Radar Rock Festival 2007

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Autore: Aleš Podbrežnik, Sandi Sadar Šoba
Foto: Sandi Sadar Šoba

Luogo: Zagabria / Jarun / Croazia
Data del concerto: 28.06.2007
Numero di spettatori: 2006
Prezzo del biglietto: 6.000

L’invasione di giugno di grandi concerti all’aperto ha investito, oltre all’Europa centrale, anche la Slovenia e i paesi vicini. I croati ultimamente si sono fatti un bel po’ di concerti, roba per cui da questa parte del confine potevamo solo sbavare; i più decisi, tentati da un’offerta per eccellenza, hanno varcato i confini di Schengen … per assaggiare anche noi la nostra fetta di euforia live. Uno dei motivi principali per cui le folle hanno puntato dritto verso il cuore della metropoli croata, Zagabria, era il progetto di collaborazione dell’estate: il Radar Festival, messo in piedi da organizzatori austriaci insieme ai promoter locali..

Pensato in origine come maratona di due giorni, quest’anno ha preso la forma un po’ ridimensionata di evento di un giorno solo. Eppure il bottino di band infilate nel calderone era più che allettante. Oltre ai nostri giovani sloveni Anavrin, a scaldare il pubblico c’erano i punk croati Overflow e gli australiani Howling Bells, mentre tra le star principali a incollare gli occhi ai manifesti c’erano i britannici Kaiser Chiefs, i Placebo e l’attrazione numero uno, una band che avevamo già ospitato una volta a Križanke e che stavolta è venuta a mostrare i suoi gioielli stoner dai vicini di casa: Queens Of The Stone Age. Nessun dubbio – direzione sud, era d’obbligo!

Dopo un paio d’ore di viaggio, la squadra di RockLine, due persone in tutto, ha finalmente trovato l’accesso al prato di Siget a Zagabria. Il punto di riferimento dello stadio Hrvatski dragovoljac era piuttosto fuorviante: abbiamo capito presto che proprio il prato dello stadio, circondato da seggiolini di plastica delle tribune, era il palcoscenico dove ci aspettava una polifonia musicale multiculturale di ritmi e stili, mentre i più orientati al lato visivo potevano sperare di incrociare star più o meno grosse del mondo della musica. Si avvicinavano le tre, l’ora in cui finalmente ci avrebbero lasciato uscire dall’anticamera, dal Limbo, per entrare in Paradiso. Dopo un paio di minuti di bivacco davanti alla minuscola biglietteria siamo arrivati all’ingresso, dove masse muscolose di buttafuori sotto steroidi ci hanno lasciato passare verso la distesa del piacere.

La struttura d’acciaio del palco sfidava i colpi di calore del sole spietato. Un’occhiata al pubblico. Stima molto approssimativa: sotto il palco bighellonavano un centinaio o duecento giovani impazienti, maschi e femmine. Dai gazebo dietro il palco si capiva subito che l’offerta di magliette e CD avrebbe soddisfatto l’appetito del pubblico. La birra era fresca al punto giusto, ma a parte la Žuja (Ožujsko) nei bicchieroni di plastica da mezzo litro non puoi aspettarti niente che somigli davvero a una birra.

testo introduttivo: Sandi Sadar

ANAVRIN: 15.30 – 16.00
All’ora prevista salgono sul palco dei ragazzi vestiti in combinazioni bianco-nere e cominciano a preparare tutto per l’esibizione d’apertura del Radar di quest’anno. I giovani di belle speranze di Lubiana, gli Anavrin, band che ha già alle spalle l’album Juice, sono venuti ad annunciare l’uscita del secondo disco, previsto più o meno entro l’autunno. Sette membri, sette caratteri che si accordano musicalmente dal 1999. E cosa ti puoi aspettare da loro? In realtà parecchio: gli Anavrin si sforzano di placare la fame di nu-rocker, grungisti e fan di ska-funk-pop, e visto che vogliono piacere alle masse, c’è da aspettarsi che la tavolozza dei suoni si allarghi ancora.

Un paio di battute e gli Anavrin servono subito qualcosa di già noto – il brano ‘Slep’ dal primo disco, che dopo un inizio campionato sfocia in un pezzo saltellante dal suono piuttosto secco. I chitarristi Anže Hvale e Marko Lavrič suonano più mono che stereo e, a parte una musica bidimensionale e asciutta, dal palco non arriva niente che ti metta in movimento. Il cantante Damir Lisica cerca comunque di convincere con l’aria di chi è totalmente calato nella grandezza del momento sui grandi palchi, ma la risposta del pubblico è troppo tiepida per far scattare qualcosa di più intenso. L’inizio suonava come un’auto che affronta la salita in quinta: stanco, un po’ goffo e faticoso. Subito dopo il “singolone” d’apertura gli Anavrin sono passati a presentare materiale adatto ai mercati esteri. Dallo sloveno i ragazzi sono passati all’inglese per le loro storie. ‘Names In Sand’, seconda canzone del concerto, prosegue il filo tematico della prima, ma siccome stando un po’ troppo vicino alle casse non si riusciva a distinguere nemmeno un verso di senso compiuto, posso solo dire che hanno aggiunto un po’ più di distorsione al suono, che però sa di formalismo, privo del legame indispensabile con il contenuto. Gli Anavrin sono troppo statici e artefatti sul palco. È solo una mia valutazione soggettiva. Ricordano ancora, purtroppo, un po’ troppo un clone dei loro “fratelli” sloveni più grandi e di successo – i Siddharta. La sindrome del copius siddhartis ha già contagiato un paio di band slovene, che ormai ricorrono in automatico a costrutti artificiali e cliché stereotipati di chiacchiere insincere. Non c’è da prendersela con gli Anavrin. I ragazzi fanno il loro lavoro con abilità artigianale e quasi con slancio. Nel complesso suonano affiatati e decisi a vincere, quindi c’è da aspettarsi che serviranno al pubblico sloveno musica digeribile e perfettamente in linea con i nostri criteri. Non hanno però abbastanza carisma e magnetismo da attirare folle di fan all’estero – inglese e acconciature interessanti o no. Dopo ‘Reborn’ e ‘Emptyman’ arriva il primo singolo dell’album in uscita – ‘Better U’. Il pezzo, con la sua morbidezza e le belle voci, promette di soddisfare molto più i fan del pop che gli estremisti del rock. A me comunque è piaciuto, ma la secchezza bidimensionale con cui si pizzicano le corde di chitarra si potrebbe migliorare, e il pezzo si potrebbe riempire con un impulso un po’ più energico. La voce di Damir teneva abbastanza bene il passo con l’insieme strumentale, ma l’impressione generale era piuttosto fiacca. Dopo il primo singolo, la prima cover. Ogni band attinge alla saggezza e al messaggio del passato musicale. Gli Anavrin hanno scelto come oracolo del passato la dama selvaggia, la diva dell’erotismo e della provocazione – Madonna. ‘Like A Prayer’ suonava azzeccata e abbastanza sfacciata da far reagire, negli ultimi respiri del concerto, gli ascoltatori delle prime tre file di un’area ormai davvero spaventosamente svuotata. Damir prova ad accendere una reazione più forte tentando un dialogo in croato, ma siccome i nostri vicini sono piuttosto sensibili al sottofondo sloveno della loro parlata, nei manuali per i turisti sloveni c’è quasi scritto di usare l’inglese. In linea con questo c’era la riuscita ‘Foolish Games’, in cui hanno messo più slancio ed energia che in tutto il resto del concerto messo insieme. Probabilmente è questione di logica: il meglio arriva alla fine. Dopo un paio di minuti di massaggio lasciano il palco più o meno come ci sono saliti: piuttosto inosservati e senza lasciare traccia.

Scaletta ANAVRIN:
1. Slep
2. Names In Sand
3. Reborn
4. Emptyman
5. Better U
6. Like A Prayer
7. Foolish Games

testo su Anavrin a cura di: Sandi Sadar

OVERFLOW: 16.15 – 16.45
Dopo la partenza degli sloveni è il momento di qualcosa di più autenticamente croato. Dobbiamo ammetterlo: molte cose messe insieme dai musicisti croati sono diventate decisamente più ascoltabili persino dalla nostra parte del confine. Un nome che, insieme ai leggendari punk Hladno Pivo, ha contagiato almeno i fan più estremi di birra, giubbotti di pelle, borchie, capelli scarmigliati e calci diretti nelle parti basse, con un’esibizione diretta, sincera e frizzante. Più o meno così potrebbe suonare la versione breve del concerto del quartetto di Koprivnica, gli Overflow. Il chitarrista Nikica Jovanović – Nike, il batterista Dalibor Martinčević – Dado, il bassista Zoran Piberčnik – Zoki e il birbante eterno ragazzino, il cantante Goran Živković – Žika, hanno cominciato l’occupazione con il pomposo pezzo punk ‘Star’ (dall’album dal titolo provocatorio Extremely Perverted Fantasies Of Mad Milkman’s Disordered Mind …), e questi trentenni dall’aria da diciassettenni hanno riempito il palco come se fosse una maratona di resistenza di vita o di morte. Žika, in camicia verde, è tornato! Dopo una pausa di qualche anno, durante la quale è stato tra l’altro proprietario di una discoteca mainstream, l’organismo ha preteso di nuovo la sua dose di adrenalina e una scarica di energia punk rock. Žika domina tutta la superficie del palco come se non fossero passati più di quindici anni dalla prima esibizione insieme degli Overflow. Il chitarrista Nike, un po’ più tondeggiante, soddisfa più che bene il bisogno di pizzicare le corde in modo selvaggio, e ben sopra il minimo sindacale punk sono anche il batterista Dado e il membro più giovane della formazione, Zoki. Segue ‘Get Away’, che puoi ascoltare sull’ultimo disco Live…At Parties. Un mix tra l’hardcore di gente come i D.O.A. o Poison Ivy e gli skate punk moderni come i Good Riddance e chi più ne ha. Žika sgrugna con voce gutturale: “Run away before we get in front / There’s no way you can win …” e il pubblico si abbandona di momento in momento sempre più allo scuotimento delle vertebre cervicali da concerto. Una posa un po’ più morbida la assume ‘Doraaa’, canzone che è una rielaborazione punk molto coerente dell’antichissimo tema dell’amore infelice, della seduzione, del non detto; nell’atmosfera sentimentale i ragazzi infilano benissimo un ritornello rubato ai The Police e al loro hit ormai quasi impolverato, ma mai del tutto dimenticato, ‘So Lonely’. Un discorso punk molto più veloce, ma non meno melodico, lo assume la pop ‘You’re Angry’ alla Green Day, che si trasforma nel pezzo accelerato ‘Face’, incrocio melodico tra Hladno Pivo e il loro brano ‘Sitni Narcisoidnici’ e qualcosa di meno appesantito dai significati. È il classico three chord wonder, polka, festa, e in questo gli Overflow sono artisti. Dinamica e movimento sul posto, e insieme un repertorio di esperienza classica, carisma e chilometri. Gli Overflow passavano da una marcia bassa a una più alta. La retrospettiva di quattro album completi è passata alla fase del ritorno al precambriano della loro esistenza. Žika annuncia un pezzo dall’album uscito nell’anno dello sfascio della Jugoslavia, Through Department Store – ‘Family (Remember Brundo Beer)’, sul quale molti dei rappresentanti più attempati del pubblico del Radar Fest hanno rievocato i tempi d’oro della repressione socialista e le melodie della vostra e nostra giovinezza. Haiku punk di energia rock’n’roll e dizione punk coltivata, ‘Swallow’ regala un calcio in faccia, e dopo appena due minuti e mezzo i ragazzi decidono di spargere ancora un po’ di pepe. Il mondo gira intorno alla scopata, quindi la scopata è un contenuto perfettamente adatto alla poesia. E gli Overflow sono, tra l’altro, anche poeti dell’edonismo, della scopata e dei corpi femminili incantevoli, perciò ‘Pussy Eater’ è un bell’anello di congiunzione tra la vecchia e la nuova immagine della band. ‘Wasted’, dal suono completamente nuovo, passeggia per la melodia pop con sicurezza e noncuranza. Proprio per questo gli Overflow sono definiti in modo del tutto appropriato dei divertitori pop punk della vecchia scuola, che inglobano in automatico, nel loro modo di intendere la creazione musicale, una sana dose di umorismo, ironia, sarcasmo e disinvoltura. Le band più nuove lo imparano e suonano comunque costruite. Le vecchie formazioni ce l’avevano spesso e volentieri innato, già inscritto nella spirale del loro DNA. ‘Doctor’s Tune’ e poi l’unico hit dal disco Unbreastfed 69, ‘Ebony’, e gli Overflow spengono con eleganza la loro macchina da concerto iperventilata e, sudati e strizzati dall’esibizione intensa, se ne vanno meritatissimi alla loro birra, due o una dozzina di birre – sotto ogni aspetto hanno raccolto un applauso e delle simpatie più che meritati, almeno da parte mia …

Scaletta OVERFLOW:
1. Star
2. Get Away
3. Doraaa
4. You’re Angry
5. Face
6. Family (Remember Brundo Beer)
7. Swallow
8. Pussy Eater (Pička)
9. Wasted
10. Doctor’s Tune
11. Ebony

testo su Overflow a cura di: Sandi Sadar

HOWLING BELLS: 17.15 – 17.45
Gli Howling Bells hanno sorpreso con la loro presenza al festival, visto che il loro nome non compariva sui volantini che pubblicizzavano l’evento. La loro presenza, d’altro canto, era del tutto naturale, dato che sono in un breve tour europeo come supporto dei Placebo. Tra l’altro gli Howling Bells avevano già fatto da spalla ai Placebo tra novembre e dicembre 2006, così come ai The Futureheads.

Gli Howling Bells sono una band australiana che opera in Inghilterra. Il loro omonimo esordio è uscito la scorsa primavera per la Bella Union. Sono esponenti dell’indie rock, che unisce influenze di pop, rock e country. La formazione è un quartetto composto dalla graziosa Juanita Stein (voce, chitarra), Joel Stein (chitarra, campioni), Brendan Picchio (basso) e Glenn Moule (batteria), che durante l’esibizione portava un vero cappello da Crocodile Dundee australiano, esprimendo così l’appartenenza della band.

Mi hanno davvero sorpreso, colto mentre camminavo sul filo. Quando la band è salita sul palco, tutta l’attenzione era puntata (almeno per quanto mi riguarda) sulla piccola dolce Juanita. Specifico “per quanto mi riguarda” perché la gente (per quanti ce n’erano in quel momento sotto il palco) ignorava per lo più la band. Gli Howling Bells quel giorno a Zagabria erano semplicemente una perfetta sconosciuta e un’esotica assoluta. La band non si è curata affatto delle piccolezze che ho citato ed è partita poco dopo le sei del pomeriggio. Sulle ali di una salda sicurezza e dell’eccezionale carisma di Juanita, gli Howling Bells hanno fatto capire di essere una fresca e interessantissima novità sulla scena. Le chitarre di Juanita e del fratello Joel portavano un suono semiacustico del tutto naturale, la maggior parte della melodia costruita posando accordi classici senza grandi dottorati, molto semplice, alternativo! A tratti flirt col pop, ma anche dilettantismo rock. La presenza di Juanita porta nell’immagine degli Howling Bells una particolare specie di atmosfera, a tratti del tutto innocentemente giocosa, e subito dietro l’angolo può nascondersi una svolta atmosferica gelidamente oscura. La colpa è soprattutto della dissonanza creata di proposito con il modo di cantare di Juanita: da una parte ci sono i suoi sfoghi emotivi di rabbia punk, dall’altra la ragazza a tratti sa essere inebriantemente dolce nel contorcere il timbro. Chissà, eh, se i The Beatles fossero stati alternativi, magari si sarebbero chiamati Howling Bells. Il brano Broken Bones spiccava un po’ in questo pacchetto di canzoncine alternative rock per il suo tocco country, e la band ha incluso nell’esibizione di mezz’ora anche due brani completamente nuovi, Cities e uno ancora senza nome. Non mancavano nemmeno tutti e quattro i singoli pubblicati, e con uno di essi gli Howling Bells hanno aperto il concerto con grande energia. Con Wishing Stone, con il basso sonante in evidenza e una melodiosità di cui le orecchie si infettano in un attimo.

Considerando la sicurezza della prova sul palco, il talento compositivo e il fascino demoniaco della piccola provocante Juanita, figura centrale degli Howling Bells, che nell’espressione della band sottolinea ciò che più la rende riconoscibile, gli Howling Bells sono sicuramente una cosa calda che si sta affacciando sulla scena indie. Per quanto riguarda il festival, la loro inclusione è stata una variazione di genere molto gradita.

Scaletta Howling Bells:
1. Wishing Stone
2. Cities
3. Setting Sun
4. New Song
5. Blessed Night
6. Broken Bones
7. Low Happening

testo su Howling Bells: Aleš Podbrežnik

KAISER CHIEFS: 18.00 – 19.15
I dolcetti post punk / brit pop britannici Kaiser Chiefs, di cui MTV è piena in questo periodo, con il loro arrivo sul palco hanno spaccato il Radar festival in due parti nettamente diverse per atmosfera. Ancora durante gli Howling Bells la gente passava la maggior parte del tempo ai chioschi con salsicce, birra e merchandising ufficiale delle band. Sotto il palco c’erano appena 400 persone, più meno che più, che durante gli Howling Bells brontolavano stancamente, sospiravano o si perdevano nelle chiacchiere di tutti i giorni, ignorando completamente una band indie rock per il resto molto interessante. Be’, l’annuncio dei Kaiser Chiefs ha ribaltato radicalmente l’immagine sotto il palco. L’area davanti al palco si è riempita come si conviene a un festival. Durante il concerto dei Kasier Chiefs il numero è salito a 3000 e da lì in poi ha continuato a crescere. Ovviamente è saggio considerare che molti sono arrivati al festival con “ritardo voluto”, cioè con l’intenzione di cominciare a seguire l’evento dai Kaiser Chiefs in su.

Le prime file si sono così riempite, a sostegno dei Kaiser Chiefs, di un mazzo di margheritine intatte, con un’età tra i 16 e i 22 anni. Tra loro c’erano mescolati ragazzini con acconciature emo moderne e movenze e sguardi da timidi caprioli, che ormai passano davanti allo specchio del bagno più tempo di qualsiasi “modernissima ragazzina da MTV” descritta prima.

Quando i loro eroi hanno preso posizione, è ovviamente esploso tutto e il festival ha finalmente messo le ali. I Kaiser Chiefs, che si sono conquistati magistralmente la popolarità con una politica propagandistico-economica finemente pianificata, creando canzoni di orecchiabilità contagiosa rivestite della giusta dose di rivolta che il rock scatena, e con un look in cui hanno mescolato un po’ di capelli beatlesiani e la giusta dose di sfrenatezza che ravvivava le devastazioni dei palchi dei tempi in cui il movimento punk era al culmine, ossia unendo il discolo e il bravo ragazzo in un puzzle audace ed efficace, per la sensibilità della più ampia fetta di pubblico, sul palco con tutta questa immagine non hanno certo girato intorno al punto. Tra l’altro, la formula vince e i ragazzi, per aver raggiunto la popolarità nel primo decennio del nuovo millennio, si meritano tutti i complimenti.

Riempivano tutto il palco, e il responsabile era soprattutto il cantante Ricky! Il tipo si arrampicava sui monitor, ci saltava giù a gambe divaricate, è salito due volte persino di qualche metro sulla struttura del palco accanto ai monitor di sinistra e di destra, si lanciava contro i monitor, baciava le aste dei microfoni,… Mentre Ricky fluttuava tra le nuvole, a scaldare ulteriormente la gente correndo per il palco ci pensavano il ragno di due metri al basso, Simon, e l’uomo con un calzino verde in testa e occhialetti da glamour, il chitarrista Whitey!

I ragazzi hanno in tutto due album in studio! E da questi hanno messo insieme come niente una scaletta bombastica, dedicata a presentarli entrambi alla pari e che, con un approccio sicuro di sé, autorevole e perfettamente rifinito dei Kaiser Chiefs dal vivo, fungeva da cornice di base per creare l’atmosfera compatta e alta della loro esibizione infuocata. Se apri il concerto con un grande hit (Everyday I Love You Less And Less) e lo chiudi con un altro (Oh My God), e nel mezzo tieni il pubblico in piedi con fiorellini da MTV come i più attuali Ruby ed Everything Is Average Nowdays, poi Modern Way e verso la fine I Predict A Riot, la cosa semplicemente non può andare male. Suono ed esecuzione al livello richiesto, di grande convinzione. Il volume della notoria sfrenatezza e l’ottima comunicazione del quintetto sul palco, con cui hanno visibilmente entusiasmato il pubblico sotto il palco, dicono che nella band tutto funziona alla temperatura di lavoro richiesta. I Kaiser Chiefs hanno dimostrato di essere una band giovane e calda, che lo status di attuale successo commerciale, a giudicare da quanto visto al Radar festival, se l’è giustificato in grande stile. I ragazzi sanno suonare, sanno stare sul palco e sanno stabilire un campo di comunicazione straordinariamente solido tra band e pubblico. Un’ora e 15 minuti sono volati in un battito di ciglia e il primo apice del Radar festival era alle nostre spalle, prima ancora che io, mescolato all’ondeggiare del canto a squarciagola della folla, mi fossi ben reso conto di tutto e ricomposto allo stato di normale percezione degli stimoli!

Scaletta KASIER CHIEFS:
1. Everyday I Love You Less And Less
2. Heat Dies Down
3. Everything Is Average Nowdays
4. Na Na Na Na Naa
5. Ruby
6. I Can Do It Without You
7. Born To Be A Dancer
8. Modern Way
9. Thank You Very Much
10. The Angry Mob
11. Highroyds
12. I Predict A Riot
13. Learnt My Lesson Well
14. Take My Temperature
15. Oh My God

testo su Kaiser Chiefs: Aleš Podbrežnik

PLACEBO: 19.45 – 21.00
La gente si è ammassata contro la transenna già durante i Kaiser Chiefs, un vero mare. Il festival è davvero venuto a vita con i Kaiser Chiefs. Nello spazio di circa 30 m tra il mixer e il palco si bolliva. Giovani in abbondanza ovunque. Aspettano freneticamente i loro beniamini Placebo, tre ragazzi in tutto. Il palco sorprendeva con un’abbondanza di chitarre che nella loro collezione privata probabilmente non hanno nemmeno i più incalliti chitarrofili, da Steve Howe a Joe Satriani.

I Placebo sono venuti a fare casino mentre calava lentamente il buio. Gli stroboscopi hanno cominciato all’improvviso a tagliare velenosi, il pubblico si è svegliato e la band è salita sul palco con Infra-Red. Strano che i ragazzi non abbiano attaccato con la canzone popolare slovena “Še kikl’co prodala bom…”, visto che Brian Molko ha salutato il pubblico addirittura in gonna – il tipo si è presentato proprio al Radar festival in un costume di scena completamente nuovo, e così pure il bassista “anguilliforme” Stefan Olsdal. Senza camicia e senza freni, dunque “topless”, alza il basso in alto nell’aria per salutare il pubblico, e la band prosegue già con Because I Want You. Brian evidentemente stavolta è salito sul palco coi nervi saldi, sembrava di buon umore, si è rivolto al pubblico in segno di gratitudine verso la gente e verso Zagabria. Il cantante inoltre aveva calcati sul naso occhiali scuri a montatura spessa, così sembrava un giovane Roy Orbison transessuale. I Placebo stavolta, senza blocchi mentali, hanno semplicemente scatenato il putiferio. La loro spontaneità sul palco era davvero contagiosa. La voce di Brian da larva neotenica (monello non mutato) ha tenuto alla temperatura di lavoro richiesta per tutta l’esibizione. Senza di lui non si può, e meno male che ha funzionato alla perfezione!

I ragazzi sono davvero dei tipi particolari. Sul palco ci sono sempre due tecnici. Ognuno sta accanto a una fila di chitarre, uno a sinistra, l’altro a destra. Accordano entrambi le chitarre mentre i ragazzi suonano. Sempre. Tutto il tempo. Quando il pezzo finisce, Molko e Olsdal si scambiano le chitarre, ciascuno col proprio tecnico, e per ogni brano finisce in mano un’altra chitarra. Il ragionamento logico porta quindi a concludere che i ragazzi hanno chitarre accordate più in basso. Siccome costruiscono su valanghe di grande “groove” fatto degli accordi più elementari a due dita in quinte, il suono durante il concerto oscilla naturalmente tra accordato e scordato. Quest’ultimo a una band come i Placebo fa solo bene. Più suonano scordati, più il loro suono è spettralmente pieno e pericolosamente valanghesco.

Dal pubblico, come da prassi consolidata, i ragazzi hanno estratto col minimo sforzo urla femminili deliranti, cosa che chi oggi non è abituato ad andare ai concerti di band “mainstream” osserva (e ammira) solo con stupore. I Placebo avevano sul palco anche un quarto membro – un aiutante. Uno dei loro tecnici si occupava di continuo del campionamento elettronico, che arricchiva l’atmosfera del concerto, oppure “doppiava” Brian con un’altra chitarra. Inoltre Olsdal alterna basso e chitarra durante i concerti, quindi il tecnico era un vero piccolo dottore multistrumentista, visto che ogni tanto doveva suonare anche il basso.

Il concerto dei Placebo a Zagabria è stato sotto ogni aspetto estremamente riuscito. I ragazzi hanno rovesciato sulla folla una massa di riffing ultratonnellaggio, esattamente quello per cui i fan erano venuti. È incredibile quanto questo muro sonoro massiccio venga fuori ancora di più dal vivo, rispetto al suono dei dischi. Il suono era ottimo, e il pubblico da solo ha contribuito almeno per due terzi al fatto che l’atmosfera intensa e la chimica durante il concerto dei Placebo fossero ingigantite in modo diabolico. La band si trovava benissimo in seno al pubblico dal sangue caldo e ha tirato fuori di conseguenza molto di più di sé. Ottima festicciola!

Scaletta PLACEBO:
1. Infra-Red
2. Because I Want You
3. Meds
4. Drag
5. Sleeping With Ghosts
6. Song To Say Goodbye
7. Every You Every Me
8. Special Needs
9. One Of A Kind
10. Bionic
11. Special K
12. The Bitter End
13. Running Up That Hill
14. Taste In Men
15. Twenty Years

testo su Placebo: Aleš Podbrežnik

QUEENS OF THE STONE AGE: 21.30 – 22.45
La maratona di concerti di un’intera giornata aveva già raggiunto, con l’esibizione dei Placebo, il livello di coccole psicotiche agli idoli musicali, perciò il clou della giornata, riservato a vecchie conoscenze dei palchi sloveni e al contempo a uno dei pilastri dello stoner moderno (anche se loro stessi non riescono né vogliono identificarcisi del tutto), è stato la continuazione delle linee tracciate prima. Vengono da un posto che si chiama Palm Desert. Vengono dalla California. I Queens Of The Stone Age sono un conglomerato di energia da sballo stoner, scrittura di testi da esperti, melodie quasi radio friendly e un ego che ha superato l’anonimato. I QOTSA rappresentavano il culmine delle aspettative e la loro condensazione in un distacco meditativo dal Qui e Ora. Sul palco i tecnici avevano srotolato una nuova tonnellata di nuovi attrezzi di scena senza i quali l’esibizione non sarebbe stata realizzabile. Spiccavano soprattutto le palle da discoteca su supporti chilometrici, appese a una struttura d’acciaio e al tempo stesso di pelle, sadomaso. La prospettiva di un’esibizione di un’ora, visto che i ragazzi hanno pubblicato di recente il loro sesto album, significava una completa riduzione delle creazioni meno interessanti. Ogni fan aveva in tasca pronta una lista di pezzi che avrebbe voluto sentire al concerto (o almeno sperava in silenzio in qualche brano che gli stesse più a cuore degli altri …).

Alle nove e mezza, passate da poco, i riflettori di scena si puntano sul palco e lasciano la folla in penombra. Il concerto è iniziato. Con i primi accordi il chitarrista Troy Van Leeuwen, il batterista ed ex Danzig Joey Castillo, il bassista Michael Shuman, il tastierista / chitarrista Dean Fertita e il centro dell’azione – il mastermind Josh Homme intrecciano i fili di un esperimento perfetto e di una spontaneità irripetibile in un modo che segue forma e cornice solo per rispettare il minimo di riconoscibilità. Non vorrei assolutamente dire che ‘Good Hit Of Summer’ fosse irriconoscibile e sotto ogni critica. Per niente! Si trattava di chimica della psichedelia e di presentare il conto del concerto al pubblico con una politica esplicita del “less is more”. I QOTSA sono sperimentatori musicali, bohémien e padroni del ritmo e delle colorazioni di chitarra. Non sono proprio complicati alla Pink Floyd, ma il loro scopo della serata era solo ballare e divertirsi. “Everybody knows how to dance like … Before I do …Croatia it’s time to dance!” e il ritmo con cui si intreccia la storia della serata è lontano dallo sballo e dall’assenza di intelletto. La scaletta è pensata con cura. ‘No One Knows’ suona distorta e quasi come un mostriciattolo che, nato nel caos, lotta per la pura sopravvivenza e la morte. A dire il vero: la lentezza ritmica e l’accordatura alternativa del pezzo danno la sensazione che le stelle della serata possano permettersi quasi tutto e nessuno potrà rimproverarglielo. I QOTSA somigliano alla scena – cabaret dell’edonismo, estetica sado – maso e di eterno esperimento con la propria resistenza e ricontestualizzazione schizofrenica di concetti già alterati. ‘Do It Again’ suona un po’ più vicina al sapere da album, ma i cluster di onde sonore sono piuttosto massicci e sfilacciati, così non è del tutto facile seguire il filo conduttore della serie di parole ormai nota dal super successo, l’album Songs For The Deaf. Josh Homme guida assente la danza, e noi tutti siamo parte del tessuto del momento in cui si intrecciano passato, presente e dimora la tensione verso un futuro infinito. Presto arriviamo al momento che Homme segna come primo spartiacque rivolgendosi al pubblico (circa 5000 fan, che comunque riempivano i vuoti sui prati davanti al palco prima molto meno popolati): “This song’s about screwing. You know the thing don’t ya…” e ‘Lost art Of Keeping Secrets’ risuona a pieno da una coppia di casse laterali come riempitivo del vuoto tra l’emisfero destro e quello sinistro dello spazio vuoto dell’infinità dell’universo.

L’intensità delle sensazioni è un po’ più sbiadita rispetto al concerto di qualche anno fa, quando difendevano i colori del rosso e quando sui nostri palchi abbiamo visto per l’ultima volta parte del tour comune del duo Homme – Olivieri. A me personalmente sembra che dopo l’album Songs For The Deaf sia seguito un periodo di declino costante e di perdita della propria identità, con cui i QOTSA hanno dovuto fare i conti già durante la registrazione dell’album Lullabies To Paralyze. Nonostante questo, una delle perle più visibili del disco è il pezzo ‘Burn The Witch’, con cui gli stoner californiani ci servono molto presto, subito dopo il tastare iniziale il polso della folla. Homme in un croato sgangherato dice “Volim vas!” e il pubblico gli mangia in mano. Per bilanciare un eventuale sconcerto delle folle durante l’ascolto del materiale nuovo- ‘Turning On Screw’ – aggiungono subito un pizzico di rusticità dal penultimo disco. In effetti riservano la parte centrale del concerto al duello tra ultimo e penultimo disco, perché dopo ‘Little Sister’ annunciano una stampede di distruttività distorta di tutto ciò che in passato abbiamo associato al concetto di QOTSA. ‘Battery Acid’ suona come la riorganizzazione del caos perfetto in una melodia sulla quale si può persino ballare, con riserva. L’intransigenza della presa dura del nuovo sono senza dubbio anche ‘Misfit Love’, ‘3’s & 7’s’ o ‘Sick, Sick, Sick’, che uniscono la colorazione di Van Leeuwen, la psicosi e la genialità musicale di Homme e un insieme duramente coeso della sezione ritmica, che ti convince con tre accordi e una massiccia cementificazione della batteria che la ripetitività può essere del tutto logica. Piuttosto presto diventa chiaro che il periodo delle vecchie melodie e del suonare per piacere è definitivamente finito al primo colpo. I QOTSA si prendono il diritto all’artismo. Ciò nonostante è chiaro che non possono vivere completamente e solo dei nuovi frutti delle chiacchiere in studio, quindi per il gran finale si concedono ancora una gita alla loro versione del black album dei Metallica: Songs For The Deaf. ‘A Song for the Deaf’ la allungano e si concedono giocherelli ritmici con i segmenti, il che raccoglie l’approvazione del pubblico e applausi simultanei. L’obiettivo è raggiunto! Il pubblico si è abbandonato alla danza e ha scordato tutta la zavorra inutile della giornata infernale che stava ormai finendo. I QOTSA erano soddisfatti del successo e Homme ripeteva sempre di nuovo il suo affetto per le nostre terre, ma l’ora dei saluti doveva pur arrivare. “This song is a little love letter to you guys! We love you!” è stata l’ouverture seguita da ‘Go With The Flow’, dopo la quale i Queensi hanno lasciato lentamente ma definitivamente il palco.

Le pacchiane pleiadi di luci multicolori sono state sostituite da riflettori bianchi, e la saga di uno dei concerti dell’estate di quest’anno poteva cominciare a essere scritta. I prati davanti al palco erano cosparsi di una coperta di distruzione festivaliera, bicchieri, un mucchio di rifiuti un po’ più piccolo del solito e visitatori che, in uno stato più o meno assente, contenti ed entusiasti, cercavano la strada verso le uscite e la libertà. A me, dopo il fenomenale concerto, si imponeva il confronto tra i due concerti dei QOTSA, tra i quali si possono tracciare paralleli, ma ogni valutazione è del tutto impossibile. Si trattava di due segmenti separati nelle coordinate dei quadranti di spazio e tempo. Sono due entità separate e due organismi collettivi separati. Gli arti cambiavano e con essi funzionalità, scopo e immagine complessiva. Dubito comunque che siano stati in molti a dire che il concerto non valeva i soldi spesi, perché per la somma richiesta abbiamo avuto molto più di quanto potessimo e dovessimo aspettarci. Da questo punto di vista il Radar Festival è stato un successo totale, mentre un numero minore di visitatori potrebbe significare una tragedia per tutti quelli che sperano in una replica l’anno prossimo. Ma niente paura: si mormora che l’anno prossimo vogliano allargare ancora il festival e offrirvi, invece di un picnic di un giorno, addirittura un bivacco di due giorni …

Scaletta QUEENS OF THE STONE AGE:
1. Feel Good Hit Of Summer
2. No One Knows
3. Do It Again
4. Into The Hollow
5. Lost Art Of Keeping Secrets
6. Turning On The Screw
7. Burn The Witch
8. Misfit Love
9. Little Sister
10. Battery Acid
11. 3’s & 7’s
12. In My Head
13. Sick, Sick, Sick
14. A Song For The Deaf
15. Go With The Flow

testo su Queens Of The Stone Age: Sandi Sadar

foto di Queens Of The Stone Age: Miro Majcen
tutte le altre foto: Sandi Sadar

Scaletta

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