Voyage of the Acolyte
Autore: Peter Podbrežnik
Artista: Hackett, Steve
Etichetta: Virgin Records
Uscita: 1975
Voto: 5/5
Il geniale, e fino a quel momento piuttosto enigmatico, chitarrista Steve Hackett è stato il primo membro dei Genesis a scegliere la carriera solista, dimostrando subito alla comunità musicale di essere molto più di un semplice virtuoso della chitarra. Steve è un musicista di una complessità fuori dal comune: compositore e chitarrista sopraffino, e senza dubbio il suo contributo ai Genesis è stato uno dei fattori chiave del loro successo. Con la sua tavolozza variegata di tecniche per chitarra elettrica e acustica e con un sound inconfondibile, si è stampato per sempre nei ricordi più belli degli amanti dei Genesis classici. Ma è soprattutto con l’inizio della carriera solista, nel 1975, ancora da membro dei Genesis, che Steve ha trovato una voce più chiara, quella che ha confermato il suo status di innovatore musicale. Non sorprende quindi che il suo primo album solista sia una miscela riuscitissima di diverse tavolozze musicali e tecniche chitarristiche, con quel linguaggio sinfonico dai toni eterei che i Genesis coltivavano nei loro momenti migliori.
La maggior parte dei brani, e non c’è niente di strano, ricorda parecchio i lavori di Steve con i Genesis, il che significa che sull’album domina un prog rock sinfonico di prima qualità. Per di più, per gran parte del tempo si respira un’esoterismo intensissimo, e anche qui nessuna sorpresa, perché “Voyage of the Acolyte” ha una fonte di ispirazione tutta sua, di quelle che spesso rendono speciali le opere d’arte. Ogni brano dell’album è ispirato da una carta dei tarocchi, che rappresenta un certo messaggio o il destino di una persona. Evidentemente in quel periodo i tarocchi erano un fattore importante nella vita di Steve. Tutti i “maghi” e le “streghe” sapranno probabilmente sciogliere il significato delle carte e collegarlo alla musica. Steve si è circondato di musicisti di primo livello, tra cui la splendida sezione ritmica dei Genesis, cioè il formidabile batterista (e ottimo cantante) Phil Collins e il bassista Mike Rutherford. Nessuno dei due ha bisogno di presentazioni. A loro si aggiungono altri ottimi musicisti, che la maggior parte degli appassionati di prog rock sinfonico riconoscerà al volo. I brani, nella più pura tradizione Genesis, variano molto tra loro sia nella struttura sia nel suono. Ciononostante “Voyage of the Acolyte” è un prodotto autentico e specifico di Hackett, e quindi parlare di album “perduto” dei Genesis è del tutto fuori luogo.
L’album si apre con la frenetica “Ace of Wands”, che toglie il fiato e in cui Hackett mostra con chiarezza alcune delle sue soluzioni chitarristiche più complesse. Con l’aiuto eccellente del fratello John al flauto (la sua tecnica è molto più aggressiva di quella di Peter Gabriel) e la batteria di prima classe di Collins, Steve infila con grande inventiva i suoi passaggi di chitarra. La base solida del basso di Rutherford e le campane danno un’ulteriore spinta all’intensità di questa composizione di altissimo livello. Il brano cambia continuamente tempo in modo radicale e per la maggior parte suona energicissimo, a tratti perfino aggressivo. In “Hands of the Priestess Part I” dominano il flauto e il modo misterioso ed etereo di suonare la chitarra di Steve, che usava spesso anche con i Genesis, ma qui in tutt’altro modo. Una melodia dolce, che rallenta alla grande il ritmo dell’album e crea un momento di quiete. Perché quando all’improvviso il fulmine colpisce la famigerata torre, arriva un cambiamento fatale e si chiude un’epoca. Ed è esattamente quello che succede nella caotica e crimsoniana “A Tower Struck Down”, una composizione completamente diversa da tutto quello che Steve aveva mostrato fino ad allora con i Genesis, e in cui tira fuori il suo lato più oscuro. In questo pezzo aggressivo e caotico si intrecciano la linea di basso di prima classe di Rutherford (a metterci del suo al basso è anche Percy Jones) e gli assoli inconfondibili di Steve, insieme a ogni sorta di suoni di “esplosioni” (a un certo punto qualcuno tossisce persino) e a un coro di massa dal suono inquietante, che porta l’atmosfera aggressiva al culmine. Dopo il caos arriva un bel passaggio finale al mellotron, che placa del tutto la tensione. Segue “Hand of the Priestess Part II”, ancora più delicata della prima parte. Una composizione cortissima che, soprattutto grazie a tastiere e flauto, crea comunque un’atmosfera intensa in cui si mescolano mistero e malinconia. In “The Hermit”, misteriosa e malinconica, dove si avverte lo sguardo enigmatico dell’eremita, Steve mostra per la prima volta la sua maestria con la chitarra acustica e anche il suo talento da cantante, che a dirla tutta è piuttosto nella media, ma comunque soddisfacente e in sintonia con la melodia. Segue uno dei vertici dell’album, “Star of Sirius”, un brano piuttosto complesso che suona davvero come un classico dimenticato dei Genesis. A renderlo tale contribuisce senz’altro il fatto che a cantarlo sia nientemeno che Phil Collins, che proprio allora aveva preso il microfono nei Genesis. Fa un lavoro eccellente, e soprattutto fa piacere che stavolta non cerchi di suonare come Peter Gabriel (come aveva provato a fare agli inizi del suo percorso vocale con i Genesis). Fa il suo anche la sezione ritmica di alto livello, che cambia di continuo il tempo del pezzo, e poi ci sono l’ottimo flauto e le tastiere. Particolarmente piacevoli sono i passaggi che, tra tastiere e ritmica, creano un climax jazzato di prima qualità e in cui la chitarra di Steve forma una base melodica straordinaria (colpisce soprattutto come suona la chitarra elettrica in modo acustico). L’atmosfera misteriosa ma luminosa non cala mai. Di “Star of Sirius” posso dire anche questo: è il miglior brano dei Genesis che non sia stato registrato sotto il nome Genesis (all’album manca solo Tony Banks, che dei Genesis è il fondamento) e uno dei più grandi capolavori di Hackett. Il brano porta con sé un messaggio estremamente positivo, e lo stesso vale per le sensazioni che dà ascoltarlo. Segue un’altra composizione breve, “The Lovers”, costruita come da previsione su una dolce melodia di chitarra acustica, che prepara l’ascoltatore al gran finale. Arriva infatti il pezzo più maestoso dell’album, un epico brano dominato da una possente mistica. “Shadow of the Hierophant” è una vera delizia per tutti gli amanti del prog rock sinfonico di altissimo livello. Non esiste vero appassionato del genere a cui non venga la pelle d’oca già al primo ascolto di questo brano. Steve è riuscito, nella migliore tradizione dei Genesis e dei primi King Crimson, soprattutto grazie a un uso ampio del mellotron, a fondere in perfetta armonia epica, mistica celtica e bellezza. La composizione si distingue per l’unione riuscitissima di stratificate cortine sonore create dal mellotron e della voce femminile operistica, alta ma pulita e malinconica, di Sally Oldfield, sorella del grande Mike Oldfield, che calza a pennello. L’atmosfera del brano è sempre di intensità eccezionale e piena di melos celtico (mentre ascolto ho di solito in testa un coro di druidi), a cui contribuisce l’alternanza straordinaria tra sezioni strumentali e voci operistiche. Mentre la voce operistica e le sezioni di chitarra di Steve smorzano continuamente l’atmosfera, il mellotron crea sempre un clima drammaticissimo e alla fine porta la composizione a un’escalation drammatica e alla conclusione. Con la sua padronanza del mellotron (un simile grado di perfezione con questo strumento, nel genere, lo avevano raggiunto solo i primi King Crimson e i Genesis classici) Steve dimostra che musicista e compositore versatile sia. Shadow of the Hierophant è una delle opere migliori di Hackett, sta ai vertici assoluti del genere ed è il modo perfetto per chiudere questo album eccellente e impeccabile. All’eccellenza e all’effetto mistico in più dell’album contribuisce di certo anche la splendida copertina, che ne riflette l’essenza e a quanto pare fu addirittura scelta come copertina dell’anno. Come quelle della maggior parte dei suoi lavori successivi, anche questa è opera della moglie di Steve, Kim Poor.
Con la più recente ristampa, “Voyage of the Acoylte” ha ricevuto anche due brani extra: una versione dal vivo di “Ace of Wands” e una versione estesa di “Shadow of the Hierophant”. Secondo me entrambe le aggiunte sono un filo superflue (come su tutti i capolavori simili, che sono un insieme sonoro perfettamente compiuto); conta di più che il suono dei singoli brani sia ulteriormente migliorato e sia diventato ancora più pulito, anche se per i collezionisti è sempre interessante ascoltare qualche versione rara dei brani preferiti.
“Voyage of the Acolyte” è uno dei migliori album solisti d’esordio di un musicista (prog) rock in assoluto, e quindi senza ombra di dubbio rientra tra i migliori album del suo genere. Succede molto raramente che già il primo disco sia un capolavoro, ma il primo album solista di Hackett è esattamente questo. Allo stesso tempo, “Voyage of the Acolyte” era solo l’introduzione a una serie di splendidi album che il grande artista ha creato nel corso degli anni. Mentre i Genesis, con la loro commercializzazione graduale, perdevano sempre più la propria essenza, Hackett è diventato una nuova fonte di entusiasmo, il punto di riferimento a cui hanno cominciato a rivolgersi gli amanti dei Genesis classici. Per questo ogni appassionato di questa musica, dei Genesis classici e del prog rock sinfonico non dovrebbe assolutamente restare senza questo classico. “Voyage of the Acolyte”, nonostante la solida discografia che Hackett ha costruito finora, resta infatti la sua opera più maestosa, che può tranquillamente misurarsi alla pari con gli album dei Genesis della seconda metà dei ’70 e si merita perciò il voto più alto possibile.
Formazione
Steve Hackett – chitarra elettrica & acustica, mellotron, harmonium, campane, autoharp, voce (5), effetti
John Hackett – flauto, sintetizzatore ARP, campane
Mike Rutherford – basso, pedali del basso, fuzz a 12 corde
Phil Collins – batteria, ritmi, percussioni, voce (6)
John Acock – Elka, rhapsody, mellotron, harmonium, pianoforte
Sally Oldfield – voce (8)
Robin Miller – oboe, corno inglese
Nigel Warren-Green – violoncello solista
Percy Jones – basso aggiuntivo su “Tower”
Johnny Gustafson – basso su “Star”
Steve Tobin – pappagallo e tosse
Produzione
Steve Hackett e John Acock
Tracklist
1. Ace Of Wands (5:23)
2. Hands of the Priestess Part I (3:28)
3. A Tower Struck Down (4:53)
4. Hands of the Priestess Part II (1:31)
5. The Hermit (4:49)
6. Star of Sirius (7:08)
7. The Lovers (1:50)
8. Shadow of the Hierophant (11:44)
Durata dell’album: 40:52