Eat Me In St. Louis
Autore: Peter Podbrežnik
Artista: It Bites
Etichetta: EMI Records
Uscita: 1989
Durata: 55:34
Voto: 4/5
“Eat Me In St. Louis” è stato il terzo album degli It Bites, unici nel loro genere: fusionisti prog pop britannici. È stata la loro ultima prova in studio con il carismatico cantante e chitarrista Francis Dunnery, che sapeva il fatto suo, e per tantissimo tempo anche l’ultima in assoluto (fino al 2008, quando è uscito “The Tall Ships” con il nuovo cantante e chitarrista John Mitchell).
Gli It Bites sono sempre stati una band unica per il modo in cui riuscivano a fondere, in maniera splendida e armoniosa, due generi apparentemente inconciliabili: il rock progressivo e il pop rock. Certo, non erano stati i primi a farlo: negli anni ’80 un sacco di leggendarie formazioni prog dei ’60 e dei ’70 avevano iniziato a infilare un po’ di pop nella loro musica. Ma loro erano stati i primi a farlo fin dalla nascita, e quindi i rappresentanti di punta di questo tipo di sperimentazione. Eppure, nemmeno dopo l’uscita di “Eat Me In St. Louis” sono arrivati a un vero successo commerciale, restando una band di culto con una base di fan ferocemente fedele.
Con “Eat Me In St. Louis” gli It Bites hanno provato a sfondare sul mercato americano (lo dice già il titolo), e per questo hanno scelto un approccio un po’ più hard rock: in un momento in cui l’hair metal aveva già toccato il suo zenit, non proprio una mossa furbissima. I riff di Dunnery in produzione sono diventati molto più in primo piano, mentre Dalton alla batteria prima non era mai stato così impegnato. Le tastiere di Beck stavolta restano per lo più sullo sfondo, gli arrangiamenti sinfonici sono meno del solito, mentre le trame dei sintetizzatori, come sempre, si intrecciano con discrezione tra i vari spunti di chitarra e gli assoli. Questa nuova direzione l’hanno innestata con successo nel loro inconfondibile mix di prog rock e finezze pop.
Tutti i pezzi trasudano la straordinaria virtuosità dei singoli membri, e in particolare del fenomenale Dunnery, che è almeno tanto bravo come chitarrista quanto è entusiasmante come cantante. Nel disco c’è una varietà squisita: dalle cavalcate hard rock alle power ballad incantevoli, fino agli inni da arena rock. L’alta melodicità dei singoli arrangiamenti è condita con un suonato complesso e ritmi saltellanti. Da questo punto di vista hanno sempre avuto più in comune con quei titani del prog che negli anni ’80 sono scivolati nel pop, come Peter Gabriel e la versione di allora dei Genesis, che con il movimento neo prog, dove alcuni amano catalogarli. Nonostante la copertina insolita, per loro piuttosto atipica, firmata dal leggendario Roger Dean (nella sua lunga carriera ha realizzato copertine per band come Yes, Uriah Heep, Asia e un sacco di altri artisti), “Eat Me In St. Louis” è, tra tutti i loro dischi, quello con meno ammiccamenti sonori al rock progressivo dei ’70.
I testi di Dunnery sono come sempre carichi di sarcasmo sfottente. Prendono in giro a più non posso certi problemi sociali e le pene d’amore. Nella musica degli It Bites c’è sempre stata una vena un po’ da “sbruffoni”. Da una parte, in musica e testi hanno sempre preso in giro con intelligenza certi cliché romantici; dall’altra, le atmosfere appassionate e saltellanti della maggior parte dei brani sono praticamente una calamita per le donne (un bell’esempio di questa doppia natura è l’ottima “Underneath Your Pillow”).
Lungo tutto l’album gli It Bites dimostrano che, oltre a uno straordinario senso per la fusione tra complessità e melodia, avevano anche una bella vena per scrivere (potenziali) hit. Tra queste spicca soprattutto “Still Too Young To Remember”, con il suo ritornello ipnotico a più voci, il riff centrale pieno di fascino e un testo sarcasticissimo, di cui non si vergognerebbero nemmeno dei Supertramp. La virtuosità di Dunnery sarebbe degna di qualsiasi guitar hero degli anni ’80, mentre il suo canto teatrale e burlone è un capitolo a parte. Va detto che aveva un grande modello in Peter Gabriel, cosa che si sente soprattutto nel brano d’apertura “Positively Animal”, che contiene parecchie allusioni vocali al classico gabrieliano “Shock The Monkey”.
Anche “Underneath Your Pillow”, condita da tante allusioni sessuali spassose, il favorito AOR “People Of America” e il potenziale singolone “Sister Sarah” sono esempi lampanti del loro raffinato talento nel creare melodie di prima qualità, con svolte ritmiche intelligenti e ricche sezioni strumentali. In pezzi come l’inno “Murder Of The Planet Earth”, dove hard rock e pop camminano a braccetto, mettono in scena una satira di prim’ordine sui problemi della società. Con ottime power ballad come “Ice Melts Into The Water”, invece, Dunnery dimostra che, oltre all’umorismo birichino, ha anche un cuore enorme quando si tratta di esprimere le emozioni più sincere.
Proprio quando sembrava che il successo commerciale fosse finalmente dietro l’angolo, l’album è andato completamente a picco. Dopo un lungo tour è arrivato l’inevitabile scioglimento, perché Dunnery non trovava più un terreno comune con gli altri membri. Mentre lui si buttava nella carriera solista, gli altri sono andati avanti per un po’ senza di lui, hanno pubblicato perfino un live, “Thank You And Goodnight-Live” (1991), hanno trovato un nuovo cantante di breve durata in Lee Knott e poi hanno cambiato nome due volte (Navajo Kiss e Sister Sarah). Tutti questi tentativi di risvegliare un interesse più ampio per la loro musica sono falliti del tutto, in un periodo in cui il grunge dominava le classifiche, e ne è seguito uno stop di diversi anni.
Anche se non raggiunge la profondità creativa e la verve del loro lavoro migliore, “Once Around The World” (1988), “Eat Me In St. Louis” è un altro disco più che solido, che serve tutti i loro marchi di fabbrica e che ancora oggi resta interessante per tutti i palati fini dell’art rock. Come per tutti i loro album, anche qui vale il discorso delle due sole estremità possibili: o vi conquisterà del tutto con la sua strana natura prog-pop rock, o vi lascerà completamente freddi. Se vi piacciono band come Supertramp, Steely Dan, Queen, Blue Oyster Cult e Electric Light Orchestra, la seconda ipotesi non dovrebbe proprio verificarsi.
Come si è visto in seguito, non è stata la loro ultima prova in studio: quasi vent’anni dopo sono tornati in modo molto convincente, con John Mitchell in formazione (Arena e un’intera sfilza di altre band e progetti) . Il ritorno annunciato di Dunnery al rock progressivo, invece, possiamo aspettarcelo nel 2009, quando uscirà il suo nuovo disco solista “New Progressivenes Project”, in cui collaborerà con il leggendario John Wetton, uno dei suoi principali modelli.
Formazione
Francis Dunnery – voce, chitarra
John Beck – tastiere, cori
Dick Nolan – basso, cori
Bob Dalton – batteria, percussioni, cori
Produzione
It Bites
Tracklist
1. Positively Animal
2. Underneath Your Pillow
3. Let Us All Go
4. Still Too Young to Rememb
5. Murder of Planet Earth
6. People of America
7. Sister Sarah
8. Leaving Without You
9. Til the End of Time
10. Ice Melts Into Water
11. Charlie