Klubski maraton 2018
Etichetta: ZARŠ
Data di uscita: 18.09.2018
Una storia curiosa, quella di come questa compilation sia finita, con un bel ritardo rispetto alla data di uscita ufficiale, del tutto inaspettatamente tra le mie mani. Aggiungici l’attesa del momento giusto per recensire, quando il quantum energetico è favorevole e la compilation si recensisce con sei mesi di ritardo. Ad ogni modo, parliamo di rock sloveno, di origine slovena, di cui bisogna scrivere in via prioritaria. E la compilation annuale Klubski Maraton, di cui si occupa ogni anno anche l’associazione dei musicisti di Kočevje sotto lo slogan d’assalto «Kočevje špila», porta dalle nostre parti una specie di primato nella ricerca e nella presentazione dell’insolito, della provocazione e anche dell’eclettismo musicale sloveno.
Anche nella sua diciottesima edizione la compilation «Klubski maraton» ha sfornato un bel po’ di provocazioni interessanti e musicalmente avventizie, di eccessi d’autore nati dal basso. In questo senso a volte c’è già così tanta democrazia nella musica slovena che, davanti a un dato artista, finisce per sbattere contro il vero confine della bizzarria. Il nuovo «Klubski maraton» in fondo gravita più o meno sul terreno del rock alternativo, ma la passione per i sottogeneri è spesso tanto movimentata, quanto lo è la loro fusione, per cui incasellare qui resta ogni volta una bella impresa.
«Klubski Maraton 2018» si apre con due brani di avventura sperimentale pestata, che stavolta arriva dal regno del rock alternativo e finisce nelle mani degli Apory Museum. Quando nelle stanze fumose di scantinati e garage prende vita l’acrobazia dei minimalismi sonori, trasfusi in un’avventura musicale pungentissima e interessante, dall’effetto ipnotico tangibile. La banda si affida ai loop programmati, alla sintetizzazione di strati sonori e coltiva l’amore per i laptop Apple, mentre in una passione cupa ma compatta contrasta in modo variabile e dinamico una voce alienata, ululante e vuota in produzione, extraterrestre. Gli Apory Museum possono essere una vera «dose», se stacchi il cervello, portano il loro carisma già di base, mentre con suoni elettronici movimentati creano un paesaggio sonoro pittoresco, pieno di vedute cupe di un viaggio a ruota libera, che stuzzica con il momento dell’imprevisto e della spontaneità. Il tutto sarà interessante per chi capisce il termine post rock, anche se stavolta l’etichetta è troppo vaga.
La compilation prosegue con lo scorrazzare sonico sperimentale del tandem Balans, che la porta ancora più decisamente negli spazi trascendentali di un paesaggio sonoro dallo sguardo spiccatamente oscuro, dove si danno la mano i trucchi di minimalismi sonori assoluti di molteplici ripetizioni, che preparano la pista di decollo verso lo stacco del cervello. I Balans sono un duo che proprio in questi giorni ha tirato fuori il terzo album in studio. Come sempre con una copertina scherzosa e beffarda, che sottolinea come il duo cavalchi sul confine dell’eccesso bizzarro dell’autoparodia. Ipnosi e trucchi del minimalismo sono intrecciati insieme in modo personale e sorprendono di continuo, anche se il tutto in fondo sembra molto banale e tessuto con una ponderata messa a fuoco musicale. Equilibrio nel vero senso della parola. Una sconfinata ondata di botte, se non addirittura di divertimento, la porta soprattutto V vrsti stojim, che grazie all’uso della voce aggiunge anche un po’ di contorno post-punk. Quando regna la ricetta dell’approccio Lower – Fidelity. Roba divertente.
Poi la compilation viene trapassata dal duo Baltazar. Nome geniale. Strano che nessuno ci sia arrivato prima di loro. Essendo in due soltanto, devono in qualche modo darsi una mano anche con un sampler, soprattutto quando si tratta di totale ignoranza vocale. La band si comporta in modo del tutto istintivo e momentaneo. Come le detta l’ispirazione del momento. Per questo i due brani sembrano due jam da garage, piene di autentica organicità e dove a occuparsi in primis della grassa caciara sonora è una follia chitarristica dilatata (Animal Transistor). Gira, ora dopo una cannonata di fraseggio, ora portando la chitarra in curve ululanti di semitoni che reintroducono quella sensazione post rock. I Baltazar sono il vero rituale minimalista di pura caciara, che ricorda gli approcci dei Vibesonic Jam di Ptuj. Ma, ovviamente, a modo loro. Il secondo pezzo, Drumich, porta qualche connotazione dub, che può turbare anche gli estimatori dei Dubzilla. Ritmi dalla struttura complessa con eccessi di riff possono essere interessanti anche per chi conosce i Disdrug di Železniki.
I China Traffic stimano i Nirvana, anche se la loro musica non ricorda affatto quella band, ma piuttosto l’energia distruttiva in sé, incarnata soprattutto dall’eccesso vocale di una follia superiormente penetrante del cantante Jure Javoršek, che nel frattempo mena anche la chitarra. Del resto il momento indie lo svela soprattutto il secondo brano, Sudoku, anche se il primo, intitolato P 17, con tutta la sua caciara arruffata e l’aggressività vomitata, è ancora un bambino in confronto ai «conterranei», cioè ai terroristi noise di Kamnik, i Nikki Louder. I China Traffic però non sono dei graziosi e sdolcinati bambi dell’indie rock: con la caciara scuotono per bene le giunture e le circonvoluzioni cerebrali del consumatore «di passaggio» della loro postura musicale d’autore.
Sulle particolarità del gruppo Maskardh mi ha interrogato esplicitamente Matic del C.MA.K. di Cerklje, e non si è sbagliato per niente! Finalmente sulla compilation si fa vedere anche un po’ di «tortura» metal. I Maskardh sono un acquisto estremamente interessante per la scena musicale slovena, ovvero per il suo underground metal. La produzione è sì cruda al 100%, tarata sulla giusta «temperatura dell’inferno», ma non è questo il fattore che decide. La band è incredibilmente perfezionata dal punto di vista tecnico. Alla base consumano death metal, e a portare l’estremo ci pensano due growl pittoreschi che, come strumenti aggiuntivi, animano alla perfezione lo sviluppo, già di per sé pittoresco, dei due brani sulla compilation, intessuti di molteplici successioni di rotture ritmiche e cambi di fraseggio. I Maskardh portano quel velo di speranza che il metal sloveno si rialzi in piedi nel prossimo futuro. Decisamente una band che devono assolutamente ascoltare gli amanti dell’eccesso tecnico sconfinatamente attraente, come lo genera il calzare death metal estremamente inferocito. I Maskardh si presentano già di base con una postura spiccatamente autentica e regalano uno dei momenti più interessanti di questa compilation. Undici minuti di brutalizzazione di prima classe con i Maskardh.
Samuel Blues è Samo Pivač (o viceversa). Un cantautore che si è trovato benissimo in tutto ciò che fa. Non fa moltissimo, ma proprio nell’assioma «meno è meglio» sta diventando un vero maestro del suo mestiere. Il brano Slovani lo troviamo sì nell’album «Alpska Psihadelija», ma questa versione sulla compilation è diversa, con qualche trucco in più di pesantezza sonora. Samuel Blues è un minimalista D.I.Y. Suona tutto da solo, detta da solo tutto il ritmo e naturalmente canta anche tutto da solo. In Submarine Machine, con il suo cinismo vocale non celato, diventerà il tuo incontestabile eroe cantautorale, capace di fondere alla perfezione elementi di blues con le conquiste degli approcci classici del rock alternativo nel cantautorato mondiale. È cupo in modo prealpino, da un ragazzo di Jesenice non ci si può aspettare altro, per origine geografica. Ma incredibilmente penetrante nella sua particolarità musicale. Anche il pezzo Submarine Machine il tipo l’aveva già presentato, e cioè nell’album «Rocket Ship Fly», ma nella nuova versione è allungato e potenziato. Entrambi i brani sulla compilation funzionano come se fossero stati registrati uno dopo l’altro, nello stesso momento, nello stesso posto. In un solo tentativo. Dal vivo, ovviamente. Samuel Blues è così, con la sua operosità e la sua particolarità musicale, un cantautore che si consolida di continuo la propria posizione nell’underground musicale sloveno e non smette di divertire con il suo approccio da burlone cinico e corrosivo, che però nella poesia mette i piedi per terra. Per questo il tipo è anche così convincente.
La diciottesima compilation è dunque una delle edizioni più interessanti, più movimentate e perciò particolarmente attraenti di «Klubski maraton».
autore: Aleš Podbrežnik
voto: 9.0 / 10
Tracklist:
01. KM18 – Popotnica (1:38)
02. Apory Museum – Age Of… (5:49)
03. Apory Museum – The Fold (4:14)
04. Balans – Na isti strani reke (7:08)
05. Balans – V vrsti stojim (3:58)
06. Baltazar – Animal Transistor (6:41)
07. Baltazar – Drumich (7:09)
08. China Traffic – P 17 (3:15)
09. China Traffic – Sudoku (4:45)
10. Maskardh – Reverse Utopia (6:02)
11. Maskardh – Thrills Of Deconstruction (4:58)
12. Samuel Blues – Slovani (3:23)
13. Samuel Blues – Submarine Machine (4:02)
Dettagli:
I brani della compilation Klubski maraton 2018 sono stati registrati e mixati nello studio di Radio Študent.
Fonico: Blaž Pavlica (4, 5), Jure Gruden (6, 7, 8, 9), Luka Seliškar (10, 11), Makis Ananiadis (2 , 3, 12, 13)
Mastering: Neven Smolčič, Fabrika 13 (www.fabrika13.net)