Nova Rock Festival 2009 – primo giorno – il ritorno dei Faith No More, pioggia e blackout! (2009)

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Luogo: Nickelsdorf, Austria
Data del concerto: 18.06.2009
Numero di spettatori: 60
Prezzo del biglietto: 110 € per tutti e tre i giorni

È passato un anno in un lampo ed ecco finalmente il Nova Rock Festival, l’attesissimo appuntamento che ogni anno ci fa impazzire con un cast di primo livello, tra nomi famosi e meno famosi. Anche stavolta non ha deluso: dai giovani australiani The Temper Trap ai loro connazionali un po’ più scafati The Living End, dai metallari Disturbed, Mastodon e Caliban agli industrial Nine Inch Nails con Trent Reznor in testa, fino alle leggende Metallica e al ritorno dei Faith No More. Il primo giorno è stato quindi segnato soprattutto dai pesi massimi, dalla birra, dal sole, dalla pioggia, dal blackout e da una “Nothing Else Matters” da brividi.

PALCO ROSSO – “RED STAGE”

ROLO TOMASSI: 12.15 – 12.40
Giovane band mathcore inglese, i Rolo Tomassi hanno preso il nome da un personaggio del film “L.A. Confidential” e affidano il microfono alla signorina Eva Spence. Nella loro musica mischiano tutto quello che si può mischiare: punk, hardcore, post-punk, elettronica, jazz e soprattutto metal. Se il “miscuglio” a prima vista ti sembra di pessimo gusto, a tratti all’ascolto lo è davvero. Forse è proprio il sintetizzatore a renderlo un po’ più “invitante”. Almeno fino a quando non parte il growl di Eva, in totale contrasto con la sua voce delicata. Il tutto suonerebbe molto più succoso se il quintetto lasciasse lo “screaming” a una gola maschile e la voce della ragazza passasse da principale a secondaria. La formazione, nata nel 2005, fino allo scorso settembre, quando per la Hassle Records è uscito il loro primogenito “Hysterics”, aveva pubblicato un bel mucchio di demo ed EP. Brani come “I Love Turbulence”, “Film Noir”, “Nine”, “Abraxas” e “Beatrotter”, che il pubblico presente ha potuto sentire, erano una selezione dalle loro uscite precedenti. Purtroppo stavolta i Rolo Tomassi non hanno convinto la folla. Andrà meglio la prossima volta!

THE TEMPER TRAP: 13.00 – 13.25
Lontani dall’Australia natale, sul suolo europeo sono sbarcati i rocker The Temper Trap. Quattro bei ragazzi che, a differenza dei Rolo Tomassi, con la loro presenza discreta e i ritmi più morbidi hanno portato la folla a temperatura di lavoro e ce l’hanno tenuta. Anche se sono l’ennesima band sconosciuta al grande pubblico, la gente li ha accolti bene, e i ragazzi hanno avuto l’occasione di presentare come si deve il loro album di debutto “Conditions”, uscito in Australia poco prima della loro esibizione al Nova Rock. Il disco, che contiene brani come “Sweet Disposition”, “Science Of Fear”, “Down River” e altri, è stato prodotto da Jim Abbiss, lo stesso uomo che ha firmato il suono dell’album di debutto vincitore del Mercury Prize “Whatever People Say I Am, That`s What I`m Not” dei giovanissimi Arctic Monkeys, e anche di “The Back Room” degli Editors, pure quello un debutto. A quanto pare Abbiss è uno di quei produttori che sono la chiave del successo: la musica dei The Temper Trap compare già nella miniserie australiana “Underbelly: A Tale of Two Cities” e nella colonna sonora della commedia romantica “500 Days Of Summer”. E a quanto pare alla BBC, tra tv e radio, ci avevano visto giusto quando hanno inserito la band tra le quindici migliori scoperte dell’anno. La formazione, che definisce la propria musica a`cappella-D&B-zouk, ha convinto e conquistato con un’esibizione solida. Soprattutto il pubblico femminile.

JULIA: 13.50 – 14.30
Dopo due gruppi di lingua inglese, l’intro è stato rallegrato da un’attrazione locale: quattro ragazzi che suonano sotto il nome di Julia. I rocker viennesi hanno realizzato il sogno di avere una band a cavallo del millennio e da allora hanno pubblicato tre album in studio. Il quartetto, convinto che “la musica si esprime al meglio quando arriva direttamente dal cuore” (Kobold), ha aperto il concerto con “A Hell Of A Speech” e “Is This What Makes You Happy?”, dal loro ultimo album, il terzo, uscito l’anno scorso: “The Scars We Hide”. Dallo stesso disco il pubblico ha sentito anche “A Cause For Comfort” e “Call The Ambulance”. Probabilmente non serve nemmeno dire quanto il pubblico di casa fosse dalla loro parte, e per questo i Julia l’hanno ricompensato con qualche pezzo un po’ più vecchio. Il secondo album in studio, “Sunrise”, uscito nel 2006, vanta parecchi potenziali successi mai scoperti, tra cui vale la pena citare “Technology”, “Crash Test Youth”, “Optimistic” e “Turnaround”. La formazione, che assalta i palchi con Matthias “Koma” Kobold (voce), Karl Mayr (chitarra), Alex Schell (basso) e Alex “Sushi” Schuster (batteria), non si è dimenticata nemmeno del mini album “Put A Sleep” (2003), che contiene “Noise”. Undici pezzi di rock`n`roll in salsa popolare, chiusi da “Perfect” e “Beautiful” dal debutto “Songs About Decay” (2004). Proprio quest’ultima è quella che ha fatto conoscere la band al grande pubblico, scelta nel 2005 come canzone ufficiale dei campionati di hockey su ghiaccio. Bravi, Julia!

THE LIVING END: 14.55 – 15.40
Il trio punk-rock The Living End è un’altra band australiana che quel giorno ha fatto tremare il “palco rosso”. La formazione, con radici che risalgono al 1994, ha pubblicato finora cinque album in studio, tutti incoronati con almeno un disco di platino. Il primo grande successo i ragazzi l’hanno ottenuto appena un anno dopo la nascita, quando in tour in Australia hanno scaldato il palco ai giganti del punk-rock americano Green Day. Nessuna sorpresa che a questi siano piaciuti tanto: i TLE sono una versione un po’ più rockabilly di loro stessi. Il loro entusiasmo l’ha mostrato anche il pubblico del Nova Rock, che ha cantato e ballicchiato insieme a loro. Si è partiti con la title track del secondo album, quello del millennio, “Roll On”, poi “Second Solution” e “West End Riot” dal debutto omonimo del 1998, e sono arrivati anche pezzi freschi di giornata. “Raise The Alarm”, “How Do We Know?”, “Hey Hey Disbeliever” e “White Nose” sono quattro di quelli del quinto album in studio, uscito l’anno scorso, “White Nose”. La serie dei brani nuovi è stata interrotta da “Prisoner Of Society”, uno dei singoli australiani più venduti degli anni Novanta, e il finale è toccato a “End Of The World”, pezzo del loro terzo album “Modern ARTillery” del 2003. La band, che tra l’altro può vantare i premi Jack (premi musicali australiani sponsorizzati dalla distilleria Jack Daniel`s Tennessee) per miglior batterista, miglior gruppo maschile e miglior esibizione TV dal vivo, in quarantacinque minuti brevi ma dolci ha presentato i suoi potenziali successi dell’ultimo album, senza dimenticare i vecchi hit che sono una costante nella loro “play” list.

THE GASLIGHT ANTHEM: 16.10 – 17.00
Una delle più grandi scoperte della scena alternativa degli ultimi anni è senza dubbio The Gaslight Anthem, che arrivano dal New Jersey, USA. In una carriera relativamente breve (la formazione attuale, Fallon, Rosamilia, Levine, Horowitz, è nata nel 2005), dal primo album “Sink Or Swim” del maggio 2007 e dal secondo “The `59 Sound” dell’agosto 2008, hanno sfondato sulla scena musicale mondiale e fatto tremare palchi praticamente ovunque. Per il loro stile il quartetto si è guadagnato il titolo di eredi del dimenticato “Jersey Shore Sound”, un ramo del rock`n`roll estremamente popolare dalla fine degli anni Sessanta fino alla metà degli Ottanta. Questo stile, con un pizzico di italo-americano, mette insieme il rock`n`roll pre-Beatles, il rhythm & blues, il doo-wop e la cultura urbana degli stati del medio Atlantico come Filadelfia, Maryland, Rhode Island, New York e New Jersey. Tra gli artisti di riferimento una menzione speciale va a “The Boss” Bruce Springsteen, che i ragazzi citano tra i loro modelli insieme a Tom Perry e Bob Dylan. Ma la sua influenza, a parte nelle canzoni, sul palco non si sente. È vero che l’attenzione se la prende tutta il cantante e chitarrista Brian Fallon con il suo approccio, la sua arroganza e la sua interpretazione dei pezzi, ma gli altri tre, il chitarrista Alex Rosamilia, il bassista Alex Levine e il batterista Benny Horowitz, non passano inosservati. Anzi, in confronto a Fallon sembrano incredibilmente gentili. Eppure, a guardare il suo comportamento dall’altra parte, forse Fallon ha pure ragione. Perché non prendere in giro un pubblico rigido e disinteressato? La reazione, con l’eccezione di qualche adolescente urlante con gli occhialoni piazzata proprio al centro della prima fila, è stata più o meno fredda. Il suo grido “Sticky to the man, sticky to the man, cool, cool glasses” era una battuta più che azzeccata.

In poco meno di un’ora i ragazzi hanno suonato la gran parte dei pezzi del secondo album “The `59 Sound”, prodotto dall’ex chitarrista dei Flogging Molly Ted Hutt. È lui il responsabile del suono più pulito e rifinito di “High Lonesome”, “Casanova, Baby!”, “Old White Lincoln”, “Even Cowgirls Get The Blues”, “The `59 Sound”, “Film Noir”, “Great Expectations”, “Meet Me By The River`s Edge”, “Miles Davis And The Cool” e “The Backseat”, tutti presenti sul disco. Non è stato dimenticato nemmeno l’EP di quattro brani dell’anno scorso “Senor And The Queen”, da cui il pubblico ha sentito la title track, che contiene il verso “glowing like the metal on the edge of a knife” di “Paradise By The Dashboard Light” di Meat Loaf, come omaggio a quest’ultima, e “Blue Jeans & White T-Shirts”. Purtroppo stavolta è rimasto quasi del tutto in ombra l’album di debutto “Sink Or Swim”, da cui i ragazzi hanno suonato solo “We Came To Dance”, che sa fin troppo di “Bring It All Back Home” di Bob Dylan. Comunque non è questo l’importante. L’importante è che i The Gaslight Anthem hanno dimostrato che la loro fama è meritata e che, grazie al loro perfezionismo, promettono ancora tanto.

SUNRISE AVENUE: 17.30 – 18.30
Il quartetto pop-rock finlandese Sunrise Avenue, a cui la popolarità a livello europeo, se non mondiale, l’ha portata il megalomane successo “Fairytale Gone Bad” dal debutto del 2006 “On The Way To Wonderland”, è un ritorno dell’edizione di quest’anno del Nova Rock. Se già nel 2007 nelle prime file si accalcavano centinaia di graziose adolescenti, quest’anno non è stato diverso. E chi non vorrebbe riposare gli occhi su quattro bei ragazzi che in tre anni di vita hanno ottenuto più di tante altre band? Ma i ragazzi non si adagiano sugli allori. Lo dimostra il secondo album in studio, uscito a maggio, “Popgasm”, dove il lavoro di produzione, come nel debutto, è toccato a Jukka Henri Kristian Backlund, evidentemente un vero mago degli album zuccherosi di pop. Anche se “The Whole Story”, primo singolo del nuovo disco, non è così incisivo come i precedenti, dall’uscita di inizio maggio si è già ben piantato nelle orecchie degli ascoltatori, soprattutto dei più giovani. Al Nova Rock ne hanno dato la prova lampante. E la folla non ha cantato solo quel pezzo… C’erano anche “Diamonds”, “Heal Me”, “Choose To Be Me”, “Forever Yours” e naturalmente “Fairytale Gone Bad” dal primo disco, più “Dream Like A Child”, “Welcome To My Life”, “Sail Away With Me” e “Rising Sun” dal secondo, per citarne solo alcuni di quelli che entrano facilmente in testa. Così succede con i tipici miscugli istantanei di queste canzoni. 

GOGOL BORDELLO: 19.00 – 20.10
L’ensemble “gitano” multietnico di nove elementi, discendenti di emigranti russi, ucraini, israeliani, etiopi e di altre origini ma con passaporto americano, noto come Gogol Bordello, con il suo mix di rom, punk, tarantella, ska, brass balcanico, dub, klezmer, kazačok, reggae, in breve “gipsy punk”, ha conquistato il pubblico sognante e l’ha fatto girare in tutt’altra direzione. La formazione newyorkese, con radici che risalgono al 1999, per tutto questo è un vero fenomeno rock-etnologico dei nostri tempi. Con la sua musica vivace, un’interpretazione senza paragoni e la danza, ha spinto il pubblico a cantare in coro e a ballare, e per la prima volta quel giorno ha mostrato cos’è una vera festa rock`n`roll. Pezzi come “Wonderlust King”, “Not A Crime”, “Alcohol”, “Tribal Connection”, “Ultimate”, “Baro Foro” e “Think Locally, Fuck Globally” sono stati coronati da “Start Wearing Purple”, che a quanto pare è il loro più grande successo. Ma i GB non sono speciali solo per la musica. Questa è ulteriormente condita da uno spettacolo teatrale in sintonia, in cui è coinvolto ogni singolo membro. Il frontman Eugene Hütz, oltre alla chitarra acustica, mette mano alle percussioni e a un secchio di metallo, Sergey Ryabtsev doma il violino, Yuri Lemeshev e Steven Iancu insaporiscono il suono con due fisarmoniche, Oren Kaplan e Thomas Gobena strofinano con successo le corde di chitarra e basso, dietro la batteria siede Eliot Ferguson, mentre tastiere e MC spettano a Pedro Erazo. La maggioranza maschile viene scossa da Pamela Jintana Racine ed Elizabeth Sun, che arricchiscono lo spettacolo con danze e percussioni. In ogni caso i GB sono una festa anche per gli occhi, non solo per le orecchie. La formazione, che presenta da più di un anno l’ultimo, quarto album in studio “Super Taranta” (uscito a luglio 2007), a fine estate si congeda per un po’. La famigliola gipsy-punk si chiuderà infatti in studio a preparare il materiale per il nuovo disco, che stando a indiscrezioni dovrebbe uscire nella prima metà del prossimo anno.

FAITH NO MORE: 20.40 – 22.00
Se il ritorno “top of the top” dell’anno scorso è toccato a Zack de la Rocha e ai suoi Rage Against The Machine, quest’anno senza dubbio tocca ai Faith No More. Dopo undici anni di pausa, il gruppo composto da Mike Patton (voce), Jon Hudson (chitarra), Billy Gould (basso), Roddy Bottum (tastiere) e Mike Bordin (batteria, percussioni), nonostante tutte le incomprensioni di cui i signori si sono macchiati in passato, è tornato sulla scena. E ha fatto impazzire! Anche con il nuovo look: giacche con un fiore appuntato e pantaloni attillati. Patton ha aggiunto il suo tocco con un bastone, che lo ha aiutato a salire sul palco e che poi, durante il concerto, gli è servito da attrezzo per fendere l’aria. È un segno dei FNM più vecchi e maturi o solo uno scherzo con cui gli americani leggendari mostrano la loro lunga presenza sui palchi? La loro storia di certo non è giovane: gli inizi risalgono al lontano 1981, quando, dopo qualche cambio di formazione, hanno cambiato il nome da Faith No Man all’attuale. Fino allo scioglimento del 1998 i signori hanno pubblicato sei album in studio, l’ultimo dei quali, “Album Of The Year” (giugno 1997), premiato con il disco di platino. E proprio con la stessa formazione con cui i FNM avevano chiuso il tour di allora, quest’anno sono tornati con il cosiddetto “The Second Coming Tour” o “Reunion Tour”.

Gli infedeli hanno aperto il concerto sul palco rosso con “Reunited”, cover del duo soul Peaches & Herb, ovvero il signore e la signora all’anagrafe Herb Fame e Francine Hurd Barker, attivi nella seconda metà degli anni Sessanta del Novecento. Anche se era il pezzo d’apertura, è stato solo con “The Real Thing” che si è cominciato davvero. Il brano dal loro terzo album omonimo del 1989, che per inciso è anche il primo con Patton (ha sostituito il cantante di allora Chuck Mosley), ha acceso una scintilla impossibile da spegnere. Ma perché poi sforzarsi di spegnerla? Anzi, a farla divampare ci hanno pensato “Land Of Sunshine” e “Caffeine”, pezzi dal quarto disco “Angel Dust” (giugno 1992), nei quali a ispirare Patton nella scrittura erano state le questioni della chiesa di Scientology e i bigliettini dei biscotti della fortuna cinesi (in italiano ne parliamo come “biscotti della fortuna”, no?). Una nuova ondata di entusiasmo e di festa l’ha raccolta “Evidence”, dal sapore un po’ più jazz-funk, terzo singolo del quinto album “King For A Day … Fool For A Lifetime” (marzo 1995), uno dei pochi dischi dei FNM, se mi passi l’espressione, un po’ più tranquilli. Olio sul fuoco l’ha versato di sicuro anche “Chinese Arithmetic”, uno dei rari brani usciti dalla penna di Mosley. Il pezzo, pubblicato sul secondo album “Introduce Yourself” nell’aprile 1987, è stato condito in apertura dall’interpretazione di Patton di “Poker Face”, che nell’originale è della fin troppo incensata e controversa popstar Lady Gaga. Per chi non capisce il suo senso dell’umorismo poteva sembrare un condimento tutt’altro che di buon gusto, per tutti gli altri è stato solo il pretesto per una salva di risate. La festa a bocca aperta e orecchie tese è andata avanti con “Cuckoo For Caca” (album “King For A Day … Fool For A Lifetime”) e con la cover di “Easy”. I signori hanno appena dato una bella grattata alle chitarre quando sul palco, di colpo, spunta un fan esaltato. Come ha fatto a sfuggire alla sicurezza e che diavolo ci fa lassù?!? La sua gloria non è durata molto: gli uomini dell’ordine l’hanno cacciato giù, e non con molta grazia. Riassumendo le parole di Patton sull’incidente, suonavano più o meno come “C’è qualcun altro che vuole salire sul palco e farsi ridere dietro?”. Poi il concerto è proseguito senza altri intoppi. Il pezzo che Lionel Richie scrisse nel 1977, quando era ancora cantante dei Commodores, fu il suo primo grande balzo sulla scena, sia per il gruppo sia per la sua successiva carriera solista. I FNM l’hanno trasformata da ballata in una versione un po’ più cruda, l’hanno pubblicata su “Angel Dust” e inserita come pezzo “regolare” nella loro scaletta dal vivo. Identica sorte è toccata ad “Ashes To Ashes”, uscita come primo singolo del loro sesto e ultimo album in studio “Album Of The Year” (giugno 1997) e che, secondo le parole di Gould, è una delle canzoni che cattura meglio il suono della band. Però… Sarebbe una grossa bugia attenersi rigidamente a questo e trascurare il resto della loro opera. “Midlife Crisis”, cosparsa di “polvere d’angelo”, era più di diciassette anni fa uno di quei singoli arrivati in cima alla classifica dei migliori pezzi rock moderni. “Introduce Yourself” dal secondo disco omonimo ha condotto a “The Gentle Art Of Making Enemies” (titolo preso dal libro di James McNeill Whistler del 1890), uno dei brani più crudi di “King For A Day …”. “Angel Dust”, come gli altri album, non lesina brani di successo. Tra questi c’è “Be Aggressive”, una rarità tra i pezzi scritti dal tastierista Roddy Bottum. Come da copione, durante quel brano Patton ha dichiarato “I wanna f_ _ k you all” (la traduzione probabilmente non serve?) e naturalmente si è beccato il “centesimo” applauso. Un entusiasmo simile possiamo immaginarlo all’uscita del loro singolo della svolta, “Epic” (dal disco “The Real Thing”), altra costante dei loro concerti, uscito nel lontano 1990. Il brano è il primo e unico di tutti i pezzi dei FNM ad aver sfondato nella top ten (nona posizione della Hot 100) dei migliori singoli negli USA. La prima parte del concerto gli infedeli l’hanno chiusa con “Just a Man”, per poi sparire dietro le quinte per qualche minuto.

Il ritorno sul palco è stato condito da un’altra cover, stavolta un po’ più strumentale. “Chariots Of Fire”, scritta e registrata da Vangelis per l’omonimo film del 1981, si è poi riversata in “Stripsearch” dal disco “Album Of The Year”, l’ultimo singolo pubblicato prima della pausa di undici anni. Se per tutto il concerto sembrava che i FNM non avrebbero nemmeno sfiorato il loro primo album “We Care A Lot” (1985), alla fine la folla ha ottenuto la sua redenzione. La chiusura di un’esibizione impressionante è toccata a “As The Worm Turns”, scritta da Charles Lee “Chuck” Mosley, il loro primo cantante. Un balsamo per l’anima dei fan più vecchi, che seguono la band dall’inizio. Come la ciliegina sulla coppa di frutta.

NINE INCH NAILS: 22.30 – 00.00
Se è vero quello che dice Reznor, cioè che i Nine Inch Nails, una delle band “industrial” contemporanee più incisive con sette album in studio all’attivo, alla fine del tour “Wave Goodbye” si congedano dopo vent’anni sulla scena musicale globale, il concerto al Nova Rock è stato uno degli ultimi nelle immediate vicinanze della Slovenia. Il tour, a quanto pare, il produttore, cantante, autore e polistrumentista Trent Reznor lo concluderà a settembre a Los Angeles insieme alla sua combriccola, di cui fanno parte l’ex chitarrista dei Guns`n`Roses Robin Finck, il bassista Justin Meldal-Johnsen (noto soprattutto per la collaborazione con Beck) e il batterista Ilan Rubin (un tempo nei Lostprophets). Anche se questo sarà un addio, Reznor non smentisce le voci su un nuovo disco, che dovrebbe uscire nei prossimi anni. Ma senza tour. La band, che ha spostato i confini della musica industrial moderna, ha aperto la parte estiva del tour festivaliero, chiamato NIN|JA, con i Jane`s Addiction, la stessa band con cui aveva fatto concerti nel 1991. L’unica differenza è che allora i Jane`s Addiction, dopo sei anni di attività, lasciavano la scena, mentre i NIN si stavano ancora affermando. Oggi, dopo quasi diciotto anni, è esattamente il contrario. I NIN lasciano la scena, i Jane`s Addiction ci tornano. Una simmetria perfetta tra due band leggendarie. La differenza più evidente tra loro è probabilmente solo che i NIN conquistano con una discografia di album dove il focus è su arte e qualità. Qui si riflettono il perfezionismo di Reznor e il suo disprezzo per chi bada solo a vendere il più possibile.

Proprio per questo il loro quarto album in studio “The Fragile” (settembre 1999) ha richiesto ben cinque anni. Nel disco, che Reznor descrive come una “specie di bolla sfocata”, c’è “Somewhat Damaged”, il pezzo con cui i NIN hanno aperto il loro concerto al festival. L’intro strumentale, accompagnata dalle grida di una folla esaltata, prosegue in “Terrible Lie” dal loro album di debutto “Preety Hate Machine” del 1989 e rappresenta proprio l’inizio dell’attività della band. Reznor, che allora aveva ventitré anni, l’anno prima era stato assunto come tuttofare al Right Track studio di Cleveland, Ohio, USA, e lì aveva conosciuto da vicino il funzionamento del posto. Sull’esempio di Prince aveva cominciato a scrivere anche lui i testi, che poi di notte, a suo rischio e pericolo, si trasformavano in canzoni. La fatica ha dato i suoi frutti: il disco è diventato di platino e, come uno dei pochi album indipendenti, è rimasto in classifica Billboard per oltre cento settimane. Per giunta sono sbarcati anche su MTV, anche se alla casa discografica TVT Records non sembravano granché ascoltabili. Così il loro secondo lavoro sulla lunga distanza, “The Downward Spiral” (1994), è uscito per la Nothing Records, etichetta fondata da Reznor e dal suo amico di vecchia data dagli Exotic Birds, poi manager, John Malm Jr.. Il suo primo album concept, ispirato da “The Wall” dei leggendari Pink Floyd, parla della battaglia mentale dell’uomo contro il mondo e contro se stesso. Ma non finiva lì. C’era anche la sfida cocaina contro Reznor. Per fortuna ha vinto lui e il risultato è stato un altro ottimo album, approdato al secondo posto della classifica Billboard 200. Da quel disco al festival è arrivato il trittico “Heresy”, “March Of The Pigs” e “Piggy”. Forse un fatto affascinante di tutta la storia è che l’album è nato nella casa dove nel 1969 i membri della famigerata quasi-comune Manson, guidati da Charles Miles Manson, uccisero l’attrice Sharon Tate. Ma al pubblico di queste cose non fregava niente. La festa, nonostante i lampi e le nuvole minacciose in cielo, si faceva di minuto in minuto più incandescente. L’atmosfera già rovente è stata condita dalla cover di “Metal” di Gary Numan, il musicista che per Reznor è stato fonte d’ispirazione in tutti questi vent’anni. E anche da “Gave Up”, uscita nel 1992 sull’EP “Broken”. Sembrerebbe del tutto incredibile se non fosse successo davvero. Le nuvole minacciose hanno mantenuto la promessa e ha cominciato a piovigginare proprio durante il brano più emotivo per Reznor, “The Day The World Went Away” (dal disco “The Fragile”), che parla della morte di sua nonna Clara Clark. Come se anche il cielo piangesse. Particolarità di questo pezzo è anche che non ha la batteria. “The Downward Spiral”, l’album che si potrebbe definire un classico dei NIN, vanta un altro ottimo brano, “The Becoming”. Subito alle sue calcagna c’è “Wish” (EP “Broken”), che nel 1993 ha portato a Reznor e soci il prestigioso Grammy per la “best metal performance”. Nonostante le precipitazioni sempre più forti la folla non ha mollato un secondo. “The Way Out Is Through” e “The Fragile” dall’omonimo doppio album e “Mr. Self Destruct” da “The Downward Spiral” sono stati i pezzi che hanno ulteriormente rallegrato la serata.

Per la prima volta quella sera i Nine Inch Nails, con “Survivalism”, hanno toccato il loro quinto album in studio “Year Zero”, uscito nel 2007 per la Interscope Records. Il disco è un’altra opera concettuale di Reznor, con temi come il bioterrorismo e l’oppressione governativa, e un approccio stratificato al legame tra musica e tecnologia. Il signor genio di internet, come lo stesso Reznor si è definito in un’intervista, con “Burn” si è poi concentrato sul disco della colonna sonora “Natural Born Killers” (Interscope, 1994), che aveva prodotto per l’omonimo film con Woody Harrelson e Juliette Lewis nei ruoli principali. “The Downward Spiral”, album del 1994, è passato alla storia della musica popolare soprattutto per “Hurt”, il cui testo (“The needle tears a hole/The old familiar sting/Try to kill it all away/But I remember everything”) ha fatto pensare a molti che Reznor fosse all’epoca un eroinomane. La sua impronta su questo brano, che tra tutti quelli dei NIN è stato il più rifatto, l’ha lasciata di certo anche il compianto Johnny Cash. Uno dei musicisti più influenti del Novecento lo reinterpretò nel 2002, anche se non c’entrava assolutamente nulla con quello che aveva fatto fino ad allora. Nonostante il diluvio ormai bello forte, il pubblico non si è calmato un secondo. La follia è proseguita con “The Hand That Feeds” dal loro quarto album in studio “With Teeth” (Interscope, 2005), registrato poco dopo la riabilitazione di Reznor. Il pezzo è un attacco diretto al precedente governo americano, o più precisamente all’amministrazione di George W. Bush, presidente degli USA per anni.

L’intero concerto dei NIN, anzi forse l’intera giornata di venerdì, è stato condito da una brutta sorpresa: durante “Head Like A Hole”, secondo singolo dal loro album d’esordio “Preety Hate Machine” (1989), a causa della forte pioggia è saltato l’impianto elettrico e il palco è improvvisamente rimasto al buio. Dopo qualche tentativo le cose sono ripartite, ma purtroppo troppo tardi. Il palco è rimasto vuoto, Reznor & Co. erano già spariti dietro le quinte. Ma il pubblico non l’ha capito subito. Gli sguardi sono rimasti per un po’ puntati sul palco, dove nel frattempo si era già radunata la crew dei NIN e aveva cominciato a smontare. Molti erano confusi: non sapevano se fosse una pessima battuta di Reznor, che qualche pezzo prima aveva annunciato che i Nine Inch Nails dopo vent’anni sulla scena musicale si congedano, o se il blackout fosse stato davvero un incidente spiacevole. I dubbi restano, i NIN hanno salutato. Speriamo solo che non sia per sempre!

PALCO BLU – “BLUE STAGE”

XENESTHIS: 13.00 – 13.25
L’onore di aprire il “palco blu” del Nova Rock di quest’anno è toccato ai padroni di casa Xenesthis. Il quintetto, che ha preso il nome da un tipo di ragno uccello, ha pubblicato nel 2007 l’album d’esordio “Sick Of Pitch-Black”, dove si sentono forti influenze del metal svedese e riff spacca-collo, il tutto arricchito dalla voce della cantante Katrin Bernhardt. Il pubblico, radunato sotto il palco a un’ora così presto e pronto a fare un caloroso benvenuto alla band, ha potuto sentire da quel disco “Homemade Oppression”, “Death Will Take Us All”, “This Burden” e “Upper Class Romance”, per citarne solo alcuni.

DRUMATICAL THEATRE: 13.45 – 14.15
Drumatical Theatre. Una formazione che in certi spettacoli arriva a contare anche venti membri, al Nova Rock di quest’anno si è presentata in versione un po’ ridotta, “solo” in quindici. Anche se è famosa per le sue eccezionali esibizioni serali, dove brillano tutti gli effetti di luce che le fanno da corredo, nonostante la luce del giorno ha tirato su mezz’ora di spettacolo di prima qualità fatta di rumore e luci. Nel set c’erano pezzi come “Lu Cas”, “Crazy Army”, “Frodo” e “Aquaria”. Una perfetta sintonia ritmica e fisica, che a tratti sembra persino kitsch, è il marchio di una band che al posto delle classiche percussioni usa grossi bidoni di metallo. E non solo. Nella loro serie di successi il vantaggio più grosso è sicuramente la collaborazione con i famosi metallari Sepultura. Per i loro arrangiamenti eccellenti e rifiniti nei minimi dettagli bisogna ringraziare il regista, compositore e produttore Tom Blue, il cui lavoro e la cui fama stanno già crescendo a livello mondiale.

SONIC SYNDICATE: 14.40 – 15.15
Reduci dal Nova Rock dell’anno scorso, i metalcoreisti svedesi Sonic Syndicate sono stati quel giorno i primi a riempire lo spazio sotto il palco con un numero invidiabile di presenti, se non proprio lucidi. Il sestetto, formato dai tre fratelli Sjunnesson (voce e due chitarre) più il batterista John Bengtsson, la bassista Karin Axelsson e il secondo cantante Roland Johansson, alla fine dell’anno scorso ha pubblicato il terzo album sulla lunga distanza, “Love And Other Disasters”, il loro secondo per la Nuclear Blast e probabilmente l’ultimo con Johansson. Quest’ultimo, per motivi personali, dovrebbe lasciare la band verso la fine di quest’anno, cioè appena finisce il periodo dei festival estivi. Eppure nella band non si avverte la fastidiosa pressione del peso che pende sulle loro teste. Anzi, ragazzi e ragazza, nonostante pochi anni di vita, hanno dimostrato di essere estremamente professionali. E cosa rende la band così interessante? Prima di tutto la loro musica, una specie di ibrido tra i death metal melodici svedesi In Flames e Soilwork. Poi ci sono i due giovani che ringhiano nei microfoni, Sjunnesson e Johansson, che sul palco sono quasi difficili da seguire da quanto sono iperattivi. Il loro concerto di mezz’ora e la follia sotto il palco sono stati condensati soprattutto dai brani dell’ultimo album (“Encaged”, “Hellgate: Worchester”, “Jack Of Diamonds”, “Red Eyed Friend”). Naturalmente non si sono dimenticati nemmeno del secondo disco “Only Inhuman” (2007). Da quello il pubblico ha potuto sentire “Flashback”, “Denied” e “Blue Eyed Friend”. L’album di debutto “Eden Fire” (2005) stavolta è rimasto intatto, e (per fortuna) hanno saltato anche la cover del duo femminile russo t.A.T.u “All About Us”.

CALIBAN: 15.45 – 16.35
Il quintetto tedesco Caliban, il cui nuovo album uscirà a metà agosto di quest’anno per la Century Media, è stato il successivo a far tremare il “palco blu”. Quasi alla lettera, perché sotto il palco si è scatenata ogni anima, dando vita a una vera e propria festicciola metal. La band, che ha fatto irruzione sulla scena nel 1997 e due anni dopo ha pubblicato per l’etichetta tedesca Lifeforce Records l’album d’esordio “A Small Boy And A Grey Heaven”, conquista i palchi soprattutto dei paesi di lingua tedesca con la formazione Andreas Dörner (voce), Denis Schmidt (chitarra ritmica, voce pulita), Marc Görtz (chitarra solista), Marco Schaller (basso, cori) e Patrick Grün (batteria). I ragazzi hanno acceso la miccia con “Nowhere To Run, No Place To Hide” dal sesto album in studio “The Awakening”, uscito nel 2007 per la Roadrunner. Il pubblico, già ben scaldato dai Sonic Syndicate, è stato poi spinto oltre ogni limite da “I Rape Myself”, pezzo che, come “It`s Our Burden To Bleed”, si trova sul disco uscito l’anno prima, “The Undying Darkness” (Abacus Recordings). La follia è proseguita con “My Time Has Come”, brano del già citato lavoro sulla lunga distanza “The Awakening”.
Nonostante tutti gli album di successo pubblicati finora, gli occhi della popolazione metalcore sono puntati sull’ottavo disco in arrivo, a cui il quintetto ha dato il titolo “Say Hello To Tragedy” e che sarà il loro primo uscito per la Century Media. Il primo singolo “tragico” è “24 Years”, accolto dal pubblico con più entusiasmo di tutti i pezzi suonati fin lì. A quanto pare, dal primo ascolto sulla pagina myspace ufficiale dei Caliban si è piantato ben bene nelle orecchie della folla, che cantava (o almeno ci provava) insieme a Dörner. Un po’ di gelo svedese ha poi soffiato con “I`ve Sold Myself” dal quarto album “The Opposite From Within”, il loro primo uscito per la già citata Roadrunner. La festa di circa quarantacinque minuti si è conclusa con “I Will Never Let You Down”, che si trova anch’essa sul sesto album in studio. È vero che quello è uno dei loro dischi di gran lunga più riusciti, ma anche gli altri lavori sulla lunga distanza meriterebbero almeno un briciolo di attenzione.

BLACK STONE CHERRY: 17.05 – 18.00
Tra tutti i pesi massimi che quel giorno hanno infestato il “palco blu” sono comparsi i rocker un po’ più delicati Black Stone Cherry di Edmonton, Kentucky, USA, e l’unica cosa che hanno in comune con gli altri è che i ragazzi stanno sotto la stessa etichetta, la Roadrunner Records. Per la stessa etichetta sono usciti l’album di debutto “Black Stone Cherry” (2006), il disco dal vivo “Live At The Astoria, London” (2007), il secondo album “Folklore And Superstition” (2008) e due mini album, “Hell And High Water” (2006) e “Rain Wizard” (2007). Il quartetto, che fin dalla nascita nel giugno 2001 incanta con la formazione Chris Robertson (voce, chitarra), Ben Wells (chitarra, cori), Jon Lawhon (basso, cori) e John Fred Young (batteria, percussioni, cori), ha arricchito la sua versione del rock`n`roll con un pizzico di country. Nei suoi pezzi infatti infila anche cetra, armonica, pianoforte e slide guitar, e non sorprende, dato che Young è figlio di Richard Young, chitarrista ritmico dei The Kentucky Headhunters, band country-rock premiata con un Grammy. Oltre al legame con questi veterani, i BSC possono vantare anche tre grandi nomi con cui hanno diviso il palco. L’estate scorsa in Europa i ragazzi hanno aperto per Def Leppard e Whitesnake, a maggio di quest’anno hanno suonato con i Nickelback nel loro tour “Dark House”. L’ultimo album in studio “Folklore And Superstition”, prodotto e mixato dal veterano della musica Bob Marlette (collaborazioni con musicisti come Alice Cooper, Ozzy Osbourne, Seether, Shinedown, Saliva), l’avevano già presentato in parecchi concerti, ma i ragazzi, come hanno detto loro stessi durante lo show, erano entusiasti soprattutto del pubblico del Nova Rock. Questo ha cantato tutti e tre i singoli usciti da quel disco, “Blind Man”, “Please Come In” e “Things My Father Said”, come se i BSC fossero il nome più grosso del festival. Da non trascurare nemmeno gli altri pezzi, come “Rain Wizard”, “Lonely Train” e “Maybe Someday” dal disco d’esordio. Da quello che si è visto, dalle reazioni della folla e dalla posizione nelle varie classifiche musicali americane e inglesi, si può affermare che per i BSC c’è ancora un bel futuro musicale. Continuate così, ragazzi!

DISTURBED: 18.30 – 19.35
Dopo che i ragazzi in una tenda speciale avevano firmato qualche autografo, con un protocollo rigido senza foto e senza chiacchiere con i membri della band, il pubblico ha potuto rivedere sul palco i reduci dal Nova Rock dell’anno scorso. Ma stavolta il loro concerto non ha impressionato più di tanto. Tranne l’entrata sul palco. Il cantante David Draiman è stato portato su una sedia a rotelle, in camicia di forza e con la maschera che porta Hannibal Lecter (nella leggendaria interpretazione di Anthony Hopkins) nel thriller psicologico “Il silenzio degli innocenti”. A deludere è stata invece la scaletta, quasi identica a quella dell’anno scorso, solo che stavolta, per via del set più corto, qualche pezzo è stato saltato. Da una band con più di undici milioni di dischi venduti, di cui tre hanno conquistato la vetta di varie classifiche già nella prima settimana d’uscita (finora ci erano riusciti solo altri sei gruppi: U2, Van Halen, Metallica, System Of A Down, Dave Matthews Band, Staind), nomination ai Grammy e qualche altro successo minore, ci si aspettava decisamente di più di quello che si è visto.

I Disturbed hanno aperto il concerto con i pezzi un po’ più crudi “Voices” e “The Game” dal loro esordio “The Sickness”, uscito nel 2000 per la Giant. Entrambi i brani sono stati pubblicati come singoli e quell’album è di gran lunga il loro disco di maggior successo. Nonostante un’entrata sul palco poco convincente, dopo un inizio più “pussy” del primo giorno di festival il pubblico non vedeva l’ora della festa heavy metal, a tratti condita di ritmi hard rock. Draiman e i compagni, il chitarrista Dan Donegan, il bassista John Moyer (nel 2004 ha sostituito Steve “Fuzz” Kmak, uno dei membri fondatori) e il batterista Mike Wengren, hanno proseguito con il pezzo preferito di Draiman, “Remember”, dal secondo disco, due volte di platino, “Believe” (Reprise, 2002), che poco dopo l’uscita ha conquistato la vetta della Billboard 200. Lo stesso è successo con il terzo album “Ten Thousand Fists” (2005), uscito, come il predecessore, per la Reprise. Da quel disco la follia sotto il palco l’ha surriscaldata ancora di più “Just Stop”. Questa è poi continuata, senza chiacchiere superflue, in “Indestructible” dal loro ultimo, quarto album omonimo, uscito all’inizio dell’estate scorsa per la stessa etichetta di tutti gli altri dischi tranne il debutto. 

Se nella prima parte i pezzi si sono susseguiti in ordine cronologico di uscita degli album (intenzionale o casuale?), nella seconda non è stato diverso. “Stupify” da “The Sickness” è proseguita in “Liberate” dal disco “Believe”. Quest’ultima, nell’anno d’uscita, era stata accompagnata nel mondo da un videoclip con riprese del concerto di Aragon a Chicago, poi pubblicato come album dal vivo “Music As Weapon Tour II”. Più che all’ultimo, i Disturbed si sono dedicati al terzo album “Ten Thousand Fists”, da cui sono seguiti tre pezzi. “Stricken” è nota soprattutto perché le scene del videoclip sono state girate in un ospedale abbandonato, lo stesso edificio dove fu girato l’horror “Nightmare – Dal profondo della notte” del 1984. La festa heavy metal è stata poi condita dalla title track, per la quale Draiman una volta ha dichiarato di averla scritta sperando di unire, far stare insieme, dare forza e far divertire ai loro concerti. Questo senza dubbio si è avverato e, mentre il pubblico alzava i pugni al cielo, sul suo volto si disegnava un sorriso soddisfatto. Questo si è allargato ancora durante “Land Of Confusion”, perché la folla di molte migliaia di teste, radunata fin lì sotto il palco, cantava insieme a loro. Il brano dei leggendari Genesis, dal loro album “Invisible Touch” del 1986, i Disturbed l’hanno reinterpretato nel 2006 e pubblicato come singolo. Perché i signori abbiano scelto proprio questa cover non è del tutto chiaro, anche se Draiman in un’intervista ha accennato che per loro era una sfida rifare una canzone che con il loro lavoro fino ad allora non c’entrava assolutamente niente. Missione compiuta! Il quartetto si è poi concentrato con “Inside The Fire” sulla sua ultima opera “indistruttibile”, e lo show l’ha chiuso con “Down With The Sickness”, il pezzo che gli ha dato fama di livello mondiale.

MASTODON: 20.05 – 21.15
I Mastodon, nominati ai Grammy e pesi massimi di Atlanta, che hanno preso il nome da un animale estinto simile al mammut, a marzo hanno pubblicato uno dei migliori album dell’anno. Il loro quarto album in studio “Crack The Skye” è stato giudicato da molti critici, per quanto riguarda i brani, il più compatto che il quartetto abbia mai creato. Da quello che si è sentito e visto è sicuramente vero, anche se le statistiche di vendita rivelano il triste fatto che finora in tutto il mondo sono state vendute la “miseria” di 170,000 copie del disco. Una delle band più influenti della nuova ondata dell’heavy metal americano, nata nel 1999, è composta da Troy Sanders (voce, basso), Brent “Danger” Hints (voce, chitarra), Bill Kelliher (voce, chitarra) e Brann Dailor (batteria). Dal 2007, quando li abbiamo visti per la prima volta al Nova Rock, la loro popolarità è cresciuta in modo drastico, grazie anche a quattro ottimi album, numerose nomination, tour di successo con band come Slayer, Against Me!, Metallica e la collaborazione con Josh Homme dei Queens Of The Stone Age. Per la scelta e l’ordine dei pezzi, il loro concerto di quest’anno al NR si potrebbe dividere in tre capitoli, organizzati per album, più un finale. Cosa che non sorprende affatto, visto che anche gli album (compreso il loro logo) sono dedicati a uno dei cinque elementi: fuoco (“Remission”), acqua (“Leviathan”), terra (“Blood Mountain”), etere (cioè aria; “Crack The Skye”) e metallo.

Il primo capitolo è stato segnato dall’ultimo album in studio, il quarto, uscito a marzo, “Crack The Skye”, in ricordo della sorella di Dailor scomparsa, Skye, che a quattordici anni si tolse la vita. Il disco, come il suo predecessore, è uscito per la Reprise. Il lavoro di produzione l’ha preso Brendan O`Brien, un vero veterano del mestiere, che nella sua collezione ha tanti nomi grossi, ad es. Pearl Jam, Rage Against The Machine, Bob Dylan, AC/DC, Neil Young, Bruce Springsteen e altri. Come ouverture del loro show i Mastodon hanno scelto “Oblivion”, uscita a febbraio come singolo e annuncio del nuovo album. L’ha seguita “Quintessence”, un altro ottimo pezzo che i Mastodon hanno infilato tra i sette del disco. Anche se “sette pezzi” suona molto sacrilego, all’ascolto non resterai deluso, perché la durata complessiva dell’album è di buoni cinquantun minuti. Il suo valore lo dimostra già “The Czar: I. Usurper – II. Escape – III. Martyr – IV. Spiral”, di quasi dieci minuti, che chiude il terzetto dall’ultimo album.

La seconda parte è toccata al terzo disco “Blood Mountain”, uscito a settembre 2006. È il loro secondo album concept, che parla della scalata di una montagna e di quello che può capitare durante la salita. La follia, già cominciata sotto il palco prima dei Mastodon dai Disturbed, l’ha fatta crescere ancora “Bladecatcher”. Questa si è poi riversata in “Colony Of Birchmen” e, se le parole di Dailor sono vere, è un omaggio a “The Colony Of Slippermen” dei leggendari Genesis. Il brano si trova su “The Lamb Lies Down On Broadway”, uscito nel 1974, che a quanto pare è il suo album preferito di tutti i tempi. Il pezzo successivo è stato annunciato da un breve assolo di batteria di Dailor ed è stato facile capire che si trattava di “The Wolf Is Loose”, primo singolo di quel disco. Il pubblico, ormai di molte migliaia di teste, ha “sventolato” con entusiasmo sotto i ritmi un po’ più crudi che sono continuati in “Crystal Skull”, un altro brano dal tema molto interessante. Si parla infatti della ricerca di un teschio di cristallo che si troverebbe in cima alla Montagna di Sangue e che permetterebbe al suo “proprietario” di raggiungere un livello superiore dell’evoluzione umana. Chissà, forse i signori hanno guardato troppi film d’avventura su Indiana Jones? Il “capitolo” del terzo disco l’ha chiuso “Capillarian Crest”, raccogliendo ancora una volta l’applauso di una folla entusiasta.

È seguito il capitolo del loro secondo album, anch’esso concept, “Leviathan”. Il disco, uscito nell’agosto 2004, era basato sul romanzo Moby Dick di Herman Melville, come dimostra anche la copertina con l’immagine della balena bianca e la nave del capitano Achab che lotta con le onde in tempesta. Ai singoli “Seabeast”, “Blood And Thunder” e “Iron Tusk” i Mastodon hanno aggiunto “Megalodon”, dove hanno dimostrato quanto sono perfettamente affiatati. La serie di quattro è stata interrotta solo dalla title track “Crack The Skye” dall’ultimo album omonimo.

Il quartetto ha chiuso il suo concerto al Nova Rock con “March Of The Fire Ants” dall’esordio “Remission”, uscito nel 2002 per la Relapse, con cui già allora si era fatto notare. Stavolta ha di nuovo meritato la sua fama, organizzando un’altra festa di prima qualità che molti si ricorderanno a lungo.

SLIPKNOT: 21.45 – 23.00
Se gli Slipknot, band mascherata di nove elementi dell’Iowa, qualche giorno prima avevano fatto impazzire la vicina Zagabria, al Nova Rock non è stato diverso. Nonostante il tempo antipatico (il cielo ha minacciato pioggia per tutto il tempo), sotto il palco si è radunata una folla di decine di migliaia di teste che ha salutato la band con entusiasmo. La formazione, nata nel 1995, quattro anni dopo ha pubblicato per la Roadrunner l’album d’esordio omonimo. A questo nel 2001 ha fatto seguito “Iowa”, tre anni più tardi è arrivato sulla scena “Vol. 3”, e l’anno scorso i ragazzi hanno colpito con “All Hope Is Gone”, un disco incredibilmente maturo, un “MUST” nella collezione di ogni vero appassionato di pesi massimi. La band, che durante lo show porta maschere uniche e grottesche, negli ultimi anni schiera Corey Taylor (voce principale), Mick Thomson (chitarra), Shawn “Clown” Crahan (percussioni “custom”, voce secondaria), Craig “133” Jones (sample, media), Jim Root (chitarra), Chris Fehn (percussioni “custom”, voce secondaria), Paul Gray (basso, voce secondaria), Joey Jordison (batteria) e Sid Wilson (“turntable”). Ma la band non è speciale solo per le maschere, che rappresentano il loro alter ego e il legame con la musica. Oltre al nome vero ogni membro ha il proprio numero, che vanno da zero a otto. Una vera attrazione sono anche le percussioni “custom”, fatte di una specie di barili, che durante lo show si muovono di continuo (salgono, scendono, girano).

Più volte nominati ai Grammy e vincitori nel 2006 nella categoria “Best Metal Performance”, hanno aperto il concerto dopo due “intro” collegate tra loro, “Iowa” e “742617000027”, con “Sic”, brano dal loro esordio “Slipknot” (Roadrunner, 1999). La band, che si era fatta notare proprio con quel disco, è poi proseguita con “Eyeless” e “Wait And Bleed”. Proprio quest’ultima è uscita come primo singolo e nel 2001 le ha portato la prima nomination ai Grammy. Di un altro successo di questo disco parla il fatto che è due volte di platino. Da non trascurare nemmeno l’inserimento nella lista “1001 dischi da ascoltare prima di morire” (per i curiosi: “1001 Albums You Must Hear Before You Die”), dove compaiono gli album più incisivi tra il 1950 e il 2005. Il massimo dell’entusiasmo l’ha poi raccolto il vincitore del Grammy “Before I Forget” dal terzo disco “Vol. 3: The Subliminal Verses” (Roadrunner, 2004), durante il quale tra la folla si sono formati parecchi “circle pit” non proprio innocenti. Ma chi se ne frega: il dolore passa, i ricordi di uno dei concerti più selvaggi della giornata restano. Per la prima volta quella sera è arrivato il loro ultimo album in studio, uscito dopo quattro anni, “All Hope Is Gone”, una specie di fusione dei primi tre dischi. L’occasione di risuonare dal vivo l’ha avuta “Sulfur”, uscita come quarto singolo di quel lavoro sulla lunga distanza solo pochi giorni prima del concerto degli Slipknot al Nova Rock. Anche se la presentazione del disco più crudo è stata ridotta, i nove hanno suonato ancora “Dead Memories” e “Psychosocial”. I due pezzi, accompagnati dalla pirotecnica, secondo le reazioni della folla sono stati uno dei picchi dello show. La festa mozzafiato è stata poi condita da “Disasterpiece” e “People = Shit” dal secondo album, quello “patriottico”, “Iowa”, e da “The Blister Exists” e “Duality” dal terzo disco “Vol. 3”.

Come l’hanno cominciato, i nove hanno anche finito il concerto, con “Surfacing” e “Spit It Out” dall’album di debutto. Ma prima della fine il pubblico aspettava ancora il cosiddetto “Zero Bullshit” ovvero “The Crazy Test”. Poco prima della fine del pezzo Taylor si è rivolto al pubblico con “Are you ready for the crazy test?” e gli ha chiesto di accovacciarsi. Questo poi, dopo qualche minuto, come una bomba a orologeria, tra ripetute grida di “Jump the fuck up!”, è schizzato in aria. Taylor & Co. sanno proprio come costruire il legame tra band e pubblico e portarlo al culmine. E quel culmine è stato proprio “The Crazy Test”.

METALLICA: 23.30 – 01.30
Il primo giorno del Nova Rock di quest’anno l’ha chiuso uno dei più grandi nomi della scena musicale mondiale: i Metallica, che dal 2003 assaltano i palchi nella formazione James Hetfield (cantante, autore dei testi e chitarrista ritmico), Lars Ulrich (batterista), Kirk Hammet (chitarrista solista, autore dei testi) e Robert Trujillo (bassista). La loro carriera di quasi trent’anni è stata segnata da molti cambi di formazione, nove album in studio, due dal vivo, due mini album, un album di cover e oltre quaranta singoli. La ricca discografia l’hanno completata con tanti premi musicali, come Kerrang!, MTV, Billboard e altri. Tra questi il valore maggiore ce l’hanno sicuramente i nove Grammy su diciassette nomination. Anche se quella sera alcuni dei loro album (forse un po’ più deboli?), “Ride The Lightning” (Megaforce, 1984), “Load” (Elektra, 1996) e “St. Anger” (Elektra, 2003), non hanno ricevuto attenzione, nell’insieme dei pezzi suonati i Metallica hanno pescato alcuni dei migliori.

Il pubblico, che si era arrostito tutto il giorno al sole e tra ritmi metal autentici, era finalmente pronto a farsi servire la leggendaria quaterna. Applausi fragorosi, urla entusiaste e fischi, già con il primo pezzo “Blackened”, si sono riversati in due ore di festa mozzafiato sotto il diluvio e nel fango. Il brano si trova sul loro quarto album in studio “… And Justice For All” (Elektra, 1988), dichiarato doppio disco di platino appena nove settimane dopo l’uscita. Con questo i Metallica hanno ottenuto un successo commerciale travolgente, che coltivano ancora oggi. Il pubblico incandescente l’ha infiammato ancora un po’ di più il secondo pezzo “Fuel”, quella sera l’unico suonato dal disco “ReLoad” (Elektra, 1997). Anche se “Load” e “ReLoad” sono usciti come album separati, rappresentano un cosiddetto doppio album, perché la maggior parte dei pezzi è nata durante le registrazioni del primo. Con “No Remorse” per la prima volta quella sera ha brillato il loro esordio “Kill `Em All” del 1983 (Megaforce). Un balsamo per l’anima dei fan più vecchi, che le uscite successive hanno un po’ ferito. Una nuova ondata di entusiasmo l’ha raccolta “Leper Messiah” dal terzo album “Master Of Puppets”, classico di platino tra i dischi heavy metal e un altro album della collezione “1001 dischi da ascoltare prima di morire”. In quel libro c’è anche “… And Justice For All”, perché con il brano “One” i Metallica hanno vinto il loro primo Grammy in carriera. Come questa canzone ha un posto speciale per la band, così ce l’ha per i fan, e quando si sono sentiti i riff d’apertura il pubblico ha accompagnato il pezzo ancora più forte. Una reazione simile c’è stata con “Broken, Beat And Scarred” dall’attesissimo ultimo, nono album in studio “Death Magnetic”, uscito a settembre dell’anno scorso. È anche il primo album a cui ha partecipato Trujillo e il primo uscito per la Warner Bros. Records con il nuovo produttore Rick Rubin. Tra i successi che il disco ha raccolto in tempi relativamente brevi vale la pena citare un altro Grammy nella categoria “Best Metal Performance” con il brano “My Apocalypse”. Con questo la festa, nonostante le forti precipitazioni e il fango, è proseguita in “Sad But True”, quella sera il primo pezzo suonato dal quinto album omonimo, meglio noto come “The Black Album” (Elektra, 1991). Se tra il pubblico c’era qualcuno che si chiedeva come suonasse dal vivo “No Leaf Clover”, Hetfield e soci gli hanno servito la risposta su un piatto d’argento: come sanno fare meglio. Come potrebbe essere diverso, visto che è un brano del loro album dal vivo S&M (Elektra, 1999). Il ritorno all’ultimo disco è stato indicato da “The Judas Kiss” e “The Day That Never Comes”, il pezzo che verso la fine dell’estate scorsa aveva annunciato “Death Magnetic”. La folla di decine di migliaia di teste ha poi vissuto uno dei picchi della serata con “Master Of Puppets” dall’omonimo lavoro sulla lunga distanza. Il pezzo, che ha avuto quasi tanti rifacimenti quante esecuzioni, è considerato una delle migliori canzoni heavy metal nella storia della musica moderna. Molto più indietro si trova “Dyers Eve”, anche se il pubblico con la sua reazione ha smentito. La prima parte del concerto i Metallica l’hanno chiusa con due brani dal “disco nero”, la ballata “Nothing Else Matters” e la più incisiva “Enter Sandman”, costanti dei loro concerti.

Il ritorno sul palco è stato segnato dalla cover “Last Caress/Green Hall” dei punk americani Misfits. Il brano, che i Metallica hanno pubblicato sull’album “Garage Inc.” (Elektra, 1998), ha fatto di nuovo impazzire la folla. La chiusura di una serata piovosa ma più che ottima è toccata a “Hit The Lights” e “Seek And Destroy” dall’esordio “Kill `Em All”. L’estasi in cui Hetfield, Ulrich, Hammet e Trujillo hanno tenuto il pubblico per ben due ore è così finalmente svanita. I signori sono spariti dietro le quinte e la folla… Ovunque, purché la festa continuasse fino alle prime ore del mattino.

 

Il primo giorno è dunque alle nostre spalle. Un cast entusiasmante di nomi noti e un po’ meno noti ha passato il pubblico tra generi diversi, dominati soprattutto dai pesi massimi Faith No More, Nine Inch Nails, Slipknot e Metallica. Quattro band leggendarie. La chiusura perfetta di una serata perfetta, se ignoriamo la pioggia, che ci ha fatto un bello scherzo.

Fotografie: fotografie ufficiali del Nova Rock Festival e Lea Lesar

Scaletta

RED STAGE: ROLO TOMASSI THE TEMPER TRAP JULIA THE LIVING END THE GASLIGHT ANTHEM SUNRISE AVENUE GOGOL BORDELLO FAITH NO MORE NINE INCH NAILS BLUE STAGE: XENESTHIS DRUMATICAL THEATRE SONIC SYNDICATE CALIBAN BLACK STONE CHERRY DISTURBED MASTODON SLIPKNOT METALLICA Scalette: JULIA: 1. A Hell Of A Speech 2. Is This What Makes You Happy? 3. Technology 4. Crash Test Youth 5. Optimistic 6. A Cause For Comfort 7. Turnaround 8. Call The Ambulance 9. Noise 10. Perfect 11. Beautiful THE LIVING END: 1. Roll On 2. Second Solution 3. West End Riot 4. Raise The Alarm 5. How Do We Know? 6. Prisoner Of Society 7. Hey Hey Disbeliever 8. White Noise 9. End Of The World THE GASLIGHT ANTHEM: 1. High Lonesome 2. Casanova, Baby! 3. Old White Lincoln 4. Even Cowgirls Get the Blues 5. The ’59 Sound 6. Senor And The Queen 7. Film Noir 8. We Came To Dance 9. Great Expectations 10. Blue Jeans & White T-Shirts 11. Meet Me By The River’s Edge 12. Miles Davis And The Cool 13. The Backseat FAITH NO MORE: 1. Reunited 2. The Real Thing 3. Land of Sunshine 4. Caffeine 5. Evidence 6. Poker Face / Chinese Arithmetic 7. Cuckoo for Caca 8. Easy 9. Ashes to Ashes 10. Midlife Crisis 11. Introduce Yourself 12. The Gentle Art of Making Enemies 13. Be Aggressive 14. Epic 15. Just a Man —– bis —– 16. Chariots Of Fire / Stripsearch 17. As the Worm Turns NINE INCH NAILS: 1. Somewhat Damaged 2. Terrible Lie 3. Heresy 4. March of the Pigs 5. Piggy 6. Metal 7. Gave Up 8. The Day The World Went Away 9. The Becoming 10. Wish 11. The Fragile 12. Mr. Self Destruct 13. The Way Out Is Through 14. Survivalism 15. Burn 16. Hurt 17. The Hand That Feeds 18. Head Like A Hole SONIC SYNDICATE: 1. Encaged 2. Hellgate: Worcester 3. Flashback 4. Jack Of Diamonds 5. Denied 6. Red Eyed Friend 7. Blue Eyed Friend CALIBAN: 1. Nowhere To Run, No Place To Hide 2. I Rape Myself 3. My Time Has Come 4. 24 Years 5. I’ve Sold Myself 6. It’s Our Burden To Bleed 7. I Will Never Let You Down DISTURBED: 1. Voices 2. The Game 3. Remember 4. Just Stop 5. Indestructible 6. Stupify 7. Liberate 8. Stricken 9. 10,000 Fists 10. Land of Confusion 11. Inside the Fire 12. Down With the Sickness MASTODON: 1. Oblivion 2. Quintessence 3. The Czar: I. Usurper – II. Escape – III. Martyr – IV. Spiral 4. Bladecatcher 5. Colony Of Birchmen 6. The Wolf Is Loose 7. Crystal Skull 8. Capillarian Crest 9. Seabeast 10. Megalodon 11. Blood And Thunder 12. Crack The Skye 13. Iron Tusk 14. March Of The Fire Ants SLIPKNOT: 1. Iowa (Intro) 2. 742617000027 (Intro) 3. Sic 4. Eyeless 5. Wait and Bleed 6. Before I Forget 7. Sulfur 8. The Blister Exists 9. Dead Memories 10. Disasterpiece 11. Psychosocial 12. Duality 13. People=Shit 14. Surfacing 15. Spit It Out METALLICA: 1. Blackened 2. Fuel 3. No Remorse 4. Leper Messiah 5. One 6. Broken, Beat And Scarred 7. My Apocalypse 8. Sad But True 9. No Leaf Clover 10. The Judas Kiss 11. The Day That Never Comes 12. Master Of Puppets 13. Dyers Eve 14. Nothing Else Matters 15. Enter Sandman —– bis —— 16. Last Caress/Green Hell 17. Hit The Lights 18. Seek And Destroy

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