The Lovely Days Festival (prima parte – venerdì 21.07.2006)
Luogo: VAZ / ST. Poelten / Austria
Data del concerto: 23.07.2006
Spettatori: 2107
Prezzo del biglietto: 15.000
Detto in due parole, questo posto, a confronto con quello di Wiesen, dove il 7.7.2006 si è tenuto il festival “Legends Of Rock”, ne esce con le ossa rotte. Primo! L’auto devi parcheggiarla dall’altra parte del mondo rispetto al “campeggio” dove piantare la tenda. Secondo! Il biglietto lo compri di nuovo da un’altra parte e poi devi metterti in una fila speciale, che si trova di nuovo in tutt’altro punto dell’area. Una vera colonna a perdita d’occhio, piena di martiri carichi come bestie da soma, come lo eravamo io e “Saxy” quel giorno, in attesa che ci tosassero come pecore. Beh, la sensazione era quella. Quando in una colonna così arrivi finalmente, un giorno di questa vita, al tuo turno, ti infilano il braccialetto, controllano cosa vuoi portare nel “campeggio” e alla fine sei “libero”. Insomma, mi sono “sbattuto” avanti e indietro in due giorni come se fossi un triatleta e non un normale appassionato di musica.
Un difetto dell’organizzazione del festival è anche la scarsità di bagni e di bidoni per i rifiuti. Inoltre mancano panche e sedie dove sederti almeno in modo vagamente umano, se non proprio da persone, per mangiare in modo normale. Il festival “Legends Of Rock” invece aveva tutto questo. E infine, di gentilezza ne manca molta di più, se paragono il personale dell’organizzatore del festival “Legends Of Rock”. Cazzo! Sono scoccate le 13.00! I Ten Years After stanno già suonando. Non del tutto per colpa mia, ma come vittima dell’idiozia di dover rispettare i protocolli per verificare l’integrità della mia stessa presenza personale al festival, entro con l’inizio che mi è già sfuggito!
TEN YEARS AFTER 13.00 – 13.50:
King Of The Blues era già andata. E la band prosegue con il classico Good Mornig Little School Girl. Alle 13:00, ti rendi conto? Eppure la folla era già bella pigiata sotto il palco. E il palco era alto! Troppo alto! Mi veniva quasi il torcicollo a forza di guardare in cielo. Fotografare il batterista, per dire, era un’arte, ci sarebbe voluta una vera scala. Fino a quel momento si erano radunate poco meno di 3000 persone che se la godevano alla grande, nonostante il caldo insopportabile. I Ten Years Afer erano di nuovo in forma strepitosa. Affiatati, rodati, esecuzione perfetta. “A casa potrete dire che per pranzo avete mangiato Ten Years After!” ha detto con aria beffarda Ric Lee in una delle pause, subito dopo l’esecuzione di Big Black 45, facendosi vedere da dietro la batteria! Subito dopo ha annunciato il pezzo successivo, in ricordo dei giorni di Woodstock. Lì lo show ha messo le ali. I Ten Years Afer hanno i loro assi nella manica, e ne hanno tanti, e non puoi sbagliare nemmeno di un millimetro quando ne scegli uno, per esempio l’esecuzione del classico I Can’t Keep From Crying Sometimes. Un’impennata d’atmosfera pazzesca. Gooch infallibile negli assoli, l’organo di Churchill fa un miracolo di atmosfera, la sezione ritmica è severa, solida, il fuoco è sul blues più elementare. Una ballata blues power! Tirata per le lunghe quanto si può, i ragazzi la suonano con gusto. Ma solo dopo di lei la gente è davvero impazzita. È stato il culmine del concerto. Quello che la folla aspettava. I’m Going Home ha infiammato fino in fondo il pubblico, che sotto il palco cresceva di numero di minuto in minuto. Nel pezzo è stato intrecciato un medley di melodie classiche, tra cui Blue Suede Shoes, e non si sono dimenticati di infilarci accanto nemmeno il riff di Smoke On The Water. È stata la ciliegina sulla torta di un pezzo già di per sé incendiario. Gooch era di ottimo umore, sparava assoli fenomenali, la voce lo ha servito alla grande per tutta l’esibizione. E quando Gooch è in forma, i Ten Years After sono impeccabili, perché chitarra e voce sono il motore della melodia e della comunicazione con il pubblico, il che valeva anche per la band dei tempi in cui era guidata da Alvin Lee. Nel bis i Ten Years After hanno rimesso la gente in piedi ancora una volta con Choo Choo Mamma e hanno sfoderato un concerto carico di energia in poco meno di un’ora, anzi in 50 minuti, quelli che erano stati concessi loro, e sono stati un’apertura di prim’ordine per il The Lovely Days festival.
La band aveva fretta di andare in Svizzera! Lì la sera avevano un altro concerto. Quindi due concerti in un solo giorno! Ciononostante sono passati allo “stand” ufficiale, dove vendono magliette e simili… e hanno firmato autografi alla gente. Un vero peccato! I Ten Years After avrebbero dovuto suonare dopo i BAP e prima di Robert Plant. Il probabile motivo per cui il festival l’hanno aperto proprio i Ten Years After sta nel semplice fatto che avevano una fretta indiavolata di andare in Svizzera. Davvero un peccato.
Scaletta dei Ten Years After:
1. King Of The Blues
2. Good Morning Little Schoolgirl
3. Big Black 45
4. I Can’t Keep From Crying Sometimes
5. I’m Going Home
—-bis—-
6. Reasons Why
7. Choo Choo Mamma
CANNED HEAT 14.30 – 15.20:
No, no, no! Anche questa è stata una vera delizia. Le cose si mettono bene. Il caldo è caldo! E ora, per giunta, anche il caldo in scatola. Come se non ce ne fosse già abbastanza nell’aria che ci frigge?
Adolfo “Fito” de la Parra e On The Road Again, di sicuro quella tipica voce “lillipuziana spazzata via” e la batteria insieme. Nella folla è finita a gran festa. Il ritorno di Robert Lucas all’armonica a bocca! La band non molla! Un classico! Certo, i Canned Heat, pur giurando sul blues come i Ten Years After prima di loro, sono ben lontani dall’irradiare la stessa chimica sul palco. La loro espressione blues-country, impregnata di “boogie”, contiene molte più radici nere dell’Africa. Negritudine! Anche la band sul palco affronta il concerto in tutt’altro modo. Facce molto più serie (nulla a che vedere con Leo Lyons, sorridente fino alle orecchie durante l’esibizione dei Ten Years After), più distanza, meno botta e risposta col pubblico. Ma i Canned Heat funzionano così. E l’approccio si sposa bene con la musica che offrono, oho – ho,… da ben 4 decenni. Le leggende del “boogie” non si sono ovviamente dimenticate nemmeno di Let’s Work Together. Suono pulito, la band ha offerto un’esecuzione precisa dei classici e la gente si è davvero cotta a puntino sotto i suoni di questo “boogie blues” nero e unico dei Canned Heat. Come dico io. Canned Heat molto di routine, e tuttavia con l’avvertimento che anche al quarto decennio funzionano come un’attrazione dinosauresca, leggendaria e inconfondibile, ovunque si trovino sulla mappa dei palchi d’Europa. I ragazzi non getteranno la spugna tanto presto!
THE STRANGLERS 15.50 – 16.40:
I popolari e amatissimi leggendari punk britannici, con una sfilza di ottimi successi della loro grande carriera, sono stati il vero opposto e, a conti fatti, una delle attrazioni del festival! JJ Burnel (basso, voce), Baz Warne (chitarra, voce), Jet Black (batteria), Dave Greenfield (tastiere, voce)! No More Heroes e All Day And All Of The Night non sono certo mancate. Il quartetto ha offerto istigazione alla disobbedienza e alla slealtà! Un vero salto! Incredibile come il cartellone di tutte e sette le band abbia portato un’esperienza davvero particolare, visto che gli artisti erano tutti, stilisticamente parlando, a anni luce l’uno dall’altro. Gli Stranglers hanno organizzato un’ottima festa, soprattutto festa. Senza il minimo complicarsi la vita. Ed è questa l’essenza del rock. Che impazzisci, che si scarica l’energia, che ti si ribalta tutto. Certo, il pubblico era piuttosto impreparato ai ribelli britannici, il che non vuol dire che fosse profano. Gli Stranglers si sono guadagnati un consenso e un sostegno straordinari con il loro approccio energico e crudo, che sprizzava scintille di rockettara indomabilità. Dillo chiaro, dillo senza giri di parole, colpisci subito!
DONOVAN: 17.30 – 18.20:
Il “wannabe hippie” è con noi. Ma da dove è saltato fuori? Il grande, stimatissimo cantautore Donovan. Amico dei The Beatles, loro coetaneo. È seguita un’esibizione acustica. Nel pubblico dominavano in larghissima maggioranza gli abitanti ormai più anziani del festival e c’erano circa 5500 persone. Il sole si era un po’ calmato, ma friggeva comunque ben bene i presenti! Per la prima volta al festival mi è arrivata una doccia fredda! Quando ho voluto andare sotto il palco mi hanno fermato: “Fotografare è consentito solo a un numero limitato di fotografi!” “Fuck!”, ho imprecato tra me e me. Okay! In fondo Donovan per me personalmente non rappresenta assolutamente nulla nel mondo della musica, anzi del rock, ma comunque! Si tratta di un reportage, si tratta di un fotopass promesso che mi penzola al collo. Che ci faccio, allora, a fare lo spaventapasseri con quel ridicolo pezzo di plastica al collo? Un anti-fotografo nell’anima, eppure mi sono infilato furioso tra la gente e ho fotografato dal pubblico il “pezzo grosso” sul palco.
“L’intoccabile Donovan” ha suonato i suoi più grandi successi Geraldine, Sunshine Superman, Guinevere, Wear Your Love, il nuovo brano Refugee of Love, Hurdy-gurdy, Atlantis, Mellow Yellow e There is a Mountain. Sul palco aveva un percussionista, un batterista, un contrabbassista, un tastierista, mentre lui brandiva un giocattolo verde, anzi una chitarra folk. La gente era entusiasta che il tizio comparisse davanti a loro faccia a faccia. Si tratta infatti di una delle rarissime apparizioni di questo artista in questa parte d’Europa. Aveva la bocca piena di pacifismo, come previsto. Io sono rimasto deluso. In qualche modo non ho sentito quella foga carica di adrenalina, quell’energia nell’esibizione. Più un dondolare moscio. Oh, quanto avrei voluto qualche Status Quo o Motorhead a scacciare questa monotonia, il “recitare” era troppo evidente. Comunque la gente sotto il palco era entusiasta e questo conta di sicuro! Beh! E anche se no! Credo che la maggior parte dei più giovani non abbia certo sentito la mancanza di Donovan nella lista. Appartiene infatti solo all’abbonamento serale del Cankarjev dom.
BAP 19:10 – 20.00:
Una situazione del tutto diversa l’abbiamo vissuta di nuovo con l’esibizione degli esperti BAP. Sono tedeschi e i testi sono in tedesco. Ma con una poesia estremamente profonda. I BAP coltivano un approccio particolare al rock. La definizione più semplice sarebbe art rock. I pezzi entrano benissimo nell’orecchio, ma allo stesso tempo non suonano “scialbi” e finti. Li distingue una ricchezza energica di motivi. I BAP flirtano con la tradizione del rock, non cantano idilli e cinguettii di uccellini, ma descrivono la crudele realtà. Ciò che li rende ancora più affascinanti è il loro “groovy vibe” modernissimo e attualissimo. Durante il concerto sul palco si è unita ai ragazzi anche una violinista. Un approccio autentico. Il vero opposto della spiritualità di Donovan, che continua a piantare fiorellini come se fossimo negli anni sessanta e non nel nuovo millennio coperto da una cortina d’acciaio, che guarda dritto verso la propria autodistruzione. I BAP hanno mostrato un senso dell’umorismo eccezionale, una giocosità straordinaria, una sfrontatezza da palco, una grande rilassatezza e in quel momento il primo giorno del festival ha preso un grande slancio.
I BAP avevano anche un impianto audio decisamente più potente, e la loro musica si sentiva benissimo anche da tutti gli altri abitanti del festival che in quel momento cucinavano snack nel “campeggio” a un chilometro dal palco, o ammollavano i piedi nel fiume dal puzzo orribile accanto al “campeggio”. Così i BAP hanno richiamato di nuovo sotto il palco un buon numero di persone. Ha contribuito anche il sole, che si era un po’ calmato nel suo friggere, e naturalmente la popolarità generale dei BAP. Giornalisti e fotografi si accalcavano sotto il palco e i BAP hanno eseguito praticamente tutto con grande perfezione. Suono e affiatamento, esecuzione precisa ed energica! Tutto quello che pretendi da una band!
ROBERT PLANT 21.00 – 22.20:
Il signor Robert Plant – la grande voce degli Zeppelin! Chi non lo conosce? Per molti è sicuramente un miracolo che non fosse l’ultimo in cartellone. Anche il “management” di Plant ha vietato di fotografare per il “mondo onesto”. Così hanno fatto di nuovo le foto i fotografi di TV, radio e dell’agenzia “friends and relatives” di Nova Rock, che si stava rivelando sempre più una che ci prendeva bellamente per il naso. A che mi serve un pass con la scritta “foto”? Di nuovo sono su tutte le furie! Stavolta ho quasi “sibilato tra i denti” all’addetta P.R. che aveva stabilito gli eletti sotto il palco a cui era permesso premere il grilletto delle macchine fotografiche, anche se nel “rock” non sanno contare fino a cinque: “Why didn’t you inform me about that two months ago? Robert Plant is a highlight of this evening! I was eagerly waiting for him! This is ridiculous, you gave me a photo accreditation and I am not allowed to use it!!!” La risposta della P.R. è stata breve e fredda. Una risposta in stile “robocop”! Semplicemente ammaestrata: “You can take pictures of Roxy Music!”. Poi ho capito che era Salla. Mi sono scusato con lei in modo diplomatico e abbiamo riso entrambi, della situazione buffa e del modo in cui ci siamo finalmente conosciuti ufficialmente. Eppure per la prima volta mi si sono insinuati dentro dubbio e sfiducia. Donovan l’ho sopravvissuto, ma questa sarà un po’ più dura. “Eeee Plante, Plante! Nečeš ti meni izbječ tako lako!” Di nuovo tra la gente e a scattare furiosamente da 15 m di distanza, senza flash. Figurati se non mi volavano fulmini dagli occhi della folla inferocita mentre mi facevo largo tra loro. La storia del salto dal fanatismo al lavoro sporco. Non sono io. Quanto odio, in fondo, fotografare.
Plant è stato sicuramente, fino a quel momento, il superamento di tutto. In realtà fino ad allora non aveva concorrenza. Avrei davvero voluto i Ten Years After subito prima di lui, ma non era possibile. Plant parte comunque in modo molto oscuro e atmosferico con Tin Pan Alley, dove brilla cantando con il fiato espirato, la sua maestria inconfondibile, che sfiora la narrazione. Il vecchio buon Plant. I suoi Strange Sensation ora sono perfettamente “rodati” con lui e come unità formano un’esperienza live unica! Qualcosa che vale assolutamente la pena vedere, anzi vivere dal vivo. Plant ha mantenuto in scaletta anche una cover dei Love intitolata Seven And Seven Is? Con essa ha aggredito i presenti in tutt’altra luce rispetto all’apertura. Ora il tutto si svolgeva in modo molto più duro e ruvido. Non abbiamo aspettato troppo il primo apice! Su un piatto d’argento è arrivata la prima prelibatezza della serata. Black Dog dell’eredità degli “zeppelin”, in un arrangiamento completamente ristrutturato, in versione semi-acustica. A questa sindrome si sono attenute poi anche Going To California, Friends, Four Sticks e Gallows Pole. Plant ha brillato vocalmente. Il tizio ha un carisma pazzesco. La gente lo salutava con entusiasmo e cantava i pezzi insieme a lui. Lo stesso scatenarsi del popolo ha confermato il probabile apice della serata. Ogni singolo grido che ricordava lo “zeppelin” di Plant scatenava salve di entusiasmo e applausi dei presenti. Hanno avuto ciò che cercavano. Plant sembrava incapace di sbagliare. Cantava in modo magistrale, con esperienza evitava di perdersi in un “frenetismo” troppo altisonante che magari avrebbe sacrificato la qualità dell’esecuzione del resto del materiale. Plant ha sorpreso includendo il noto successo dal suo disco solista “Fate Of Nation” (1993) 29 Palms. Negli anni 1993 – 1994 MTV ne era piena. L’arrangiamento era di nuovo adattato alla missione e al battito degli Strange Sensation e all’elemento stesso in cui si trova al momento Robert Plant, come musicista, elemento nel senso di riflesso del punto evolutivo in cui Plant si trova in questo momento. È anche la decisione più sana. Vivi te stesso, come senti. 29 Palms è stata, nella versione rinnovata, un vero momento da ballata del concerto. Una variazione estremamente gradita e un punto sconvolgente di imprevedibilità dell’esibizione stessa.
Il tempo con la leggenda passava fin troppo in fretta. Quando è tornato sul palco con i suoi compagni, si è scaldato prima con Enchanter, brano dell’ultimo disco solista in studio “Mighty Rearranger” (2005), e poi ha dato al pubblico quello che aspettava con impazienza. Ma è stato sorprendente! È partito da un punto “bluesy” del tutto innocente. Più una burla – uno scherzo. Un’improvvisazione pura, quasi spontanea, poi il passaggio al motivo famoso. In un travestimento tutto suo. La gente è saltata in aria quando l’ha riconosciuto! Whole Lotta Love. L’introduzione acustica bluesy si ferma. Ora rimbomba il vero suono Led Zeppelin. La seconda chitarra lo reggeva e ha inondato il palco! In quel momento ci siamo trovati tutti insieme a bordo della nave che ci portava incontro a un’avventura indimenticabile. Plant, per chiudere, si è esibito con un filo di esplosività in più e ha regalato degli ottimi urli, nella sua versione più intensa, quasi come nei suoi verdi giorni con i Led Zeppelin! A metà del pezzo, dove nell’originale conosciamo quel punto psichedelico, i ragazzi e Plant con loro ne hanno approfittato per inserire un puro motivo arabo. Plant pronunciava delle parole arabe, era magico. La voce intanto fiammeggiava attraverso gli “effetti delay”. È stata un’ottima combinazione di ciò che portano gli Strange Sensation con elementi folk etnici, l'”esotismo” strumentale del Robert Plant moderno e del vecchio buon Jimmy Page alla chitarra. Molto sensuale e molto energico. Plant ha brillato più intensamente proprio nelle parti in cui un certo brano richiedeva sottigliezza e morbidezza, quando si avvicinava al carattere di ballata. 29 Palms, Tin Pan Valley! Sensibilità da un lato e, dall’altro, la febbre di un’appassionata erotica “rock”. Plant ha raccolto una risposta straordinaria dall’auditorio. Ha incantato i presenti ed è di nuovo finito tutto all’improvviso. Ha suonato in tutto solo un’ora e 20 minuti e ci ha derubati di 10 minuti, visto che era stato detto che avrebbe fatto un set di 90 minuti. Comunque sia, ha confermato ancora una volta di essere uno degli artisti più forti, anzi, nella sua essenza il più autenticamente convincente, non solo quando si trova sul palco, ma anche per il repertorio musicale che ha creato nella sua ricca carriera. “Take care of The Who tomorrow!”, sono state le ultime parole di saluto dell’unico Robert Plant
Scaletta di Robert Plant:
1. Shine It All Around Mix (taped intro)
2. Tin Pan Valley
3. Seven and Seven is
4. Black Dog
5. Going To California
6. 29 Palms
7. Friends
8. Four Sticks
9. Freedom Fries
10. Gallows Pole
—bis—
11. The Enchanter
12. Whole Lotta Love
ROXY MUSIC 23.00 – 00.40:
Abbiamo aspettato i Roxy Music per ben 40 minuti! Palco al buio. Ma ho visto Ferry sedersi al piano. Chi non l’aveva capito è rimasto sorpreso. Dove diavolo si è piazzato Ferry, quando sul palco è già scoppiato il lampo e i Roxy Musc hanno attaccato con Re-make/Re-Model! Si sentiva la voce, ma Ferry non era al centro del palco, bensì all’estrema destra, al piano. Il batterista originale Paul Thompson, nonostante la malattia, era presente al tour e anche a St. Poelten ha suonato con i Roxy Music; accanto a Brian Ferry, c’erano anche Andy Mackay (sax) e Phil Manzanera, che di certo non potevano mancare. I Roxy Music sono partiti in modo più duro di quanto mi aspettassi, incisivo e dissoluto! Naturalmente con il primo brano del loro album d’esordio, quando ancora ribolliva in loro l’indomabilità e la ribellione dell’arroganza giovanile. Le è seguita Pyjamarama. 1975! Quell’anno l’avevano suonata per l’ultima volta e poi l’hanno reinserita nella scaletta live l’anno scorso. Uaaa! Che bello che è traboccato l’inizio del concerto. Dopo questo brano è seguita un’intro sintetizzata. Su questa base si è inserito Mackay al clarinetto (nell’originale suona l’oboe). Ladytron! Una passeggiata “oldies” unica nei primissimi inizi di questa leggendaria band. Poi il salto all’album “Avalon” con While My Heart Is Still Beating, un ottimo cambio d’atmosfera, seguita dalla consueta esecuzione live di Out Of The Blue con il riconoscibile assolo di violino, poi il grande successo dal disco “Flesh And Blood” intitolato Oh Yeah! Dopo di lei The Bogus Man, che è una delle canzoni più lunghe mai scritte dai Roxy Music e dove si è fatto notare il batterista Paul Thompson con il suo vario repertorio, poi hanno di nuovo rimesso in piedi il pubblico con più intensità con A Song For Europe.
I Roxy Music hanno sicuramente messo in scena uno show di perfezione sonora assoluta. A un certo punto sul palco c’erano in tutto ben 11 musicisti. Oltre al quartetto citato anche Colin Good (piano & MD) , la nostra vecchia conoscenza dei Pink Floyd/David Gilmour Guy Pratt (basso), Leo Abrahams (chitarra), Oliver Thompson (chitarra), Louise Clare Marshall (tastiere, cori), Me’sha Bryan (cori), l’ottima vocalist di colore Joy Malcolm (voce) e Andy Newmark (batteria), che dà una mano al malato Paul Thompson. Anche l’illuminazione del palco è stata il culmine della serata, impossibile da paragonare alla misera luce da “smoked cabaret” che brillava per Plant! Riflessi arcobaleno di vari colori pervadevano il palco e si rovesciavano da lì sul pubblico e ritorno. Ferry era il vero Ferry. Un cantante unico, irripetibile. La sua voce vibrava e brillava soprattutto nei pezzi particolarmente sofisticati, il che significava che la sua “performance” emergeva sempre di più man mano che il concerto si avvicinava alla fine. La scaletta era ottima. Conteneva praticamente un viaggio completo attraverso il repertorio della band e davvero un peccato che con loro non ci fosse Brian Eno! In Every Dreamhome A Heartache è stata una parte particolarmente apprezzata della scaletta sorprendentemente rinfrescata! Quel pezzo è uscito solo sull’album dal vivo “Viva! Roxy Music” (1974). È seguita una chiusura magistrale con i “sempreverdi” Avalon, More Than This e Jealous Guy. Qualche coppia si è messa a ballare a ritmo di “valzer” e in toni erotici, seducenti, sussurrati con dolcezza e pieni di romanticismo, di cui era il maggior colpevole l’approccio marcato e inconfondibile di Brian Ferry. La parte regolare del concerto dei Roxy Muisic si è conclusa in modo rock ed energico con un altro classico della band degli anni settanta, intitolato Edition Of You.
Il bis si è aperto con Do The Strand. Probabilmente il brano che i Roxy Music hanno suonato dal vivo più spesso finora. Se c’è un inno nella loro musica, è proprio questo, e la gente ha ovviamente ritrovato slancio nel cantare e saltare, nonostante l’ora tarda e la lunga maratona attraverso il repertorio carico di sette band. È seguito un nuovo inno, un’altra canzone che i Roxy Music non devono dimenticare. Love Is The Drug! Ti ricordi ancora la cover di questo pezzo della pantera nera Grace Jones? Il “new wave pop rocker”, ovvero quel successo che faceva presagire in sordina cosa si stesse preparando a cavallo tra i settanta e gli ottanta, risalente al 1975. I Roxy Music hanno tolto dalla scaletta il brano Virginia Pain, il motivo non lo conosco. Il concerto l’hanno chiuso con il brano Let’s Stick Together. Questo brano l’ha scritto originariamente Wilbourt Harrison nel 1959. Nel 1969 l’hanno rifatto per la prima volta i Canned Heat, cambiandone un po’ il titolo originale in Let’s Work Together – l’abbiamo ascoltata il giorno prima, nel primo pomeriggio! Anche Bob Dylan l’ha rifatta ancora una volta, per puro piacere suo. Quanto alla versione dei Roxy Music, va detto che è un brano che appartiene alla rielaborazione dell’originale nella carriera solista stessa di Brian Ferry. Insomma, una scelta di prima categoria per chiudere il concerto. Plant ci ha derubati di 10 minuti, ma i Roxy Music ce li hanno restituiti. Hanno suonato in tutto 1 ora e 40 minuti. Durante il concerto c’erano circa 12.000 persone. Ma non c’è stato un tale scatenarsi, così intenso, come per Plant. Anzi. Parecchia gente dopo Robert Plant è tornata nel “campeggio” a russare. Il motivo era semplicemente l’appetito che gli era passato prima dei Roxy Music. Ma il ruolo di “headliner” della serata è toccato ai Roxy Music più che meritatamente. Hanno acceso la serata soprattutto con la loro atmosfera particolare, a tratti una morbidezza straordinaria che si fondeva con elementi rock del ramo più duro, la psichedelia dei vecchi tempi e la perfezione sonora dei loro giorni più giovani (gli anni “eighties”). Un intreccio ben amalgamato di tutti gli strumenti, che avvolge l’approccio marcato, carismatico e unico di Brian Ferry. Undici musicisti sul palco, Ferry in forma smagliante. In una parola. Ottimo concerto, ottima esperienza. Semplice come in un film, un vero intreccio leggero che mastichi con gusto e poi, carico di questa energia, non ti resta che andare a letto per un meritato riposo.
Scaletta dei Roxy Music:
1. Re-make/Re-model
2. Pyjamarama
3. Ladytron
4. While My Heart Is Still Beating
5. Out Of The Blue
6. Oh Yeah
7. The Bogus Man
8. A Song For Europe
9. My Only Love
10. Both Ends Burning
11. Tara
12. In Every Dreamhome A Heartache
13. Avalon
14. More Than This
15. Jealous Guy
16. Editions Of You
—bis—
17. Do The Strand
18. Love Is The Drug
19. Let’s Stick Together
Il primo giorno è andato bene, l’organizzazione degli show è filata praticamente senza ritardi, quindi puntuale al minuto.
Scaletta
21.07.2006 (venerdì) ROXY MUSIC ROBERT PLANT BAP DONOVAN THE STRANGLERS CANNED HEAT TEN YEARS AFTER
Galleria fotografica































