Il batterista dei Living Colour e gli Aza sfoderano le loro doti jazz! (2007)

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Luogo: Bluesiana Rock Cafe / Velden am Woerthersee / Austria
Data del concerto: 19.12.2007
Presenze: 70
Prezzo del biglietto: 27,00€ / 30,00€

Il folle, allegro dicembre alla Bluesiana continua! Invece di andare a berci un vin brulé nella vecchia Lubiana, preferiamo filarcene di nuovo a Velden, in Carinzia. Certo, la differenza di tempo per raggiungere le due mete può essere minima, soprattutto se ci aggiungi il bel gruzzolo di minuti che a dicembre bruci per trovare, nel centro rigorosamente cittadino di Lubiana, un parcheggio dove non rischi di vederti infilare le ganasce, frutto delle telefonate ipocrite alla polizia da parte di nonnine e nonnetti lubianesi, pudlofili e impermeabilizzati (leggi: i Lubianesi).

Stavolta ci è andata per il rotto della cuffia. Per fortuna il concerto è iniziato con un’ora e mezza di ritardo, visto che siamo partiti da Lubiana praticamente nel momento in cui era annunciato il via ufficiale, cioè poco prima delle sette e mezza, di sera ovviamente. Nell’istante in cui abbiamo varcato la soglia del piacevole locale, William E. Calhoun e la sua band Aza hanno cominciato a jazzeggiare e a presentare il progetto di Calhoun, “Native Lands” (2005).

Il quintetto Aza è rappresentato in primis da Will Calhoun (batteria), noto soprattutto per essere un membro dei maestri del funk metal Living Colour. Calhoun è un musicista straordinario e una specie di stregone della musica, che ha sviluppato una tecnica batteristica riconoscibile (tutta sua) e le ha insufflato un modo unico di sperimentare col jazz. Il tipo è famoso per le collaborazioni, dal vivo o in studio, con una marea di nomi altisonanti e di peso del music business, come: B.B. King, Mick Jagger (Rolling Stones), Jaco Pastorious (R.I.P., Weather Report), Harry Belafonte, Pharoah Sanders, Jack Dejohnette, Paul Simon, Lou Reed, The Allman Brothers, Lauryn Hill, Marcus Miller, Dr.John, Carly Simon, Herb Alpert, Ron Wood (Rolling Stones), Wayne Shorter (sassofonista dei Weather Report e vincitore di un Grammy per il CD “High Life”), Lauryn Hill e i rapper-bestioni Run-DMC e Public Enemy.

Insieme a Will sono saliti sul palco anche Antoine Roney (sassofoni), un signore di una certa età e volpe navigata, che ha passato i suoi anni migliori in formazioni con Arturo Sandoval, Cindy Blackman e Jacky Terrasson, poi la recluta col codice fiscale poco usurato Corey Wilkes (tromba, corno), che però si è già temprato accanto alla leggenda Herbie Hancock e all’idolo del rap Mos Def. A seguire, sul palco c’era anche il socio di Corey ai tempi di Mos Def, il “Charles Barkley dell’NBA in versione mignon” Mark Kelley (basso), che ha suonato con nomi super come Greg Osby e Pharoah Sanders. A chiudere il quintetto uno dei tastieristi jazz più apprezzati del momento, Orrin Evans, membro fisso della formazione dal vivo di Pharoah Sanders e uno che in passato ha suonato con nomi del jazz come Bobby Watson e Kenny Barron.

Uffa… ora che la parte ufficiale del resoconto è alle spalle, posso finalmente dedicarmi ai piaceri della scrittura. Remate di jazz sulle ali dei remi venuti dallo spazio. Will con la sua attrezzatura e i suoi tamburi si è preso quasi metà palco, appropriandosi di ben più del solo terzo destro. Gli altri quattro compari si sono pigiati nello spazio rimasto, con il bassista Mark Kelley che per quasi tutto il concerto è rimasto semplicemente seduto su uno sgabello spinto contro il rivestimento in legno della parete del locale. I ragazzi hanno aperto il concerto con il brano Afro Blue, che appartiene all’album “Native Lands” (2005), a cui era dedicata anche la presentazione di questa serata alla Bluesiana. Un pezzo tirato al massimo, in cui si sono messi in mostra con degli assoli proprio tutti i musicisti, a cominciare dalla sezione dei fiati. Per primo ha attaccato il suo assolo di sassofono, a “scarpinare”, Roney; quando poi si è trascinato via dal palco, gli è subentrato un esplosivo assolo di tromba, decisamente più agile. Non c’è voluto molto prima che entrasse anche Calhoun, che in un attimo si è sudato addosso tanto da grondare a fiumi. Intanto anche Evans aveva scaldato le dita e ha aggiunto un fascino speciale alla comunicazione libera, esplorativa e vivace tra gli strumenti. Il pezzo è durato una buona ventina di minuti e sembrava che i ragazzi, non è che non ce la facessero, semplicemente non volessero chiuderlo, tanto erano fusi con il suo “groove”. Durante l’assolo di Evans, Calhoun ne ha approfittato per una pausa e si è tamponato il sudore con gli asciugamani che gli aveva portato sul palco, giusto un attimo prima, l’indistruttibile capa della Bluesiana, la sempre premurosa Gudrun. Un mix di jazz e world music con geniali sbalzi di staccate sperimentali, sapientemente tenuti sotto controllo dalla sezione ritmica solidissima Kelley – Calhoun, dal tocco melodico e funkeggiante, ha soffiato come il vento sulla brace e ha fatto in modo che anche stavolta alla Bluesiana divampasse una fiamma musicale unica.

Una straordinaria dose di imprevedibilità e spontaneità, seguita da un quintetto votato al fascino generale che offre l’approccio “sconsideratamente” libertario, di quelli a cui abbiamo assistito più di una volta in questa stagione di concerti alla Bluesiana, nemmeno stavolta è passata inosservata per un solo istante. Calhoun ha continuato a presentare “alla grande” la sua nuova creatura “Native Lands”, per cui il quintetto si è poi lanciato nel brano Pyramids.

Umoja (“Native Lands”, 2005) è stato il pezzo speciale della serata. L’ha insaporita un tamburo nigeriano chiamato “udu”, che Will si è posato in grembo con cautela, come se mettesse un neonato nella culla, almeno secondo il commento che ne avrebbe potuto fare il primo fan di Martin Krpan, Fran Levstik. Will non ha tirato troppo per le lunghe e si è messo subito a picchiettare con impegno quell’aggeggio miracoloso. Non ci è voluto molto e io mi sono ritrovato a dondolare con lui lontano, lontano, in un’altra dimensione. Il momento clou della serata è stato messo in atto e portato al punto di fusione subito dopo, quando sul palco è tornata tutta la squadra. Uno dei picchi del concerto è stato sicuramente catturato con l’esecuzione della title track del disco “Native Lands”, quando Calhoun è di nuovo passato in primo piano e, mentre faceva il vagabondo sul “wave” drum con le bacchette ricoperte di feltro, ha arricchito la melodia con un “delay loop” creato con un flauto indiano e ha accompagnato il tutto con un campionamento elettronico, girando le manopole di una pletora di aggeggi magici per “contorcere liberamente” l’energia del suono. Il pattern ripetitivo aveva un effetto ipnotico e il brano è cresciuto di nuovo, giro dopo giro, raggiungendo il suo apice quando l’intero quintetto ha colpito all’unisono sul palco.

Quella sera gli Aza, in un’ora e cinquanta, hanno suonato non più di 7 o 8 pezzi. Hanno offerto una versione tutta loro di come si può intendere la musica jazz. Alla base c’è la struttura fondamentale delle forme jazz classiche, eppure quando nella formazione compare il nome Calhoun, quello schema non può proprio reggere. Calhoun è il mattone che stabilisce il dosaggio dell’espressione con la quota di sperimentazione fuori dagli schemi. Con il fascino degli elementi della tradizione della world music, la fusione con il jazz, le rifiniture di campionamenti elettronici e la creazione di un’atmosfera che ti porta senza fatica nel campo dell’estasi mentale, i ragazzi hanno fatto sì che i presenti lasciassero la Bluesiana con un’esperienza del tutto nuova. Chi è riuscito a seguire quello spegnimento temporaneo della lucidità è stato ripagato in modo particolarmente ricco.

Nel finale il quintetto ha dato la scossa al pubblico austriaco, di solito distaccato durante i concerti, che ha accompagnato con gli applausi gli atti conclusivi della band sul palco. Il fascino per l’amalgama dei momenti solistici e per l’accompagnamento ritmico affiatato, oliato in modo infernale e dettato dal celebre drumming di Calhoun, ha toccato il culmine proprio alla chiusura dell’esibizione. Con tutti i chilometri di concerti macinati dai singoli membri del quintetto Aza, è superfluo dire che il livello di affiatamento e di chimica reciproca tra i musicisti sul palco era altissimo, raggiunto praticamente con la sola routine e la grande esperienza che questi musicisti possiedono.

In una simpatica chiacchierata dopo il concerto, Will ha detto che l’anno prossimo vorrebbe registrare un album live al Bluesiana Rock Cafe, perché, come ha sottolineato lui stesso, lo attira l’eccezionale autenticità di un’atmosfera di casa e accessibilità che solo la Bluesiana conosce. Speriamo che le previsioni di Will si avverino al più presto. Ancora una volta l’evento aveva un solo difetto. Di nuovo alla Bluesiana mancava la gente. È evidente che gli austriaci sono troppo ben nutriti in fatto di concerti! Così si sono ovviamente dimenticati di apprezzare ciò che hanno davvero. E questo nasconde (artificialmente) il fatto che per organizzare concerti di grandi nomi della musica, a nord delle Alpi di soldi se ne trovano sempre abbastanza.

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