Gilmour e soci fanno scintille sotto le mura di Burg Clam! (2006)

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Luogo: Burg Clam / Klam / Austria
Data del concerto: 26.07.2006
Pubblico: 5000
Prezzo del biglietto: 71,50€ (posto in piedi)

Alle 17:00 un pugno dei più fedeli “gilmouriani” e “floydiani” è piombato in paese. Attorno a noi, scenari da campagna vera. A prima vista Klam è un posto davvero dimenticato da Dio. Collinette e vallate, un mosaico di frutteti ad alto fusto, prati da sfalcio e boschi: niente che trasmettesse quello per cui eravamo venuti davvero. I gentili addetti alla sicurezza, dopo il nostro “atterraggio” sano e salvo, ci hanno indirizzati a piedi lungo una strada asfaltata e in breve siamo arrivati a un container, dove si accalcava già un manipolo dei “birrofili” più assetati del pomeriggio. Lì ci siamo accampati per le due ore successive. In mezzo alla natura. Poco dopo ci è sfrecciato accanto un “double decker” con targhe britanniche. I membri della band non li abbiamo visti scendere. Può darsi che li abbiano portati fino al palco, invisibili e al sicuro, con qualche furgone dai vetri oscurati. Il “sound check” è iniziato alle 18:00. Si sentiva benissimo fino a circa 700 metri di distanza, dove ce ne stavamo al fresco seduti con la nostra birretta. Hanno suonato l’intero album “On An Island” e ancora un pezzo, che per poco non mi faceva rovesciare la birra sul tavolo! Ne parlerò più avanti. Ci ha preso proprio in contropiede, perché era un brano che era una novità assoluta per la scaletta di stasera.

Verso le 19:00 abbiamo smollato le ossa e ci siamo avviati verso l’area del concerto. Ben presto si è aperta la vista sul pianoro con il palco, davanti al quale c’erano le sedie per chi si era concesso i biglietti più cari, recintate con cura perché nessuno con il biglietto da posto in piedi potesse “imbucarsi” per sbaglio su uno sgabello. La vista era fascinosa da morire. A sinistra del pianoro sorge una “scuola in muratura”, pardon, la vecchia scuderia del castello, e al posto del vecchio melo si staglia una grande vecchia quercia. Un edificio enorme! A destra del pianoro, invece, il pendio continua e lassù si erge Burg Clam. Un castello dalle dimensioni imponenti, uno dei più maestosi d’Austria, tra i più grandi e meglio conservati.

Il concerto è partito alle 20:05. Senza gruppo spalla! Magnifico. Era ancora giorno pieno! David Gilmour e soci ci hanno spiazzati subito, fin dall’attacco. Sono partiti dritti con Breathe, seguita da Time e dall’uscita con Breathe Reprise. La folla l’hanno accesa all’istante! Mossa tattica per rompere l’effetto “sonnifero” che si porta dietro un ascolto troppo prolungato del disco “On An Island”, che ha un solo pezzo più rock e tosto (Take A Breath), nato davvero per i palchi. L’apertura ci ha inchiodati subito al ruolo di spettatori “obbedienti”! Durante Breathe, Jon Carin ha dato una mano a Dave alla “steel pedal” guitar nei passaggi, alla seconda “steel pedal” guitar! Eh già. A volte non è facile muoversi a ritmo sostenuto in un triangolo i cui vertici sono chitarra acustica, chitarra elettrica, “steel pedal” guitar e in più rincorrere tutte le parti vocali! Soprattutto se sei un classe ’46.

Dopo la breve parte introduttiva, che comprendeva materiale del disco dei Pink Floyd “Dark Side Of The Moon”, David ha salutato i presenti in un tedesco ineccepibile e ha annunciato che nella prima parte la band avrebbe suonato per intero l’attuale disco solista di Gilmour, “On An Island”. La differenza sostanziale rispetto a quello che ho potuto vedere a Milano il 25.03.2006 è che stavolta la band, con David in testa, era davvero rodata. Il suono è stato ottimo fin dall’inizio! Dave ha cantato a un livello di piena, desiderata accettabilità. La sua voce non si spezzava e non mancava tra i versi: forza e timbro sono rimasti per tutta l’esibizione al livello richiesto, senza la minima oscillazione di qualità. E non si è sentito nemmeno che i ragazzi abbiano sbagliato qualcosa nelle armonie vocali a più voci. Lo stesso vale per il suono: il contributo di ogni singolo strumento si distingueva con chiarezza. Il volume è stato ideale dall’inizio alla fine e Gilmour con i suoi collaboratori ha offerto un suono perfetto. Ancora una volta l’unico brano “tirato” dell’album, Take A Breath, è stato piazzato in scaletta all’ottavo posto e non al quarto, dove si trova invece nell’edizione ufficiale del disco in studio “On An Island”, mentre Red Sky At Night l’ha suonata al sassofono lo stesso Gilmour, così per Parry c’è toccato aspettare ancora un po’. Come dicevo! L’esecuzione è stata eccellente e tutto “girava” come si deve. L’atmosfera era grandiosa. Gente dappertutto! Anche sul pendio sotto il castello,… A potenziare il clima c’era il famoso marchio di fabbrica che Gilmour si è portato dietro dall’eredità dei Pink Floyd. Un “light show” di un genere tutto suo, la migliore approssimazione possibile dell’atmosfera dei Pink Floyd. Alle 21:15 Gilmour ha annunciato una pausa di 20 minuti, senza dimenticare il suo classico saluto di ringraziamento alla folla: “Thank you! Thank you indeed!”

Come detto! Alle 21:35 in punto il concerto è ripreso con la seconda parte. Dedicata al materiale dei Pink Floyd. L’euforia l’abbiamo sentita ben presto, visto che le file si sono strette per bene, e anche prima la gente aveva fatto scorta di bicchieri di birra come in preda a una febbre, come se non fossimo a un concerto di David Gilmour ma alla proclamazione dello stato di emergenza.

Shine On You Crazy Diamond, e la parte introduttiva di questo pezzo in particolare, è una delle cose più maestose che i Pink Floyd siano e siano mai stati. Il merito è del duo Wright/Gilmour, che anche stasera ci faceva compagnia sul palco. Richard e David insieme in azione solista! David ha brillato nell’articolazione dei suoni della sua “fenderina” ed è stato di una morbidezza precisa quando serviva di più. In quel momento la sua chitarra ha preso quel suono sottile che può tirare fuori solo la mano magica del chitarrista dei Pink Floyd. Pura magia! Il pezzo poi si è infiammato come previsto, e con particolare euforia lo ha accompagnato la folla, che per la prima volta nel concerto si è fatta avanti con più decisione per cantare con la band. Naturalmente l’arrangiamento non ha avuto cambiamenti degni di nota, di quelli che ti scuotono, rispetto a quello di Milano. Ma la differenza era evidente! E stava in un approccio molto più sentito e deciso. Alla fine sul palco si è unito alla band anche Dick Parry, leggendario sassofonista. Ha eseguito un doppio assolo da urlo. Il primo l’ha soffiato nel sax tenore, poi a metà brano ha gettato di scatto il tenore dietro le spalle e ha afferrato il sax contralto, che durante il pezzo teneva appeso a tracolla contemporaneamente. Ovviamente nell’assolo si è concesso un po’ più di improvvisazione di quanta ne preveda quello originale, catturato sul vinile di “Wish You Were Here” (1975). Alla fine del brano Gilmour ha presentato tutta la band. Gli applausi più grandi, come da pronostico, sono andati al primo presentato, Dick Parry, e all’ultimo – il leggendario “floydiano” e tastierista Richard Wright, che il giorno dopo avrebbe festeggiato il compleanno. È seguito l’annuncio: “Next song we haven’t performed yet on tour. It is called Astronomy Domine!” Aaaaaa!!!! È iniziato il punk psichedelico!!! All’improvviso ci siamo ritrovati in un caos di UFO che atterrano e decollano. A crearlo hanno contribuito le illusioni prodotte da quantità sconfinate di fumo di scena e di laser, tanto che sembrava di essere in mezzo a onde marine schiumose di un verde acceso. Una ripetizione folle e unica dell’esperienza irripetibile tanto attesa è tornata in vita. La band ha continuato a rievocare lo spirito del leggendario Syd Barrett e, a sorpresa, è passata a Dark Globe, che appartiene al disco solista di Syd Barrett “The Madcap Laughs” (1970). Dopo l’esecuzione, David si è rivolto ai presenti: ” This was a song from and for our old friend Syd Barrett, who passed the other week!” I ragazzi sono rimasti sull’acustico e sono andati avanti con il “grasso vecchio sole” (Fat Old Sun). Questa canzone l’hanno condita nel finale con una parte rock più dura e allungata. Dave ha rimesso a tracolla la chitarra elettrica e persino il leggendario Phil Manzanera, chitarra principale e insostituibile dei Roxy Music, ha avuto qualche momento per mettersi in mostra in un breve assolo. Sono seguiti minuti dal disco dei Floyd “Divison Bell” (1994), che evidentemente anche a Burg Clam, dopo 12 anni di vita, è diventato patrimonio popolare. La gente si è accesa soprattutto con Coming Back To Life, che racconta degli smarrimenti di Dave nel flirtare da vicino con sostanze che portano alla dipendenza, della guarigione, della rinascita e del nuovo inizio di un uomo rinnovato e ripulito. Un’energia positiva straordinaria ha invaso lo spazio ed è stato uno dei momenti più maestosi del concerto, perché il pubblico ha accolto il brano con una grande approvazione, che non ha nascosto in nessun modo. È seguita la composizione più bella del disco, un vero requiem “floydiano” intitolato High Hopes. Esecuzione standard, i brividi lungo la schiena ripartono all’assalto. Gilmour, che si dava da fare in modo visibilmente più marcato sul palco rispetto a marzo a Milano, durante il pezzo ha dovuto fare parecchie passeggiate piuttosto lunghe tra le postazioni degli strumenti. Lì lo hanno coperto magistralmente Manzanera, Carin e Wright nelle linee vocali. E non solo lì, ma anche in altri brani è semplicemente successo che Gilmour dovesse cambiare strumento in mano in un passaggio in cui nell’originale c’è la sua voce, e lì i collaboratori sono corsi in suo aiuto sostituendo Dave nella parte vocale. A Gilmour è capitato l’unico errore di tutto il concerto, nell’esecuzione dell’assolo di High Hopes alla “steel pedal” guitar. Due volte ha sbagliato in modo evidente. La magia “live” dell’esecuzione di questo brano da parte dei Pink Floyd, messa in scena il 04.08.1994 a Monaco di Baviera, per me personalmente resta intatta. Ma vista l’unicità di tutto il resto del concerto della band, con David in testa, questo “stecca” indesiderato stavolta glielo abbiamo perdonato volentieri. Il culmine del concerto è stata l’esecuzione del gigantesco mostro musicale Echoes, uno dei più grandi poemi psichedelici nella storia del “rock”. Che dire di tutto quel rifrangersi di riflessi di luce colorata che ci inondava e potenziava l’atmosfera dell’esecuzione di questo pezzo, che ci ha spazzati via in un mondo “floydiano” unico. Una fantasia indimenticabile, la cui esecuzione ha appagato proprio tutti quelli che sono venuti al concerto di Burg Clam. La parte regolare è finita alle 22:40.

Esattamente cinque minuti dopo i ragazzi sono di nuovo lì e offrono alla folla l’indimenticabile evergreen Wish You Were Here. I presenti ce l’hanno “frullante” in testa, e per chiudere Dave annuncia: “This is the last song of the evening. The song is called Comfortably Numb!” Nel pre-ritornello anche stavolta Richard Wright ha alleggerito Dave! Un arrangiamento molto più morbido di quello a cui siamo abituati dai dischi “live” “P.U.L.S.E.” o “Delicate Sound Of Thunder” ci ha sorpresi, perché non portava con sé quella magniloquenza attesa, che in silenzio, a fine concerto, desideri e pretendi! Ma al culmine non c’è voluto molto ad arrivare! È l’esecuzione di uno degli assoli più impressionanti che esistano sul pianeta, se posso dirlo. L’esecuzione dell’assolo per cui in tanti sono venuti a Burg Clam, solo per sentire quello dal vivo. È la parte di svolta del brano! Il passaggio dal ritornello dolce in maggiore, che dondola sulle onde, al ritorno a un finale drammatico ed energico con l’assolo, che conferma soltanto l’originalità universale del genio chitarristico di Gilmour, ovvero un assolo che ancora oggi è fonte d’ispirazione per molti giovani chitarristi,… Una conclusione magistrale nel bagliore dei fari laser verdi, che alla fine hanno avvolto per intero l’area del concerto come una rete. Sono le 23:00. Gilmour con i suoi pezzi da novanta si congeda definitivamente!

Le sensazioni erano eccezionali. Alla fine sono rimasto lì inchiodato come piantato nel terreno! Tra gli applausi del pubblico semplicemente non capivo cosa stesse succedendo. Ecco, è così! Gilmour mi ha conquistato del tutto. È riuscito a riportare di nuovo in me quella fase in cui ti avvicini allo stato alfa: “Sono apparentemente sveglio, ma non so cosa succede intorno a me!” Qualcuno mi dice qualcosa, lo sento, ma non capisco cosa mi stia raccontando. Sono rapito in un altro mondo. Semplicemente non so spiegarlo, ma è un’esperienza che ti regalano gli artisti più autentici! La ripetizione dell’esperienza provata ascoltando il brano Tarkus al concerto di Keith Emerson a Wiesen (07.07.2006).

La band ha aggiunto un brano in più alla scaletta attuale rispetto al tour primaverile. I ragazzi mostrano un grado di affiatamento e di agilità sul palco incomparabilmente più alto (soprattutto Dave). Il suono era splendido. L’unica “mancanza” del concerto è stata forse che Gilmour avrebbe potuto concedersi un qualche schermo, così da avvicinare la band durante il concerto anche a chi si trovava a oltre 100 metri dal palco. Comunque sia, nessuno poteva restare privato dell’indimenticabile suono, degli indimenticabili classici, degli indimenticabili musicisti di questa magica serata a Klam. È stato un concerto più maturo di un intero gradino rispetto a quello di marzo a Milano. Uno spazio aperto è semplicemente ciò di cui l’esecuzione di una musica simile ha bisogno. Cielo sereno, cosparso di stelle luminose, il palco circondato dalla maestosa energia medievale del castello lì accanto, della vecchia scuderia e di vecchie querce contorte e fruscianti. Okay ragazzi, giù il cappello! Ma ora è arrivato il momento di lasciare i vostri sandbox privati! Ci costruite dentro dei bei dolcetti, ma il tempo è maturo da un pezzo per la reunion della formazione classica dei Pink Floyd. Dave! La prossima volta fa’ in modo che ti veda di nuovo sul palco insieme agli altri tre compagni “floydiani”!

Formazione:
David Gilmour – chitarra, voce
Richard Wright – tastiere, cori
Phil Manzanera – chitarra, cori
Dick Parry – sassofono
Jon Carin – tastiere, “steel” guitar, cori
Guy Pratt – basso, cori
Steve DiStanislao – batteria, cori

Setlist

1. Breathe
2. Time
3. Breathe (Reprise)
4. Castellorizon
5. On An Island
6. The Blue
7. Red Sky At Night
8. This Heaven
9. Then I Close My Eyes
10. Smile
11. Take A Breath
12. A Pocketful Of Stones
13. Where We Start
—pausa (20 min.)—
14. Shine On You Crazy Diamond
15. Astronomy Domine
16. Dark Globe
17. Fat Old Sun
18. Coming Back To Life
19. High Hopes
20. Echoes
—bis—
21. Wish You Were Here
22. Comfortably Numb

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