Avventura adriatica e viaggio con gli Iron Maiden nei giorni dell’età dell’oro (2008)
Luogo: Gradski Stadion Poljud / Split / Croazia
Data del concerto: 09.08.2008
Pubblico: 29000
Prezzo del biglietto: 35,00€
I grandi cavalieri del metal, o più semplicemente i grandi Iron Maiden, ormai in età matura veri e propri mostri corporativi, decidono di celebrare il periodo creativo che va dal 1984 al 1988 dedicando un tour all’esecuzione di buona parte dei brani degli album “Powerslave” (1984), “Somewhere In Time” (1986) e “Seventh Son Of A Seventh Son” (1988). Non c’è niente di più bello, no? I tre album migliori della formazione più incandescente della loro carriera, con cui negli anni Ottanta hanno cavalcato come niente l’onda di un successo gigantesco.
La data di Split è stata una delle ultime di questo “Somewhere Back In Time World Tour ’08”, ma per vedere davvero gli Iron Maiden dal vivo stavolta ci sono voluti sforzi extra e sacrifici di un genere tutto particolare. In casi del genere, concerto gigante, band gigante, a volte bisogna letteralmente menare le mani per riuscire a farsi strada.
Per cominciare, il nostro trio in formazione: D.J. Lea, la navigatrice Marijana e l’autista (solo andata) Aleš, mentre sfrecciavamo in autostrada dalle parti di Primošten, proprio sulle note di “Unforgettable Fire” degli U2, siamo stati salutati da uno splendido incendio, il cui fumo tagliava a fette l’azzurro del cielo di quella giornata di sole. Panorami da brividi, che non auguro a nessuno. Poi l’arrivo a Split e la battaglia per i biglietti. Capita anche che la “guest list” sia più lunga dei biglietti gratis stampati. Pure questa è stata un’esperienza unica!
Eppure sono tutte note del tutto superflue davanti all’ondata di adrenalina in cui ti avvolgi nel momento in cui arrivi davanti all’arena, scatenata dai fan metallari in preda all’euforia. Come funziona, già? La birra scorre a fiumi da ogni direzione, tutt’intorno risuona un rauco ruggito da sbronzi mentre i fan dei Maiden urlano a squarciagola i loro pezzi preferiti dei Maiden e pisciano con una certa eleganza sui cespugli ornamentali e su altri oggetti di contorno proprio nell’atrio del possente stadio Poljud.
Il ritiro dei biglietti ha preteso le sue vittime. Così ci siamo persi le esibizioni di Lauren Harris, valorosa figlia del bassista degli Iron Maiden Steve Harris, e dei Rising Dream, cosa che la gran parte dei fan degli Iron Maiden di certo non rimpiangerebbe, se si fosse trovata nei nostri panni. Gli Iron Maiden sono noti per scegliere “stravaganti” come gruppi spalla, o in altre parole “apripista” stilisticamente incompatibili. Ci eravamo appena sistemati lontano, in fondo al parterre, consapevoli della bufera che sarebbe presto scoppiata nelle prime file, quando dagli altoparlanti è arrivata la dolce voce di una speaker che ci ha comunicato con tono melodioso che il concerto era posticipato di circa 20-30 minuti. Il motivo? Forse i Maiden volevano aspettare le torme di fan che ancora si ammassavano davanti allo stadio, in modo che riuscissero a rotolare all’interno. Lo scopriremo probabilmente in un altro scenario. Ma un’attesa in più “da perdonare”. Soprattutto quando per addolcire i minuti d’attesa ti mettono su, tra le altre cose, anche Don’t Stop Believin’ dei Journey.
Spostiamo la lancetta alle 22 e 27. Michael Schenker si presenta con la sua Gibson V volante e ci porta dritti nel classico degli UFO Doctor, Doctor. Gli UFO sono la band che per molti versi ha rappresentato lo stampo del primo Steve Harris e degli Iron Maiden. Questo classico gira sempre per ultimo, poi sul palco salgono i Maiden. Intro registrato di Transylvania. Il vecchio trucco del tour della “reunion” dell’autunno 1999 è proseguito con Churchill’s Speach, seguito dall’assalto di Aces High. Dickinson col berretto, a prima vista sembrava un ragazzino sfrontato che avrebbe volentieri litigato e fatto a botte con qualcuno. Era carico e infuocato. E il pubblico, poi, com’era infuocato!
Bruce se l’è cavata alla grande con la voce per tutto il concerto. Beh, i ragazzi hanno accordato un filo più in basso, e via. Così anche il pubblico poteva rantolare, borbottare o ruggire insieme al cantante più facilmente. Gli Iron Maiden hanno mostrato ancora una volta, lungo tutto il concerto, quanto siano affiatati. La routine è quasi al 100%. E dove c’è routine, non manca mai una sicurezza spaventosa, con cui sottomettono senza problemi i loro fan scatenati. Durante Revelations Dickinson non ha suonato il motivo di chitarra nella parte tranquilla (parte da La minore), come faceva un tempo, dato che nei Maiden ormai da un bel po’ di anni ci sono tre chitarristi. Smith, Gers e Murray hanno ovviamente condito alcuni passaggi creando armonie a tre voci in terze (The Trooper, Rhyme Of The Ancient Mariner, Powerslave), nobilitando e arricchendo così le versioni originali di questi pezzi. Anche la scenografia cambiava da un brano all’altro. Durante The Trooper è ormai standard che Bruce indossi la giubba rossa dei colonizzatori inglesi e sventoli la bandiera per tutto il palco. Il culmine del concerto sono stati senza dubbio l’indimenticabile epopea Rhyme Of The Ancient Mariner e subito dopo Powerslave. Per la prima i ragazzi hanno trasformato il palco nel ponte di una nave, per Powerslave invece tutto si svolgeva in una piramide. L’esecuzione? Maledettamente perfetta e fedele all’originale, solo che, come si sa, dal vivo gli Iron Maiden suonano i pezzi in una tonalità un filo più alta, e anche stavolta si sono attenuti a questo. E Eddie? Il primo era la mummia del World Slavery Tour (1984-1985). Il secondo Eddie, cioè quello che arriva a scatenarsi nel bis, ovvero “Eddie – il camminatore”, era preso da “Somewhere On Tour” (1986).
Di sicuro vi chiederete da dove saltino fuori certe perle nella setlist, come i brani degli album “The Number Of The Beast” (1982), “Piece Of Mind” (1983) e persino Fear Of The Dark? I Maiden vi daranno la risposta in gran parte voltandosi verso la riedizione in DVD del classico album dal vivo e video “Live After Death”, che contiene materiale simile da “The Number Of The Beast” (1982) e “Piece Of Mind” (1983), con la voglia di far rivivere di nuovo sui palchi l’atmosfera dei concerti del “World Slavery Tour”. L’altra scusa forte per la band è che con una setlist così devono tenere i fan sempre svegli e carichissimi. Cioè al massimo del volume, e il pubblico del Poljud lo era di sicuro. Mi aspettavo solo molta più gente. Le tribune erano praticamente tutte vuote. Per fortuna sul prato sotto il palco il brulicare era intenso.
Il materiale è stato suonato con cura. I tre chitarristi fondono alla grande le loro parti, si completano a vicenda e sanno esattamente come muoversi durante il concerto per non “pestarsi i piedi” l’un l’altro. Durante Heaven Can Wait è salita ovviamente sul palco un’intera mandria di tecnici, roadie eccetera…., che fanno sì che tutto fili liscio durante il tour degli Iron Maiden e aiutano la band con il coro “Oh-oh-oh”. Uno di loro teneva anche uno striscione con una scritta azzeccata: “Janick Gers is God!!!” L’umorismo, insomma, non li ha ancora abbandonati.
Davanti era una vera guerra, tanto che Dickinson in una pausa ha pregato gentilmente il pubblico di fare due passi indietro e di lasciare così un po’ dell’ossigeno indispensabile ai testoni della prima fila. Chi ha visto gli Iron Maiden più volte tende a storcere un po’ il naso sulla setlist. Da “Somewhere In Time” appena due pezzi. Uno ucciderebbe per Alexander The Great o The Loneliness Of The Long Distance Runner. Eppure è l’album della loro massima perfezione e maturità di carriera. Di nuovo “abbuffata” con Fear Of The Dark. Per fortuna nel bis la magnifica mini aria dei Maiden Moonchild ha ridato al banchetto un po’ di gusto. Se non eravate viziati dagli Iron Maiden, andare a uno dei concerti di questo tour è stata un’esperienza indimenticabile. La domanda è quante volte si potranno ancora sentire dal vivo Moonchild, Rhyme Of The Ancient Mariner, Powerslave o Aces High.
Insomma, i leggendari Iron Maiden, la band che oggi tiene sempre alta la popolarità dell’heavy metal, non si arrendono. Sono giovanili e un’unità estremamente convincente sul piano dell’esecuzione, che niente riesce a spezzare. Forse il fatto di aver girato i festival tra giugno e luglio ha dato un ulteriore impulso a quell’affiatamento con cui hanno incoronato il concerto di Split, ma un fatto molto importante, che dà ancora alla band un senso di solidità e indistruttibilità, è che Bruce Dickinson con la voce è sembrato freschissimo. Una Yugosla… pardon, una Transylvania però potevano suonarla dal vivo, giusto per scaldarsi un po’ le dita, ma si sa, hanno i secondi che dividono con noi sul palco calcolati in modo maledettamente preciso. Ancora una cosa. Probabilmente è stato uno degli ultimi concerti con biglietti così economici per gli Iron Maiden. Eppure. Al Sziget festival il biglietto costa ancora meno, 32,00€. Nobile magia di ferro! Ci vediamo di nuovo molto presto.
Setlist
1. Transylvania (taped intro)
2. Churchill’s Speach (taped intro)
3. Aces High
4. Two Minutes To Midnight
5. Revelations
6. The Trooper
7. Wasted Years
8. The Number Of The Beast
9. Can I Play With Madness
10. Rhyme Of The Ancient Mariner
11. Powerslave
12. Heaven Can Wait
13. Run To The Hills
14. Fear Of The Dark
15. Iron Maiden
—bis—
16. Moonchild
17. Clairvoyant
18. Hallowed Be Thy Name
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