I Pendragon festeggiano i trent’anni di carriera in un’atmosfera da urlo (2008)
Autore: Peter Podbrežnik
Luogo: Thunder Road / Codevilla (Pavia) / Italia
Data del concerto: 15.10.2008
Numero di spettatori: 200
Prezzo del biglietto: 20,00€
Una volta mi chiedevo spesso perché band prog rock di culto e affermate da una vita come i Pendragon non si avvicinino mai alle nostre zone (almeno dalle parti dei nostri confini), costringendoci a sobbarcarci centinaia di chilometri verso posti sperduti e di solito scomodissimi da raggiungere, solo per beccare una delle loro rare apparizioni nell’Europa “meridionale”. Con un profilo pubblico così basso, frutto di una distribuzione dei loro dischi a dir poco miserabile e della conseguente assenza di qualsiasi successo commerciale, è facile capire perché non vadano matti per i posti dove, tra il chicchirichì dei galli, ti servono il brodo di manzo della domenica e le patate ripassate. Niente di drammatico, se solo la spedizione verso il loro concerto al Thunder Road (dove l’ultima volta abbiamo visto i loro colleghi neo prog Arena, in cui suona anche il tastierista dei Pendragon Clive Nolan), da qualche parte a metà strada verso il paesino italiano di Codevilla, non si fosse trasformata in una vera avventura fatta di navigazione stradale al limite e sopravvivenza sulle strade italiane.
Nonostante i nervi già belli provati dalla ricerca del luogo del delitto, alla fine la serata ci ha ripagati alla grande con un’esibizione eccellente degli indistruttibili pezzi da novanta della nuova ondata del progressive rock britannico (insieme a Marillion, IQ e Pallas uno dei quattro gruppi più importanti di questo movimento, diventato dopo la fine degli anni ’80, grazie ai media, un nuovo sottogenere del prog). Con l’ottimo nuovo album, “Pure”, i Pendragon avevano del resto già dimostrato di essere tutt’altro che da buttare e di vivere, per così dire, una nuova primavera. Guidati dal chitarrista e cantante Nick Barrett, sempre in vena di battute, che insieme al bassista (e tastierista occasionale) Peter Gee è l’unico membro originale della formazione a quattro, quest’anno festeggiano trent’anni di attività.
Per l’occasione era lecito aspettarsi una scaletta varia, con pezzi di tutte le epoche e una più che gradita rappresentanza della bellissima sorpresa di quest’anno, “Pure”, che ha rimesso a nuovo la mia fiducia, già parecchio scricchiolante, nelle capacità creative e immaginifiche della band di culto, dopo che il lavoro precedente, “Believe” (2005), era stato una bella delusione.
Ma prima che Nick e compagnia salissero sul palco, ci è toccato sorbirci l’esibizione mortalmente noiosa di una speranza locale italiana del revival prog sinfonico, i Conqueror, che dovranno mangiare ancora un sacco di polenta prima di uscire dai confini locali. Anche se non sono certo dei pivelli, visto che hanno già tre album in studio alle spalle, hanno messo in scena uno show piuttosto sterile e stonato. Hanno dimostrato di saper suonare i loro strumenti, soprattutto il chitarrista, fissato con i passaggi slide alla Gilmour, e la tastierista, che tra le sue tastiere poteva vantare un vero mini moog, ma le loro composizioni suonano sterili e senza alcuna profondità. La pura tecnica accademica non basta nemmeno lontanamente per un buon progressive rock. Se non hai il senso per scrivere buone composizioni, tutto può ribaltarsi nel suo contrario, in una regressione e quindi in una delle cose più noiose al mondo.
Ed è esattamente così che suonava il set dei Conqueror, in cui non si percepiva nessun legame di parentela con la scuola italiana del prog sinfonico, figuriamoci quel calore mediterraneo così caratteristico. L’inserimento della voce della tastierista tra un motivo e l’altro secondo me è assolutamente sbagliato e rende il loro collage sonoro, fatto di motivi buttati lì e privi di espressività, ancora più stonato. Due parole buone si possono spendere almeno per la flautista, che però al massimo ha contribuito a farli sembrare ogni tanto una brutta copia dei Focus. Anche l’interazione tra palco e pubblico era a un livello a dir poco misero, per non parlare dell’impianto audio, troppo scordato per tutta l’esibizione, soprattutto per quanto riguarda la chitarra. Non sorprende quindi che non vedessimo l’ora che salutassero e lasciassero il palco.
Problemi simili con l’audio durante il set dei Pendragon non c’era da temerli, visto che da tempo hanno fama di perfezionisti del suono. Per tutta l’esibizione il suono è stato a un livello fenomenale, come non sentivo da tempo in una band prog rock. Come i loro “fratelli” neo prog Arena e IQ, anche loro portano avanti la vecchia, buona tradizione prog delle proiezioni sceniche d’effetto, che girano tra un brano e l’altro e simboleggiano il messaggio lirico dei testi. Fino al loro ingresso sul palco abbiamo così potuto guardare vari filmati della storia della band: dalla formazione di fine anni ’70, ai primi passi in studio con l’esordio “The Jewel” (1985), al picco creativo di “The Masquerade Overture” (1996), fino a oggi. Il loro set si è aperto con l’antipasto epico di prog sinfonico “Walls Of Babylon”, originariamente dall’album “Window Of Life” (1993), che con i suoi arrangiamenti sottili alla slide e i ricchi svolazzi orchestrali delle tastiere ci ha trasportati in un’estasi mistica piacevolissima, cosa che è successa ancora diverse volte nel corso della serata.
Nick ha dimostrato di essere nato per il palco. Pur non avendo il carisma teatrale di cantanti come Fish (ex-Marillion) o Peter Nichols (IQ), incarna con successo ciò che dovrebbe avere ogni chitarrista decente che fa anche il cantante – un orecchio discreto per i bisogni del suo pubblico. Con le sue battute argute e la sua gestualità espressiva, soprattutto nelle parti più energiche dei pezzi, ha fatto in modo che l’atmosfera vivace tra band e pubblico non calasse mai. Anche se Nick è tutt’altro che bravo come cantante quanto è fenomenale come chitarrista, quella sera se l’è cavata più che dignitosamente col canto, soprattutto in tutti i loro classici, “Paintbox” in testa. A spronare il pubblico gli ha fatto compagnia anche Clive Nolan, apparentemente serissimo per tutto il tempo, senza dubbio uno dei tastieristi più rispettati del progressive britannico, che oltre alla solita abilità tastieristica alla Wakeman e ai cori aggiuntivi dà il tempo ai vari pezzi anche scuotendo la criniera. A un certo punto la sua performance è stata addirittura così energica che un tecnico di palco ha dovuto intervenire a metà set per rinsaldare la struttura, bella provata, di uno dei sintetizzatori.
Spesso al centro dell’attenzione c’era anche il nuovo batterista Scott Higham (ex-Angel Witch, Shadow Keep), che ha sostituito da poco Joe Crabtree (ora nei Wishbone Ash). A quest’ultimo Nick ha dedicato durante il concerto tante parole di incoraggiamento. Il simpatico batterista non nasconde il suo pedigree metal, con tante randellate devastanti sulla batteria, acrobazie teatrali con le bacchette e una marea di smorfie spassose, quindi non sarebbe una sorpresa se presto diventasse il beniamino del pubblico dei Pendragon. Calmo, per non dire l’unico membro statico della formazione, è sempre il gentilissimo bassista Peter Gee, con cui sono riuscito a scambiare due parole prima dell’inizio del concerto. Si occupa anche di qualche arrangiamento aggiuntivo di tastiera sul suo synth, che però è un nanerottolo in confronto all’imponente postazione di tastiere di Nolan.
I Pendragon continuano a essere tra i pochi idealisti del (neo) progressive rock, e l’hanno dimostrato di nuovo con un’ottima versione di “A Man Of Nomadic Traits” (originale dall’album “Not Of This World”, 2001), che secondo le parole di Nick è dedicata agli ultimi solitari tribali che resistono alle conseguenze nefaste della civiltà. La maggior parte dei pezzi della serata poggiava sui tre album più amati, “The World” (1991), “Window Of Life” e (secondo i più) il loro apice creativo, “The Masquerade Overture”. Per gli amanti della chitarra aggiungo che durante il concerto Nick ha cambiato due chitarre elettriche e una acustica. Ha mostrato inoltre di cavarsela benissimo con il bottleneck d’acciaio, accessorio obbligatorio di tutti i chitarristi prog cresciuti ascoltando i Pink Floyd. Tra un pezzo e l’altro il pubblico ha più volte espresso il desiderio ardente di sentire il classico di “The Jewel”, “Alaska”, ma stavolta non è finito in scaletta. Chi considera “The Jewel” uno dei classici del neo prog sarà rimasto sicuramente almeno un po’ deluso, visto che da quel disco non hanno suonato nulla, cosa che a noialtri, che preferiamo la loro produzione successiva, non ha dato il minimo fastidio.
Alcuni di noi sperava con ben più sete in più pezzi dall’ottimo nuovo album in studio, “Pure”. Nick ci ha accontentati con tre brani: la incisiva “Eraserhead”, l’inno “The Freak Show” e la malinconica “It’s Only Me”. Prima aveva spiegato che la maggior parte dei temi lirici di “Pure” riguarda il problema della crescita e la purezza perduta dei bambini prima che la nostra società li corrompa, cosa che per tutto il disco si sente bene attraverso la natura più cupa e ribelle dei singoli pezzi rispetto a quanto era di solito nella loro tradizione.
Nel primo bis è arrivata un’ottima versione di un altro classico di “The Masquerade Overture”, l’epico e ultra atmosferico “Masters Of Illusion”, in cui Nick ha messo in scena ancora una volta una fiaba ambient con i suoi delicati passaggi slide della migliore scuola dei grandi maestri come David Gilmour (Pink Floyd) e Andy Latimer (Camel), due chitarristi e musicisti che senza dubbio hanno influenzato di più il suo modo di esprimersi. Così si è chiusa la parte regolare del concerto. Poi, dopo le ovazioni fragorose, sono tornati ancora una volta sul palco per il secondo bis e hanno premiato il pubblico entusiasta con una versione eccezionale di “Paintbox”, probabilmente il loro pezzo più famoso, che non poteva mancare. La sorpresa finale è arrivata con una versione vissutissima della ballata dal sapore jazz “2 AM”, originariamente dall’esperimento pop rock “Kowtow” (1988), durante la quale Nick ha posato la chitarra, ha preso il microfono e, in stile cantante da cabaret, è sceso tra il pubblico, prendendosi il tempo di stringere la mano a ciascuno dei fan fedeli, uno per uno. Senza dubbio un esempio che trascina e che dice molto su quanto tengano ai loro seguaci.
I Pendragon hanno regalato quella sera uno spettacolo eccezionale e superato ogni aspettativa con un’esibizione praticamente impeccabile, una dimostrazione di tutto il meglio che il cuore può desiderare non solo a un loro fan, ma a qualsiasi appassionato della nuova ondata del progressive rock. Posso dire che ogni singolo minuto di questo quasi completo spaccato della loro carriera fino a quel momento valeva tutti i disagi del viaggio. Che, dopo una tale dose di energia positiva e di cibo spirituale sopraffino con cui i Pendragon hanno nutrito le nostre stanche cellule cerebrali con esecuzioni di prim’ordine dei loro pezzi migliori, si sono dimenticati piuttosto in fretta.
Testo: Peter Podbrežnik
Foto: Aleš Podbrežnik
Scaletta
1. Walls Of Babylon
2. A Man Of Nomadic Traits
3. Wishing Well
4. Eraserhead
5. Nostradamus
6. Learning Curve
7. Breaking The Spell
8. The Freak Show
9. The Voyager
10. It’s Only Me
—primo bis—
11. Masters Of Illusion
—secondo bis—
12. Paintbox
13. 2 AM
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