Somewhere Else
Autore: Peter Podbrežnik
Artista: Marillion
Etichetta: Townsend Records
Uscita: 2007
Voto: 3.5/5
Negli ultimi anni i Marillion sono senza dubbio una di quelle band che richiedono parecchi ascolti prima di poterle giudicare in modo oggettivo e scriverci sopra una recensione almeno minimamente credibile, perché fanno dischi che nelle orecchie crescono solo piano piano. Se avessi scritto questa recensione dopo tre ascolti, probabilmente mi sarei lamentato della scarsa varietà e del fatto che ogni pezzo del disco somigliasse troppo a qualcosa dei loro lavori passati. Ma per esperienza so che con loro serve un approccio completamente diverso. Per questo con “Somewhere Else” mi sono preso più tempo e l’ho ascoltato con calma, un po’ alla volta. Il risultato è stato simile a quello della maggior parte dei loro ultimi lavori: a ogni ascolto il disco migliorava. Dei picchi, però, stavolta non ne ha toccati. Registrare un degno successore di un capolavoro come “Marbles” (2004) non era certo una passeggiata, e ho la sensazione che i Marillion, a cui l’impresa non è riuscita al meglio, non ci abbiano perso troppo la testa. Anche se è lontano dal capolavoro, sono comunque riusciti a fare un altro bel disco, che a ogni nuovo ascolto ti lascia qualcosa di nuovo. Il suo unico “difetto” è forse che a tratti tira un po’ troppo dalle parti di un lavoro solista di Steve Hogarth, soprattutto perché contiene una bella fetta delle sue parti vocali e relativamente pochi assoli. Cosa che a me, che ho sempre apprezzato il suo talento vocale eccezionale e unico, non dà particolarmente fastidio. Pochi cantanti nel prog di oggi, e non solo, hanno una gamma vocale simile e tanto pathos quanto ne sa sfoderare il signor H’, soprattutto nella title track.
Hogarth è senza dubbio la “star” assoluta del disco, ma non bisogna dimenticare le altre forze trainanti della band. Steve Rothery stavolta non piazza tanti assoli di chitarra quanto siamo abituati ad aspettarci da lui, ma quando decide di suonarne uno, è pura fantasia. In più sciorina una serie di ottimi passaggi e si concede tutta una serie di incursioni improvvise dentro la melodia principale, come per esempio nella title track. Ian Mosley è di nuovo in forma smagliante dietro i suoi tamburi e molto più in primo piano di quanto non fosse su “Marbles”. Lo stesso vale per il basso di Trewavas. L’unico che sul disco resta fin troppo nell’ombra è Mark Kelly, che alle tastiere passa la maggior parte del tempo a stendere ampie cortine sonore, senza suonare nemmeno un assolo, anche se ogni nuovo ascolto dei singoli pezzi rivelerà qualche suono o variazione inedita uscita dalle sue tastiere.
“Somewhere Else” è nel complesso un disco piuttosto solido e costante, con anche qualche potenziale hit da radio, soprattutto nella prima metà. Come da copione, i Marillion continuano a navigare nelle acque dell’art rock ambientale, solo che stavolta ad alcuni pezzi hanno aggiunto un pizzico di fuoco in più rispetto al predecessore, decisamente esoterico. “Somewhere Else” è così nettamente più “coi piedi per terra”. Se proprio dovessi paragonarlo a un album precedente, forse il più affine è “Afraid Of Sunlight” (1995). Anche se qui ci sono (per i loro standard) più brani brevi e solo due che superano i sette minuti, hanno mantenuto, come si conviene, il loro inconfondibile senso del dramma, del pomp e della malinconia.
La prima parte del disco è nettamente più commerciale rispetto al resto, anche se non c’è da “temere” che con questo vadano a stuzzicare i nervi delle classifiche pop moderne. “The Other Half” è un pezzo quasi protettivo, marchio Marillion, in gran parte tirato su un tempo medio. Poi si lasciano andare a un crescendo del motivo centrale, dove a reggere tutta l’atmosfera sono soprattutto la voce di Hogarth e lo strato ambientale delle tastiere. Nella parte centrale cambiano completamente il corso della composizione e piazzano qualche passaggio davvero gustoso, che alla fine viene chiuso da un ottimo assolo di Rothery. “See It Like A Baby”, uscito come singolo, costruisce anch’esso piano piano l’atmosfera e resta su un tempo medio, fino al momento in cui arriva il primo ritornello. Qui sullo sfondo usano anche alcuni ornamenti sonori molto interessanti, che formano un ambient di prim’ordine. “Thank You Whoever You Are” è una ballata emotiva solida e relativamente semplice, intrisa del pregiato canto di Hogarth, di ottimi passaggi di chitarra e di arrangiamenti di pianoforte di gran gusto, con uno splendido assolo di chitarra nel finale. “Most Toys” nelle mani di una qualunque band pop rock moderna sarebbe sicuramente un grosso hit. Per i Marillion, “il segreto musicale britannico meglio custodito”, è invece solo l’ennesimo pezzo pop estremamente semplice ma solido, con un evidente retrogusto alternativo. Era da un pezzo che non facevano qualcosa di così corto (meno di tre minuti) e semplice, ma allo stesso tempo incisivo, di quelli che ti si piantano subito in testa. Personalmente sono contento che non ne facciano molti di simili, anche se è il pezzo più d’impatto del disco e scalda bene l’atmosfera. Come è un po’ nella loro tradizione, la title track “Somewhere Else” è uno dei brani migliori dell’album: costruiscono piano piano un ambient eccezionale che nel finale raggiunge il climax. Dopo un’introduzione tranquilla al pianoforte, tra i passaggi di Rothery e il canto alto di Hogarth si scivola in un clima malinconico-pomposo, che poi cambia ancora più volte. I vari arrangiamenti di tastiera dimostrano eloquentemente che negli ultimi anni i Marillion si entusiasmano sempre di più per certe idee che di solito erano più vicine ai Porcupine Tree, ma per fortuna non al punto da imitarli. “Somewhere Else” è un vero capolavoro, genere di cui sul disco non ce ne sono molti. In “A Voice From The Past”, un altro pezzo molto bello, si abbandonano di nuovo alla malinconia, che nell’intro è creata da pianoforte, ampi soundscape, voce e un ritmo regolare, a cui segue una serie di passaggi ingegnosi. “No Such” Thing”, che si apre e cresce con la voce di Hogarth e la chitarra acustica finché non scivola in un’ondeggiare ambientale, è pensato soprattutto per sognare a occhi aperti o per meditare. La scelta è vostra. Molto più vivace è invece “The Wound”, che suona come un classico Marillion doc, carico di drammaticità, campionamenti sonori e cambi d’atmosfera energici, dove a far impazzire sono soprattutto il ritmo possente e la voce vissuta fino in fondo. Segue uno dei brani più interessanti del disco, “The Last Century Of Man”, dove, sorprendentemente, a catturare più attenzione della musica è il testo. I Marillion hanno infatti raramente espresso in modo così radicale il loro punto di vista sugli eventi mondiali di attualità, per cui è ancora più insolito che stavolta si siano concessi una presa in giro così sfacciata dei rappresentanti del mondo “libero”. È un po’ ironico che questo testo di critica sociale poggi per la maggior parte del tempo su una melodia estremamente fragile, accompagnata però di continuo dal canto un po’ beffardo di Hogarth, soprattutto nel ritornello. Il finale, che contiene anche un eccellente assolo di Rothery, è splendido. La conclusiva “Faith” è una ballata acustica molto semplice ma bella, costruita sulla voce emotiva di Hogarth e sul pianoforte. Nella parte centrale entrano chitarra acustica e percussioni, che le danno una leggera aria hawaiana. Nel finale, sullo sfondo, aggiungono ancora qualche bell’arrangiamento orchestrale. “Faith” ci era già capitato di sentirla sul live “Mirrors” (2006), ma in una versione primitiva. L’originale arriva invece dal periodo di lavorazione di “Afraid Of Sunlight”, che, come ho già detto prima, è almeno nello spirito il disco più simile a “Somewhere Else”.
“Somewhere Else” per la maggior parte delle band moderne sarebbe sicuramente un successo commerciale straordinario. Per i Marillion è invece “solo” un altro bel disco, che chiede all’ascoltatore (soprattutto nella seconda metà) di dedicargli un po’ più tempo di quanto sia abituato a fare di solito. Purtroppo questo priverà parecchia gente della possibilità di scoprire tutte le sue qualità nascoste, che si svelano solo gradualmente. Anche stavolta i Marillion hanno fatto un disco ricco di contenuti e vario che, a prescindere dal fatto che musicalmente non offre niente di rivoluzionario, propone ancora una volta qualche trovata finora inutilizzata, che farà felici tutti i loro fan. Per la cerchia più ampia di ascoltatori, ovvero i seguaci del mainstream musicale, resteranno quasi sicuramente ignorati anche stavolta, mentre la maggior parte degli appassionati di rock progressivo si godrà un disco che conferma ancora i Marillion come una delle poche band della loro generazione che, nonostante una carriera lunghissima, a livello musicale non ha ancora smesso di evolversi.
Formazione
Steve Hogarth – voce
Steve Rothery – chitarra
Mark Kelly – tastiere
Peter Trewavas – basso
Ian Mosley – batteria & percussioni
Produzione
Michael Hunter
Tracklist
1. The Other Half (4:24)
2. See It Like A Baby (4:29)
3. Thank You, Whoever You Are (4:42)
4. Most Toys (2:44)
5. Somewhere Else (7:46)
6. Voice From The Past (6:12)
7. No Such Thing (3:58)
8. The Wound (7:11)
9. The Last Century For Man (5:26)
10. Faith (4:09)
Durata dell’album: 52:00