusure di semitono. Insomma, di melodia in senso classico se ne trovava poca. Il suono era pieno, soprattutto grazie all’ottima attrezzatura, all’impianto e al lavoro ben coordinato di batterista, bassista e chitarrista sul palco. Il cantante, con la sua voce cristallina e allenata, cercava di portare un po’ più di melodia in quel suono cupo, ma si è fatto notare troppo poco. Gli servono più aggressività, rabbia, furia. Magari gli servirebbe una bistecca di cavallo cruda. Quella gli mancava. E l’effetto è stato questo: in prima fila ho rischiato di addormentarmi. Eppure l’approccio della band era corretto, i ragazzi ce l’hanno messa tutta e ogni volta si sono meritati l’applauso. Ma semplicemente quella musica con il metal c’entra poco. In generale, e lo dico pur sapendo che è un paradosso, il tutto suonava più come pop temprato nell’acciaio, soprattutto in un pezzo in cui il ritmo era copiato di sana pianta da qualche new romantic anni Ottanta (Spandau Ballet), con sopra appoggiati dei riff a semitoni. Ci siamo sorbiti anche gli U2 (With Or Withouth You) e io mi chiedevo che cosa mai abbiano fatto gli U2 per il bene dell’umanità per meritarsi una cosa del genere.

Beh, l’agonia è finita dopo un’ora, ma ne abbiamo aspettata un’altra, quindi l’agonia era ben lontana dalla fine. Finalmente Malmsteen e compagni sono comparsi sul palco. Nel frattempo hanno sparato sul palco quantità enormi di fumo, tanto che ho rischiato di soffocare, e quell’aggeggio che soffia il fumo sibilava come un serpente.

Rise Up alle 22:00. Il ronzio e l’impasto confuso sono finiti con il pezzo successivo. Ship Of Fools ha rimesso le cose a posto. Suono chiaro. Yngwie? Ehi, già salendo sul palco ha subito calciato cinque plettri tra il pubblico. Schema di comportamento come riflesso condizionato. Il tipo non risparmia le scale sulla chitarra, e nemmeno i plettri. Tanto che durante il concerto ci ha letteralmente sommersi. Il roadie è spuntato sul palco almeno cinque volte, a infilare con aria paranoica nuovi plettri sull’asta del microfono, così che il maestro ne ha sparpagliati tra la plebe almeno una cinquantina. È un fenomeno interessante. Questo modo di comunicare del virtuoso della chitarra con il pubblico. E questi plettri restano sparsi dappertutto sul palco, tra i cavi, i foot switcher. Uno l’ha calciato così forte che è rimbalzato sulla pancia di un fan arrapato in prima fila e ha conservato abbastanza cinetica da tornare indietro sul palco, tra i monitor. Ora mi chiederete se sono andato al concerto a guardare il volo dei plettri e a calcolare cadute libere, lanci obliqui, lanci orizzontali e simili faccende di fisica, o a godermi la musica di Y.J. Malmsteen? Ma non l’avrei messo in evidenza se non fosse una tale particolarità. Non avevo mai visto un musicista divertirsi (e prenderci per il culo) così sul palco. Arpeggio, puff plettro tra la folla, nuovo arpeggio e puff, altro plettro tra la folla… Yngwie si divertiva davvero senza limiti.

E presto è arrivata la scena: un palco, un uomo. Il momento solista dopo Stronghold, in cui Yngwie si è concesso una passeggiata nell’eredità dei maestri della classica Paganini e Albigioni. Ogni nota trova il suo posto, collocato e misurato nel tempo, in perfetta sintonia. Tagliente, infernalmente veloce e limpido come una lacrima. Una velocità e solo una velocità spasmodica che è sfociata nel pezzo successivo dell’ultimo disco, dove al dio della chitarra sul palco si sono uniti gli altri membri della band (Dougie escluso), che hanno sfornato il brano Baroque And Roll. Per Dreaming dal disco “The Oddyssey” Yngwie ha imbracciato una chitarra acustica, ovviamente anche questa con il simbolo del cavallo rampante (il simbolo della Ferrari, che rappresenta la band di Yngwie, i Rising Force), come ogni sua Fender Stratocaster bianca.

Uno dei vertici è stata senza dubbio l’esecuzione della trilogia (Trilogy). Il mitragliatore della chitarra si è completamente scatenato e a tratti pensi davvero che sul palco ci sia Blackmore. A giudicare dai gesti, dal modo di suonare… Anche se sul piano del dominio dello strumento i due sono incomparabili. Yngwie è l’upgrade di Ritchie. A dodici anni Yngwie sapeva suonare tutti gli assoli dei Deep Purple “su e giù” lungo il manico della chitarra. E la sua ossessione per Ritchie Blackmore sul palco è più che evidente (stesso modello di chitarra, classici dei Rainbow e dei Deep Purple riproposti dal vivo, stessi movimenti sul palco). Peccato, perché, eh…, viene spontanea la domanda retorica se Yngwie esprima sé stesso o cerchi di esprimere Blackmore. L’opera solista è sfociata nella terrena Red House. Il blues di Hendrix l’ha cantato Yngwie in persona, cercando con la voce di evocare quell’atmosfera terrosa dei locali notturni fumosi. Poi ci ha riportati in volo con un’avventura solista presa dal suo disco “Concerto Suite”, cioè Fugue. Malmsteen ha convinto anche l’ultimo Tommaso incredulo in sala su chi è il padrone. A tutta forza e instancabile ha sparato raffiche di scale a velocità della luce e ha messo in scena un vero finale drammatico della sua più lunga avventura solista in scaletta: ha strappato le corde dalla chitarra, cavalcato il tremolo al massimo e fatto dei movimenti che mi hanno fatto pensare davvero che volesse ridurre la chitarra in briciole. A un certo punto è comparso sul palco un roadie. Spaventato come un coniglio, aspettava che Yngwie, in ginocchio per terra, a fine pezzo gli lanciasse la chitarra all’indietro tra le braccia. La prenderà? Il roadie ha fatto il suo lavoro con successo ed è sparito dove deve stare. Nel buio dei camerini.

Yngwie è andato a farsi una meritata birra (due o tre?) mentre noi ci godevamo l’avventura solista del tastierista, i capolavori del bassista Mick Cervino (ex-Blackmore’s Night) e l’attacco d’artiglieria di Patrick Johansson alla batteria. Yngwie è corso sul palco e insieme hanno attaccato il classico You Don’t Remember, I’ll Never Forget, dove il pubblico ha ripreso a dondolare più vivacemente cantando i versi. A metà pezzo Yngwie, da esperto improvvisatore, ha svoltato “a modo suo”. La band ha innestato in You Don’t Remember, I’ll Never Forget il classico dei Deep Purple Demon’s Eye per poi tornare con mestiere al ritornello di You Don’t Remember, I’ll Never Forget e chiudere il pezzo. “Alcuni credono nel paradiso, Ronnie James Dio crede nell’inferno, e Yngwie crede nel Valhalla!” Questo è stato l’annuncio di Dougie per il pezzo finale (anch’esso dall’ultimo album). Come abbia girato i potenziometri Yngwie non l’ho capito, ma in prima fila il suo riffing copriva tutta la band, perché il suono della chitarra è diventato di colpo un ronzio fastidioso.

Bis. Dopo un’intro acustica suonata con la sua Fender, Yngwie ha sfoderato il riff classico. Mistreated. Ahhh, okay, qui mi sciolgo. È vero che magari Dougie sulle note alte è più “freddo” rispetto a Mike Boals o Michael Vescera, ma in Mistreated ha mostrato tutta la sua maestria tecnica di cantante e, con un’interpretazione sentita e piena di improvvisazione, ha dato nuova vita a un altro classico dei Deep Purple del periodo della formazione Mk.III (Lord/Paice/Coverdale/Hughes/Blackmore), che personalmente apprezzo più di tutti. Ovviamente Yngwie non ha resistito alla tentazione di soleggiare sopra i riff con raffiche di scale di una precisione micronometrica, condendo così il pezzo all’eccesso. “Per uno spuntino” ha pure ripreso alla perfezione l’assolo originale di Blackmore. Il pezzo si è chiuso con un lungo, grandioso finale attraverso un inserto di blues puro. Una vera dedica alla band leggendaria (i Deep Purple), e alla folla hanno offerto la possibilità di un piacere senza limiti. La band ha chiuso il concerto con Rising Force. Il pubblico si è risvegliato e, cantando i versi in coro, ha aiutato gli artisti a portare lo show alla conclusione.

Il concerto di Malmsteen è un’avventura speciale, diversa dai classici concerti metal da “festone”, e già solo per questo vale la pena vederlo. In più ai suoi concerti viene un pubblico un po’ più maturo, nel senso che viene davvero ad ascoltare la musica. Qui non c’era nemmeno un metallaro frustrato in cerca di attenzione con qualche stage diving, annaffiando i vicini di birra, buttandosi addosso alla gente o imitando le pale di un elicottero col suo cazzone duro. Fantastico, almeno da un concerto sono uscito asciutto e i capelli non erano incollati dalla birra rovesciata. Yngwie e compagnia, ci vediamo in giro!

VERSIONE inglese:
Di nuovo nella stessa vecchia città e nello stesso vecchio posto, arrivati prestissimo per questo evento speciale, abbiamo avuto tutto il tempo di raccogliere e leggere con la massima attenzione tutti i volantini che annunciavano i caldi eventi primaverili al Planet Music (Big Brother And Holding Company, The Yarbirds, John Mayal). Ma dopo un paio di minuti abbiamo incontrato Dougie, il membro della band di Malmsteen più attivo in quel momento. Gli abbiamo chiesto a bruciapelo: “Dov’è Yngwie?” E Dougie ha risposto: “Sta guardando la CNN!” Dougie, che ha lavorato con Blackmore e ha cantato su “Strangers In Us All” dei Rainbow, era di buon umore, sorpreso in positivo da tre irriducibili dei Purple e dei Rainbow, e pronto a parlare di qualsiasi cosa. Così ci siamo concentrati sul caso Ritchie.

Mick Cervino (ex-Blackmore’s Night), che si è unito alla conversazione, ha raccontato che Ritchie era talmente arrogante che durante un concerto si è avvicinato al punto in cui Mick faceva il suo lavoro di bassista sul palco e ha tracciato una riga sul pavimento. Quella riga segnava lo spazio in cui Mick poteva muoversi, per non oltrepassarla. Mick ha aggiunto che si diverte un sacco in tour con Yngwie. Lo spirito di lavoro del team in tour è fantastico, fila tutto liscio e Yngwie lascia ai suoi compagni un sacco di spazio per respirare. Far parte della squadra di Malmsteen, rispetto al regime di Ritchie pieno di strane restrizioni, è quindi come passare dalla notte al giorno.

Intanto Dougie è entrato nel Marshall’s Café dentro il Planet Music, dove Yngwie era ancora molto impegnato a guardare le ultime notizie della CNN sulle azioni degli Stati Uniti in Iraq. È tornato con gli autografi di Yngwie dicendo: “Master sends me!” Ha anche lasciato tre plettri sul tavolo e ci ha invitati a goderci il soundcheck della band, che avrebbe incluso un sacco di roba dei Deep Purple e di Jimi Hendrix.

E così è stato. La jam del soundcheck ha sfornato Purple Haze, Voodo Chile (Hendrix), Heaven And Hell, Children Of The Sea (Black Sabbath), You Fool No One (Deep Purple), insaporita con roba classica dell’Ottocento, tradotta e trasformata in una speciale esperienza elettrica alla Yngwie.

Veniamo al punto. I Codex di Vienna, come supporto locale, sono saliti sul palco alle otto di sera. Come band di supporto hanno offerto un suono fenomenale. Suono supremo, conoscevano le specificità acustiche della sala sotterranea del Planet Music. Tutto era cristallino per l’orecchio. La band era perfettamente accordata. Tutti gli effetti, dall’eco del cantante al chorus stereo fino al tintinnio del compressore, erano lì ad aiutare a costruire un suono perfetto, “senza errori”. I ragazzi sono un quartetto: batterista, bassista, chitarrista e cantante. I primi tre sono musicisti esperti e bravi e sembravano molto rilassati. Il cantante era un po’ teso. Non era convincente come i suoi compagni. Sembrava spaventato, ma compensava quella mancanza di sicurezza con la sua voce pulita e ben allenata. Da questo tizio possiamo aspettarci di più in futuro, di sicuro. Forse un po’ più di espressività emotiva sul palco non guasterebbe affatto. I Codex stanno cercando di sviluppare un loro stile unico. Passaggi semplificati, quasi niente assoli di chitarra, ma riffing di prima classe con ottimi accordi palm muted. Lo stile è, uhh… come lo chiamiamo? Beh, i pezzi sono intrappolati in un drive thrash a medio tempo, basato su chiusure di semitono dal suono oscuro. Ma qui c’è un contrasto interessante tra le voci pulite e melodiche e questo stile musicale oscuro e tagliente. L’impressione generale ha lasciato anche la sensazione che i Codex risultassero un po’ pop (per lo stile del cantante). Purtroppo non mi hanno portato sotto la loro bandiera, ma comunque auguro loro buona fortuna per il futuro. La band ha incluso anche una versione dal vivo di With Or Without You degli U2. Mi chiedo ancora che cavolo abbiano fatto di così speciale gli U2 sulla scena rock per meritarselo.
Beh, i Codex hanno suonato un’ora. Noi abbiamo aspettato un’altra ora che il maestro e compagnia iniziassero lo show. Uno più uno fa due ore di agonia in attesa di incontrare El President. E si è presentato con Rise Up alle 22:00 (le dieci di sera). L’opener non suonava pulito. Il riffing di Yngwie sovrastava gli altri strumenti, compreso Dougie alla voce. Ma il pezzo successivo, Ship Of Fools, ha rimesso le cose a posto. Parlo del miglioramento del suono.

Ehi, Yngwie era appena comparso sul palco e la prima cosa che ha fatto è stata, indovina un po’? Come al solito ha subito calciato un po’ di plettri tra la folla. Questa strategia comportamentale di Yngwie merita due parole. È una specie di comunicazione tra Yngwie e il suo pubblico. Durante lo show il roadie è comparso sul palco almeno cinque volte per rifornire Yngwie di plettri. Il roadie era uno spettacolo. Sudava come un matto e aveva gli occhi pieni di paranoia. Lo capisco, come puoi mai sentirti rilassato in una posizione del genere? Sai che è una cosa buffa da fare, ma devi farla. Il Master te lo ordina. Beh, quasi ogni volta che Yngwie guardava il pubblico, lanciava un plettro tra la folla, come fosse parte della normale vita “di tutti i giorni” (dormire, mangiare, eccetera). Era divertente vedere come Yngwie calciasse un plettro con tale forza da colpire un fan di prima fila nello stomaco, ma conservando comunque abbastanza cinetica da tornare sul palco. Così i plettri giacevano dappertutto. Sul palco, tra l’attrezzatura tecnica, e continuavano a volare da ogni direzione. Un arpeggio, un plettro volante, altro arpeggio, altro plettro volante. Ancora e ancora Yngwie continuava a coprirci di quei pezzettini di plastica. E si stava divertendo da matti a farlo.

Dopo Stronghold ci siamo trovati davanti a una scena da un palco, un uomo. È stato il viaggio di Yngwie attraverso l’eredità di Paganini e Albigioni, ma sparato in chiave elettrica. Tradotta con precisione infernale, ogni singola nota era distinta chiaramente dalle mie orecchie. Era la manifestazione di pura velocità, velocità e ancora velocità bruciante, di una fottuta luce. Il maestro, che nel frattempo era stato raggiunto dalla band sul palco (Dougie escluso), ha trascinato i suoi direttamente (senza pausa) nel successivo brano strumentale Baroque And Roll. Dreaming (dall’album “The Odyssey”) ha calmato un po’ le acque. Per quell’evento acustico speciale Yngwie ha usato la sua chitarra con il disegno del cavallo rampante.

Il culmine della serata è stato Trilogy. L’eroe della chitarra a mitraglia, con la sua stupefacente magia su tutta la tastiera, era determinatissimo a sfasciare tutto. L’atmosfera l’ha preso completamente e qui ha dato davvero il suo 110%. Mi sono quasi saltati gli occhi fuori dalle orbite, fermo in prima fila a bocca spalancata. Sono stati momenti davvero mozzafiato.

Molto interessante è anche l’ossessione di Yngwie per Ritchie Blackmore. È una vecchia storia, ma comunque. “A diciannove anni diventò re di Macedonia”…, scusate (questo è Iron Maiden, 1986). Ricominciamo. A dodici anni conosceva tutti gli assoli dei Deep Purple da far scorrere in entrambe le direzioni sulla tastiera. I gesti di Yngwie sul palco ricordano quelli di Ritchie, con la chitarra fatta roteare intorno e sopra il corpo, poi le mani che scivolano sul manico, eccetera… Questa fantasia solista celestiale è sfumata direttamente nella terrena cover di Hendrix, Red House, con Yngwie alla voce. Ha cercato di suonare sporco. Questa mossa (aver inserito Red House in scaletta) ha creato un bel contrasto con il concerto nel suo insieme.

L’atmosfera è cambiata completamente dopo che Yngwie ha sparato Fugue dal suo album “Concerto Suite”. Di nuovo una tempesta di arpeggi infuocati dappertutto. Dove sono le sue dita, qualcuno riesce a vederle? Questo è stato il primo vertice della serata. Questa attrazione solista si è allungata con un finale orgasmico, con Yngwie che ha strappato tutte e sei le corde al povero strumento e le ha lanciate al pubblico. Per un attimo ho pensato: “Ehi, sta andando verso il rituale di Hendrix!” (bruciare la chitarra con la benzina). Invece, a fine numero, ha aspettato che il roadie comparisse alle sue spalle. A un segno, Yngwie ha lanciato lo strumento all’indietro sopra la testa, tra le braccia del roadie, che ha segnato il suo touchdown finale.

Dopo di che la band è andata a farsi un paio di birre. Ma Mick è rimasto sul palco e ha regalato belle vibrazioni con il suo stupefacente assolo di basso. Quando Mick ha finito, la contraerea di Patrick Johanson alla batteria ha cominciato a rimbombare per tutta la sala. A un certo punto Yngwie è tornato di corsa sul palco e la band ha attaccato all’unisono You Don’t Remember, I’ll Never Forget. Il pubblico è tornato più attivo. A metà pezzo il maestro ha attaccato un riff ben noto. La band ha inserito il classico dei Purple “Demon’s Eye”. Ero a bocca aperta. Dopo di che Dougie ha detto al pubblico: “Some people believes in heaven, Ronnie James Dio believes in hell, and Yngwie believes in Valhalla!” Era il pezzo finale.

Bis. Dopo un’intro acustica con la sua Fender Strato, il maestro ha trasformato tutto in puro delirio aprendo con il tema di un altro insuperabile classico dei Purple, Mistreated. Forse Dougie non arriva così in alto con la voce come i suoi predecessori Mike Boals o Michael Vescera, ma con Mistreated ha mostrato tutto il suo grande talento e un feeling stupefacente per l’improvvisazione. Ci ha messo tutta la forza, con anima, e suonava molto convincente. Questa maestà del periodo Mk.III dei Purple (Lord/Paice/Coverdale/Hughes/Blackmore) ha messo le ali. Yngwie ha perforato il pezzo con i suoi assoli e arpeggi. Quasi tutte le linee di chitarra in cui nella versione originale ci sono i riff sono state fatte alla maniera di Yngwie e insaporite con ogni sorta di suoi ornamenti chitarristici, come in effetti ci si aspettava. La bellezza duratura di questo brano è sfumata in un grande finale blues che sembrava non dover finire mai. Una vera dedica alla band leggendaria. Le pure porte del delirio si sono chiuse con il siluro Rising Force a pieno regime, con il pubblico che cantava insieme alla band.

Lo show di Malmsteen è sempre qualcosa di speciale. È unico e insolito (dal punto di vista del maniaco del metal) e penso che ognuno di noi dovrebbe assaggiarlo almeno una volta nella vita. È stato bello anche perché non c’erano “metallari terra-terra” frustrati che vengono al concerto per fare stage diving o rovesciare litri di birra sulla folla e fare headbanging per tutto lo show, rendendo la vita dura a chi vuole solo godersi la musica dal vivo (sono troppo vecchio per queste cose!). Yngwie e ragazzi, grazie per averci regalato uno show incredibile e indimenticabile. Statemi bene e a presto, il prima possibile!

autore: Aleš Podbrežnik
foto: Aleš Podbrežnik

Scaletta:
01. Intro 
02. Rise Up 
03. Ship Of Fools 
04. Stronghold 
05. Solo (Yngwie plays Paganini) 
06. Baroque And Roll 
07. Dreaming 
08. Razor Eater 
09. In The Name Of God 
10. Trilogy 
11. Red House 
12. Fugue 
13. Solo Keyboards (incl. Toccata And Fugue) 
14. Solo Bass 
15. Solo Drums 
16. You Don’t Remember, I’ll Never Forget (incl. Demons Eye) 
17. Valhalla 
—bis— 
18. Intro 
19. Mistreated 
20. Rising Force


1 commento
  1. Matija dice

    Zanimiv prispevek. Najprej sem pomislil, da sva bila na istem koncertu, ampak sem nato ugotovil, da sem bil jaz dve leti kasneje, v 2005. Ekipa je bilo skoraj enaka. Je pa koncert, ki sem ga jaz videl, bil precej drugačen, kot ga ti opisuješ. Še zlasti glede tistega, da imajo člani banda na odru svobodo gibanja. Žal je bilo takrat, ko sem jih jaz videl, povsem drugače. Yngwie si je prisvojil 2/3 odra, medtem, ko so se ostali trije, z bobnarjem vred, stiskali povsem na levi strani. White je ves čas imel oči na pecljih, da ne bi prišlo do neljubega trka z gospodarjem, ki je norel po odru sem in tja. V bistvu je bilo nadvse ponižujoče. Si pa mislim, da so po več letih iste postave bili najbrž odnosi že bolj na dnu.

    Skratka, bilo je bizarno. Jaz sem bil vse dotlej Yngwiejev fan in sem zvesto kupoval vse njegove albume, čeprav sem vse od Odyssey naprej bolj ali manj trpel, a ponižno upal, da mu še enkrat uspe izdati kaj vsaj približno na ravni Marching Out ali Trilogy. Od tistega trenutka pa nisem kupil več nobenega albuma in tudi na Youtubu jih nisem poslušal. Sem pa prisluhnil nekaterim novejšim posnetkom, ker me je zanimalo, kako Yngwie poje, potem, ko se je odločil, da so pevci sami stremuhi, ki si hočejo prisvojiti delo njegovih žuljev. Ko sem ga slišal peti, sem bil zadovoljen, da nisem kupil nobenega od zadnjih albumov. No ja, če mu bo šlo kdaj za nohte, bi lahko pel pri Venom ali morda pri Anvil.

    Seveda pa si še vedno zelo rad zavrtim prve štiri albume.

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