A Gouveia i portoghesi dimostrano di non essere nati ieri (2008)
Autore: Peter Podbrežnik
Luogo: Gouveia / Portogallo
Data del concerto: 13.04.2008
Numero di spettatori: 5000
Prezzo del biglietto: 400
Gouveia è una cittadina da qualche parte tra Lisbona e Porto che dal 2003 ospita un festival art rock. Di anno in anno la manifestazione ha guadagnato peso e così, piano piano, sul palco hanno cominciato a salire nomi davvero grossi. L’anno scorso il pubblico ha assistito al concerto dei Magma, quest’anno invece in cartellone c’erano i Van Der Graaf Generator, in tour per promuovere il nuovo album Trisector. Probabilmente anche la location ha avuto un bel peso nell’affermazione del festival. Gouveia sorge in un posto davvero splendido, nella parte fertile del Portogallo, dove ovunque guardi c’è verde. Faticherei a immaginare uno scenario più bello. Quest’anno al festival è arrivata anche la squadra di RockLine, due persone con l’intenzione di vivere tutto il fascino di questo bel paese e del famoso festival.
Giorno 1:
BEDUINOS A GASOLEO
José Carlos Fialho – tastiere
Flávio Pena – batteria
Ricardo Leite – basso
Luís Oliveira – chitarra
Ospiti: Petra – voce , Janita Salomé – voce, Sérgio Costa – flauto, Rui Teles – voce
A inaugurare questo festival di due giorni sono stati i padroni di casa Beduinos A Gasoleo, il cui nome tradotto significa “beduini a benzina”. Con la loro esibizione hanno sorpreso positivamente tutti i visitatori stranieri, compresi i due sloveni, che non erano del tutto sicuri che anche i portoghesi avessero orecchio per del buon prog rock sinfonico.
La fiducia che stesse per arrivare qualcosa di buono è arrivata già a colpo d’occhio, davanti al ricco arsenale di tastiere sotto le dita del capo della band, che con i capelli bianchi e tutto il suo look sembrava una specie di incrocio tra Rick Wakeman e Gandalf. Il tipo ha mostrato una sua abilità particolare e un senso discreto ma sicuro, sia nel far correre le dita sui tasti sia nel costruire ricchi arrangiamenti sinfonici che portavano dentro qualche influenza dei migliori nomi della storia del rock progressivo. Oltre a una sezione ritmica più che dignitosa, che per un genere rock di taglio sinfonico forse suonava un filo troppo forte (cosa che era evidente già durante le prove, soprattutto per il basso), al “Wakeman” portoghese facevano compagnia anche una cantante e un cantante. La cantante, il cui fascino era più vocale che visivo, per fortuna si adattava bene alla loro musica e con la sua voce aiutava a costruire l’atmosfera.
Un buon contrasto con la voce maschile l’ha portato anche un ottimo cantante che, con il suo foulard da pirata e la camicia, ricordava un Don Giovanni invecchiato. Molto probabilmente era un “eroe locale”. Dopo l’esibizione dei Beduinos A Gasoleo si poteva vedere che vendeva anche dischi suoi. Purtroppo la sua apparizione è stata breve e al suo posto è arrivato un cantante meno appariscente ma comunque solido, che secondo me si sposava comunque meglio con il timbro della cantante. La band, che ha evidentemente già un bel po’ di esperienza, per la gioia di tutti noi a cui i testi, pur nel melodioso portoghese, suonavano alieni, ha eseguito anche un buon numero di lunghe parti strumentali, tra onde atmosferiche di tastiere e malinconici assoli di chitarra. I Beduinos A Gasoleo sono stati quindi una sorpresa piacevolissima e un inizio di festival più che promettente.
Scaletta Beduinos a Gasóleo:
Canto IV
Desculpa Lá
Convergir
Testo su Beduinos A Gasoleo: Peter Podbrežnik
PÄR LINDH
Pär Lindh – tastiere
Ospiti: Flávio Pena – batteria, Ricardo Leite – basso
Con l’esibizione di Pär Lindh, polistrumentista di fama mondiale e soprattutto tastierista, mentore svedese del prog rock sinfonico classico, il festival ha cominciato a prendere forma anche come progetto internazionale. In patria Pär Lindh è apprezzato soprattutto come uno dei principali promotori della rinascita del rock progressivo svedese all’inizio dei ’90, partita con band come Anekdoten, Anglagard e Landberk, e come musicista di altissimo livello che nella sua carriera si è cimentato nel rock, nella classica e nel jazz e, con il nome del suo progetto, ha pubblicato anche un po’ di album prog rock di taglio sinfonico.
Appena arrivato, Par Lindh ha prima di tutto ringraziato il pubblico e raccontato che la decisione di partecipare al festival, dopo che per una malattia aveva quasi rinunciato, si era rivelata quella giusta. Nel suo set, in cui si è esibito completamente da solo, senza band (tranne che negli ultimi due pezzi), ha scelto di mostrare un po’ delle influenze della musica classica sullo sviluppo del primo rock progressivo. Ha impostato l’esibizione come una specie di lezione sulle origini del prog sinfonico, cosa che in sala ha sicuramente attirato alcuni quanto ne ha respinti altri, soprattutto quelli che si aspettavano più musica propria e più botta rock. Questi sono rimasti delusi, perché il suo concerto era molto più vicino alla classica che al rock. Durante lo show ha suonato per lo più il pianoforte classico, qua e là anche l’organo hammond.
Tra le esecuzioni di compositori classici si è cimentato, fra gli altri, con Bartók, mentre tra i classici del prog rock ha entusiasmato soprattutto con le sezioni d’apertura del classico degli Emerson, Lake & Palmer, “Tarkus”. In uno dei pezzi ha vestito anche i panni del tastierista jazz, senza nascondere con una certa ironia il proprio disagio. Una dose maggiore di ironia se l’è concessa con un breve sketch in cui ha letto il testo della burlesque honky-tonk degli ELP “Benny The Bouncer”, dall’album “Brain Salad Surgery”, che evidentemente gli piace un sacco. La sua fascinazione per gli ELP non è calata di una virgola dagli anni ’70 e, in un certo senso, è giusto così. Chi era infastidito dal fatto che suonasse senza band si è rallegrato quando, negli ultimi due pezzi, l’originale “Jazz Eruption” e il classico dei The Nice “Rondo”, si sono uniti a lui il bassista e il batterista dei Beduinos A Gasoleo. I due hanno ravvivato in modo più che evidente la sua esibizione e portato un po’ di energia rock. Poi Par Lindh ha salutato dal palco e, nonostante le richieste del pubblico, non è tornato a suonare un bis, così il suo set è risultato piuttosto breve e ha lasciato non poche persone insoddisfatte.
Chi dal fanatico svedese del prog si aspettava molto è stato probabilmente piuttosto deluso dalla sua esibizione. Personalmente la sua “lezione” sulle origini della progressive basata sulla musica classica mi è sembrata persino utile per chi non aveva ancora allargato i propri orizzonti in questa direzione, anche se avrei preferito vederlo con una band e ascoltare un po’ più della sua musica, visto che nella carriera ha pubblicato parecchi album interessanti. Sul modo in cui è stato impostato il concerto ha di sicuro influito anche la malattia appena superata. Per chi non sapeva cosa aspettarsi, invece, è stato un set del tutto decente e divertente e un’occasione per riportare a galla un po’ di nostalgia per il prog sinfonico.
Scaletta:
1. Bartok, Allegro Barbaro
2. Prokofiev ar.Pär Lindh, Montagues & Capulets
3. Gurdieff, Song of the Fisherwomen
4. Brubeck, medley ar. Pär Lindh
5. Pär Lindh, medley da Mundus,Veni Vidi Vici & dal nuovo album
6. ELP, Benny the Bouncer
Con la band:
7, Pär Lindh, Jazzeruption
8, Brubeck/The Nice, Rondo
Testo su Pär Lindh: Peter Podbrežnik
ARANIS
Jana Arns – flauto
Joris Vanvinckenroy – contrabbasso
Marjolein Cools – fisarmonica
Axelle Kennes – pianoforte
Liesbeth Lambrecht – violino
Stijn Denys – chitarra
Per me uno dei concerti più attesi era quello della band belga Aranis. Li hanno paragonati spesso agli Univers Zero e mi incuriosiva proprio vedere come se la sarebbero cavata. Apposta non ho ascoltato nessun brano prima del concerto, perché volevo arrivare senza aspettative di nessun tipo. E non hanno deluso per niente. Hanno messo in scena un concerto indimenticabile, pieno di momenti drammatici e tesi, in cui nessuno strumento spiccava sugli altri. Forse l’inserimento di una band che di solito non si annovera tra il rock ma tra la musica da camera classica poteva sembrare fuori posto a qualcuno, ma dopo il concerto non c’erano più dubbi. Gli Aranis sono stati un grande successo, come ha testimoniato anche la ressa davanti al loro banchetto dei cd dopo lo show. La musica non era cupa come quella degli Univers Zero della prima fase, ma sembrava piuttosto una combinazione tra gli Univers Zero di una volta e quelli nuovi, oscurità e luce. Per me sono stati uno dei picchi di tutto il festival, se non addirittura il picco.
Scaletta:
Kitano
Vala
Looking Glass
Gona
Walk in one’s sleep
Moja
Trog
Lovey-Dovey
Mythra
Turbulentie
Asilah
Labyrinth
Testo su Aranis: Rok Podgrajšek
MIKE KENEALLY
Mike Keneally: chitarre, pianoforte
L’esibizione dell’eccentrico chitarrista d’avanguardia americano Mike Keneally prometteva
un’altra grande serata di musica. Soprattutto per la combinazione di abilità tecnica, stili musicali diversi e umorismo. Nella sua carriera Mike ha suonato, tra le altre cose, come membro live anche con il leggendario Frank Zappa. E si sente: i suoi concerti sono per lo più impregnati di un umorismo alla Zappa, anche se in gran parte esegue strumentali. Proprio per via della breve collaborazione con Frank alla fine degli ’80, la sua carriera solista resta spesso ignorata e molti non sanno che a quel punto aveva già messo in fila nove album da solista. Nel “tempo libero” ha collaborato anche con Dweezil, il figlio di Frank, e con la band dal vivo di Steve Vai. In più ha partecipato a una marea di altri progetti collaterali.
Quando Keneally è salito sul palco, ha fatto un po’ storcere il naso il fatto che, proprio come Pär Lindh prima di lui, ci sia arrivato senza una band. Per cominciare ha chiesto al pubblico cosa preferisse: partire con la chitarra acustica o con quella elettrica. Anche se la risposta della sala era più o meno equamente divisa tra i due tipi di chitarra, ha scelto l’acustica. Così la prima parte del suo set è stata parecchio tinta di folk rock. Mike ha, come spesso capita ai cantanti d’avanguardia e folk rock, una voce un po’ fastidiosa e sgraziata, che però nel suo concept musicale non dà affatto noia. Ha entusiasmato molto di più quando ha imbracciato la chitarra elettrica, con cui ha dimostrato perché ai suoi tempi abbia collaborato anche con Steve Vai. Si è rivelato anche lui un allievo di successo della “sinistra” scuola di Frank Zappa per “musicisti di talento che non vogliono suonare in gruppi popolari”. Che, pur non essendo chissà quale innovatore musicale, sia un eccentrico e un polistrumentista di prim’ordine l’ha confermato suonando il pianoforte e, soprattutto, usando contemporaneamente chitarra elettrica e pianoforte, con una mano a battere sui tasti e con l’altra sulle corde della chitarra.
Oltre ai pezzi propri, tra cui spiccava “Potato” per il suo ritornello stranissimo ma divertente, non ha saputo resistere a due cover. La prima era di chi altri se non del suo leggendario maestro Zappa, ovvero il classico di Zappa preferito da Mike, “Idiot Bastard Son”, dall’album “We’re Only In It For The Money” (1968). A parte il testo e il modo di cantare, aveva ben poco in comune con la versione originale, ma d’altra parte non capita tutti i giorni di sentire dal vivo una cover di Frank. Per questo a tutti quelli che hanno lavorato con lui e che suonando le sue cose si occupano di mantenerne viva la ricca eredità si perdona sempre metà, a prescindere dalla qualità di queste esecuzioni. Molto più sorprendente la cover dei Beatles “And Your Bird Can Sing”, dall’album “Revolver” (1966), perché da Keneally non mi sarei aspettato troppa sensibilità per il “lato britannico della storia” del rock, ma i Beatles sono i Beatles, quasi tutti ci si sono già cimentati e nemmeno lui ha saputo resistere alla tentazione.
Il concerto di Mike, nonostante tutti i difetti, è stato comunque interessante ed è volato via in un attimo. Conteneva un pizzico di quell’energia alla Zappa che oggi è sempre ben accetta e troppo spesso manca. Come quello di Pär Lindh prima di lui, però, il suo set avrebbe potuto essere molto migliore con una band al fianco. Ci ha pensato anche lui e ha promesso che la prossima volta porterà altri musicisti. Non si è vergognato ad ammettere di non essere troppo abituato a questi concerti “in solitaria” e che era appena la sua terza esibizione di questo tipo.
Testo su Mike Keneally: Peter Podbrežnik
ANGE
Christian Décamps – voce, chitarra acustica, tastiere, fisarmonica
Tristan Décamps – tastiere, voce, cori
Caroline Crozat – voce, cori
Hassan Hajdi – chitarra, voce, cori
Thierry Sidhoum – basso, voce
Benoît Cazzulini – batteria
Non pochi tra i presenti aspettavano con un interesse particolare l’esibizione degli Ange, leggendari campioni francesi del rock progressivo sinfonico, band di punta e quindi ultima a suonare nel primo giorno del festival. Gli Ange, che anche nel XXI secolo portano avanti la loro visione musicale così particolare sotto la guida del carismatico Christian Decamps, cantante e polistrumentista (all’occorrenza), restano un’attrazione da palco a sé. Oltre a un’esecuzione musicale di altissimo livello, i loro concerti hanno spesso una dose abbondante di teatralità, di quelle che oggi non si incontrano più così spesso, nemmeno nel rock progressivo. Christian Decamps, filosofo di sinistra convinto e satirico della società, con la sua musica, i suoi testi e spettacoli sul palco che sfiorano ormai la rappresentazione teatrale, prende in giro la società moderna in modo tagliente ma anche spiritoso, soprattutto le religioni organizzate e la politica. Per farlo usa spesso il tipico umorismo francese e perfino marionette e costumi appariscenti. Negli ultimi anni Christian è comunque rimasto l’unico membro originale della band. Gli fanno compagnia suo figlio Tristan Decamps, che il suo straordinario talento musicale e attoriale l’ha evidentemente ereditato dal padre, visto che non è solo un ottimo tastierista ma anche un ottimo cantante, l’attraente cantante Caroline Chrozat, il chitarrista Hassan Hajdi, il bassista Thiery Sidhoum e il batterista Benoit Cazzulini. Siccome sono tutti molto più giovani di Christian, danno alla band un’ulteriore iniezione di energia giovanile, che al suo leader peraltro non manca, come abbiamo potuto vedere con i nostri occhi anche questa sera.
Gli Ange hanno scioccato i presenti già solo con la loro immagine scenica stravagante, che si sposava alla perfezione con la loro musica spesso drammatica e con i testi satirici. Questi ultimi, come da tradizione, erano in francese, quindi purtroppo non ho capito una parola (con rare eccezioni), ma bastavano la musica e lo spettacolo sul palco per cogliere qualche messaggio dei loro concept musicali. Christian Decamps, in tutta la sua maestà patriarcale, con l’immancabile barba grigia da filosofo marxista, era vestito da meccanico e al collo aveva appeso un ciuccio. Nemmeno suo figlio era da meno in fatto di stravaganza e con il suo look sembrava un incrocio tra Groucho Marx e il pirata Jack Sparrow. Il chitarrista Hajdi era vestito da prete. Attirava l’attenzione anche Caroline Crozat che, con il suo vestito provocante e il mantello, interpretava con ogni probabilità una prostituta. A parte i due custodi della sezione ritmica, tutti erano la personificazione comica di qualche strato sociale.
Hanno aperto con i pezzi più recenti, soprattutto dall’album attuale “Soufflers de Vers” (2007) ma anche dal precedente, dal titolo straordinariamente bizzarro: “?” (2005). Nei pezzi più rock la band suonava con un’energia come se fosse una band giovanissima e non un’istituzione con quasi 40 anni di carriera alle spalle. L’incredibilmente vitale Christian metteva in scena performance da attore spesso esilaranti oppure dirigeva la band come il capo di una grande rock band da stadio. In un brano si è calato così tanto nella parte che è finito a terra. Una volta ha interpretato in modo convincentissimo uno che è andato fuori di testa ed è tornato psicologicamente all’infanzia, e intanto ha suonato forte il ciuccio come una trombetta. Nella teatralità, in alcuni pezzi lo ha aiutato alla grande anche la corista Caroline che, quando non picchiava con le bacchette sulla plastica, leggeva il giornale o ballava con un pupazzo che rappresentava la morte con la corona, portando un ottimo contrasto vocale.
Ovviamente l’esecuzione musicale non era per niente inferiore a quella attoriale, perché gli Ange si sono rivelati strumentisti fenomenali. Christian, oltre a cantare, passava spesso tra chitarra acustica, tastiere e fisarmonica. Suo figlio ha avuto perfino un numero solista in cui ha mostrato la sua padronanza degli strumenti a tasti, e in uno dei pezzi si è fatto valere anche come bravo cantante. Hassan si è dimostrato un chitarrista molto eclettico, capace di passare con facilità da passaggi duri a parti più jazzate, e anche la sezione ritmica scoppiava di potenza e varietà. Gli Ange non hanno deluso nemmeno i vecchi fan e hanno suonato qualche classico dai loro album più amati,
“Au-delà du Délire” (1974) e “Emile Jacotey” (1975). Hanno tirato il loro set per ben due ore e, nonostante l’ora tarda, hanno mantenuto l’interesse fino alla fine, entusiasmando la maggior parte dei presenti. Christian, nonostante il suo orgoglio nazionale che non gli permette di usare testi in inglese, comunicava con il pubblico in un inglese più che decente, anche se con la parte portoghese della platea non è stato di grande aiuto. Su questa “Babele linguistica” ha fatto anche una battuta ben azzeccata.
L’esibizione degli Ange è stata ottima, forse persino oltre ogni aspettativa, e ha messo il punto sulla i al primo giorno di festival. Gli amanti del prog rock sinfonico di taglio teatrale, dopo il set di Christian Decamps e della sua banda di ottimo umore, si sono potuti leccare tutte le dita e aspettare con un po’ più di leggerezza le “stelle” principali dell’intero festival, annunciate per la fine del secondo giorno.
Testo su Ange: Peter Podbrežnik
Giorno 2:
LES REINES PROCHAINES
Michèle Fuchs – voce, tromba, percussioni
Sus Zwick – voce, sassofono, percussioni
Fränzi Madörin – voce, basso, fisarmonica
Muda Mathis – basso, clarinetto, melodica, voce
Barbara Naegelin – voce, chitarra, basso, percussioni
Le svizzere Les Reines Prochaines, che hanno già suonato anche in Slovenia, sono arrivate al festival come la grande incognita. Quasi nessuno sapeva chi fossero e come sarebbe stato il concerto. Dalla descrizione delle loro esibizioni avevo dedotto che le possibilità fossero solo due: o sarebbe stato un disastro totale o qualcosa di speciale. Gli organizzatori del festival evidentemente sanno bene quello che fanno, perché le svizzere si sono portate dalla loro parte gran parte del pubblico. Già l’annuncio del concerto faceva capire che non si sarebbe trattato di un’esibizione tipica. Luis Loureiro le ha presentate come una band che nei suoi spettacoli infila dentro anche un po’ di musica. Cinque donne hanno messo in scena un vero spettacolo di cabaret, con risate, teatralità, tragedia e banalità a volontà. Un’esibizione insolitissima per un festival progressivo, ma anche riuscitissima. Nella loro musica ci sono molti elementi che all’inizio hanno formato il rock progressivo: un’esibizione non convenzionale, melodie insolite, personalità stravaganti. Come se avessi mescolato insieme Marlene Dietrich, Frank Zappa e i Sex Pistols. Il loro show era vivace, carico di energia sessuale e di gioia di creare e di vivere. Secondo me è stato lo spettacolo visivamente migliore di Gouveia.
Testo su Les Reines Prochaines: Rok Podgrajšek
THINKING PLAGUE
Mike Johnson – chitarra
David Wiley – basso
Dave Kerman – batteria, percussioni
Stevan Tickmayer – tastiere
Mark Harris – fiati
Deborah Perry – voce
Elaine di Falco – voce, tastiere
Ospite: Bob Drake – batteria
Per me uno dei concerti attesi con più impazienza era quello degli americani Thinking Plague, tra i pionieri del movimento Rock in Opposition negli USA. La band è costruita attorno al leader e chitarrista Mike Johnson (non l’ex velocista). Nella formazione ho potuto rivedere anche il batterista Dave Kerman, che in festival di questo genere è praticamente immancabile. La band si è riunita dopo una pausa di diversi anni, ma nella loro musica non si sentiva affatto. Strutture e melodie estremamente complesse scorrevano senza problemi, qualche difficoltà c’è stata solo con le voci, dove Deborah Perry è inciampata un paio di volte. È stata una sorpresa ancora più grande se penso che la Perry è una presenza fissa nella band, mentre l’altra cantante è nuova. Elaine di Falco ha fatto il suo con più sicurezza della Perry, ma anche la Perry si è ripresa più tardi e così abbiamo assistito più volte a bellissimi duetti tra le due belle cantanti. I Thinking Plague hanno comunque dedicato più attenzione alle parti strumentali che a quelle vocali, ed è stato proprio questo a portare il concerto a un livello superiore. A metà show la sorpresa è stata l’arrivo di qualcuno vestito con un costume da orso-cane. Mike Johnson ha fatto capire chi fosse con la battuta che si trattava di un “bear-dog, iniziali BD”. Non era nessun altro che un altro vecchio conoscente dal festival Rock in Opposition, Bob Drake, che a differenza della Francia, dove con il Peter Blegvad Trio suonava la chitarra, stavolta si è messo alla prova dietro la batteria (e per giunta mascherato!). Il suo drumming era sicuro, ma Dave Kerman gli è comunque corso in aiuto un paio di volte, e dopo tre pezzi lo ha sostituito, mentre Bob Drake ha salutato. I Thinking Plague hanno messo in scena l’esibizione più complessa, con i pezzi più difficili, ed è stato anche il concerto più rumoroso, merito di sicuro anche del fonico Udi Koomran. A stemperare la tensione ci hanno pensato i singoli numeri solisti sugli strumenti. I Thinking Plague hanno entusiasmato e dimostrato che anche con poche prove (hanno provato insieme solo un paio di mesi) si può suonare ai massimi livelli.
Scaletta:
Behold the Man
Blown Apart
Maelstrom
Gudamy
Least Aether For Sax
Improvvisazione
Lycanthrope
Love
Assolo di tastiere
Warheads
Testo su Thinking Plague: Rok Podgrajšek
ARANIS IN CATTEDRALE
Dopo l’ottima esibizione in sala, gli Aranis hanno dato per tutti gli abitanti del posto e per i visitatori del festival un concerto anche in cattedrale. Il concerto era gratuito, così hanno avuto la loro parte anche i locali, che per lo più non hanno vissuto l’atmosfera del festival. La cattedrale era piena fino all’ultimo angolo e anche questo è un segno che il festival ha guadagnato reputazione tra la gente del posto. Stavolta gli Aranis, oltre ai loro pezzi, hanno suonato anche qualche opera classica e un po’ di improvvisazioni rinascimentali. Alla fine il pubblico li ha premiati con un applauso scrosciante, che con un altro concerto di altissimo livello si erano senza dubbio meritati. La formazione, che in Belgio si guadagna da vivere come ensemble classico, è infatti già così affiatata da suonare senza il minimo errore, ma comunque con tanta emozione e slancio.
scaletta:
J.S.Bach- eine ouverture
Joris Vanvinckenroye- Hirione
Joris Vanvinckenroye-Vala
Improvisation
Anonymus- Tous Bien Playne
Joris Vanvinckenroye- Walk in one’s sleep
Anonymus- Tous Bien Playne II
Peter Verdonck- Trog
Joris Vanvinckenroye- Moja
Joris Vanvinckenroye- Wespengraf
Turbulentie (short version)
Asilah
Testo su Aranis in cattedrale: Rok Podgrajšek
VAN DER GRAAF GENERATOR
Peter Hammill – voce, tastiere, chitarra
Hugh Banton – organo
Guy Evans – batteria, percussioni
Dopo due giorni di concerti quasi tutti ottimi, è arrivato anche il grande picco del festival, quello che noi tanti visitatori aspettavamo ormai con impazienza e alte aspettative e che alla fine abbiamo avuto: l’esibizione degli indistruttibili leggende del rock progressivo Van Der Graaf Generator, band di un’era antidiluviana, in cui la creatività musicale ad alto livello e la sperimentazione non conoscevano limiti. Erano i tempi in cui nascevano tantissime band che mescolavano i confini di genere tra musica popolare, classica e jazz, e i VDGG si sono guadagnati in fretta la fama di rappresentanti di punta di quel periodo. Fino a pochi anni fa la maggior parte era convinta che dopo lo scioglimento (apparentemente definitivo) alla fine dei ’70 appartenessero per sempre ai “bei vecchi tempi”. Ma tre anni fa, con il loro ritorno trionfale e l’ottimo album “Present” (2005), hanno scioccato in modo graditissimo tanti buongustai della musica e annunciato che l’ultima parola è ancora lontana e che anche nel XXI secolo hanno voglia di nuove sfide musicali.
Senza dubbio molti visitatori sono arrivati al festival proprio per loro, perché oggi vederli dal vivo è difficile quasi come vincere il primo premio alla lotteria. Non pochi dei loro fan, anche fuori dal Portogallo, hanno quindi preso senza esitare la decisione di non perdersi questo concerto per nessun motivo. Ogni occasione di vedere queste leggende della musica, con più di 40 anni di carriera (se non si contano le “pause” in mezzo), che non sono più nel fiore degli anni e che non sono mai stati famosi per la stabilità della formazione, può infatti essere l’ultima.
I Van Der Graf Generator per questo tour, in cui presentavano il loro ultimo, eccellente album “Trisector” (2008), hanno annunciato in tutto soltanto otto date. E per di più in città europee piuttosto fuori mano, per gli standard sloveni, con chiusura del tour a Mosca. Il tour rappresentava per la band una grande novità, perché era il primo in formato trio dopo che li ha lasciati il sassofonista di lunga data e amatissimo David Jackson. A portare avanti la leggenda c’è quindi un trio composto dall’eccezionalmente carismatico cantante, chitarrista e poeta Peter Hammill, noto anche per la sua splendida carriera solista, dal tastierista (soprattutto organista) Hugh Banton e dal batterista Guy Evans. Dato che questo trio forma l’ossatura della band praticamente dall’inizio e che la loro ultima incarnazione l’hanno giustificata pienamente con un nuovo album eccellente, non c’era nessun timore che il concerto non soddisfacesse le grandi aspettative. Nel mio caso queste non riguardavano la scelta dei brani, visto che i VDGG in carriera non hanno fatto un solo brutto pezzo e non mi facevo troppi problemi, anche se ovviamente avevo certi desideri su alcune scelte. Restavano piuttosto alcune domande sul loro show dal vivo, cioè su come avrebbero suonato i loro classici senza sassofono. L’addio di Jackson ha senza dubbio tolto alla band un po’ di teatralità ed energia, ma alla fine si è visto che il trio se l’è cavata bene e ha compensato come si deve la sua assenza dal palco.
Con tutti e tre i membri avevamo in realtà già avuto un incontro ravvicinato la mattina, quando, insieme agli altri musicisti del festival, hanno partecipato a una conferenza stampa speciale sul tema “L’umorismo c’entra con la musica?”. Anche se la loro musica, tolti i numerosi sarcasmi e l’umorismo nero nei testi di Hammill, di solito passa per piuttosto seria e piena di cupe tematiche socialmente critiche e salate di (fanta)scienza alla Hammill, il trio aveva parecchio da dire sull’argomento, soprattutto il suo carismatico “dottore”. Nel mezzo hanno sparato un bel po’ di battute di taglio anglosassone che scatenavano scrosci di risate. Hammill e i suoi soci prima del concerto serale sembravano estremamente rilassati e si prospettava un concerto eccellente, nonostante i dubbi di un visitatore svedese con cui abbiamo parlato prima dello show.
Già solo il fragore del pubblico dopo che li ha annunciati lo speaker faceva capire che sul palco stavano salendo veri giganti della musica, che a loro tempo hanno contribuito in modo importante a plasmare lo sviluppo della musica sperimentale e popolare del XX secolo. I VDGG hanno aperto, un po’ a sorpresa, con “Interference Patterns”, uno dei pezzi migliori del nuovo album, anche se la maggior parte probabilmente si aspettava lo strumentale melodico “The Hurlyburly”. La disposizione degli strumenti sul palco era azzeccatissima. A sinistra, dietro il piano elettrico, sedeva Hammill, che al microfono sfoggiava le sue drammatiche acrobazie vocali da camaleonte. Il sempre pacato Banton, con il suo “regno” di organi sotto cui aveva anche pedali speciali che sostituivano le parti di basso (il basso lo usa solo in studio), sedeva sulla destra. In mezzo, come principale collegamento tra i due soci, sedeva Evans con il suo gigantesco set di tamburi. Se, secondo l’analisi geometrica di Hammill, li collegassi con delle rette, otterresti un triangolo e con esso il messaggio centrale dell’album “Trisector”. Subito dopo i VDGG hanno sorpreso con l’esecuzione di “In The Black Room”, dal disco solista di Hammill “Chameleon In The Shadow Of The Night” (1973), che è ormai quasi un loro brano adottivo, visto che in passato l’hanno suonata tantissime volte sui palchi e hanno partecipato come band alla sua nascita. Con questo pezzo hanno dimostrato per la prima volta che l’addio di Jackson non li ha toccati per niente. Le sue parti qui le coprivano Banton e Hammill al piano elettrico.
Nonostante l’osservazione sarcastica di Hammill, che i VDGG non sono una tribute band che suona solo i vecchi pezzi, sono andati avanti con l’esecuzione del classico “Lemmmings” dall’album “Pawn Hearts”, durante la quale a molti in sala si è fermato il fiato, soprattutto grazie all’ottima prova vocale di Hammill. In questo pezzo ha imbracciato per la prima volta anche la chitarra elettrica e ha mostrato quanto sia migliorato come chitarrista in tutti questi anni (lontano dal diventare un fuoriclasse, ma del tutto decente per le necessità della band). Tra un pezzo e l’altro non ha nascosto che accordare la chitarra gli dà ancora del filo da torcere. Per questo usava a terra un apparecchio apposito e più volte, con ironia, ha richiamato il pubblico sull’importanza di quello che stava facendo. In alcuni classici Hammill e Banton le parti di Jackson le hanno semplicemente saltate oppure le hanno sostituite, in modo più o meno convincente, con passaggi di chitarra e organo. Banton in generale è un caso a parte tra i tastieristi rock, perché usa quasi esclusivamente l’organo, ed è stato così anche stavolta.
Con “Lifetime”, che ha un po’ calmato un concerto energicissimo, e “All That Before” sono tornati su “Trisector”. In mezzo Hammill ha scherzato sul manifesto del festival, dove in primo piano c’era lui alla chitarra e i suoi soci sfocati sullo sfondo, dicendo che “i veri musicisti che meritano il primo piano della band sono in realtà loro”. La sala è poi impazzita con l’esecuzione della leggendaria epica “Man-Erg”, uno dei pezzi migliori della loro carriera, durante la quale a molti sono venuti i brividi lungo il corpo per l’emozione. Anche se con le sue parti di chitarra al posto del sassofono qui non è stato il più convincente, Hammill in questa esecuzione ha disarmato tutti gli scettici con la sua prova vocale. A non far raffreddare la sala nemmeno per un attimo ci ha pensato un’altra epica classica, “Sleepwalkers”, dove teatralità, drammaticità, poesia eccelsa ed esecuzione vocale e strumentale da mozzafiato si sono unite di nuovo alla perfezione. Tutti e tre i membri dei VDGG non hanno mostrato i loro anni nemmeno per un istante e se li avessi guardati da lontano, senza vedere i capelli grigi, avrei detto che si fossero teletrasportati dagli anni ’70. È vero che Hammill preferisce evitare le note alte e le urla eccessive, ma la sua voce non ha perso niente quando c’è da esprimere rabbia e dolore. Il concerto si avvicinava (purtroppo) piano piano al suo epilogo con le esecuzioni fenomenali dei due pezzi finali da “Trisector”, l’epica “Over The Hill” e “(We Are) Not Here”, legate in modo indissolubile. A chiudere in modo trionfale la parte regolare ci hanno pensato i VDGG con un’altra leggendaria epica post-apocalittica, “Childlike Faith In Childhood’s End”, dall’album “Still Life” (1976), dopo la quale l’entusiasmo dei presenti in sala non voleva proprio finire.
La sala, ovviamente, ha preteso il bis e i membri della band, da veri gentiluomini inglesi raffinati, hanno esaudito il loro pio desiderio, ma prima hanno ringraziato sia il pubblico sia gli organizzatori del festival. Alcuni hanno espresso i loro desideri sul bis in modo piuttosto rumoroso, avanzando richieste incredibili, tra cui “Octopuss”, ma Hammill li ha zittiti in fretta con parole del tipo “che non succederà mai, almeno finché questo chitarrista è in vita”. È seguita l’esecuzione della meravigliosa classica “Still Life”, dall’omonimo album, che oltre alla chiusura della parte regolare è stata di sicuro la più grande sorpresa del concerto (i VDGG tra una data e l’altra del tour hanno cambiato più volte la scaletta, quindi le sorprese erano sempre possibili). Dopo aver fatto esplodere ancora una volta la sala in un applauso fragoroso, dopo i ringraziamenti sono scesi dal palco fin troppo in fretta, anche se il pubblico voleva richiamarli. Ma anche un’ora e mezza di compagnia con le indistruttibili leggende del rock progressivo è bastata per tanti ricordi indimenticabili, e a volte era davvero difficile resistere alla tentazione di darsi un pizzicotto in mezzo al loro show, per paura di svegliarsi da un sogno.
Dopo quello che ho visto, per me senza dubbio il picco dell’intero festival, da Hammill e dai suoi due compagni ci si può aspettare grandi cose anche in futuro, perché hanno confermato la sensazione già data dal nuovo album: dopo l’addio di Jackson hanno trovato una nuova fonte di motivazione. Hammill, a differenza di tante idee poco informate, soprattutto di chi non l’ha mai incontrato e che di solito lo mette accanto a figure musicali dittatoriali tipo Robert Fripp, durante tutto il concerto è sembrato un vero gentiluomo inglese e un attore bravissimo. È stato sempre estremamente cortese con il pubblico e parlava in un inglese forbito quasi impeccabile, riuscendo più volte a prendere in giro anche se stesso e la quasi proverbiale taciturnità di Banton. A molti probabilmente undici pezzi sembreranno pochini, ma visto che si trattava dei VDGG e del rock progressivo, dove certi pezzi durano spesso più di dieci minuti, non dovrebbero stupirsi troppo. La chiusura del Gouveia art rock festival si può riassumere anche con il detto: Van Der Graaf Generator – veni, vidi, vici.
1.) Interfrence Patterns
2.) In The Black Room
3.) Lemmings
4.) Lifetime
5.) All That Before
6.) Man-Erg
7.) Sleepwalkers
8.) Over the Hill
9.) (We Are) Not Here
10.) Childlike Faith in Childhood’s End
Bis: Still Life
Testo su Van Der Graaf Generator: Peter Podbrežnik
Il festival è filato via in modo straordinariamente fluido. Nessun intoppo, nessun imprevisto. I visitatori respiravano insieme alla musica e si godevano esibizioni di ogni tipo. Vanno lodati gli organizzatori, che gli artisti non li hanno cercati solo tra il “prog” convenzionale, ma hanno portato anche qualche nome sconosciuto ma estremamente interessante (per esempio Les Reines Prochaines). Tutti gli artisti si sono dimostrati all’altezza, con la giusta dose di professionalità e perfezione musicale. Sarebbe difficile indicarne uno solo che spicchi. La manifestazione è stata più che riuscita ed è davvero possibile che ci tornerò ancora.
Testo di introduzione e conclusione: Rok Podgrajšek
Foto: Rok Podgrajšek
Scaletta
Giorno 1: Beduinos a Gasoleo Pär Lindh Aranis Mike Keneally Ange Giorno 2: Les Reines Prochaines Thinking Plague Aranis Van der Graaf Generator
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