Scream for me Milanooo!!!
Autore: Rok Klemše
Luogo: Dutchforum / Milano / Italia
Data del concerto: 01.12.2006
Numero di spettatori: 15
Prezzo del biglietto: 9.000 SIT
Quando? Sabato 2 dicembre, alle otto del mattino. Dove? Nel parcheggio davanti al palazzetto Tivoli. Perché? Si parte per il concerto dell’anno. Bastano due parole… IRON MAIDEN!
Va di nuovo ringraziato Tadej con il suo Concert Freak per l’organizzazione. Già sabato abbiamo riempito due pullman e domenica altri due. Quindi circa duecento fan fanatici sloveni!
Dopo una notte di venerdì insonne, per il nervosismo e l’attesa ovviamente, poco prima delle otto abbiamo cominciato a radunarci nel parcheggio. Si sentiva la tensione nell’aria, perché all’incontro con le Vergini mancavano ormai solo una dozzina di ore. Appena saliti e sistemati sul pullman, l’autista ci ha sorpresi con le melodie soavi degli Atomičnih Harmonik e altre vette simili dell’industria musicale slovena, e qui ringrazio dal profondo del cuore l’unico passeggero che si era portato dei CD e ha salvato i passeggeri di entrambi i pullman da otto ore di agonia. GRAZIE!
Subito dopo, dagli altoparlanti sono esplosi i pezzi del nuovo album A Matter of Life and Death e il pullman si è svegliato di colpo e ha preso a cantare insieme a Bruce Dickinson. Dopo un piccolo contrattempo – abbiamo dovuto cambiare pullman – il nostro pellegrinaggio verso Milano è finalmente cominciato. Qualche birra dopo… e verso le cinque siamo già davanti al mastodontico palazzetto del DatchForum (ex FillaForum).
Non restava altro che metterci in fila, che già serpeggiava come un serpente, e aspettare di entrare. Verso le sei siamo riusciti finalmente a sfondare dentro e ci siamo conquistati un paio di posti in tribuna, che offriva una vista eccellente sul palco e su tutto il palazzetto, davvero gigantesco. Il palco era quasi completamente avvolto nel nero, e così nascondeva quello che i Maiden avevano preparato per noi. Giretto veloce al merchandising dai prezzi gonfiati (le magliette a maniche corte andavano dai 35 fino a ben 45 euro) e, obbligatoria, la biretta prima del concerto a un prezzo da strozzini: cinque euro.
Verso le sette e mezza il palazzetto si è oscurato ed è salita sul palco Lauren Harris, il seme di Steve 🙂 La signorina sexy, con pantaloni di pelle aderenti e in compagnia di tre signori, ha suonato un set di mezz’ora. Che dire, il pubblico l’ha scaldato bene, gli italiani hanno risposto con fanatismo a tutti i suoi inviti, ma a me personalmente ha lasciato freddo. Dai geni di Harris, leggenda del metal, mi aspettavo comunque qualcosina in più. Forse è anche ingiusto, ma la ragazza potrebbe pur sempre scostarsi un po’ dalle linee del pop rock americano sdolcinato alla Avril Lavigne e buttarsi su acque più personali. Dalla sopracitata canadese si differenzia solo perché la band che l’accompagna è tecnicamente più preparata… anche se il chitarrista esagera già un filo nell’imitare Zakk Wylde. Sul palco la ragazza si è dimostrata piuttosto energica, correva di qua e di là e ha stabilito un contatto genuino col pubblico, anche se più volte si è sentita qualche risata quando si lanciava goffamente in un “Grazi”. Pure la voce non è affatto male, ma si meriterebbe un’amplificazione migliore, perché il suo canto era piuttosto impastato. Anche la batteria era stata sonorizzata alla meno peggio: la cassa faceva tremare tutto il palazzetto, mentre i piatti si sentivano poco. Nonostante un’esibizione del tutto corretta, alla fine la domanda che si pongono tutti è comunque questa – Lauren si sarebbe guadagnata il posto di supporto agli Iron Maiden se di cognome non facesse Harris? Credo che la risposta sia lampante…
Dopo 5 pezzi e 35 minuti era ora che Lauren salutasse e lasciasse il palco ai Trivium. Dopo una decina di minuti di lavoro dei fonici, il palazzetto si è oscurato di nuovo e dietro al palco si è srotolato il logo degli americani, che secondo i critici sono come minimo gli eredi di band di culto come Metallica e Iron Maiden. Se mi permetti di essere un filo sfacciato (e chiedo sinceramente scusa a tutti i fan), penso che i Trivium siano (ancora) lontani da nomi così grandi. Poco prima delle sette dagli altoparlanti è esploso un intro epico e sinfonico che ha fatto salire il sangue alla testa. Se posso permettermi di essere un po’ perfido… la parte migliore del set dei Trivium, eheh. I Trivium si sono guadagnati il posto di supporto con ogni probabilità per l’appoggio dimostrato ai Maiden dopo il fiasco dell’Ozzfest dell’anno scorso. In onore delle leggende, infatti, ogni sera hanno suonato The Trooper e invitato il pubblico a scandire “Maiden, Maiden”. Mossa senz’altro lodevole da parte dei giovanotti americani. I ragazzi della Florida si sono rivelati una band molto energica sul palco, come d’altronde si addice al genere che suonano. I metalcorer melodici sono tecnicamente preparatissimi, gli assoli doppi e i duelli tra i chitarristi Matt Heafy e Corey Beaulieu spaccano davvero, e pure la sezione ritmica non scherza. Ma purtroppo è tutto quello che i Trivium hanno da offrirci. La musica è del tutto priva di originalità: se i ragazzi eccellono nello scrivere assoli supersonici da matti, per quanto riguarda lo scostarsi dalle linee thrash tracciate dai Metallica e dalle melodie degli Iron Maiden non si allontanano granché, il tutto è solo impacchettato in un vestito più moderno. Anche nella parte vocale i Trivium potrebbero dimenticarsi delle mode del metal di oggi. L’alternanza tra growl e ritornelli cantati in clean l’abbiamo sentita e risentita cento volte. Anche l’impianto audio per i Trivium non era ottimale, ma comunque meglio che per Lauren. Gli assoli, che stanno in primo piano, si sentivano ovviamente bene, mentre basso e batteria si percepivano giusto per campione. Come spesso capita nel metal, abbiamo avuto modo di vedere un sacco di pose con chitarre dalle forme più impossibili, che Matt e Corey cambiavano quasi a ogni pezzo. Anche se i 15 mila presenti erano venuti per un solo motivo, i Maiden ovviamente, i Trivium hanno comunque scaldato bene soprattutto le prime file, dove si erano radunati la maggior parte dei loro fan. È vero però che a ogni occasione buona partiva subito il coro per i Maiden. Dopo tre quarti d’ora i Trivium hanno salutato e la tensione cresceva a ogni secondo.
Sul palco sono tornati i tecnici ed è cominciato il montaggio di una scenografia gigantesca e di sicuro tecnicamente complicatissima. Dopo una mezz’oretta scarsa, finalmente ci siamo… Si è sentito il pezzo di altre leggende, gli UFO, Doctor Doctor, che annunciava l’arrivo sul palco di Steve e della sua truppa di guerrieri del metal. Le luci si sono spente, sono cominciati i tuoni, è risuonata l’intro sinfonica ed è comparso lo sfondo di una città distrutta e bruciata. Dopo sei mesi di attesa (dall’ordine del biglietto) ho finalmente vissuto questo momento… formicolio in tutto il corpo e peli dritti, come da copione. Dopo l’intro si sono accese le luci e il pubblico ha salutato fragorosamente Nicko, che si è seduto dietro la sua batteria e ha urlato il famoso “AI!”, annunciando l’inizio del potente opener Different World. È difficile mettere in parole che energia incredibile pervada i Maiden dopo quasi trent’anni di carriera e con l’età invidiabile di tutti i membri, che ormai sfiorano i sessanta. Anche la vista del palco era mozzafiato: Nicko era piazzato in una trincea della seconda guerra mondiale, e dall’enorme copertina ci fissava Eddie in perfetto equipaggiamento da combattimento. I Maiden hanno deciso per la prima volta nella loro carriera di suonare l’album intero, dalla A alla Z. Mossa davvero lodevole e coraggiosa, e sostengo che sia stata anche del tutto giusta. Anche se i Maiden li ho visti solo per la seconda volta, non avevo proprio voglia di sentire la solita Run to the Hills strausata, anche se dal vivo mi avrebbe fatto strappare la voce 🙂 Suonando per intero l’ottimo disco A Matter of Life and Death hanno mostrato quanto credano davvero in questo lavoro e quanto ne siano orgogliosi. Più che giustificato: con questo disco hanno dimostrato di avere ancora ottime idee, cosa che si farebbe fatica a dire del predecessore Dance of Death, che aveva fatto temere che i Maiden si stessero lentamente spegnendo. Dopo Different World è seguita quindi These Colours Don’t Run, che Bruce ha annunciato con le parole “We’re Iron Maiden, and these colours don’t run!”. Dal vivo un pezzo davvero potente, ed è difficile credere quanto suoni fresco, dal vivo, ogni singolo secondo di A Matter of Life and Death. Ma il meglio doveva ancora arrivare. È seguito senza dubbio uno dei pezzi migliori del disco, l’atomica Brighter Than a Thousand Suns. Bruce Dickinson semplicemente splende, la sirena “air raid” non si è ancora rotta e il suo canto è potente come negli anni d’oro degli Ottanta, se non addirittura meglio, perché Bruce ha scelto un canto un po’ più nello stile dei suoi dischi solisti. Anche il resto della squadra non merita altro che una parola semplice: incredibile. Il drumming di Nicko è estremamente dinamico, probabilmente ha sfoderato addirittura il miglior drumming della sua carriera. Il basso di Harris torna a rimbombare come ai bei tempi. Se nei due dischi precedenti il basso stava più sullo sfondo, ora è di nuovo una parte irrinunciabile della sezione ritmica, e a Harris sono riuscite delle linee di basso davvero eccellenti. La sacra trinità Smith, Murray e Gers ha finalmente dimostrato che tre chitarre negli Iron Maiden non sono di troppo. Soprattutto Adrian Smith stavolta ha confermato che il suo ritorno nei Maiden insieme a Bruce è stato importante quanto quello del cantante. Riff, linee di chitarra e assoli che Smith ha scritto per il nuovo disco sono splendenti. Melodie così non le mette su carta e su chitarra chiunque, ma Smith è più che un maestro. Purtroppo anche con giganti della musica come i Maiden gli italiani si sono rivelati fonici pasticcioni. È davvero un peccato che soprattutto gli assoli di Smith e Murray fossero molto impastati e distorti. Ma le Vergini di Ferro sono la quintessenza della professionalità e anche problemi così si trasformano in piccoli fastidi.
Dopo The Pilgrim è toccato all’ottima ballad Out of the Shadows, che più che su un disco degli Iron Maiden potrebbe stare su un disco solista di Bruce Dickinson. Il pezzo dal vivo suona davvero incredibile, e a completare il quadro c’era anche un ottimo light-show con una tavolozza di colori variegata. Del light-show del tour di A Matter of Life and Death perfino il fotografo ufficiale dei Maiden, Ross Haflin, ha detto che è il migliore che le Vergini si siano concesse. È seguita la Reincarnation of Benjamin Breeg, su cui ci chiediamo ancora chi diavolo sia. Ho sempre più la sensazione che stavolta Steve ci abbia presi bellamente per il naso. Il primo singolo del nuovo disco dal vivo è proprio un killer, si è rivelato addirittura uno dei picchi del concerto. Dopo For the Greater Good of God e Lord of Light con un’intro cantata in modo fantastico, è arrivato il capolavoro di 10 minuti di Gers, The Legacy, con cui ha più che dimostrato di non essere l’anello debole della squadra, come molti lo considerano. Anche se a tratti la voce ha fatto un po’ i capricci a Bruce, il pezzo è stato suonato ad alto livello. Durante le parti strumentali Bruce correva fra due riflettori piazzati ai lati del palco e appena li puntava su una parte del pubblico, quella impazziva completamente. La risposta dei 15 mila è stata davvero incredibile e guardarsi intorno nel palazzetto era un vero piacere: corna al cielo, salti, battimani. Nelle mani di Dickinson eravamo come una marionetta; bastava che tirasse uno dei fili (invitando ad applaudire) e in un attimo batteva le mani tutto il palazzetto.
Finita The Legacy è arrivato quello che la folla aspettava, a giudicare almeno dalla reazione. È partita infatti Fear of the Dark. Dico solo che non era più seduto nessuno. Non poteva mancare ovviamente la title track delle Vergini, Iron Maiden, durante la quale si è mostrato Eddie in tutta la sua spettacolarità. Dietro Nicko durante il pezzo si è alzato un carro armato gigantesco e il palco si è trasformato nei suoi cingoli. Si è aperto un portello… e da lì è spuntato Eddie, che ci osservava con un binocolo. La reazione ai classici era ovviamente prevista, ma anche sui pezzi nuovi il pubblico europeo ha fatto la sua parte, perché la maggior parte dei ritornelli è stata cantata in duetto con Dickinson. Davvero lodevole, visto che dai video dei concerti del tour americano era esattamente il contrario. A uno dei concerti Bruce si è visto addirittura lanciare sul palco un cartello con la scritta “We want the classics”, che ha strappato con veemenza e del tutto a ragione. Alla fine di Iron Maiden i ragazzi hanno lasciato il palco e appena è uscito per ultimo Nicko, è già partito il coro collettivo “Ole, ole, ole, ole. Maideeen, Maideeen”.
Ovviamente sono tornati sul palco e per prima cosa Bruce ha chiesto che ore fossero. Dal pubblico gli hanno risposto che erano circa le undici. Risposta di Bruce: “Wrong. It’s Two Minutes to Midnight!” I Maiden ci hanno regalato anche The Evil That Men Do, rifatta dal vivo per la prima volta dal tour del 2001, e sul palco è tornato il nostro vecchio amico Eddie. Stavolta vestito con l’uniforme di un soldato della seconda guerra mondiale. Poi, ovviamente, il solito giochetto di Gers con Eddie, durante il quale Janick ha sfoderato le sue folli acrobazie con la chitarra. Bruce ci ha poi rivelato che ci rivedremo nell’estate del 2008, quando torneranno sui palchi con il tour “Golden Years”, in cui suoneranno esclusivamente pezzi del leggendario quartetto Powerslave, Somewhere in Time, Seventh Son of a Seventh Son e No Prayer For the Dying. Con un po’ di mistero ha aggiunto che con alcuni di voi si vedranno anche prima. Chissà cosa intendeva… Le date aggiuntive del tour, ovviamente e del tutto ufficiosamente (sottolineo UFFICIOSAMENTE, così non ci si esalta troppo), le ha pubblicate una radio inglese, la stessa che aveva annunciato la partenza di Bruce dalla band e poi anche il suo ritorno, con tanto di luoghi… e fra questi, il 15.6. 2007, ci sarebbe anche la Slovenia. Teniamo le dita incrociate. In chiusura è arrivato ancora il classico del metal Hallowed Be Thy Name e il concerto si è chiuso in modo davvero spettacolare. Dopo quasi due ore (un’ora e 50 minuti) in compagnia dei Maiden, sono rimasto senza parole. Un concerto perfetto e una vera chiusura per la stagione concertistica di quest’anno.
Se non prima, ci vediamo nell’estate del 2008. Fino ad allora: UP THE IRONS!!!
Scaletta
Lauren Harris:
1. Your Turn
2. Let Us Be
3. Steal Your Fire
4. Come On Over
5. Hurry Up
Trivium:
1. Entrance of the Conflagration
2. Detonation
3. Like Light To The Flies
4. A Gunshsot To The Head Of Trepidation
5. To The Rats
6. Unrepentant
7. Anthem (We’re The Fire)
8. Pull Harder On The Strings Of Your Martyr
Iron Maiden:
1. Different World
2. These Colours Don’t Run
3. Brighter Than a Thousand Suns
4. Pilgrim
5. Longest Day
6. Out of the Shadows
7. Reincarnation of Benjamin Breeg
8. For the Greater Good of God
9. Lord of Light
10. Legacy
11. Fear of the Dark
12. Iron Maiden
– bis –
13. 2 Minutes to Midnight
14. The Evil that Men Do
15. Hallowed Be Thy Name
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