Paul Young e un branco di coyote troppo sbronzi (2006)

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Autore: Jernej Vene

Luogo: Casino Perla / Nova Gorica / Slovenia
Data del concerto: 27.07.2006
Spettatori: 100
Prezzo del biglietto: 1000 SIT

22.10 – 23.40
Il britannico Paul Young lo conosciamo come un ottimo cantante pop degli anni Ottanta. Chi non si ricorda hit come Come Back And Stay, Everything Must Change, Everytime You Go Away, Wherever I Lay My Hat (That’s My Home), I’m Gonna Tear Your Playhouse Down e tante altre? Non sono tutte uscite dalla sua penna, certo, ma lui ha dato loro un’anima diversa e interessante. Alla Perla di Nova Gorica si occupano dei propri ospiti anche con un programma di intrattenimento e lì abbiamo già visto più volte star di livello mondiale, oltre a un mare di artisti italiani. Personalmente sono rimasto entusiasta soprattutto dell’esibizione del canadese Gino Vannelli di sei anni fa (magari d’inverno arriva a Lubiana, vedremo…). La notizia della visita di Paul Young è stata una sorpresa, ma con i colleghi gli abbiamo dato comunque una chance.

Paul Young, cinquantenne, anni fa si è ammalato gravemente e ha perso anche il contratto con la casa discografica, così nella pausa ha riunito degli amici a cui piace la musica tex-mex (country mescolato con musica latina, che si suona al confine tra Texas e Messico) e il country del sud-ovest degli USA. Il primo scherzo sta già nel fatto che la band è composta solo da britannici e scozzesi. Hanno pubblicato anche qualche disco loro. In pratica sono musicisti scafati, da studio e da tour, con alle spalle tanti anni di esperienza. Il chitarrista e cantante Drew Barfield ha scritto canzoni per Go West, Joe Jackson, Paul Young e Level 42, Melvyn Duffy suona la pedal steel guitar, ha collaborato con Jimmy Nail e Leo Sayer ed è stato in tour con Robbie Williams. Il bassista Steve Greatham ha lavorato con Joan Armatrading, Julia Fordham e Chris De Burgh, il fisarmonicista scozzese Matt Irving ha suonato con Lords Of The New Church, Squeeze, Chris Rea, Jools Holland, Roger Waters e Manfred Mann. Forse il nome più di peso è il chitarrista e cantante Jamie Moses, amico di lunga data di Young, che ha regalato la sua chitarra a Pretenders, Mike & the Mechanics e Chaka Khan, Gary Barlow (ex Take That), Mica Paris, Tony Hadley (ex Spandau Ballet), Pete Townshend (The Who), Karl Wallinger (World Party), Paul Rodgers (Free, Bad Company, Queen) e Dave Stewart (Eurythmics).

Dopo un tema introduttivo strumentale in puro stile cowboy, i signori infilati in stivali da cowboy, jeans consumati e cappelli ci hanno messo in moto con Little sister (di Pomus e Shuman), resa popolare da Ry Cooder. Non dubito delle loro capacità strumentali e tecniche, ma l’esibizione sembrava davvero povera, perché erano parecchio scordati tra di loro. Per fortuna le voci soliste le cantano ben in quattro e i cori altri due, perché Paul Young da solo non reggerebbe i pezzi in scaletta. In più suona anche chitarra elettrica e acustica, che ogni tanto potrebbe anche ripassare un po’. Di pezzo in pezzo l’atmosfera, per l’ascoltatore serio, diventava sempre più grottesca. I ragazzi intrattenevano il pubblico con battute più o meno brillanti, vari passi di danza e imitando il dialetto del Sud degli USA, ma non mi hanno convinto. Di pezzo in pezzo mi veniva sempre più da ridere. Secondo me dei nostri ragazzi a Zajčja Dobrava suonerebbero altrettanto bene, se non meglio. Quello che resta di Paul Young, icona pop degli anni Ottanta, è davvero triste. Se gli perdoniamo i problemi di salute, non gli si può però perdonare la voce spompata, che non arriva più a nessuna nota alta. In questi casi i musicisti furbi ricorrono al vecchio trucco: abbassano la tonalità del pezzo e il problema sparisce. I Los Pacaminos invece, come se in tutti gli anni di carriera non ci avessero mai pensato. Uffff. Poi in certi pezzi i ritornelli li cantavano in modo ritmicamente pietoso, il che ha buttato altro olio sul fuoco del nostro scontento. Un collega mi ha chiesto chi canta oggi, io ho risposto che non so di preciso, al che lui ha ribattuto che canta chi vuole…:-))) Il tutto sembrava la terrazza Mojmir a Salvore nel 1972. Jamie Moses ha avuto di continuo problemi con l’amplificatore, che non ne voleva sapere di ubbidirgli e sparava senza sosta un feedback fortissimo (fischi). Be’, due volte sul palco sono salite le cameriere Barbara e Nevenka (Moses diceva Novenka, così lo abbiamo aiutato a pronunciare finalmente giusto il nome di lei) e hanno portato vassoi pieni di tequila. I ragazzi li hanno svuotati in un attimo e poi si sono innaffiati ben bene con la birra locale dall’etichetta verde. Affondavano sempre più nella sbornia e nella rovina musicale. Alla fine ad applaudirli era rimasto solo un gruppetto di cinque fan italiane, felicissime già solo di vedere per una volta Paul Young dal vivo. Jamie Moses a un certo punto ha perfino lanciato una bottiglia vuota contro il suo tecnico, ma quello non l’ha presa ed è andato tutto in mille pezzi….Brrrr. I Los Pacaminos suonano un mare di cover, e l’unico merito che gli si può riconoscere è che educano il pubblico più giovane. Per istruirvi, accanto ai titoli dei pezzi potete leggere il nome dell’interprete originale (grazie a Dragan Bulič per le dritte). Comunque, non vi siete persi proprio niente!

Scaletta

1. Little Sister (Elvis Presley, poi Ry Cooder)
2. My My My
3. Manana
4. Tequila (The Champs)
5. Little Bit Is Better Than Nada (Texas Tornados)
6. He’ll Have To Go (Jim Reeves)
7. Nothing You Can Do
8. Poor Boys
9. The Highway Patrol
10. Saved (LaVern Baker)
11. Do We Want The Same Things?
12. Tequila (ancora una volta:-))
13. Guacamole (Texas Tornados)
14. I Told Her Lies
15. Belle (Al Green)
16. Woolly Bully (Sam The Sham & The Pharaohs)
—bis—
17. Save The Last Dance For Me (The Drifters)
18. La Bamba (Richie Valens, poi Los Lobos)
19. Los Pacaminos (sulla musica di Guantanamera)

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