LA PASSIONE DI CRISTO, MA UN PO’ DIVERSA – Rotting Christ a Kranj
Autore: Sandi Sadar Šoba
Luogo: Izbruhov kulturni bazen, Kranj, Slovenia
Data del concerto: 04.04.2007
Numero di spettatori: 0
Prezzo del biglietto: 12 €
Di sicuro quell’aria esotica è il motivo giusto per cui, in pieno stile pellegrinaggio pre-pasquale, a Kranj si sono riversate folle di adoratori più o meno capelloni e per lo più vestiti di nero, devoti di ritmi infernali, chitarre strillanti e vocalist diabolici. Anzi, sul “folle” ho qualche dubbio, visto che la pubblicità per l’evento è stata scarsissima. Ma dove c’è la volontà, c’è anche la forza. E così, a Kranj, di fronte alla Mecca dello shopping della società dei consumi, siamo venuti a saziare il nostro insaziabile appetito di brutalità.
Presto sono scattate le nove di sera. Sul palco dell’ex centro sportivo-natatorio di Kranj, con la puntualità di un orologio svizzero, sono saliti Nick, Themis, Orfeas e Sotiris, il quartetto che risponde al nome di Suicidal Angels. Già dopo le prime battute del primo pezzo era chiaro che i ragazzi masticano parecchio thrash, un incrocio tra Kreator, Destruction, a tratti Dew Scented, qualche reminiscenza antichissima dei Sepultura del periodo Morbid Vision e chi più ne ha più ne metta. Onestamente per me erano una perfetta incognita, perché da noi i loro capolavori non si trovano in ogni negozio; è vero anche che, a parte un mini LP, un paio di EP, qualche demo e un promo CD che purtroppo non mi è ancora capitato tra le mani, non hanno pubblicato ancora niente di davvero tangibile e acquistabile. Il cantante Nick si è rivolto in un inglese mezzo sgangherato ma simpatico a un pubblico sloveno piuttosto timido, anzi no, piuttosto riservato, che nella parte anteriore della platea lasciava spazio a sufficienza per parcheggiarci l’esercito di elefanti di Annibale. Una trentina di persone, se non meno, quelle che bivaccavamo sotto il palco, si è beccata un arsenale di musica genuina, sentita e soprattutto bella carica. Personalmente mi ha entusiasmato soprattutto l’energia del drumming di Orfeas, a cui gli altri tre si sono accodati con una solidità rigida e di cemento. Dopo un applauso piuttosto tiepido dei pochi e soprattutto statici riservisti del metal, si dimenticherebbe facilmente che le recensioni dei loro lavori, in particolare dell’ultimo mini CD Armies Of Hell, che ha raccolto critiche e giudizi parecchio lusinghieri, sono per lo più ottime, e che 15 anni fa questi ragazzi avrebbero avuto un futuro decisamente luminoso. Così arriviamo al pezzo ‘Crematory’, che dopo un’intro diabolica ti si pianta nella parte alta del cervello come un bisturi. Quasi un classico del thrash, in cui quasi, lo giuro, sento le urla di Araya e la divina sporcizia dei primi Kreator! Il suono era un po’ “slabbrato”, ma è dura avere un suono eccellente quando intorno a te c’è un’enormità di piastrelle del fondo di una piscina. Subito dopo il crematorio, il regolamento di conti con la doppia morale della società cattolica, ‘Slaughtering Christianity’, e poi già la fine. Suonato in modo brillante e da esperti. Evidentemente troppo poco per una folla da trenta teste, tra cui solo cinque di noi hanno vissuto i brividi e l’appagamento post-orgasmici del thrash…
La breve pausa è stata il momento giusto per dare un’occhiata in giro. Gli attivisti polacchi dell’etichetta Massive Music offrivano un piccolo mare di CD a cinque euro, tra cui c’era roba a volontà. A girare, però, erano più che altro magliette girlie dei Rotting Christ, qualche camicia a maniche corte di questi veterani greci e ogni tanto un esotico CD di fenomenali tecnicisti del death metal come i Trauma. Una veloce sorsata di bevanda a poco prezzo, servita dai gentili camerieri dietro un bancone di fortuna, ed è ora dei bis! Le dieci scoccano…
‘Heritage‘ dall’album Atonement For Iniquity è la presentazione d’apertura giusta per capire cosa hanno da offrire i Mass Infection, altro quartetto greco. Il numero di ascoltatori cresce leggermente e mi fa sperare di non dovermi sorbire una serata di musica da camera per una ristretta cerchia di palati musicali fini. Death metal con spruzzate di grind, che sposta le lancette del contatore Geiger nella zona rossa e fa tremare il pavimento come si deve. Victoras, George, Nick e Antonis, dopo un inizio piuttosto statico, ma solo a livello visivo, hanno servito un arsenale di argomenti per cui a un concerto di death metal di qualità ti ritrovi a sorridere dalla felicità senza riuscire a smettere. Non so, magari mi sbaglio, ma come suono mi ricordano i perfezionisti del brutal death polacco, i Decapitated. Un insieme più vario e dinamico, veloce di dita e compatto, di uno tsunami sonoro devastante, che ha attirato nella conca della piscina ancora più gente in cerca di distruzione totale. ‘Penetrate The Odius’ e poi ‘Act Of War‘ mollano ancora un po’ i freni e la festa comincia piano piano. Vader, Dying Fetus e Nile sono solo associazioni fugaci che possono venirti in mente ascoltando un cantato in realtà comprensibile, anzi, un ringhio melodioso, assoli dinamici e un drumming preciso e selvaggio. ‘Forced To Encryption’ e ‘Atonement For Iniquity’ e arriviamo già alla conferma di un’ottima condizione fisica e del fatto che certe influenze non me le ero solo immaginate: ‘Silent Empire‘, cover dei Vader, chiude il tutto in un perfetto cerchio di fuoco e distruzione diabolico. Resta solo un breve saluto e la speranza di rivederli dal vivo, prima o poi…
Di nuovo una pausa, stavolta un po’ più lunga, che attira nello spazio sempre più piccolo anche il resto dei ritardatari, cioè tutti quelli che gli antipasti hanno preferito saltarli e passare direttamente al piatto forte con dessert. Alle undici dagli altoparlanti rimbombano i sample che promettono l’evento della giornata. Sul palco marciano i fratelli Tolis, il cantante e chitarrista Sakis e il batterista Themis, il bassista Andreas e l’altro sei corde, con uno dei più bei Flying V che io abbia mai visto, George. ‘The Fifth Illusion‘ dall’album Non Serviam con la prima ondata d’urto spazza via, almeno alle mie orecchie, i Dimmu Borgir. I Rotting Christ suonano pieni e sinistri in chiave black-death. Se dovessi definirli con una metafora, direi che sono gli Amon Ammarth con spruzzate balcaniche, senso della dinamica e potenza d’urto. Con sicurezza, esperienza e mestiere giocano con melodie e ritmi capaci di svegliare qualsiasi metallaro ancora statico e addormentato che abbia il cuore in stato operativo. È tutta estasi, l’estasi della morte, potremmo parafrasare la reazione della folla, stavolta in balia di una tattica sinistra fatta di inserti melodici, sbarchi di rumore e vent’anni di esperienza che questo quartetto ci rovescia addosso senza compromessi, da un pezzo all’altro. ‘Archon‘ ricorda com’era il suono di Triarchy Of The Lost Lovers nel 1996 e poi ‘Athanatoi Este‘, brano del penultimo disco Sanctus Diavolos. La nerezza e la succosità di un’offerta pre-pasquale alle sfere superiori, direttamente dall’epicentro della cultura alternativa di Kranj. Un bel dito medio a tutti i farisei giurati al clero. È interessante che, nonostante l’anno scorso abbiano pubblicato un nuovo disco che è più che buono, lo ripeto (l’album Theogonia, che a modo suo mette in concetto la creazione del tempo e degli dèi), abbiano proposto per lo più materiale vecchio. Pazienza! Ci siamo beccati una lezione sulla storia di dieci album. Dall’ultimo disco suonano solo due pezzi: ‘Kervanos Kivernitos‘, che ci riempie le orecchie in modo inneggiante con il vocabolario greco, e ‘The Sign Of Prime Creation‘. Sakis, con un sorriso soddisfatto, ha tenuto il contatto anche con il pubblico sloveno, che letteralmente gli mangiava in mano. La demonizzazione della Slovenia conservatrice è stata portata a termine con successo. Con coerenza e senza la minima sbavatura. L’opus anticristo si è sviluppato in modo irresistibile per un’ora e mezza, e si è chiuso in modo poetico e carico di significato con un pezzo dal disco A Dead Poem, ‘Sorrowfull Farewell’. Il tempo non si può fermare.
I nostri granelli di sabbia nella clessidra del tempo che ci era stato concesso per questa catarsi sono finiti, e il tempo è semplicemente passato. Era ora di tornare alla realtà. Soddisfatto e con la gola leggermente a pezzi, capace solo di rauchi squittii e sussurri, ho contato i chilometri fino a Lubiana. I pensieri si disponevano in frammenti e l’immagine nera che stavo componendo era un’immagine di felicità e appagamento. Impressione del concerto: ci siamo beccati una dose di qualità, un miscuglio ad alto numero di ottani di oscurità e di una giusta presa d’aggressività. L’esotico merita di essere messo alla prova e degustato più volte. Proiezione dell’immaginario mentale: gli orizzonti avrebbero potuto accendersi di un rosso scarlatto alla luce di templi bruciati di vuota ipocrisia e di finzione, e la gente avrebbe potuto respirare a pieni polmoni un po’ più di libertà culturale, ma quei tempi sono ormai lontani. Era ora di prosciutto, rafano e uova di Pasqua. E la Slovenia si è beccata qualcosa che fatica a capire. Stanotte i sogni erano permessi. Domani è un altro giorno…
Scaletta
SUICIDAL ANGELS: 1. Demon’s Vomit Evil 2. Prophecy Sacred 3. Quench 4. Crematory 5. Slaughtering Christianity 6. Medley MASS INFECTION: 1. Heritage 2. Penetrate The Odious 3. Act Of War 4. Forced To Encryption 5. Atonement For Iniquity 6. Silent Empire (Vader Cover) ROTTING CHRIST: 1. The Fifth Illusion 2. Archon 3. Athanati Este 4. The Sign Of Prime Creation 5. Keravnos Kivernitos 6. King Of Stellar War 7. You My Cross 8. The Sign Of Evil Existence 9. In Domine Sathana 10. Enuma Elish 11. Fgmenth Thy Gifth 12. Under The Name Of Legion 13. Non Serviam 14. Sorrowfull Farewell
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