La versione ungherese degli Iron Maiden è di gran lunga la più vicina all’originale (2008)

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Autore: Aleš Podbrežnik
Foto: Aleš Podbrežnik

Luogo: Dvorana Stereo / Fiume / Croazia
Data del concerto: 26.12.2008
Numero di spettatori: 450
Prezzo del biglietto: 40,00HRK

Avevo sentito parlare un gran bene di una band eccellente che dedica tutto il suo repertorio live ai leggendari fabbri del metallo pesante Iron Maiden, e pare che arrivi dall’Ungheria. Quel giorno si sono sommati parecchi fattori che mi hanno spinto a mettermi in viaggio verso la vicina Croazia, al mare, dove la bora nel golfo del Quarnero già fischiava come si deve. Prima di tutto mi sono spulciato cosa suonano dal vivo questi ragazzotti. Nel 2005, per dire, hanno piazzato in scaletta, tra le altre cose, anche l’intero album Powerslave dall’inizio alla fine. Si buttano pure su pezzi come Alexander The Great o Only The Good Die Young, che gli autori e gli interpreti originali sul palco non hanno mai suonato dal vivo (e probabilmente non lo faranno mai). Inoltre avevo sentito lodi straordinarie da chi li aveva già visti all’opera. Per il decimo anniversario hanno tirato fuori un concerto di 5 ore a Budapest, a fine ottobre 2006. Oltre 40 pezzi in tutto se li sono sparati in quella serata, suonando per intero il materiale di ben quattro album degli Iron Maiden: The Number Of The Beast, Piece Of Mind, Powerslave, Somewhere In Time e Seventh Son Of A Seventh Son. E perché hanno stravolto “maiden” in “maidnem”? Quest’ultima parola in ungherese significa “quasi”, il che combacia con lo scopo di base della band, che è (mi ripeto) copiare gli Iron Maiden.

L’esibizione al Stereo di Fiume era per la band la seconda in assoluto qui (in Croazia hanno suonato già un po’ di volte). In una sala che ne tiene circa 800, forse 900, si sono raccolti tra i 400 e i 500 spettatori. Verso le 23.30 i ragazzi sono saliti sul palco. Hanno attaccato con una bella sorpresa, Be Quick Or Be Dead, per far partire subito l’adrenalina nelle vene. La sala è esplosa, anche se rispetto alla prima volta, quando a quanto pare il locale scoppiava, stavolta non c’era quella febbre euforica. Dalle retrovie ti facevi largo senza problemi e arrivavi in un attimo nelle prime file. Interessante che i ragazzi abbiano infilato in scaletta vere e proprie marce epiche e che nella prima parte, a parte l’opener, non ci fossero affatto mazzate di riff taglienti. Dopo un ottimo riscaldamento iniziale sono passati a Brave New World, il cui ritornello il pubblico si è bevuto in un sorso, e capelli e peli si sono rizzati soprattutto in seguito con Wasted Years.

Il cantante Zoltan Kiss è incredibile. Basta dare un’occhiata alla scaletta per capire che i pezzi sono messi in fila uno più tosto dell’altro da cantare (Infinite Dreams, e subito dopo Sea Of Madness). E questa è solo una delle tante osservazioni possibili, perché in due ore e dieci di concerto non l’ho visto cedere nemmeno una volta, in nessuna delle tonalità che ha affrontato. In più domina alla perfezione i versi e canta con una fluidità pazzesca, considerando che non è inglese! La tecnica di Dickinson gli è letteralmente entrata sotto pelle, per non perdere tempo a spiegare che anche il timbro e l’estensione di base sono dannatamente vicini a quelli di Dickinson. Eppure il tipo è solo 12 anni più giovane del leggendario cantante, e la voce è tanto più potente e ben conservata. Se riesci a portare la potenza dei registri bassi attraverso quelli medi fino ai più alti, mantenendo alta la melodicità e allo stesso tempo l’autorità sugli strumenti, hai vinto, se vuoi imitare Dickinson. Il vocalist di certo non ha dimenticato i celebri movimenti scenici del suo modello più anziano: l’agitare la bandiera del Regno Unito durante The Trooper, l’aizzare il pubblico alzando le braccia nel finale di Hallowed Be Thy Name. In Rime Of The Ancient Mariner ha perfino recitato di persona i versi di Samuel T. Coleridge. Insomma, agile e sicuro di sé oltre ogni limite.

Anche gli strumentisti non si possono lodare abbastanza. In un attimo hanno sviluppato una dinamica sonora ppazzesca, le chitarre avevano un groove vivo, gli intrecci armonici delle melodie a tre voci erano alla pari, “pescati” e suonati con un’attenzione maniacale ai dettagli, e i due chitarristi si sono distinti con ottime riproduzioni degli assoli originali in studio. Nel copiare gli Iron Maiden sono andati così lontano che alla fine di Revelations (dopo il verso “Oh-oh you…” e l’accordo di La minore) uno dei due chitarristi ha urlato nel microfono “Motherfucker!!!”. Quell’urlo dal pubblico si può sentire soltanto sul disco dal vivo degli Iron Maiden “Live After Death” (1985).

Una splendida sorpresa ci aspettava con il brano Childhood’s End. Gli Iron Maiden infatti non l’hanno mai suonato dal vivo. Esecuzione eccellente e compatta. Affiatata e dal suono pieno. La band suona insieme già da 12 anni e non c’è da stupirsi che abbiano gli Maiden nel mignolo della mano sinistra. Hanno confezionato il repertorio con furbizia, in modo da pensare prima di tutto al proprio divertimento. La scaletta l’hanno allungata a 20 brani e hanno cominciato a infilare i classici solo  nella seconda parte, quando bisognava tenere alta l’atmosfera e il buonumore e allo stesso tempo la gente in piedi. I due chitarristi non si sono divisi gli assoli in modo rigido, monitor sinistro – Murray, monitor destro – Smith, ma si sono presi più libertà su chi suonasse quale assolo. Alla fine ho sentito (tra le altre cose) anche una copia almeno approssimativamente fedele dell’assolo di Murray dentro Fear Of The Dark, e non solo le riproduzioni giuste di chiusura e apertura dello stesso, come nella regia di tante band che suonano questa cover degli Iron Maiden nei loro locali dal vivo.

I ragazzi non hanno smesso di sorprendere nemmeno dopo, regalando fiori di sorpresa come Wasting Love, No More Lies e Afraid To Shoot Strangers, dove alla chitarra destra è capitato che la melodia d’apertura fosse praticamente inudibile. È anche l’unico errore che si è notato e che è saltato all’orecchio in modo banale durante il concerto. Il cantante non ha mollato nemmeno in Hallowed Be Thy Name. Ha cantato il repertorio con una facilità incredibile. Si vede che il quintetto si diverte a suonare gli Iron Maiden. Stando alle osservazioni di sopra, evidentemente padroneggiano la stragrande maggioranza di tutto il repertorio degli Iron Maiden, e le rotazioni in scaletta nei loro concerti sono una cosa del tutto normale. Un’ottima terapia contro la noia e il rischio di saziarsi di suonare.

Per contro, più di uno spettatore di quella sera si sarebbe voluto sentire ancora qualche “lagna” classica degli Iron Maiden in più, come The Evil That Man Do, Two Minutes To Midnight o Wrathchild, e a causa dei pezzi “tirati per le lunghe” non è riuscito del tutto a immergersi nel concerto. In effetti un repertorio per palati fini. E un repertorio su cui scommetto senza esitare in qualsiasi momento che gli Iron Maiden oggi l’hanno in buona parte dimenticato, ma anche un repertorio che Dickinson, nella forma di oggi, farebbe fatica a reggere. La verità è la verità.

In effetti per un vero fan degli Iron Maiden quella sera era difficile nascondere l’entusiasmo, perché gli Iron Maidnem l’hanno “ammazzato” con la loro perfezione e professionalità, e anche con una scaletta sensuale. La ciliegina sulla torta l’ha messa la figura di Eddie alta due metri e mezzo, con la divisa di Piece Of Mind e gli occhietti luminosi, che è sbucata a passo pesante sul palco durante il brano Iron Madnem (Iron Maiden). I ragazzi non hanno smesso di entusiasmare nemmeno dopo, con Blood Brothers e l’hard rock di Bring Your Daughter.

Quando sembrava che fosse tutto finito, tornano per il secondo bis e sparano due classici che non c’è nemmeno bisogno di presentare. Fino all’ultimo secondo a un livello eccezionale. Sia come esecuzione che come suono! È stata finora la terza tribute band degli Iron Maiden che le mie orecchie hanno sentito dal vivo, e tra queste se le mangia tutte in un boccone, compresi gli sloveni Iron Median, che al confronto sono un vero asilo. Hanno suonato allo stesso prezzo di biglietto dei nostri sloveni, tre giorni prima a Lubiana. Vi consiglio caldamente di andare a vedere gli Iron Maidnem se capitano da qualche parte vicino a voi. Non sono un fan delle tribute band, figuriamoci un sostenitore. Uccidono la creatività, sottraggono in modo molto economico alle band promettenti che coltivano materiale proprio il loro spazio vitale tanto necessario. Eppure chiudo volentieri un occhio e un orecchio quando sul palco si ritrovano perfezionisti come gli Iron Maidnem. Sempre!

foto: Aleš Podbrežnik

Scaletta

1. Be Quick Or Be Dead 2. Brave New World 3. Wasted Years 4. Deja-Vu 5. Revelations 6. Rime Of The Ancient Mariner 7. Infinite Dreams 8. Sea Of Mandess 9. Childhood’s End 10. The Trooper 11. Afraid To Shoot Strangers 12. No More Lies 13. Wasting Love 14. Hallowed Be Thy Name 15. Iron Maidnem —bis I.— 16. The Number Of The Beast 17. Blood Brothers 18. Bring Your Daughter… to the Slaughter —bis II.— 19. Fear Of The Dark 20. Run To The Hills

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