Nova Rock festival 2008 – secondo giorno – si impazzisce a ritmo dei migliori!

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Luogo: Nickelsdorf / Pannonia Fields / Austria
Data del concerto: 14.06.2008
Numero di spettatori: 100.000

Se il primo giorno del Nova Rock ci aveva fatto battere i denti dal freddo, con nemmeno quattro maglioni addosso a bastare, sabato ci siamo svegliati con una mattinata piacevolmente calda e soleggiata. E la giornata è stata tutta così. Il caldo lo smorzava solo una leggera brezza. Meteo perfetto, perché quel giorno ci aspettavano un sacco di band da urlo.

Testo introduttivo: Lea Lesar

 

RED STAGE

FIRE IN THE ATTIC: 12.30-12.55
I primi a calcare il palco rosso del Nova Rock sabato sono stati i tedeschi Fire In The Attic. Trattandosi di padroni di casa, sotto il palco (come previsto) si è radunata una folla piuttosto nutrita di ragazzini e ragazzine. Niente di strano, è una band per giovanissimi, e i ragazzi insaporiscono il loro pop-punk melodico anche con un po’ di screaming. Ole ce la fa!
Ad aprile di quest’anno i ragazzi hanno pubblicato il loro quarto album in studio, intitolato “Cum Grano Salis”. In una buona venticinquina di minuti ci hanno presentato parecchi pezzi nuovi, tra cui “Fake It Like You Mean It” e “Senses Riding Shotgun”. Quest’ultimo è l’ultimo singolo del disco uscito da poco. Il pubblico però ai pezzi nuovi non ha risposto granché. Forse perché non si sono ancora piantati bene nelle orecchie. Per questo l’accento è stato soprattutto su quelli un po’ più vecchi di “I`ll Beat You, City!”, uscito nel 2006: “The City”, “An Audience Of One” e “Bonfire Now”.
I Fire In The Attic hanno rotto il ghiaccio del pomeriggio di sabato e scaldato il pubblico a dovere per i successivi Kill Hannah, Opeth, Bad Religion e i giganti Motörhead con Lemmy in testa.

Testo: Lea Lesar

KILL HANNAH: 13.15-13.45
Kill Hannah. Un nome sanguinario per cinque giovanotti belli sfrontati. La band, fondata dal cantante e autore della maggior parte dei testi Mat Devine, ha preso il nome dalla sua ex ragazza, anche se pare sia stata solo una storia di passaggio. Una ragazza dal nome fatale, che è stata la scintilla del successo.
Gli americani hanno richiamato un po’ meno gente dei Fire In The Attic di prima. Che i giovani di lingua tedesca badino anche alla qualità musicale e non solo alla provenienza? Vero, sotto il palco non c’era tutta quella gente, ma erano tutti in movimento da quando i Kill Hannah hanno preso possesso del palco. Alla lettera. I chitarristi Jonathan Radtke e Dan Wiesse e il bassista Greg Corner saltellavano in giro come se il palco fosse solo loro. Quando poi è arrivato di corsa anche Mat e si è lanciato sui monitor accanto al suo microfono, le ragazze nelle prime file hanno letteralmente perso la testa. Non dico, il tipo ha carisma, ma sotto ogni aspetto ricorda troppo Jared Leto, il cantante dei 30 Seconds To Mars. Nel modo di vestire, nel make-up, nella mimica del corpo… Ragazzi, dov’è l’originalità? E anche la loro musica è parecchio simile a quella dei Marziani. Tra i pezzi con cui hanno conquistato la folla vale la pena citare soprattutto questi: “Lips Like Morphine”, “Wrap Myself Around You”, “Crazy Angel”, “The Chase”, “Kennedy”, perché rappresentano l’inseguire la tendenza musicale del momento e la varietà dei quattro album pubblicati.
Dopo l’esibizione i Kill Hannah si sono ritrovati nel tendone per la sessione di autografi, dove ad aspettarli c’era un bel gruppo di ragazze. Tra chiacchiere e firme i ragazzi si sono rivelati ottimi interlocutori. Non hanno però resistito alla tentazione di strigliare la gioventù tedesca, chiusa e poco ricettiva. Purtroppo anche questo capita. I Kill Hannah sono una band giovane e ambiziosa che non possono farsi sfuggire quelli che viziano le proprie orecchie con 30 Seconds To Mars, The Faint e The Killers.

Testo: Lea Lesar

ALPHA GALATES: 14.10-14.50
Tutta un’altra storia musicale sono i canadesi Alpha Galates. Terzi sul palco rosso, con un bel malloppo di 40 minuti a disposizione per presentarsi, hanno attaccato il palco con una ferocia notevole. Ringhianti da metal e sorprendenti più che mai. Vero, la base del gruppo è la parola “alternative”, ma ai semplici ritmi alter seguono, a tratti, svolte tecnicamente più complesse e interessanti che non puoi non notare, quando la band spezza all’improvviso il ritmo e fa comparire un tempo completamente diverso e un nuovo mood. Il gruppo è estremamente cupo e oscuro. Il cantante Matthew Von Wagner, che è anche il batterista e naturalmente il capo, è l’ideatore della maggior parte delle idee e la base dell’essenza degli Alpha Galates. Purtroppo proprio con questa band si è visto quanto sia fastidioso suonare su palchi grandi, montati a 3 metri e più di altezza, nel ruolo di batterista, perché sei condannato a restare nelle retrovie. Mathew, in quanto cantante, avrebbe dovuto essere piazzato davanti con la sua batteria, o almeno in modo che la batteria fosse in linea con le chitarre. Così invece da sotto il palco praticamente non si vedeva, e la sensazione era di avere lassù cinque strumentisti con le linee vocali registrate su nastro. Gli Alpha Galates hanno nelle loro fila una bassista dal sangue caldo, Karen Wagner, che ha scapigliato selvaggiamente per tutto il tempo e ha quasi strappato tutte le corde del basso. Con la sua pettinatura ossigenata e arruffata come una furia ha riempito alla grande il “vuoto” del cantante in prima fila, prendendosi di fatto il primato nel gruppo. La band ama sparare un riff thrash affilato, e la voce, pur portando con sé una rabbia amara, è pulita e quindi melodica, e il tutto addirittura si ammorbidisce grazie ai ritmi semplici di stampo emo core. The Predator Clip, Stand, NATIO, Time Out sono alcuni dei pezzi che il gruppo ha cinguettato.

Testo: Aleš Podbrežnik

SONIC SYNDICATE: 15.20-16.10
Il fronte palco del palco rosso si è riempito di brutto quando sono saliti i duri svedesi del metalcore Sonic Syndicate. Il gruppo suona una versione ibrida di metal che si appoggia alla tradizione del death metal melodico svedese di gente come In Flames o perfino Soilwork. Per la componente core c’entra, ovviamente, la voce urlata, combinata con una melodica e pulita. Nel gruppo ci sono addirittura due cantanti. La band è (avete letto bene) un sestetto e vanta ben tre fratelli Sjunnesson! Il cantante Richard e i chitarristi Robin e Roger. Famiglia fertile, non c’è che dire. “Only Human” è il loro album più fresco, uscito l’anno scorso per la Nuclear Blast, e il gruppo si è presentato con il brano Aftermath. Melodico al massimo, tanto che la voce urlata estrema si perde un po’. I ragazzi suonano molto alla moda e di tendenza, e (pardon, stavo quasi dimenticando il gentil sesso) anche la ragazza (Karin Axelsson) alle tastiere. Il gruppo è perfettamente affiatato. Hanno offerto un suono limato al millimetro, un’esecuzione estremamente precisa del materiale. Scivoloni non se ne sono sentiti, e ci ha messo del suo l’intensità del pubblico caldissimo, che per 50 minuti ha respirato a pieni polmoni insieme alla band sul palco. I Sonic Syndicate hanno tirato fuori, tra le altre, anche All About Us (cover del duo femminile russo t.A.T.u.), Denied, Enclave, Jailbreak, Blue Eyed Fiend e Psychic Suicide. Il gruppo ha mostrato un’ottima forma e, vista l’enorme popolarità, possiamo aspettarci che in Europa quest’autunno, quando uscirà il nuovo album “Love And Other Disasters”, scoppi una vera mania sonico-sindacale.

Testo: Aleš Podbrežnik

OPETH: 16.40-17.35
Insieme ai Motorhead erano il gruppo che aspettavo con più impazienza sul palco rosso. Anche il secondo giorno il palco rosso è stato più incline ai riff metal rispetto a quello blu. Quel giorno per gli Opeth era speciale. Sul palco, infatti, mancava il loro membro ufficiale, il bassista Martin Mendez, rimasto in Svezia perché proprio in quel giorno, mentre gli Opeth suonavano al Nova Rock festival, è diventato padre di un maschietto. A dare una mano al gruppo è così arrivato Johan Niemann, bassista di Demonoid e Therion (meno male che una cosa del genere non è capitata al capo Mikael Akerfeldt).
Comunque la si giri, quel giorno al festival gli Opeth erano il gruppo con il quoziente intellettuale musicale di gran lunga più alto. Hanno suonato solo 5 brani in 55 minuti, il che significa che in media un loro pezzo durava 11 minuti. Il death metal progressivo raramente suona così definito, elaborato, ingegnoso e per questo impressionante fino alle orecchie. Hanno sorpreso tutti i presenti attaccando con la “preistorica” Demon of the Fall, presa dal loro terzo disco “My Arms, Your Hearse” (1998). Tutti gli occhi erano puntati, ovviamente, su Mikael Akerfeldt, la forza motrice degli Opeth, quell’unico, geniale musicista. Il cambio al basso non si è sentito per niente. Suonavano con una perfezione e una leggerezza incredibili. Tutti i passaggi complessi, l’alternarsi di parti acustiche e assalti massicci di riff death metal aggressivi, i cambi di tempo funzionavano come la macchina meglio oliata. Toglieva il fiato soprattutto la precisione nei passaggi, dove la band deve restare accordata al millimetro per creare un silenzio perfetto nelle brevi pause di quei passaggi. Akerfeldt ha cantato di nuovo senza problemi. Con un growl aggressivo e il passaggio alla voce pulita, soprattutto nei passaggi più calmi, ha infilato alla grande un’infinità di atmosfere diverse.
RockLine aveva visto gli Opeth per la prima volta il 18.12.2006 a Treviso, e questa volta la setlist era completamente diversa. The Baying of the Hounds (“Ghost Reveries”, 2005) ha rafforzato ancora l’atmosfera cataclismatica, e in cielo sono comparse le prime nuvole scure. Durante l’esibizione degli Opeth il cielo si è coperto del tutto, tanta era la rabbia amara che gli svedesi scatenavano sul palco! L’atmosfera ha raggiunto una particolare eterea intensità proseguendo con un altro gioiello, Master’s Apprentices (“Deliverance”, 2002).
Il quarto brano in scaletta, quello nuovo intitolato Heir Apparent, ha avuto un annuncio curioso. Da noto umorista, Akerfeldt ha attaccato la questione così: “We have new album out!” Silenzio sotto il palco. Akerfeldt si incazza: “Well? Fuck you!!!” e ripete: “We have new album out!” Solo allora il pubblico assonnato si sveglia e saluta a gran voce la nuova pietra miliare nell’evoluzione del gruppo. Akerfeldt coglie l’attimo per presentare il brano Heir Apparent dal nuovo disco “Watershed” e, indicando con la destra il chitarrista Frederik Åkesson, conclude: “Let this cock rocker open it for you!” Åkesson dev’essere davvero abituato a tutto. Gli Opeth si sono buttati di nuovo a capofitto, questa volta con un’intensità ancora maggiore, perché presentare materiale nuovo dal vivo è una sfida in più. Maestoso e ancora una volta unico. Il gruppo ha insaporito la sua esibizione con quello che ormai possiamo definire un suo classico, particolarmente amato dal pubblico, The Drapery Falls (“Blackwater Park”, 2001), naturalmente nella sua versione originale, quella da 11 minuti. Così, il secondo giorno sul Red Stage, nei suoi 55 minuti, gli Opeth, per la stratificazione del loro orientamento musicale e artistico, che lo spirito creativo ed esplorativo dei suoi membri semina continuamente, hanno presentato una formazione compatta, al culmine della propria creatività, a cui nessuno si è avvicinato per atmosfera elevata, momento etereo, complessità tecnica e contemporanea precisione perfetta nell’esecuzione del materiale. Il fatto è che gli Opeth sono nati per suonare nelle sale indoor e nei tour da headliner in solitaria, molto più che nel ruolo di “comparse di passaggio” nei festival all’aperto, e ancor più in quelli non metal. In poco meno di un’ora ci hanno lasciati un po’ in estasi, anche se sensazioni simili sarebbero state ancora più intense se i ragazzi avessero suonato in un festival di più solida consistenza metal. Bisogna mettere in conto che il Nova Rock è sottoposto per lo più al gusto della gioventù austriaca ventenne e non dei buongustai della musica, quindi in questo senso il secondo giorno gli Opeth sono stati la perfetta pecora nera del festival, sostituendo in questo ruolo i Porcupine Tree, che avevano suonato il primo giorno. Sono semplicemente una band “troppo intelligente” per il Nova Rock!

Setlist degli Opeth:
1. Demon of the Fall
2. The Baying of the Hounds
3. Master’s Apprentices
4. Heir Apparent
5. The Drapery Falls

Testo: Aleš Podbrežnik

 

SUBWAY TO SALLY: 18.05-19.10
Ai metallari gotici tedeschi Subway To Sally, per anzianità e chilometri sulle spalle, è ormai spettato definitivamente lo status di gruppo a cui si addice il termine di decano. Il settetto di Potsdam gode di un rispetto enorme nei paesi di lingua tedesca. Nemmeno l’Austria fa eccezione, tanto meno il Nova Rock. Lo spazio sotto il palco rosso scoppiava di nuovo per l’affollamento e l’euforia dei fan entusiasti. I Subway To Sally hanno naturalmente sfruttato l’esibizione per presentare il nuovo album “Bastard” (2007), uscito per la Nuclear Blast. Costumi di scena d’avanguardia, suono cupo e gotico, spruzzate di melos folk, il tutto naturalmente sotto la bacchetta di figure di riff melodici e ritmi semplici che ti entrano sotto pelle in un attimo. I Subway To Sally sono sembrati affascinanti, dei tipi strani strappati a una dimensione musicale completamente diversa, una che in qualche modo riunirebbe sotto la stessa bandiera perfino gli amanti di In Extremo o Rammstein. Folk metal con loop ritmici in più? Uno sputo di industrial? Assolutamente plausibile. E naturalmente ricchi arrangiamenti orchestrali. L’esibizione è stata davvero qualcosa di speciale, soprattutto per gli inserti pirotecnici che hanno ulteriormente infiammato il fronte palco, e un fascino particolare ce l’ha la recitazione scenica stessa e il muoversi degli artisti tra un brano e l’altro, che funziona come una specie di mini teatro. Eric Fish è ovviamente il comandante autorevole e, come tale, già all’inizio, durante il brano Eisblumen, ha reso felice una delle fan del gruppo nelle prime file lanciandole una rosa bianca alla fine del pezzo. I Subway To Sally hanno così messo in scena un altro evento del tutto unico al Nova Rock, un’esperienza musicale completamente nuova, carica soprattutto della drammaturgia della recitazione scenica. Tanta esperienza non ammetteva errori né passi falsi durante l’esecuzione. Ancora un trionfo sicuro!

Setlist dei Subway To Sally:

1. Die Trommel
2. Auf Kiel
3. Feuerland
4. Eisblumen
5. Veitstanz
6. Falscher Heiland
7. Geist des Kriegers
8. Henkersbraut
9. Sag Dem Teufel
10. Ohne Liebe
11. Kleid aus Rosen
12. Sabbat
13. Sieben
—– bis —–
14. Julia Und Die Räuber

Testo: Aleš Podbrežnik  

 

BAD RELIGION: 19.40-20.50
Lo spettacolo da circo tedesco era finito ed era il momento dei leggendari Bad Religion, che hanno attirato sotto il palco così tanta gente che la folla sembrava non finire mai. I Bad Religion sono nati nei primi anni Ottanta, ma sono diventati famosi solo con l’ottavo album in studio, “Stranger Than Fiction”, uscito nel 1994. Oltre a qualche altro hit, ci trovi anche “21st Century (Digital Boy)”, con cui hanno aperto il concerto. Appena si sono sentiti i primi riff la folla è impazzita, e quella follia è durata per tutta la serata. Il loro ultimo album “New Maps Of Hell” è sul mercato da più di un anno ed è già molto ben conosciuto dal pubblico. Lo ha dimostrato durante il pezzo successivo, “New Dark Ages”, cantando insieme alla band. In rete puoi vedere anche il videoclip antimilitarista di “New Dark Ages”. È seguito “Let Them Eat War”. Come molte altre band, anche i Bad Religion partecipano al progetto “Rock Against Bush”. Durante il concerto hanno espresso forte e chiaro il loro dissenso verso la guerra in Iraq e la politica del presidente americano George W. Bush. Il suo mandato presidenziale sta lentamente per scadere e possiamo solo sperare che il suo successore guardi alle cose con un po’ più di realismo.
I Bad Religion sono andati avanti con “I Want To Conquer The World” e “Punk Rock Song”. Il pubblico impazziva e ha creato più di qualche “circle pit”. Ancora un pezzo più vecchio, “You Are (The Govrnment)”, poi di nuovo un salto su qualcosa di fresco con “Requiem For Dissent”. La gente radunata ha dimostrato ancora una volta che questo è solo un pezzo in più nel mosaico dei successi dei Bad Religion. Continuate così, signori! La follia è cresciuta con “Big Bang”, “Social Suicide” e “The Defense”. Tra un pezzo e l’altro i Bad Religion hanno ancora brontolato un paio di volte contro Bush e la guerra in Iraq, e la stragrande maggioranza dei presenti era d’accordo con loro. I signori avevano già suonato quasi una dozzina di pezzi, ma eravamo solo a metà del loro concerto. “Flat Earth Society”, “A Walk” e l’invito “Come Join Us”. Unirci a una bella festa? Nessun problema. Dopo “Struck A Nerve” era di nuovo il momento di qualcosa di nuovo. Stavolta, dall’ultimo album “New Maps Of Hell” (2007), hanno unito il brano d’apertura “52 Seconds” e il primo del disco, “Heroes / Martyrs”. Una variazione gradita, riuscitissima. È seguito un salto indietro con il più vecchio “Refrigerator”. Il pubblico sapeva cantare proprio ogni loro pezzo, vecchio o nuovo che fosse. Complimenti! “Before You Die” ha dimostrato ancora una volta che vale anche per i pezzi più recenti. Il tempo a disposizione dei Bad Religion stava lentamente finendo, ma i signori non avevano ancora suonato il favorito del loro album migliore, “Stranger Than Fiction” (1994). Parlo ovviamente di “Infected”. E se qualcuno si chiedeva quando avrebbero suonato questo pezzo, la risposta è arrivata presto. Adesso! Il pubblico è impazzito e ha cantato insieme alla band “You and me, have a disease, you affect me, you infect me, I’m afflicted, you’re addicted, you and me, you and me …” Un pezzo che ogni vero fan dei Bad Religion deve sentire e vivere dal vivo almeno una volta.
La fine del loro show si avvicinava inesorabile. Hanno suonato ancora solo “Fuck Armageddon”, “American Jesus” e “Sorrow”. L’ora del loro concerto è volata via in un lampo. È anche vero che sul Red Stage ci aspettavano ancora due grandi band – In Flames e Motörhead. Dei Bad Religion invece… Alla prossima!

Setlist dei Bad Religion:
1. 21st Century (Digital Boy)
2. New Dark Ages
3. Let Them Eat War
4. I Want To Conquer The World
5. Punk Rock Song
6. You Are (The Govrnment)
7. Requiem For Dissent
8. Big Bang
9. Social Suicide
10. The Defense
11. Flat Earth Society
12. A Walk
13. Come Join Us
14. Struck A Nerve
15. 52 Seconds / Heroes & Martyrs
16. Refrigerator
17. Before You Die
18. Infected
19. Fuck Armageddon
20. American Jesus
21. Sorrow

Testo: Lea Lesar 

 

IN FLAMES: 21.20-22.35
Habitué del Nova Rock festival sono i death metaller melodici In Flames. Hanno suonato esattamente nello stesso ordine dell’anno scorso. Sul palco rosso, il secondo giorno, alle nove e venti di sera. Era appena calato il buio, perfetto per farti sommergere dalle fiamme. E anche stavolta è andata così. Salve di detonazioni pirotecniche, il palco si è acceso di rosso e il pubblico è letteralmente impazzito. Il concerto è partito in modo identico all’anno scorso, con il brano Cloud Connected dell’album “Reroute to Remain”. Gli In Flames stanno diventando una costante dei grandi festival nei mesi estivi. Svedesi senz’altro rodatissimi, hanno evocato quel tipico death metal melodico coltivato dai loro connazionali At The Gates, Soilwork o Dark Tranquillity e hanno chiuso la loro retrospettiva con una scelta equilibrata di brani da tutti gli album. I signori sono perfezionisti, fanno il loro lavoro al 100%, senza sbavature. Sono compatti, sincronizzati e, nonostante tutta questa routine, non c’è un momento del concerto che non ti “bruci” a livello metal, come si addice al nome In Flames.
Il gruppo è stato sostenuto da un pubblico oceanico sotto il Red Stage: il cantante dai folti dreadlock Anders Frieden guidava quasi a occhi chiusi la folla sotto il palco, che letteralmente gli mangiava in mano. Anche stavolta gli In Flames non hanno sbagliato niente. Disturba solo la prevedibilità e l’aria da già visto di questo quintetto che, a furia di comparire in spettacoli del genere, non riesce più a sorprendere. Anche la setlist era molto simile a quella dell’anno scorso. Insomma. I fan della band hanno vissuto il loro paradiso, mentre noi che desideravamo il rock n’ roll tradizionalmente grezzo aspettavamo già con ansia l’esibizione del cancelliere Lemmy e dei suoi Motorhead, anche se gli In Flames con il loro show hanno ancora una volta incenerito senza pietà e senza peli sulla lingua tutto quello che avevano intorno.

Setlist degli In Flames:
1.Cloud Connected
2.Leeches
3.The Mirror’s Truth
4. Disconnected
5. Colony
6. Alias
7. I’m The Highway
8. Only For The Weak
9. Come Clarity
10. The Quiet Place
11. Take This Life
12. Move Through Me
13. Delight And Angers
14. Egonomic
15. My Sweet Shadow

Testo: Aleš Podbrežnik

 

MOTORHEAD: 23.05-00:30
Il caos festivaliero del secondo giorno è stato chiuso dai leggendari bastardi punk (“bastards”). Lemmy Kilmister (voce, basso), Mikkey Dee (batteria) e Philip Campbell (chitarra) hanno rappresentato così lo spettacolo dei fossili viventi al Nova Rock n. II, se ci aggiungiamo il concerto dei Sex Pistols del primo giorno. Con i MOtorhead non ci sono nascondigli. Quello che vedi è quello che ottieni. Puoi solo amarli o odiarli. Vie di mezzo non ce ne sono.
Con questa esibizione i Motorhead non hanno portato nessuna innovazione rivoluzionaria, se confronto il loro show con quello di fine novembre 200z allo Zenith di Monaco di Baviera. Il repertorio dei brani eseguiti è rimasto praticamente identico e, se i Motorhead avessero avuto un’ora e tre quarti di tempo, la setlist sarebbe stata probabilmente del tutto uguale. Quindi, per non girarci intorno, il gruppo suonava ancora con il repertorio di “Kiss Of Death”. Così hanno sommerso il Nova Rock di napalm rock n’ roll, mettendosi a suonare il classico Dr. Rock.
Questo concerto dei Motorhead però è stato speciale. Il trio ha avuto infatti problemi con l’amplificazione della voce di Lemmy. Il cancelliere e leggenda unica del rock, il venerabile signore che quest’anno compirà 63 anni, Lemmy, dopo qualche battuta iniziale di Dr. Rock, ha agitato la mano e ha fatto segno a Dee e Campbell di smettere di suonare. Aveva capito che la voce era regolata troppo bassa. I Motorhead aspettano sul palco, mentre i fonici combattono con l’inconveniente. Dopo tre minuti circa la cosa è sistemata e i ragazzi attaccano di nuovo con Dr. Rock. Il gruppo naviga con successo nel concerto, eppure Lemmy, scontento, lascia a metà due versi durante Stay Clean, e sul volto gli si dipinge un’espressione di enorme disappunto. La band arriva fino alla terza canzone, Be My Baby (“Kiss Of Death”, 2006), i ragazzi suonano solo qualche battuta, Lemmy apre la bocca, poi di scatto allontana la testa dal microfono, smette di cantare, si volta verso Campbell e fa segno di lasciare il palco. Cosa? È possibile? Sul palco rientrano di corsa i tecnici e provano freneticamente a capire dove sia il problema, perché la voce proprio non si riesce a portare al livello richiesto. Passano cinque minuti, i Motorhead tornano. Ripartono, e quando Lemmy ruggisce la prima battuta, nel suono della band si insinua un’odiosa oscillazione di rimbalzo, che quasi spazza via Lemmy da dietro il microfono. Stavolta la leggenda prende la situazione in mano e si mette personalmente a fare il lavoro dei fonici: “One, two!!! One, two!!!” La cosa si chiarisce in un attimo e il tizio con la sua voce tonante fa tremare il suolo delle pianure pannoniche dell’Austria: “Take the bas off the fuckin’ microphone!!!” In realtà un errore da scuola elementare è stato risolto in un attimo, e i Motorhead sono finalmente rientrati nei giusti binari del loro show.
Dal repertorio ridotto la band taglia, per fortuna, proprio i pezzi nuovi, l’assolo di batteria e la noia di Whorehouse Blues, che tengono nel bis dall’uscita dell’album “Inferno”, e il classico di “Bastards” (1994) Born To Raise Hell. Nel set resta così il profumato gioiello Over The Top, i sempre invitanti classici di “Another Perfect Day” (1983) I Got Mine e Just ‘Cause You Got The Power, e la dedica non necessaria a Phil Lynott e ai Thin Lizzy (Rosalie). Il pubblico sotto il palco era incredibilmente, e contro ogni aspettativa, caldo, scatenato e rumoroso. Soprattutto si è mescolata la gente proprio sul finale, quando i Motorhead hanno acceso la velocissima creatura rock n’ roll Going To Brasil, seguita dall’immortale “ep” dei Motorhead Killed By Death, la chiusura con il pugno di ferro (Iron Fist), e l’epilogo della formazione rock di culto risplende in pieno, ovviamente, nel creare quell’atmosfera unica, sfacciatamente velenosa, che sa creare solo la macchina Motorhead. Parlo ovviamente dei imprescindibili Ace Of Spades e Overkill.
Nonostante i Motorhead fossero i portabandiera del palco rosso, il concerto è volato in un attimo. Lemmy, rispetto al giorno un po’ peggiore di novembre 2008 allo Zenith di Monaco di Baviera, è stato di nuovo convincente al massimo. Parlo, ovviamente, della sua prestazione vocale, che dopo tutti questi anni che il tipo ha girato e respirato in nome della musica rock è ancora un unicum maestoso. Quella persona di straordinaria autorevolezza, di gigantesca sicurezza e di chiara dedizione alla religione del rock, che può offrire solo la figura di Lemmy, brillava di un’intensità eccezionale. Entrambi i compagni di Lemmy hanno portato lo standard senza il quale i Motorhead non sarebbero comunque i Motorhead. Mikkey resta una bestia furiosa alla batteria, Philip un terminator dei riff, caldo e indomabile.
I Motorhead restano, anche dopo quello che si è visto al Nova Rock festival, l’essenza dell’esperienza rock n’ roll più autentica. Senza fronzoli, chiacchiere superflue, traccia di trucco. No. Quello che conta è un cuore sincero e vivere la vita a modo proprio, come ti comanda il cuore. Lemmy e compagnia si sono scolpiti da tempo un monumento immortale al rock n’ roll. Il secondo giorno, con questa semplicità dell’essenza rock e un carisma genuino, hanno spianato tutta la concorrenza del festival. Come sempre e ancora una volta. C’è qualcosa in loro che ti fa venire i brividi in automatico, e lo spirito Motorhead ti si pianta sotto pelle in modo irreversibile, assolutamente magico. Un potere e un sapere che spettano solo ai giganti del rock.

Setlist dei Motorhead:
1. Dr. Rock
2. Stay Clean
3. Be My Baby
4. Killers
5. Metropolis
6. Over The Top
7. I Got Mine
8. In The Name Of Tragedy
9. Rosalie
10. Just ‘Cause You Got The Power
11. Going To Brazil
12. Killed By Death
13. Iron Fist
—bis—
14. Ace of Spades
15. Overkill

Testo: Aleš Podbrežnik

 

BLUE STAGE

DIE MANNEQUIN: 13.00-13.25
Il silenzio di dodici ore, durato più o meno dall’una di notte, è stato finalmente interrotto sul palco blu dai canadesi Die Mannequin. Un trio! Rock alternativo. A capo della formazione c’è la cantante/chitarrista Care Failure, che a 23 anni non ha bisogno di altro che di un buon accompagnamento ritmico. La ragazza ha un carisma straordinario, una vera voce nevrotica, spara grosse e semplici frasi di chitarra che si sposano felicemente con le sue urla femminili, deluse ma infuriate. Il trio è stato un’ottima sveglia, o meglio una “scossa in testa”, per tutti i potenziali dormiglioni che forse si aggiravano ancora sotto il palco dopo la notte turbolenta del primo giorno. Il drive rock primitivo, un po’ rauco e spogliato di tutto, funzionava in modo convincente. Il trio ha pubblicato quest’anno il suo primo album in studio, intitolato “Unicorn Steak”. Con un’esibizione così convincente e show compatti, la cui protagonista è il carisma “pungente” della giovane cantante, ai Die Mannequin si prospetta ancora più notorietà sul pianeta nel prossimo futuro.

Testo: Aleš Podbrežnik

SUNSHINE: 13.45-14.15
Il quartetto ceco Sunshine suona una versione molto melodica di indie rock alternativo. Verrebbe quasi da dire che si tratti di una specie di versione punk, con un bel passeggiare assonnato a una corda sola, sopra cui “pulsano” linee vocali tipiche dei post rocker. Se ci aggiungiamo i tipici passaggi ritmici che ricordano i vecchi ribelli dark The Cure o perfino i Joy Division, si trova forse un’approssimazione abbastanza buona. You In Your Head è stato il brano con cui hanno aperto il concerto, ricordandoci che potrebbero essere, chi? Gli Interpol europei? Beh, ma con un’atmosfera molto più “solare”. Il gruppo presentava il suo quinto album in studio, intitolato “Moonshower And Razorblades”. Ottimo affiatamento della squadra, toni semplici e rilassati, perfetti per la carezza pigra dei raggi del sole nel primo pomeriggio. C’erano anche Keep Your Eyes Open, Top Top The Radio, Ghetto, Days Will Never Be The Same e, naturalmente, i 30 minuti sfruttati fino all’ultimo secondo che durava l’esibizione dei Sunshine.

Testo: Aleš Pobrežnik

CARBON/SILICON: 14.40-15.15
I Carbon/Silicon li descriverei più facilmente dicendo che sono una garage rock band messa insieme alla fine del 2001 da due grandi leggende della scena musicale mondiale. Sono Mick Jones, ex chitarrista dei The Clash, e Tony James, che conosciamo come bassista di Generation X e Sigue Sigue Sputnik. Dal vivo i due signori suonano anche con il bassista Leo “E-zee-kill” Williams e il batterista Dominic Greensmith. I Carbon/Silicon sono noti soprattutto perché offrono le loro nuove produzioni musicali gratis in rete, e chiunque può scaricarle sul proprio computer. Per chi apprezza la musica uscita su CD, nella seconda metà dell’anno scorso è uscito anche un prodotto fisico, che Jones e James hanno chiamato “The Last Post”.
I Carbon/Silicon hanno occupato il Blue Stage del Nova Rock festival qualche ora prima di quanto annunciato inizialmente. In una buona mezz’ora sotto il palco si è radunato un numero invidiabile di persone, venute a godersi i suoni del rock più morbido. “War On Culture”, “Pier 51”, “Tell It Like It Is”, “T.F. Madness”, “Soylent Green”, “The Duel” sono solo alcuni dei pezzi con cui i Carbon/Silicon hanno viziato le orecchie del pubblico. Vero, i signori hanno suonato un po’ prima, ma la risposta della folla radunata è stata comunque degna di lode. Forse i padroni di casa si sono liberati dei pregiudizi e si sono aperti a una musica più ampia e di qualità. Chissà…

Testo: Lea Lesar

MELÉE: 15.45-16.35
L’Orange County californiana è una vera culla di ottime band dei più svariati generi. Da lì vengono anche i Melée, che a prima vista non spiccano per niente. Sembrano una brutta copia dei londinesi Coldplay. Ma se ascolti a lungo e con attenzione il loro ultimo album “Devils & Angels”, uscito nell’aprile 2007 per la Warner Bros, ti convincono del contrario. Se i ragazzi hanno dichiarato di essere influenzati sia dai Coldplay sia dal virtuoso del pianoforte Elton John e dal cantante soul John Legend, l’ascoltatore profano non lo noterebbe. A rendere speciale il loro pop melodico è proprio il frontman Chris Cron con la sua voce spavalda, a tratti un po’ sfacciata, e un modo esplosivo di suonare il piano.
Il pubblico che ha accolto i Melée sotto il Blue Stage era composto per lo più da ragazze. E chi non vorrebbe riposare gli occhi su quattro bei ragazzi che per giunta sanno anche cantare bene? I Melée hanno dato la precedenza ai pezzi dell’ultimo album in studio: “Frequently Baby”, “Stand Up”, “You Got”, “Imitation”, ma tra tutti ha raccolto più entusiasmo proprio “Built To Last”, che ha portato i ragazzi in cima a numerose classifiche musicali. Mentre suonava quest’ultimo al piano, Chris Cron ha scambiato le mani con i piedi, rendendo l’esibizione ancora più vivace.
Tra i pezzi non ancora usciti spiccava “Dead Mans Party”, che annuncia un suono un po’ diverso per il disco in arrivo. Da leccarsi i baffi.
Alla fine dell’esibizione Chris si è dimostrato un vero sciupafemmine, perché è sceso a cantare “Built To Last” sotto il palco, sulla transenna di sicurezza, da cui i fan non volevano proprio lasciarlo andare. Ogni addio è difficile, ma nel resto della giornata ci aspettavano ancora parecchie band interessanti.

Testo: Lea Lesar

THE GODFATHERS: 17.05-18.00
Il palco quel giorno l’hanno scosso ancora dei londinesi – The Godfathers. La band è stata fondata ventitré anni fa, più precisamente nel 1985, dai fratelli Peter e Chris Coyne. L’album di debutto “Hit By Hit” è uscito due anni dopo, ma sono diventati riconoscibili con il secondo album, pubblicato nel 1988, con cui sono entrati nella classifica americana Billboard dei migliori quaranta. L’album mostra quattro fasi della vita umana. “Birth, School. Work, Death”. Nascita, scuola, lavoro, morte. E il tempo per la musica dov’è? Sono seguiti altri cinque album, non troppo chiacchierati, e i The Godfathers in quel periodo si sono esibiti soprattutto nei vari club. Dopo diciannove anni di assenza dai grandi palchi dei concerti ci sono tornati, in parte anche grazie alla ripubblicazione del primo album, di cui quest’anno ricorrono ventun anni. Così abbiamo avuto occasione di vederli anche al Nova Rock, dove hanno suonato soprattutto vecchi nuovi successi dal già citato primo/ultimo album. “This Damn Nation”, “I Want You”, “Can`t Leave Her Alone”, “Lonely Man”, “Love Is Dead”. Con “Birth, School, Work, Death” anche il pezzo omonimo e “Cause I Said So”.
Vero, non è musica tipica per i giovani, ma loro erano entusiasti dell’esibizione dei The Godfathers. E sui volti dei Godfathers si vedeva che gli erano mancati il clima e l’energia dei grandi palchi.

Testo: Lea Lesar

NEW MODEL ARMY: 18.30-19.35
Justin Sullivan, quell’indescrivibile artista carismatico che con i suoi New Model Army ha portato un’autenticità straordinaria della ribellione rock, senza fronzoli, senza bisogno di attirare l’attenzione e di compiacere, ha premiato un fronte palco un po’ svuotato (tutti si accalcavano in quel momento ai Subway To Sally sul palco rosso). I brani compatti, taglienti e rumorosi suonavano bolscevichi, si sentiva soprattutto un accento punk, e comunque la voce roca, forte e autorevole di Justin non lasciava spazio a fiorellini e cieli azzurri. In quell’ora si è riversato un acquazzone di critica rabbiosa contro tutto ciò che sa di politica e di imposizione di princìpi e regole che non sono dell’individuo. In generale, per esempio, i brani Sky In Your Eyes e Into The Wind hanno toccato in modo incredibilmente profondo, sottopelle, la corteccia associativa. La voce vissuta di Justin e la dedizione della recitazione scenica dettavano una maniera tutta particolare di trasmettere l’eredità musicale. Nella tagliente tradizione punk di base si è mescolato bene un retrogusto di R&B e a tratti perfino qualche salto folk rock. Un’ottima esperienza indie rock, per cui non devi star lì a pensare quando ti gira. Più naturale di così non si può. Ottimo concerto. 

Testo: Aleš Podbrežnik

GAVIN ROSSDALE: 20.05-21.15
L’ex cantante degli inglesi Bush è stata un’altra bella rinfrescata sul Blue Stage. Il tipo regnava con la chitarra acustica, un look da killer e uno show senza dubbio rifinito. Ha la voce, ha il carisma, e il fascino non gli manca di certo. Rossdale, che a marzo di quest’anno ha pubblicato il suo nuovo album solista in studio “Wonderlust”, ha eseguito Don’t Dream It’s Over, Love Remains The Same, Comedown, The Trouble I’m In, The Chemmicals Between Us, Letting The Cables Sleep. Il tipo è artisticamente ancora più maturo da quando i Bush non esistono più. La sua oretta di suoni vivaci, naturali, di sapore grunge fino a un pop rock acustico, è stata un vero balsamo per le orecchie. In generale, il modo in cui la sua voce sensibile si inserisce alla perfezione nella semplice tradizione della musica rock ha convinto che la carriera solista sia la prosecuzione più naturale del percorso musicale di Gavin Rossdale. Un’ora di rock raffinato e leggero!

Testo: Aleš Podbrežnik

BEATSTEAKS: 21.45-23.00
Beatsteaks, Beatsteaks. Una band che è una costante di tutti i maggiori festival austriaci. Dopo averli visti l’anno scorso prima ad agosto al festival Frequency e poi a settembre alla Gala Hala di Lubiana, li abbiamo ascoltati anche al Nova Rock di quest’anno, dove erano una delle band più attese. Che i Beatsteaks diventino di concerto in concerto sempre più popolari e siano una vera attrazione sia per gli occhi sia per le orecchie, lo ha dimostrato la folla, che sembrava non finire mai. Hanno aperto il concerto con il pezzo “I Don`t Care As Long As You Sing” e tutti i presenti hanno cantato a una voce. Un momento che ti fa venire i brividi. Che dedizione alla band. È seguito “As I Please”, che come title track si trova sul loro ultimo album in studio “Limbo Messiah”, uscito ad aprile dell’anno scorso. “Demons Galore” ha confermato che il già citato album è un altro ottimo prodotto dei Beatsteaks. “What`s Coming Over You”, “Hand In Hand”, “Let Me In”. Il pubblico ballonzolava e creava qualche “circle pit”, ai Beatsteaks è capitato un concerto come mai prima. All’annuncio del pezzo successivo, “Hello Joe”, chi non conosce i Beatsteaks avrebbe facilmente pensato a un brano un po’ più vecchio della bionda Blondie. Invece no, è solo lo stesso titolo con un contenuto completamente diverso. Migliore o peggiore? Giudica tu. Ancora un saluto ai pazzi, ovvero “Hail To The Freaks”. Il pubblico si divertiva un mondo. I Beatsteaks sanno fare, a ogni concerto, che sia un piccolo palco da club o uno più grande da festival, una festa senza paragoni. Con la loro energia ti ipnotizzano letteralmente e ti trascinano a ballare. Sanno creare un’atmosfera speciale, che non è alla portata di tutti.
Se fino a quel momento avevamo sentito soprattutto pezzi degli ultimi due album “Smack Smash” (2004) e “Limbo Messiah” (2007), era il momento di qualcosa di più vecchio. Erano “Big Attack” e “Hey Du”. I due brani sono usciti come registrazioni “live” sul doppio album “live” “Kanonen Auf Spatzen”, pubblicato a marzo.
I Beatsteaks si sono congedati con l’unico pezzo in tedesco del repertorio, “Frieda Und Die Bomben”, come ultima dose di adrenalina per la grande maggioranza dei soggetti di lingua tedesca.
Così è finita un’altra ottima esibizione. Sul Blue Stage ci aspettavano solo più i leggendari The Verve.

Setlist dei Beatsteaks:
1. I Don`t Care As Long As You Sing
2. As I Please
3. Demons Galore
4. What`s Coming Over You
5. Hand In Hand
6. Let Me In
7. Hello Joe
8. Hail To The Freaks
9. Big Attack
10. Hey Du
11. Frieda Und Die Bomben

Testo: Lea Lesar

THE VERVE: 23.30-01.00
I rocker inglesi The Verve, oltre che per la loro musica eccellente, sono noti anche per i numerosi scioglimenti e le altrettante reunion. La band, nata nel 1989, ha prima funzionato fino al 1999, con una pausa più breve tra il 1995 e il 96. Nel periodo dopo il 1999 fino a giugno 2007 ognuno si è dedicato a progetti musicali solisti. Il ritorno dei The Verve sulla scena è stato annunciato per primo dalla radio inglese BBC 1. I ragazzi hanno deciso di partire per un tour mondiale e ad agosto possiamo aspettarci anche il loro quarto album in studio.
Il loro debutto al Nova Rock festival i ragazzi l’hanno cominciato con la fondamentale “A New Decade”, raccogliendo una forte ondata di entusiasmo. La folla non riusciva proprio a stare zitta. Forse nemmeno voleva. È seguito “This Is Music”. Un pezzo leggendario, su cui la folla radunata ha cantato di nuovo insieme a Richard Ashcroft, autore della maggior parte dei testi dei The Verve. Dopo la più incalzante “Sonnet”, i presenti sono andati alla deriva nello spazio tra l’universo e il tempo con “Space And Time”. Il pubblico durante il ritornello era più rumoroso che mai. Una risposta simile l’ha raccolta anche “Life`s An Ocean”. I The Verve sanno proprio portare gli ascoltatori nel ritmo giusto. Ancora “Weeping Willow”, poi “Sit & Wonder”, il primo dei cinque brani (gli altri quattro sono “Judas”, “Mona Lisa”, “Rather Be”, “Appalachian Springs”) nati dopo la reunion dell’anno scorso e il ritorno sui palchi dei concerti. I The Verve hanno proseguito con “The Rolling People” e “The Drugs Don`t Work”, uno dei pezzi con il titolo e il testo più realistici. Ricordatevi quello che dicono i ragazzi. “Lucky Man” è uno dei più grandi hit e la folla ha cantato di nuovo a una voce: “But I’m a lucky man
With fire in my hands”. Come i Beatsteaks, anche i The Verve agiscono su di te in modo inconsciamente ipnotico, e quando ti pervade un’indescrivibile sensazione di gioia… resti senza parole. Niente però si può paragonare a “Bittersweet Simphony”, quando in aria si vedevano migliaia di mani. Mano nella mano, ovunque arrivasse lo sguardo. Decisamente uno dei momenti più belli della serata, che sarebbe stato un peccato perdere.
I The Verve hanno portato la serata alla fine con il pezzo “Disco”. La folla ha cantato con i ragazzi ad alta voce un’ultima volta. Le luci si sono spente, arrivederci.

Setlist dei The Verve:
1. A New Decade
2. This Is Music
3. Sonnet
4. Space And Time
5. Life`s An Ocean
6. Weeping Willow
7. Sit & Wonder
8. The Rolling People
9. The Drugs Don`t Work
10. Lucky Man
11. Bittersweet Simphony
12. Disco

Testo: Lea Lesar

 

Foto: Aleš Podbrežnik, Matic Zorman

Setlist

RED STAGE: FIRE IN THE ATTIC KILL HANNAH ALPHA GALATES SONIC SYNDICATE OPETH SUBWAY TO SALLY BAD RELIGION IN FLAMES MOTORHEAD BLUE STAGE: DIE MANNEQUIN SUNSHINE CARBON/SILICON MELEE THE GODFATHERS NEW MODEL ARMY GAVIN ROSSDALE BEATSTEAKS THE VERVE

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