The Gaslight Anthem – la più grande scoperta della scena alternativa degli ultimi anni! (2009)

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Luogo: Nova Rock festival, Nickelsdorf, Austria
Data dell’intervista: 19.06.2009

The Gaslight Anthem è una di quelle band che in pochissimo tempo ha ottenuto più di tante altre nello stesso periodo. Il quartetto del New Jersey, USA, nel 2007 ha pubblicato l’esordio “Sink Or Swim” (etichetta XOXO), e per questo i ragazzi sono stati battezzati eredi di quel “Jersey Shore Sound” un po’ dimenticato.

Il “Jersey Shore Sound” è un ramo del rock`n`roll che sulle coste del New Jersey, affacciate sull’Atlantico, era popolarissimo dalla fine degli anni Sessanta fino a metà anni Ottanta. Il JSS mescola il rock`n`roll pre-Beatles, il rhythm & blues, il doo-wop e la cultura urbana degli stati del medio Atlantico, come Filadelfia, Maryland, Rhode Island, New York e New Jersey. Ha anche un pizzico di italo-americano e uno spettro di artisti larghissimo, da Frankie Valli a Bruce Springsteen.

Nell’agosto 2008 è arrivato il secondo album “The 59` Sound”, uscito per l’etichetta SideOneDummy. I ragazzi, che tra i loro modelli mettono con orgoglio Bruce Springsteen, Tom Perry e Bob Dylan, sono senza dubbio una delle scoperte più grosse della scena alternativa degli ultimi anni.

Al Nova Rock festival 2009 Rockline ha fatto due chiacchiere con il chitarrista Alex Rosamilia.

Rockline: Siete i cosiddetti eredi new wave del “Jersey Shore Sound”, che in New Jersey era popolarissimo dalla fine degli anni Sessanta a metà anni Ottanta. Come ci siete finiti voi (The Gaslight Anthem; n.d.r.) in questo genere?

Alex Rosamilia: Per essere sincero non so nemmeno bene cosa sia il “Jersey Shore Sound”, non conosco nessuna band che suoni questo genere. Mi piacciono Bruce Springsteen, Southside Johnny. Per me è sempre stato solo rock`n`roll.

RL: Nella vostra musica e nelle vostre canzoni ci sono tantissime influenze di Bruce Springsteen, Bob Dylan, Tom Perry. Che legame avete con questi leggendari musicisti famosi in tutto il mondo?

Alex: Mia mamma ascoltava Springsteen e Brian (Fallon, il cantante; n.d.r.) è un suo grandissimo fan. Io personalmente pesco dai primi anni Ottanta, per esempio dal brit pop e da gente come Carrie, The Smiths, Happy Mondays … Nelle nostre canzoni c’è tutto questo mescolato insieme.

RL: Il vostro album d’esordio “Sink or Swim” è uscito nel 2007. Nel 2008 avete pubblicato il secondo, “The 59` Sound”. In poco tempo siete diventati una delle scoperte più grosse e sorprendenti della scena alternativa. Come vivete un’ascesa così improvvisa?

Alex: In così poco tempo è successo un sacco di roba e non ho ancora realizzato tutto. In pratica non ho nemmeno il tempo di sedermi a pensarci. So cosa sta succedendo, ma non lo metabolizzo in modo così consapevole.

RL: Il primo album “Sink or Swim” l’avete registrato in una sola settimana, mentre per il secondo, “The 59` Sound”, ce ne sono volute cinque. A produrlo è stato l’ex chitarrista dei Flogging Molly Ted Hutt, responsabile di un suono più curato e pulito. Immagino fosse proprio l’intenzione, visto che volevate un disco che suonasse come un album “dal vivo”.

Alex: Volevamo un disco che suonasse come la Motown degli anni Sessanta e Settanta. Il primo album l’abbiamo registrato in una settimana, prima suonavamo insieme come band da un anno. Per il secondo avevamo cinque settimane a disposizione. Volevamo catturare l’essenza e dargli un’anima.

RL: In realtà registrerete un album “dal vivo”?

Alex: Per ora non ne abbiamo ancora parlato.

RL: Con che approccio affronterete il nuovo album? I preparativi sono già in corso?

Alex: Io e Brian abbiamo iniziato a lavorare al nuovo album qualche giorno fa. Sarà un progetto bello corposo, perché abbiamo parecchio tempo a disposizione, quasi tutto l’inverno. Per ora scriviamo canzoni, poi ne sceglieremo dieci o dodici e le registreremo.

RL: Di cosa ti occupavi prima di iniziare la carriera musicale?

Alex: Lavoravo per la Puma, la fabbrica di scarpe, ma non mi piaceva granché.

Intervista a cura di: Lea Lesar
Domande a cura di: Barbara Milharčič e Lea Lesar
Fotografie: Barbara Milharčič

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