Nova Rock festival 2008 – terzo giorno – tornano le leggende!

0 8

Autore: Aleš Podbrežnik
Foto: Aleš Podbrežnik

Luogo: Nickelsdorf / Pannonia Fields / Austria
Data del concerto: 14.06.2008
Numero di spettatori: 1506
Prezzo del biglietto: 120.000

Dopo un violento acquazzone mattutino, quando eravamo ancora tutti rintanati nelle tende a tremare per vedere se sarebbero rimaste in piedi, ci siamo svegliati in una soleggiata mattina di domenica. L’ultimo giorno ci aspettava ancora un bel mucchio di band tostissime, a cominciare dai Vanilla Sky sul palco blu e dai .sPOUT sul palco rosso.

Testo: Lea Lesar

RED STAGE

SPOUT: 12.00-12.25 
L’ultimo giorno del Nova Rock di quest’anno è ripartito ancora una volta dal palco rosso. I padroni di casa sPout hanno trasformato in un lampo la mattinata pigra in un mezzogiorno rovente. Ragazzi moderni, con tanto di look alla Fred Durst e una forma tutta riff impastati, sopra cui ruggisce il diktat vocale, hanno dettato un po’ più di sostanza skate punk. Insomma, una semplice sgranchita da mezzogiorno. Per aprire il concerto hanno piazzato, ovviamente, come ordinato e fatto su misura, Warm Up Your Neck. In patria i ragazzi vanno fortissimo: hanno pubblicato quattro album e in Europa ne hanno venduto 20.000 copie. Sotto il palco li aspettava una folla bella corposa, circa 4000 persone, che ha risposto a gran voce. Sul piano espressivo, però, gli sPout suonano piuttosto vuoti, risaputi e poco interessanti. 

Scaletta di sPout:
1. Warm up Your Neck
2. Some Kind of Zombie
3. Nothing in Common
4. Drift
5. Sick Song

Testo: Aleš Podbrežnik

RUSSKAJA: 12.45-13.15
Che cosa ottieni se mischi la musica russa di ottoni con un solido beat kazačok e un soffio di rock? Polka rock. E quando ci sono i fratelli slavi russi, ci sta a pennello anche l’aggettivo “vodka polka rock”. Una follia. La gente è andata fuori di testa. I Russkaja si sono presentati al pubblico con il più sano degli approcci al cinismo e alla presa in giro che il rock, diciamo così, richiede. C’è una ragazza incantevole, dalle mani incantevoli, che tira fuori suoni incantevoli dal suo violino, con quella triste bellezza sonora che soffia sulle sconfinate distese siberiane. Un settetto che ti manda in tilt! Testi interamente in russo. Se ti piace il kazačok , quel giorno eri nel posto giusto. Il Palco Rosso è diventato rosso fuoco e i Russkaja, con un’esibizione ottima, diretta e autentica, hanno battuto la maggior parte degli artisti della giornata. Che carica! Dawai, sostenuto dalla chitarra rock, ha descritto meglio di qualsiasi altra cosa lo spirito dei Russkaja. Questi ragazzi e questa ragazza non scherzano e hanno un grosso potenziale per diventare famosi. Quest’anno hanno pubblicato l’album “Kasatchok Superstar”. Slava! Za rodinu!

Testo: Aleš Podbrežnik

BLACK TIDE: 13.35-14.15
Poi è arrivata un’altra sorpresa piacevolissima. Ragazzini di Miami, in Florida (USA), che portano alta la bandiera dei Black Tide. Coltivano un metal ortodosso, con un forte appoggio sui riff thrash dei Metallica. Ovviamente i Metallica fino al “Black Album”. Cioè i Metallica “veri”, quelli old school. A far capire che i Black Tide non sono l’ennesimo giovane clone ci pensano le armonie alla Iron Maiden, con cui travolgono i riff pur tagliati con sfrontatezza. Qualcuno potrebbe ricordare i primi Iced Earth, ma al loro confronto i Black Tide sono ancora dei veri e propri insettini innocenti. Soprattutto a livello vocale sono ancora molto grezzi e cercano la loro strada. Il chitarrista ha una voce tagliente e rigida: quando diventerà uomo, forse un giorno potrà tirare fuori il meglio di James Hetfield, ma il bassista, con la sua voce clean melodica e lamentosa, aggiunge solo troppo zucchero allo stile del gruppo. Quindi in futuro quella voce andrebbe tagliata dalla musica dei Black Tide, perché a tratti i ragazzi risultano proprio patetici per via di quei piagnucolii. Forse lo fanno apposta, il che, nell’iperplasia di tutto il possibile, non sarebbe nemmeno strano. Ma non fa bene. Proprio il pezzo Warriors of Time era un ibrido interessante di tutto quanto elencato e ha mostrato subito che il gruppo si sta ancora cercando nelle sue direzioni. Per il resto i Black Tide sono una band spaventosamente affiatata e hanno fatto felice la gente con una cover degli Iron Maiden, Prowler, in versione “thrash” metal. Questa spiritosa “marachella” è venuta benissimo. Ai thrasher e agli amanti del genere consiglio di dare un ascolto ai Black Tide. I ragazzi hanno dinamite in testa, nelle mani e nei piedi. Suonano con due palle indiscutibili!

Testo: Aleš Podbrežnik

SKINDRED: 14.40-15.30
Dopo aver visto gli Skindred, punker alternative-reggae inglesi, l’11 aprile di quest’anno alla Cvetličarna Mediapark di Lubiana, dove l’esibizione era stata piuttosto triste per via del pubblico troppo scarso, sul palco rosso del Nova Rock è andata in scena tutta un’altra storia. Sotto il palco si era radunata una bella folla di qualche migliaio di teste. Gli Skindred hanno aperto con “Nobody”, uscita nel 2002 sul loro album di debutto “Babylon”. I giovani di lingua tedesca hanno dimostrato che gli Skindred sono molto più popolari fuori dai confini sloveni. Il cantante Benji Webbe è poi passato al suo “ragga metal” con il pezzo “Bruises”. Era quasi buffo ascoltare certi ritmi alle tre del pomeriggio, perché si adattano molto di più alla sera. Ma al pubblico la luce del giorno non dava fastidio. Ballava fin dai primi riff. Poi ancora “Babylon” e “Trouble”. Benji stavolta era di umore completamente diverso rispetto a qualche mese fa a Lubiana, dove si notava una palese mancanza di voglia. “Ratrace” è un altro pezzo incendiario, uscito sul loro ultimo album in studio “Roots Rock Riot” (ottobre 2007). E incendiario era anche Benji. Saltellante come sempre. È seguito il pezzo omonimo dell’ultimo album e poi “Rudeboy”. I ragazzi spaccano. Soprattutto, però, fanno una festa coi fiocchi. In fin dei conti è questo che conta di più, no? Ancora “Selector” e “Destroy The Dancefloor”. Nemmeno stavolta sono mancati i “circlepit” e i lividi. Gli Skindred hanno chiuso con “Pressure”, che si è conclusa con Benji che martella istericamente su una mini tastiera, per poi lasciare il palco agli allegroni inglesi Enter Shikari.

Scaletta degli Skindred:
1. Nobody
2. Bruises
3. Babylon
4. Trouble
5. Ratrace
6. Roots Rock Riot
7. Rudeboy
8. Selector
9. Destroy The Dancefloor
10. Pressure

Testo: Lea Lesar

ENTER SHIKARI: 16.00-16.55
Il quartetto britannico di “happy hardcore” Enter Shikari ha portato nella musica con elementi elettronici uno stile tutto suo. La band, nata nel 2003, ha pubblicato il suo debutto “Take To The Skies” nel marzo 2007. L’album è entrato al quarto posto della classifica ufficiale inglese.
I ragazzi sono piombati sul palco sul ritmo di “Enter Shikari”. Il cantante e tastierista Roughton “Rou” Reynolds, appena salito davanti al pubblico, ha cominciato a saltare da un lato all’altro del palco, nel mezzo picchiava sulle tastiere, cantava … Dimostrando fin da subito di essere pieno di energia. Hanno continuato con “The Feast” e “Return To Energiser”. Rou, Chris e Rory, mentre Rob era incatenato alla batteria, saltavano per il palco e spingevano il pubblico a impazzire. Il pubblico li ha ubbiditi senza fiatare. “Anything Can Happen In The Next Half Hour” ci ha servito il primo “circlepit”. Di ragazzi ce n’erano dappertutto sul palco. E non si curavano minimamente dei loro strumenti e dei microfoni. Durante “Labyrinth”, per dire, il microfono ha volato più volte per tutto il palco. Rob, durante un pezzo senza batteria, si è alzato e si è unito agli altri davanti, poi si è “buttato” così tanto nelle sue pagliacciate che Chris ha dovuto richiamarlo: “I believe it`s your part!”. Ragazzi, ragazzi … Neanche durante “No Sssweat” è andata diversamente, perché Rob ha di nuovo lasciato la batteria e ballato in uno stile simile al can-can. Da morire dal ridere! E come se non bastasse, preso dall’entusiasmo si è arrampicato pure sull’impalcatura fino in cima al palco. Rob c’era, d’accordo, ma era anche lucido? È seguita “Jonny Sniper”, durante la quale Rory ha fatto roteare la chitarra intorno a sé più volte, mentre Rob, per cambiare, è rimasto dietro la sua batteria. In chiusura sono arrivati altri tre pezzi, secondo me i loro migliori. “Mothership” per prima. Che sia uno dei loro pezzi migliori l’ha dimostrato anche il pubblico, che era ancora un filo più rumoroso del solito. Rob da par suo ha di nuovo abbandonato la sua postazione fissa e ha fatto il matto davanti. Si sono uniti a lui anche Rory e Chris, mentre Rou nel frattempo suonava le tastiere. Come secondo pezzo migliore è arrivata “Sorry You Are Not A Winner”. Il pubblico è impazzito. E pure gli Enter Shikari. I ragazzi traboccano di energia. Complimenti! Gli Shikari hanno chiuso la loro parte di esibizione con “OK, Time For Plan B”. Di nuovo, ce n’erano a sufficienza su tutto il palco.
Dopo il concerto i ragazzi si sono ritrovati nella tenda per gli autografi, dove Rob si è portato una radio e ha ballato lì. Il ragazzo ha davvero troppa energia. E siccome quel giorno il chitarrista Rory festeggiava il compleanno, alcuni di noi hanno potuto addolcirsi anche con una torta. Buonissima! Auguri, Rory!

Scaletta degli Enter Shikari:
1. Enter Shikari
2. The Feast
3. Return To Energiser
4. Anything Can Happen In The Next Half Hour
5. Labyrinth
6. No Sssweat
7. Jonny Sniper
8. Mothership
9. Sorry You Are Not A Winner
10. OK, Time For Plan B

Testo: Lea Lesar

ALTER BRIDGE: 17.30-18.35
I post-grunger Alter Bridge, di casa a Orlando (USA), sulla scena non portano proprio niente di speciale. Sono una specie di prolungamento delle storie dei Nickelback, perfino degli Staind (l’esecuzione di Bran New Start). Una bella dose di patetismo, soprattutto nei passaggi più calmi. Certo, quando serve i ragazzi picchiano in modo del tutto diretto, a partire da Come To Life, e sanno sparare riff distorti e pericolosamente enfatici in pezzi come per esempio Buried Alive. La voce è dolce, pulita, melodica, subito accessibile a qualsiasi orecchio medio. Gli Alter Bridge sono stati i primi sul palco rosso del terzo giorno a far notare una dose maggiorata di decibel, anche se la polvere lasciata dagli Enter Shikari non si era ancora posata del tutto. Le prime file hanno sorpreso conoscendo alcuni pezzi, che il pubblico cantava in coro con la band. Il gruppo ha promosso il suo ultimo disco in studio, intitolato “Blackbird” (2007), da cui ha infiammato subito il pubblico con Come To Life, che ha scatenato una bella quantità di mosh pit sotto il palco, e ha alzato la temperatura con la più veloce Ties That Bind, con cui ha fatto salire alla grande l’intransigenza rock iniziale, aggiungendoci un tocco di metal. Un’esibizione estremamente compatta, a cui ha dato il suo contributo soprattutto un pubblico incredibilmente caldo, che i ragazzi li ha letteralmente portati sulle ali.

Scaletta degli Alter Bridge:
1. Come To Life
2. Ties That Bind
3. Open Your Eyes
4. Blackbird
5. Rise Today
6. Buried Alive
7. Metalingus
8. Find the Real
9. Brand New Start
10. White Knuckles

Testo: Aleš Podbrežnik

DISTURBED: 19.05-20.15
I Disturbed sono un gruppo che porta in giro le sue canzoni su riff da heavy metal puro. A questo aggiungono un tiro infernale di batteria, mentre la voce a tratti resta molto bella, quasi adatta a un pop rock o a un post grunge. Ma sa anche ringhiare come veleno (10.000 Fists o la detonazione finale di Down With The Sickness). I Disturbed hanno sviluppato un “groove” intraprendente che ha portato il gruppo su ali di altezze vertiginose. La band ha appena pubblicato il suo nuovo album in studio “Indestructible” e di conseguenza abbiamo assistito all’apertura della festa dei Disturbed, perché i quattro, già con il primo pezzo Perfect Insanity, hanno spedito il pubblico, affamato di frustate, in un delirio inconcepibile. Nelle battute iniziali hanno portato sul palco il cantante David Draiman su un carrello, in camicia di forza e maschera, e mi è tornato in mente il film “Il silenzio degli innocenti”; quando poi il “disturbato” David Draiman si è liberato dalle catene, si è ovviamente scatenato in lungo e in largo per il palco. Il quartetto sembrava infallibile e affiatato a livelli altissimi, e Draiman ha impressionato per come ha guidato il concerto e per la comunicazione con il pubblico sotto il palco. Il pezzo Liberated, dall’omonimo album del gruppo, in quanto brano dal motivo conduttore del ritornello ultra orecchiabile, ha confermato nel modo più bello possibile che la band porta nel suo stile ritornelli melodici e cantabili che ti volano subito nelle orecchie. I Disturbed hanno fatto salire con audacia l’atmosfera da perfetto “calvario” di brano in brano, fino a raggiungere l’apice nel terrore generale di decibel con Down with the Sickness. Un’esibizione molto riuscita e convincente!

Scaletta dei Distrubed:
1. Perfect Insanity
2. Liberate
3. Just Stop
4. Remember
5. Indestructible
6. Prayer
7. Voices
8. Deify
9. Stupify
10. Land of Confusion
11. 10,000 Fists
12. The Game
13. Inside the Fire
15. Stricken
16. Down with the Sickness

Testo: Aleš Podbrežnik

BULLET FOR MY VALENTINE: 20.45-22.00
A differenza dei Disturbed, ogni tanto un po’ groovosi, i Bullet For My Valentine hanno già fatto tremare il palco rosso a suon di metal. Che comunque non è heavy metal puro. La voce ruggente porta un elemento core. Nei ritornelli è combinata con una voce melodica e? Cosa possiamo concludere, oltre ai piagnucolii melodici e al ciuffo piatto, liscio e tinto di nero del cantante/chitarrista Matt? Emometalcore. La band ha attaccato dritta con Scream Aim Fire, title track del nuovo album “Scream Aim Fire”. Beat estremamente veloce, doppie armonie a terzine alla Maiden, un pizzico di sapore thrash alla Machine Head e naturalmente una voce che serpeggia dall’urlo al puro piagnucolio. Sul palco i Bullet For My Valentine si sono davvero presi il primato dei fino ad allora più rumorosi Disturbed. Il loro metal “difettoso” suonava intenso, estremamente convincente e, tra affiatamento perfetto ed esecuzione impeccabile, quasi impossibile da superare. I ragazzi sono tecnicamente preparatissimi, mentre le voci sbiadite tolgono alla postura metal il giusto sarcasmo e quel tocco di nerezza oscura che nel metal deve esserci. Come puoi dare a un pezzo il titolo Hand Of Blood, usare una voce piagnucolosa e chiamare la cosa metal? Enigmatico fino al midollo! I Bullet For My Valentine sono un gruppo popolarissimo in Austria. Sotto il palco i fan scatenati, nell’estasi delle estasi, soffocavano letteralmente, mentre i buttafuori facevano un lavoro faticoso, rincorrendo le teste calde che a ondate attraversavano la transenna della prima fila in “crowd surfing”. C’è poco da aggiungere. I Bullet Form My Valentine sono in forma smagliante e sul palco volano letteralmente, tanta è la chimica che funziona tra i ragazzi. Dopo Eye Of The Storm il cantante Matt ha avvisato i presenti che si avvicinava il concerto delle leggende: “We have two songs to go, before Judas fuckin’ Priest heat the stage!” Nel pezzo Take It On Me si è unito alla band sul palco il loro collega degli Skindred, Benji Webbe.

Scaletta dei Bullet For My Valentine:
1. Scream Aim Fire
2. Disappear
3. Four Words (to Choke Upon)
4. Tears Don’t Fall
5. Suffocating Under Words of Sorrow (What Can I Do?)
6. Say Goodnight
7. Take It On Me
8. Eye Of The Storm
9. Hand Of Blood
10. Waking The Demon

Testo: Aleš Podbrežnik

JUDAS PRIEST: 22.30-23.50
Il momento che aspettavo con la più grande impazienza, per tutti e tre i giorni del Nova Rock, è finalmente arrivato. I Judas Priest nella classica formazione di “Painkiller”. Non c’è niente di meglio, vero? Il concerto è andato in scena al Nova Rock esattamente un giorno prima dell’uscita ufficiale del nuovo album in studio della band, “Nostradamus”, ed è iniziato proprio così. L’allestimento del palco è quello classico. Scott Travis è rialzato con la sua batteria sopra gli altri comprimari, a destra e a sinistra della batteria partono delle scale su cui Halford sale fino ai piani più alti della scenografia. Così è cominciato tutto. Halford all’apertura era avvolto in un mantello argenteo e in mano portava uno scettro, con in cima, naturalmente, la classica croce dei Judas Priest. La band ha attaccato con Prophecy dal nuovo album, che sul palco funzionava molto bene. Non abbiamo dovuto aspettare molto per il primo classico. Metal Gods: Halford getta il mantello e comincia la sua infernale marcia. K.K. Downing e Glenn Tipton restano il fascino standard delle esibizioni della band. Il loro lavoro è ancora una delle comunicazioni chitarristiche più belle e meglio rifinite, soprattutto se pensi ai duetti di chitarre delle altre band metal.
Il pubblico sotto il palco si è rimescolato da cima a fondo ed è stato interessante osservare la passività della gente durante il concerto dei Judas Priest. I giovani stavano davanti, ma non sapevano proprio aprire bocca, anche se K.K., Glenn e Rob comunicavano di continuo e incitavano la passiva gioventù austriaca. La band ha inserito in scaletta delle vere sorprese di prima classe e dei pezzi che i Judas Priest non suonavano dal vivo davvero da tantissimo. Il primo di questi piaceri sensuali l’abbiamo vissuto con Eat Me Alive, poi via, “tra il martello e l’incudine”, Devil’s Child, Hell Patrol, Dissident Aggressor, Rock Hard Ride Free, Sinner. Il gruppo ha mantenuto nel repertorio un solo pezzo di “Angel Of Retribution” (2005), l’ottima ballata Angel.
Se ci aggiungi l’obbligatoria Breaking The Law, la ancora più obbligatoria Painkiller e, nel bis, il giro del palco in moto con Hell Bent For Leather, il tutto sembra semplicemente perfetto, ma con una nota molto importante, che può rovinare l’umore a tutti quelli che hanno in programma di vedere la band a Zagabria all’inizio di luglio di quest’anno.
Pronto? Allacciati le cinture della tua poltrona, perché Rob Halford non riesce più a cantare dal registro alto all’altissimo. Al posto del canto che ancora nel 2003 suonava impeccabile e che rende il nome dei Judas Priest così speciale e magnifico fra tutti, abbiamo ascoltato deviazioni improvvisate sulle note basse e il gracchiare non melodico di una cornacchia raffreddata, anche sulle note basse. Che peccato, e l’unica consolazione è che alla fine uno ha visto i Judas Priest nella formazione con Rob Halford. Rob Halford durante il concerto ha indossato vari tipi della sua ricca collezione di abiti metal tutti in pelle, alla fine, prima di Hell Bent For Leather, ha pure messo in moto la sua Harley, si è calcato in testa il suo solito berretto da comandante e, seduto sulla Harley, ha cantato l’ultimo pezzo del concerto. Peccato per la voce di Halford, perché il resto della squadra sembra infallibile, deciso, assetato di sangue e di nuove vittorie.

Scaletta dei Judas Priest:
1. Intro: Dawn Of Creation
2. Prophecy
3. Metal Gods
4. Eat Me Alive
5. Between The Hammer And The Anvil
6. Devil’s Child
7. Breaking The Law
8. Hell Patrol
9. Death
10. Dissident Aggressor
11. Angel
12. The Hellion/Electric Eye
13. Rock Hard, Ride Free
14. Sinner
15. Painkiller
—– bis —–
16. Hell Bent For Leather

Testo: Aleš Podbrežnik

 BLUE STAGE

 VANILLA SKY: 13.00-13.25
“Hello, Nova people”. Sono le parole con cui gli italiani Vanilla Sky hanno salutato la folla di quasi mille teste radunata sotto il Blue Stage all’inizio di un soleggiato pomeriggio domenicale. I ragazzi li avevamo già visti, oltre alla loro grande esibizione dell’anno scorso al festival austriaco Frequency a Salisburgo, anche a Lubiana e a Maribor meno di due mesi fa. Nell’ambito del tour europeo chiamato “Changes” (il nome del tour viene dal loro ultimo album in studio omonimo, uscito l’anno scorso) hanno suonato anche al Nova Rock.
Brian, Luca, Cisco e Vinx hanno aperto con “Nightmare” e la folla li ha accolti con entusiasmo. Le più rumorose, ovviamente, le rappresentanti del gentil sesso. Davanti a quattro giovanotti così ben piazzati non puoi restare imparziale. Hanno continuato con il loro ultimo singolo “Cut Away”. Un pezzo con contenuti veri, che ti consiglio di ascoltare. Da rifletterci su! A fine pezzo Brian ci ha offerto un assaggio del suo tedesco con un “Danke schön”, mentre Vinx ha annunciato il pezzo successivo, che esiste sia in versione italiana sia inglese, ma i ragazzi hanno scelto la seconda. “Are you guys having fun?” e siccome la risposta era piuttosto tiepida, Vinx ha continuato: “Guys c`mon, this is Nova Rock!!!”, e Brian ha aggiunto: “Let me see your hands!” e in aria si sono alzate tutte le mani della folla. Dopo “Goodbye” è arrivata una delle loro canzoni più vecchie – per tutti quelli che seguono i Vanilla Sky fin dagli inizi, nel 2002. “Distance” è un pezzo molto bello, se solo i riff iniziali non ricordassero quella roba stra-sentita di Scotty (per chi non sapesse di cosa parlo: Scotty Doesn`t Know è il pezzo che compare all’inizio del film Eurotrip, lo eseguono i Lustra).
Vinx ha dedicato il pezzo seguente a tutti quelli che sono dipendenti dai giocattoli tecnologici moderni e dai servizi internet come Myspace. Era “Letargo”. È seguita “Break It Out”, sulla quale si è mossa la grande maggioranza dei presenti. In chiusura i ragazzi hanno suonato la Umbrella di Rihanna, nota a tutti, che si merita la fama di testo più sciocco dell’anno scorso. E anche se era un bel pomeriggio domenicale, qualche ragazza tra la folla ha tirato fuori gli ombrelli e li ha aperti. Se proprio dev’essere, che sia tutto in stile.

Scaletta dei Vanilla Sky:
1. Nightmare
2. Cut Away
3. Goodbye
4. Distance
5. Letargo
6. Break It Out
7. Umbrella

Testo: Lea Lesar

JAGUAR LOVE: 13.45-14.15
Un giovane trio di pop punk artistico che si è dato il nome di Jaguar Love è stato con ogni probabilità una delle band più “acerbe” del Nova Rock di quest’anno, visto che i ragazzi aspettano ancora l’uscita del loro album di debutto, intitolato “Take Me To The Sea”. Dovrebbe uscire per l’etichetta Matador Records presumibilmente ad agosto. La loro scarsa notorietà ha fatto sì che sotto il palco si radunasse molta meno gente rispetto a prima per i Vanilla Sky.
A molti, ascoltando i Jaguar Love, viene in mente il duo francese Justice, che potremo vedere tra poco più di due mesi al festival austriaco Frequency. I Jaguar Love fanno comunque un punk artistico di qualità, ma la voce eccessivamente distorta di Johnny Whitney a tratti può dare davvero fastidio. Se non con la voce, almeno il pubblico femminile può consolarsi con i suoi occhi azzurro cielo.
In quei loro modesti venticinque minuti i ragazzi ci hanno suonato soprattutto pezzi del disco in arrivo, tra cui vale la pena citare “Bats Over The Pacific Ocean”, “My Organ Sounds Like” e “Highways Of Gold”.

Testo: Lea Lesar

GUADALAJARA: 14.40-15.15
I Guadalajara sono ultimamente una delle band ska/pop-punk/rock austriache più travolgenti. I pezzi del loro ultimo disco, “Weapons Of Mass Seduction”, uscito a marzo di quest’anno, regnano in cima a molte classifiche tedesche e austriache e, stando ai dati disponibili, avrebbero già venduto più di millecinquecento dischi nei primi mesi. Se con l’esibizione al concerto “Punk Is Dead” del 22 aprile allo Štuk di Maribor avevano deluso, al Nova Rock hanno corretto l’impressione più che alla grande. A sentire queste stelle nascenti sono venuti diverse migliaia di fan – più che per qualsiasi altra band locale che si è esibita al festival, con l’eccezione dei Die Ärzte, che sono un capitolo a parte.
Otto giovanotti ben piazzati ci hanno istruiti sulle “armi di seduzione” con un repertorio in cui non mancavano “I`ll Be Alright”, “Dreamcatcher”, “Short Time Romance”, “Trampled Pathways”, “Turn Up”, “No Matter”. Il tutto è stato ravvivato dal chitarrista Gregor Műnch, che si è lanciato in un “crowdsurfing” sulla custodia della sua chitarra. L’impresa è riuscita. La folla ha portato Gregor sulla custodia della chitarra a braccia per un bel po’, mentre lui faceva acrobazie e sulla custodia ha fatto perfino la verticale. Pazzesco!
I ragazzi hanno dimostrato ancora una volta di saper fare una festa senza paragoni. Spero che anche il pubblico di Maribor il 4 luglio, quando i Guadalajara suoneranno al Lent di Maribor, si faccia valere come quello del Nova Rock, e così rimedi all’impressione di aprile.

Testo: Lea Lesar

THE WEAKERTHANS: 15.45 – 15.15
I canadesi The Weakerthans sono interessanti, sono particolari, sono rocker indie che infilano in uno schema rock del tutto semplice dei trucchi folk, a tratti perfino country, ma la voce è quella del vero ribelle, può essere anche molto calda e “beatlesiana”. Il gruppo presentava il suo nuovo album “Reunion Tour”. Per ben cinquanta minuti la gente sotto il palco blu si è dondolata rilassata sul pop rock dei The Weakerthans, semplice e perciò molto accessibile. Con occasionali scivolate in un maggior dilettantismo e opposizione rock (“Aside”), così come con sottili momenti di calma (“Ilustratred Bible Stories”). Un gruppo molto raffinato, con un sound curato e del materiale altrettanto, ha offerto un’esibizione di altissima qualità davanti a un pubblico esiguo sotto il palco. Tutti, infatti, in quel momento si accalcavano sotto il palco rosso per quegli idioti da villaggio britannici degli Enter Shikari.

Testo: Aleš Podbrežnik

ANTI-FLAG: 17.05-18.05
La band punk politica americana Anti-flag è una delle più interessanti sulla scena musicale, perché sono sostenitori convinti della lotta per i diritti degli animali e dell’organizzazione PETA, e tre dei quattro membri sono vegani o vegetariani. La band, nata nel 1988, dopo un anno di vita si è sciolta. I ragazzi si sono riuniti nel 1993 e, a parte qualche cambio di formazione, ancora oggi scuotono con successo i palchi di tutto il mondo. L’esibizione al Nova Rock è partita con “Spit In The Face”, il loro pezzo più recente, che si trova sull’ultimo album in studio uscito a marzo, intitolato “Bright Lights Of America” (RCA Records). La folla è impazzita e, anche se i “crowdsurfing” erano severamente vietati, non è riuscita a evitarli. Si è arrivati addirittura a una convivenza tra pubblico e buttafuori, che aiutavano con zelo i “surfisti” ad atterrare per bene sul terreno solido. Bravi! Anche con il pezzo “I`d Tell You But …” non è cambiato niente. Il cantante e chitarrista Justin (in)Sane ha annunciato il pezzo seguente, “War Sux, Let`s Party”, con parole che suonavano più o meno così: “Non importa il colore della pelle, non importa se sei etero o gay, perché oggi non facciamo eccezioni. Ci divertiamo e basta!”. La folla ha accompagnato la dichiarazione con un applauso fragoroso. Poi è arrivato il pezzo omonimo dell’ultimo album “Bright Lights Of America”. Gli Anti-Flag evidentemente non erano soddisfatti di come si muoveva il pubblico, così Justin l’ha incitato: “Let`s make a fuckin` circlepit!!!”. Il pubblico ha risposto all’istante. Il suo desiderio, un ordine. “Underground Network” (Mobilize, 2002) è un altro pezzo un po’ più vecchio, sul quale la gente si strappava i vestiti. Lo stesso con “Press Corpse” e “Turncoat”. Gli Anti-Flag fanno festa come si deve. “Good And Ready” e “Smartest Bomb” sono pezzi più recenti, ma non per questo sono stati accolti peggio. Anzi, il pubblico era ancora un filo più rumoroso. Come molte altre band che in questi giorni si sono esibite al Nova Rock, anche gli Anti-Flag sono contro la guerra in Iraq e non sono d’accordo con la politica del presidente americano George W. Bush. Per i ragazzi la guerra è “bullshit”, come ha detto Justin. Con questo ha annunciato “One Trillion Dollars” e “Death Of A Nation”. “The Modern Rome Burning” è un altro dei pezzi più recenti e il quarto in ordine sul disco “Bright Lights Of America”. I ragazzi sono come il vino, di cui si dice che con gli anni diventi sempre migliore. Il disco in questione è infatti un altro prodotto eccellente. Bravi, ragazzi!
L’ora della loro esibizione volgeva inesorabilmente al termine. Gli Anti-Flag, ovviamente, non potevano farsi mancare uno dei loro pezzi migliori, “Die For Your Government”. Se il pezzo seguente, intitolato “This Is The End (For You My Friend)”, ricorda vagamente i leggendari The Doors e il mitico Jim Morrison, il testo della canzone non ha niente a che fare con loro. È però il pezzo che ci ha servito l’ultimo grande “circlepit”. In chiusura i ragazzi hanno suonato e cantato ancora “Cities Burn”, uscita sull’album “For Blood And Empire” (2006). Così abbiamo assistito agli ultimi sforzi di corde vocali e di “crowdsurfing”. Alla prossima …

Scaletta degli Anti-Flag:
1. Intro
2. Spit In The Face
3. I`d Tell You But …
4. War Sux, Let`s Party
5. Bright Lights Of America
6. Underground Network
7. Press Corpse
8. Turncoat
9. Good And Ready
10. Smartest Bomb
11. One Trillion Dollars
12. Death Of A Nation
13. The Modern Rome Burning
14. Die For Your Government
15. This Is The End (For You My Friend)
16. Cities Burn

Testo: Lea Lesar

RISE AGAINST: 18.35-19.40
Sul palco sono piombati altri combattenti per i diritti degli animali e sostenitori della PETA – gli hardcorer melodici americani Rise Against. La band, che ha iniziato il suo viaggio sulla scena musicale mondiale nel 1999 e due anni dopo ha colpito con il primo album in studio “The Unraveling”, ha aperto la sua esibizione al Nova Rock con “Drones”. La folla di molte migliaia di teste radunata sotto il palco blu li ha accolti con entusiasmo. E come non farlo, visto che erano una delle band più attese della giornata. “Give It All” è probabilmente il pezzo con la storia più variegata. Oltre a un videoclip interessante, in cui con una sola frase dicono tutto sulla vita degli animali in cattività (“I`ve spent my entire life trapped in a cage” (ho passato tutta la vita in una gabbia)) e sulla globalizzazione e sulle catene di fast food come Mc`Donalds (“42 grams of heart attack” (42 grammi di infarto)), il pezzo è stato usato anche in videogiochi. Dallo stesso album “Siren Song Of The Counter Culture” (2004) era anche il pezzo successivo, “State Of The Union”. Il pubblico ballava, cantava … Con tutto questo, nell’ondata di entusiasmo ti viene la pelle d’oca. Il cantante Tim McIlrath ha poi dedicato “Ready To Fall” a tutti quelli che non possono parlare per se stessi, un altro bel gesto a sostegno della PETA. I ragazzi hanno proseguito con “Injection”. La folla ha creato più di dieci “circlepit” e Tim ne era così entusiasta da dichiarare di non averne mai visti così tanti a nessun concerto dei Rise Against. Bravo, al pubblico! “Like The Angel” (Revolutions Per Minute, 2003) è il pezzo che Tim ha scritto quando è andato in tour con la band e per quel periodo ha lasciato la figlia. È anche un pezzo usato in un videogioco, e cioè nel celebre gioco d’avventura skate Tony Hawk`s Underground. Poi sono arrivate ancora “Blood To Bleed”, che ha raccolto di nuovo un’ondata di entusiasmo, e “Heaven Knows”, il primo singolo del già citato disco “Revolutions Per Minute”. Ovviamente anche con i Rise Against non sono mancati i loro pezzi più riconoscibili, come “Chamber The Cartridge”, “Last Chance Blueprint” e “Bricks”. L’energia che c’era nell’aria è indescrivibile, perché devi viverla. No, con “Dancing For Rain” non abbiamo ballato una danza sotto la pioggia, o secondo le usanze indiane la danza per la pioggia, perché dopo il vento che ha soffiato tutto il venerdì il sole ci ha fatto proprio bene. Certo, non era più alto sopra di noi, ma abbiamo avuto occasione (oltre alla buona musica) di godere anche di uno splendido tramonto. Ancora “Behind Closed Doors”, “The Good Left Undone”, “Survive”. Da un pezzo all’altro sul viso di Tim si disegnava un sorriso che parlava da solo. Si stava davvero godendo le reazioni del pubblico. In chiusura i ragazzi hanno sparato “Under The Knife” e “Prayer Of The Refugee”. Una conclusione perfetta di un’esibizione perfetta!
Mezz’ora dopo l’esibizione i Rise Against si sono ritrovati nella tenda per gli autografi. In una breve chiacchierata i ragazzi si sono rivelati interlocutori eccellenti. Hanno anche rivelato che verso la fine di quest’anno, molto probabilmente a ottobre, possiamo aspettarci il loro nuovo album in studio.

Scaletta dei Rise Against:
1. Drones
2. Give It All
3. State Of The Union
4. Ready To Fall
5. Injection
6. Like The Angel
7. Blood To Bleed
8. Heaven Knows
9. Chamber The Cartridge
10. Last Chance Blueprint
11. Bricks
12. Dancing For Rain
13. Behind Closed Doors
14. The Good Left Undone
15. Survive
16. Under The Knife
17. Prayer Of The Refugee

Testo: Lea Lesar

KID ROCK: 20.10 – 21.25
Kid Rock, il cui vero nome è Robert James Richie, ha esordito sulla scena nel 1990 con l’album di debutto “Grits Sandwiches Fot Breakfast”. Nella carriera ha venduto oltre ventitré milioni di album, ma solo l’ultimo, il nono pubblicato, “Rock`n`Roll Jesus”, venduto in più di 175.000 copie già nella prima settimana, occupa i vertici di numerose classifiche in tutto il mondo. Nel tour mondiale “R`n`R Revival Tour” Kid Rock è accompagnato da una formazione di undici musicisti riuniti sotto il nome di “Twisted Brown Trucker Band” e “So Hott Sisters”.
“They call me cowboy, I’m the singer in black, So throw a finger in the air and let me see where you’re at, Say hey hey …”. E infatti, vestito con pantaloni neri e giacca nera con luccicanti bordi argentati, Kid Rock ha colpito sul palco blu del Nova Rock. Una vera gioia per gli occhi. In stile “American Badass” per cominciare e con la famosa “Lowlife” con il verso controverso “I think racist jokes are funny” a seguire. Il pubblico si muoveva insieme a Kid sui ritmi di un country-rock da Far West. Una variazione ben accetta in una serata cosparsa di segatura. Dal nuovo album “Rock`n`Roll Jesus” è seguito poi il pezzo omonimo, con cui ha raccolto un fragoroso applauso di approvazione. Già l’inizio del pezzo era più colorato di country del solito. Un’aggiunta interessante, non c’è che dire. “Devil Without A Cause” è un altro pezzo che ha dimostrato come Kid Rock scuota i palchi in stile “bad boy” americano, che si vede di rado senza una sigaretta in bocca. Ascoltando con attenzione il pezzo in questione, un buon conoscitore di musica avrebbe scoperto che nel testo si nascondono versi che Kid ha preso in prestito dagli hip-hopper Whodini (il pezzo The Freaks Come Out At Night) e dal rapper americano Too Short, il cui vero nome è Todd Anthony Shaw (il pezzo Don`t Fight The Feeling). Kid si è evidentemente allontanato dalla collaudata formula heavy+metal+country+rock e ha intrecciato con successo nei suoi testi frasi di strada. Evidentemente è la nuova formula del successo.
Dopo che Kid ha dimostrato ancora una volta di essere un vero “Cowboy”, a giudicare dalla reazione del pubblico è arrivato il pezzo più atteso del suo repertorio – l’ultimo e più decantato singolo “All Summer Long”. Il pezzo è il secondo miglior singolo nella discografia di Kid Rock ad essere entrato nella Billboard americana dei primi 100, e va bene anche in molte altre classifiche, soprattutto americane. Il testo, che parla del primo amore del diciottenne R. J. Richie del Michigan settentrionale, contiene i versi notissimi di “Sweet Home Alabama” dei leggendari Lynyrd Skynyrd e versi di “Werewolves Of London” di Warren Zevon. Che sia uno dei pezzi migliori dell’ultimo disco l’ha dimostrato anche il pubblico, che insieme a Kid Rock e alla Twisted Brown Trucker Band ha cantato a una voce sola. Pazzesco!
Durante “Three Sheets To The Wind” Kid si è cimentato in vari ruoli. Prima come cantante, poi ha preso la chitarra e alla fine a soffrire sotto i colpi è stata anche la batteria. Che musicista versatile, questo Kid Rock. Il pezzo si è chiuso con un altro successo – “My Name Is Rock”.
L’esibizione di poco più di un’ora è volata in un battito di ciglia. In chiusura ancora “So Hott” e “Bawitdaba”. Il pubblico ha ballato un’ultima volta con Kid Rock. Non importa con quale interpretazione di un pezzo il cowboy salga sul palco, perché accende sempre solo con la sua presenza. Il tipo ha voce e fisico, punto.

Scaletta di Kid Rock:
1. American Badass
2. Lowlife
3. Rock`n`Roll Jesus
4. Devil Without A Cause
5. Cowboy
6. All Summer Long
7. Three Sheets To The Wind / My Name Is Rock
8. So Hott
9. Bawitdaba

Testo: Lea Lesar

INCUBUS: 21.55-23.15
Reduci del Nova Rock, i rocker alternativi Incubus si sono ritrovati di nuovo sul palco blu. E anche stavolta hanno suonato prima degli headliner. La band, nata all’inizio degli anni Novanta, si è lanciata tra le stelle del firmamento musicale con sei album in studio, e il maggior successo glielo ha portato soprattutto l’ultimo, “Light Granades”, uscito nel 2006.
Brandon Boyd e soci con “Just A Phase” ci hanno portato in un proseguimento della serata un po’ più tranquillo. Un’ottima illuminazione del palco, con luci non troppo forti, ha fatto sì che intorno al palco si intessesse un vero piccolo regno romantico, ravvivato da musica per l’anima. “Nice To Know You” lo ha confermato. Gli Incubus brillavano in tutto il loro splendore. Anche il pubblico si è dimostrato più che eccellente. Cantava dolcemente insieme a Brandon e ondeggiava morbido. Sul quarto album in studio degli Incubus, “Morning View” (ottobre 2001), si trova anche “Wish You Were Here”, che non c’entra assolutamente niente con i leggendari Pink Floyd. Forse proprio per questo il pezzo è ancora un filo più speciale. MTV dichiarò inadatto il videoclip originale del pezzo a causa dell’11 settembre, perciò gli Incubus furono costretti a girare un nuovo videoclip. Boyd condannò duramente la mossa di MTV.
Dal loro ultimo album è seguita poi “Anna Molly”. Il pezzo, inizialmente chiamato “Anamoly”, per ragioni ignote fu presto ribattezzato nella versione attuale, ma la pronuncia è comunque rimasta uguale al titolo originale. Il pezzo fin dall’uscita dell’album è stato accolto sorprendentemente bene, e lo ha dimostrato anche il pubblico del Nova Rock. Gli Incubus hanno proseguito con la loro ballata più bella, “Love Hurts”. Il canto della folla di molte migliaia di persone cresceva sempre di più, seguendo Brandon, sul cui volto si leggeva che in ogni pezzo mette un pezzetto della sua anima. Ancora “Circles”, “A Kiss To Send Us Off” e “Drive”. Con gli Incubus puoi sognare a occhi aperti molto lontano dal mondo reale. Come “Wish You Were Here”, anche “Megalomaniac” all’uscita si è scontrata con gravi accuse, secondo cui il pezzo parlerebbe della politica del presidente americano George W. Bush. Anche questa accusa Boyd l’ha smentita, spiegando che si parla di megalomani in generale. Il che non ha nulla a che fare con la cantabilità del pezzo, che è ottima. “Megalomaniac” è un altro pezzo nella serie di successi degli americani Incubus. Dopo “Look Alive” e “Are You In?” è seguita una versione di circa dodici minuti del pezzo “Pistola”, durante la quale Brandon ha preso in mano anche la chitarra. Per mettere il puntino sulla i abbiamo sentito ancora “Stellar” e “A Crow Left Of The Murder”, che hanno raccolto una valanga di approvazione.
Gli Incubus si sono dimostrati ancora una volta in tutto il loro splendore. E Brandon … Come se vivesse nel suo mondo. In un semplice completo grunge, senza comunicazione con il pubblico, avvolto nel mistero. Tutto quello che ha detto è stato qualche “Thank you, boys and girls!”. Grazie a voi, Incubus.

Scaletta degli Incubus:
1. Just A Phase
2. Nice To Know You
3. Wish You Were Here
4. Anna Molly
5. Love Hurts
6. Circles
7. A Kiss To Send Us Off
8. Drive
9. Megalomaniac
10. Look Alive
11. Are You In?
12. Pistola
13. Stellar
14. A Crow Left Of The Murder

Testo: Lea Lesar

RAGE AGAINST THE MACHINE: 23.45-01.05
Le stelle indiscusse di tutti e tre i giorni del Nova Rock sono state senza dubbio i reduci dell’anno scorso sulla scena musicale, gli alternativi americani Rage Against The Machine. Sul palco, con una gigantesca stella rossa a cinque punte come sfondo, i RATM sono arrivati sul suono di sirene ululanti, e la folla di oltre centomila persone è stata salutata dal cantante Zack de la Rocha con: “Good evening, we are Rage Against The Machine from Los Angeles, California”. Hanno aperto l’esibizione con “Testify” e il pubblico subito sotto il palco ha creato un enorme “circlepit”. I RATM sono osannati proprio come prima dello scioglimento del 2000. Hanno proseguito con “Bulls On Parade”. Mentre Zack cantava rabbioso “Weapons not food, not homes, not shoes, not need, just feed tha war canibal animal” la folla impazziva e raccoglieva diligentemente lividi. “People Of The Sun” e “Bombtrack” a seguire. Anche se Zack è un po’ più vecchio e magari un filo più calmo, la sua voce è ancora, se non di più, piena di rabbia. “Know Your Enemy” ha raccolto il più grande applauso fino a quel momento. Uno Zack leggermente senza fiato, durante gli assoli di Tom Morello, il suo DJ (come lo ha proclamato lui stesso), riposava e riprendeva fiato. Gli anni cominciano forse a farsi sentire? Ancora “Bullet In The Head” e “Born Of A Broken Man”. Il pubblico era già molto affannato, ma si muoveva ancora, e i Rage Against The Machine di pezzo in pezzo giustificavano la loro fama di leggende. Ovviamente non è mancata “Vietnow” e una delle mie preferite – “Guerilla Radio”. Vero, il pubblico cantava tra un pezzo e l’altro, ma durante i versi “It has to start somewhere, It has to start sometime, What better place than here, What better time than now, All hell cant stop us now, All hell cant stop us now, All hell cant stop us now, All hell cant stop us now, All hell cant stop us now, All hell cant stop us now …” sembrava ancora un filo più rumoroso, e i RATM suonavano ancora più duri e più incazzati. Il bassista Tim Commerford, che con il suo tatuaggio sembra in armatura, o in tenuta da eroe d’azione, per un attimo è sembrato davvero potente. Beh, in fondo lo è. Durante “Ashes In The Fall” Zack si è messo a spaccare l’asta del microfono, ed è stato davvero interessante da vedere. In qualche modo doveva pur sfogare la sua rabbia. “Calm Like A Bomb” e “Sleep Now In The Fire” hanno servito sempre nuovi “circlepit”. Alla fine della prima parte, con “War Within A Breath”, Zack ha pronunciato le prime e uniche parole durante l’esibizione. Il pubblico si è calmato per un attimo, e lui lo ha spronato con le parole: “Check! One… Two. Are you still with us?”. Nella parte conclusiva della loro esibizione abbiamo sentito ancora “Freedom”, che hanno condito con “Township Rebellion”. Poi, per finire, il pubblico ha cantato con i Rage Against The Machine anche “Killing In The Name”. Si sono susseguiti gli ultimi “circlepit” di quest’anno, abbiamo assistito a un magnifico spettacolo di fuochi d’artificio e … Ci vediamo l’anno prossimo!

Scaletta dei Rage Against The Machine:
1. Testify
2. Bulls On Parade
3. People Of The Sun
4. Bombtrack
5. Know Your Enemy
6. Bullet In The Head
7. Born Of A Broken Man
8. Vietnow
9. Guerilla Radio
10. Ashes In The Fall
11. Calm Like A Bomb
12. Sleep Now In The Fire
13. War Within A Breath
—– bis —–
14. Freedom
15. Killing In The Name

Testo: Lea Lesar

Tre giorni di festa e di esibizioni dei gruppi più forti e più leggendari sono alle nostre spalle, è tempo di salutarci. La parte concertistica del Nova Rock è stata chiusa dai Rage Against The Machine, mentre tutto il festival, trasferitosi anche sotto la tenda “Party”, si è chiuso con un enorme e bellissimo spettacolo pirotecnico, una vera gioia per gli occhi. Il festival di quest’anno è stato onorato dalla presenza di circa centocinquantamila visitatori. E anche l’organizzazione, a differenza dell’anno scorso, è migliorata sensibilmente. Bravo, Haubi & CO. Con bei ricordi … Al Nova Rock 2009!

Testo: Lea Lesar

Foto: Aleš Podbrežnik, Matic Zorman

Scaletta

RED STAGE: s.POUT RUSSKAJA BLACK TIDE SKINDRED ENTER SHIKARI ALTER BRIDGE DISTURBED BULLET FOR MY VALENTINE JUDAS PRIEST BLUE STAGE: VANILLA SKY JAGUAR LOVE GUADALAJARA THE WEAKERTHANS ANTI-FLAG RISE AGAINST KID ROCK INCUBUS RAGE AGAINST THE MACHINE

Galleria fotografica

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Questo sito utilizza i cookie per offrire il servizio web, i sistemi pubblicitari e le funzionalità che senza cookie non potremmo fornire. Visitando e utilizzando il sito, accetti l’uso dei cookie. Accetta Leggi tutto

Privacy e cookie