Nova Rock Festival 2009 – secondo giorno – bagno di fango e cosce di pollo per cena! (2009)

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Luogo: Nickelsdorf, Austria
Data del concerto: 19.06.2009
Numero di spettatori: 80000
Prezzo del biglietto: 110 € per tutti e tre i giorni

Svegliarsi con una mattina fredda e piovosa non promette mai niente di buono. Purtroppo è andata proprio così. Ha piovuto a intermittenza fino al tardo pomeriggio, e sguazzare nel fango fino alle caviglie o anche più su non era esattamente una gioia. Niente di strano che allo stand di St. Pauli abbiano finito tutti gli stivali di gomma. Almeno il line-up della giornata era da urlo: la superband Chickenfoot, Kaiser Chiefs, Placebo, Chris Cornell, Staind e altri.

PALCO ROSSO – “RED STAGE”

CENTAO: 12.15 – 12.40
Il secondo giorno del Nova Rock è stato aperto dal quartetto rock locale Centao, che ha iniziato il set con qualche minuto di ritardo. Ma la band non è stata l’unica ad arrivare tardi: tra la pioggia e la calca all’ingresso del “Palco Rosso”, in ritardo c’erano anche tanti dei suoi fan. Come si sono lamentati i ragazzi stessi più tardi, molti hanno fatto in tempo ad ascoltare solo l’ultimo pezzo. Ciò nonostante, sotto il palco si è radunata gente sempre più numerosa, pronta a cantare insieme a Matt (voce), Steve (chitarra), Irwin (basso) e Josh (batteria). La formazione, nata nel 2001, giura fin dalla sua prima uscita sull’etichetta MoRock Records. Sotto la sua ala i Centao hanno pubblicato nel 2006 l’album d’esordio “Mindstrip”, a cui l’anno scorso si è aggiunto il secondogenito “Your Poison Is My Paradise”, un disco con una copertina leggermente provocatoria. La libertà d’espressione ha campo libero. Vale la pena ricordare anche due EP, “Rising” (2002) e “Straight Within” (2003), e il singolo “No One Knows” (2006). Il quartetto dinamico ed energico ha presentato al pubblico presente alcuni dei suoi pezzi, come “I Need To Know”, “Addicted To You”, “I`m Your Devil”, “No One Knows”, “Short Romance” e “The Start”. Magari proprio un nuovo inizio è quello che consiglieremmo ai ragazzi. Ovviamente con una presenza scenica e una voce più rifinite.

EISBRECHER: 13.00 – 13.30
La formazione tedesca a sei Eisbrecher entusiasma con la sua fusione di metal ed elettronica praticamente fin dalla nascita, nel 2003. Eredi della nuova ondata tedesca pesante (“Neue Deutsche Härte”), avviata nel 1989 dagli OOMPH! e proseguita dai Rammstein, conquistano i palchi con la formazione composta dal duo fondatore, il cantante Alexx Wesselsky e il chitarrista solista e programmatore Noel Pix, il tastierista Max “Maximator” Schauer, il batterista Rene Greil, il chitarrista ritmico Jürgen Plangger e il bassista Oli Pohl. Durante il loro set al Nova Rock gli Eisbrecher hanno toccato tutti e tre gli album pubblicati, partendo dall’ultimo. Il disco “Sünde”, che contiene il primo pezzo suonato, “Kann denn Liebe Sünde sein?”, è uscito lo scorso agosto, ma da allora non ha avuto grandi exploit. È vero che il sestetto fa faville sul terreno di casa, quello di lingua tedesca, ma il resto del mondo rimane abbastanza intatto. Con qualche luminosa eccezione altrove in Europa e negli USA, dove si segue il lavoro della band. Anche se con un solo brano, “Angst?”, a farsi notare è stato poi il loro debutto omonimo, uscito per la ZYX Music nel gennaio 2004. Poco più di due anni dopo la band ha lanciato sul mercato il secondo album in studio, “Antikörper” (ZYX Music, ottobre 2006), da cui si sono sentiti la title track e “Phosphor”. Uno degli applausi più grossi della folla di qualche centinaio di teste se l’è preso “This Is Deutsch” dal terzo album. Gli Eisbrecher hanno chiuso il loro set con “Miststück” dei tedeschi Megaherz, il che non sorprende, visto che Wesselsky ne era un membro fondatore. Una chiusura all’insegna dei bei vecchi tempi.

ATROCITY: 13.55 – 14.35
La pioggia insistente ha fatto da cornice anche al set dei metallari tedeschi Atrocity, e niente lasciava pensare che il tempo sarebbe migliorato a breve. Ciò nonostante sotto il palco si è radunata una folla niente male di fan, che ha accolto la band con entusiasmo. Ma più della band stessa a catturare l’attenzione sono state due ballerine vestite poco, che si contorcevano dietro delle sbarre ai lati della batteria. Nei suoi ventiquattro anni di attività musicale la formazione ha pubblicato nove EP, due compilation e sette album in studio. L’attenzione maggiore se l’è presa di sicuro l’ultimo, il disco di sole cover “Werk 80 II” uscito a febbraio dell’anno scorso, perché in copertina compare l’icona delle starlette Dita Von Teese. Ma nemmeno questo basta a salvare il giudizio sul loro set. Certo, tra il pubblico c’era qualche testa matta, ma l’atmosfera generale era piuttosto tiepida. Da una band con una storia così lunga e una discografia così ricca ci si sarebbe aspettati di più di quello che si è visto. Anche la scaletta non ha riservato sorprese. Tra i pezzi più apprezzati forse solo “Blut”, “Gods Of Nation”, “Clash Of The Titans”, “Enigma” e la notissima “The Sun Always Shines On TV”, che nell’originale è del trio norvegese A-Ha. Stavolta gli Atrocity non hanno convinto. Peccato.

DIR EN GREY: 15.05 – 15.55
I Dir En Grey, cinque giapponesi arrivati dal Paese del Sol Levante e nati nel 1997, se la cavano benissimo sul Vecchio Continente, visto che alle spalle hanno già un bel po’ di tour europei (oltre a quelli asiatici e americani). L’ultimo, intitolato “Feast of V Senses”, ha toccato tutti i festival più grossi “da noi”. Ma… ha convinto? Dopo i ritmi un po’ più pesanti di Eisbrecher e Atrocity, Kyo (voce), Kaoru (chitarra, voce di supporto), Die (chitarra, voce di supporto), Toshiya (basso, voce di supporto) e Shinya (batteria) con il loro metalcore sono stati un vero balsamo per le orecchie. Anche se questa volta i primi tre album, “Gauze” (Free-Will, 1999), “Macabre” (Firewall, 2000) e “Kisou” (Firewall, 2002), sono rimasti fuori, i ragazzi hanno fatto centro. Magari non tanto con la musica in sé, ma il set di questi giovanotti anoressici è carico di energia e impegno al punto che anche il cuore più di pietra di un critico finisce per cedere. Il bottino di una dozzina di pezzi suonati ha pescato tutti i brani più riusciti degli ultimi quattro album. Si è partiti dall’ultimo, “Uroboros” (The End), uscito l’anno scorso e ispirato al tema della reincarnazione, poi la festa si è riversata in “Obscure” dal quarto album “Vulgar” (Firewall) del 2003. Nonostante l’ottima risposta del pubblico, è stato l’unico pezzo suonato di quel disco. L’attenzione è poi passata, con “Merciless Cult”, all’album “Withering To Death” (Free-Will, 2005), il loro primo disco ad aver sfondato in Europa e Nord America e ad essere finito nella classifica Billboard “Hot Heatseekers”. Una sorte simile, o ancora un filo migliore, è toccata a “The Marrow Of A Bone” (Firewall, 2007), da cui i Dir En Grey hanno suonato per prima la più rumorosa e veloce “Grief”. Il tour in cui si trovano i ragazzi non è solo festivaliero ma anche promozionale, perché il loro ultimo disco “Uroboros” non è ancora stato presentato bene al grande pubblico. Ma a giudicare dalle reazioni, i brani “Dozing Green”, “Vinushka”, “Gaika, Chinmoku Ga Nemuru Koro” e “Reiketsu Nariseba” la gente li conosce già bene, perché durante questi pezzi sotto il palco è nato un bel piccolo delirio. La carrellata è stata interrotta e chiusa da “The Final” e “Saku” dall’album di svolta “Withering To Death”. Il tempo vola e i Dir En Grey hanno dovuto salutare il pubblico del Nova Rock, che ha scosso la testa un’ultima volta con “Agitated Screams Of Maggots” da “The Marrow Of A Bone”. Alla prossima…

ALL THAT REMAINS: 16.25 – 17.20
La pioggia si è fermata e sul palco, dopo i giovanotti anoressici dei Dir En Grey, è salita una formazione metalcore a cinque un po’ più compassata, gli All That Remains, le cui radici arrivano al 1998 e dove, oltre a quattro ragazzi, il cantante Philip Labonte, il chitarrista ritmico Mike Martin, il chitarrista solista Oli Herbert e il batterista Jason Costa, il basso lo doma la piccola Jeanne Sagan. Anche se la band ha pubblicato quattro album in studio, tutti per la Prosthetic, durante il set al Nova Rock si è dedicata solo agli ultimi due. Il disco d’esordio “Behind Silence And Solitude”, uscito nel 2002, e il secondogenito “The Darkened Heart” del 2004 sono rimasti fuori, nonostante tanti pezzi ottimi. Ma alla folla presente non è importato. Si è cantato un po’ alla volta con Labonte e compagni, quando per cominciare hanno sparato “Not Alone” dal terzo album “The Fall Of The Ideals” (2006). Il disco, prodotto da Adam Dutkiewicz, chitarrista dei Killswitch Engage (che sono saliti sul palco rosso un po’ più tardi), è stato il loro primo album nella Billboard 200. Cosa che non sorprende, visto che quel full-length contiene parecchi pezzi eccellenti, come “We Stand”, “Become The Catalyst”, “The Weak Willed” e “Six”. Quest’ultimo è uscito in una versione speciale per il sempre più popolare gioco “Guitar Hero II”. Non va trascurato nemmeno l’ultimo disco, uscito a settembre dell’anno scorso, “Overcome”, che Labonte ha descritto come il loro album più duro. I brani “Two Weeks”, “Before The Damned”, “Forever In Your Hands”, “Chiron” e “Undone” lo dimostrano, visto che con questo disco gli ATR hanno per la prima volta superato la soglia magica entrando nella top ten della classifica Billboard “Mainstream Rock Tracks”. La parte finale del loro set è toccata ai brani “The Air That I Breath” e “This Calling” dall’album “The Fall Of Ideals”. Tra tutti i loro pezzi, l’ultimo è quello che ha avuto più successo, perché è stato usato in ben due colonne sonore: per il film Saw III (L’enigmista) e per la serie TV americana Masters of Horror. A confermarne la riconoscibilità, alla fine, ci ha pensato anche il pubblico, che ha saltato un’ultima volta con i cinque. Su quello che abbiamo visto e sentito: la band promette sicuramente ancora tanto!

MONSTER MAGNET: 17.50 – 18.55
Con gli hard rocker americani Monster Magnet è arrivata una ventata d’aria fresca, che ha fatto un gran bene alle orecchie della folla. Le radici del quartetto, composto da Dave Wyndorf (voce, chitarra ritmica), Ed Mundell (chitarra solista), Jim Baglino (basso) e Bob Pantella (batteria), arrivano al lontano 1989. In due decenni di vita hanno pubblicato sette album in studio, che hanno percorso in un’ora di set al Nova Rock Festival. Al disco d’esordio “Spine Of God” (Caroline Records, 1992) i signori hanno reso omaggio con “Zodiac Lung”, che è stato anche l’unico pezzo suonato di quell’album. Un po’ più di attenzione l’hanno dedicata al secondo full-length “Superjudge” (A&M Records, 1993), perché è il primo disco a cui ha partecipato Mundell. I brani? “Twin Earth” e “Superjudge”. Non più di due pezzi, la title track e “Third Alternative”, si sono sentiti dal terzo disco “Dopes To Infinity”, uscito nel 1995, come il predecessore, per la A&M Records. Il primo vero salto verso la scena musicale più larga la band l’ha fatto con il quarto album in studio “Powertrip” (A&M Records) del 1998, con cui ha debuttato nella Billboard 200. Da quel disco la folla ha potuto sentire il loro più grande successo, “Space Lord”, che nella classifica americana “Mainstream Rock Tracks” è arrivato a un invidiabile terzo posto. Ma non sono da meno “Crop Circle”, “Powertrip” e “Tractor”, altri tre pezzi ottimi. Per mancanza di tempo i Monster Magnet sono stati costretti a saltare i brani del quinto album “God Says No” (A&M Records, 2001). Un po’ di attenzione l’hanno avuta poi gli ultimi due dischi. Dal sesto album in studio “Monolithic Baby!” (SPV), uscito nel 2004, la folla, ormai di qualche centinaio di teste, ha potuto ascoltare “Radiation Day” e “The Right Stuff”. Quest’ultima i signori l’hanno presa in prestito dal cantante, scrittore e musicista Robert Newton Calvert, più noto come voce degli Hawkwind. Calvert pubblicò il pezzo sul suo concept album “Captain Lockheed And The Starfighters” del 1974. I Monster Magnet hanno pubblicato il loro ultimo album in studio “4-Way Diablo” (SPV) verso la fine del 2007, e con “Slap In The Face” hanno fatto impazzire il pubblico un’ultima volta. Anche se la band non ha mai civettato con un grande successo commerciale, tanti suoi brani sono stati usati in colonne sonore e videogiochi, da dove li conosce soprattutto la generazione più giovane. Dal loro set sul palco rosso del Nova Rock Festival molti non si aspettavano granché, perciò la sorpresa è stata ancora più grande. Wyndorf e soci si sono rivelati dei tipi incredibilmente carismatici ed energici, anche se a tratti un po’ “si spengono”. Ma non si può fargliene una colpa. I signori, semplicemente, rispettano alla lettera il motto “Sesso, droga & rock`n`roll”.

KILLSWITCH ENGAGE: 19.25 – 20.35
Il ritorno ai ritmi più pesanti è toccato ai metalcorer americani Killswitch Engage, che quest’anno festeggiano dieci anni di attività. Anche se le radici arrivano al 1999, nella formazione che conosciamo oggi suonano insieme dal 2003. Il connubio Howard Jones (voce) – Adam Dutkiewicz (chitarra, voce di supporto) – Joel Stroetzel (chitarra) – Mike D`Antonio (basso) – Justin Foley (batteria, percussioni) ha arricchito da poco la discografia con il quinto album in studio, che come omaggio al numero tondo hanno intitolato col proprio nome per la seconda volta. Perfezionisti come sono, i KsE nel loro lavoro seguono tre semplici regole: niente scorciatoie, niente compromessi, niente passi indietro. Se guardiamo al loro passato, è decisamente vero. La prova più solida la offre la nomination ai Grammy del 2005, inattesa, nella categoria “Best metal performance” per l’album “The End Of Heartache”, anche se alla fine il premio è andato al signor Lemmy Kilmister e ai suoi Motörhead. Il loro disco di gran lunga di maggior successo è anche il primo a cui ha partecipato Jones, subentrato al precedente cantante Jesse Leach.

La folla di qualche migliaio di teste che fino a quel momento si era radunata sotto il palco rosso ha accolto la band con entusiasmo. Urla e battimani si sono trasformati in una brutale calca non appena sono partiti i primi riff di “A Bid Farewell” dal terzo, già celebrato disco “The End Of Heartache” (Roadrunner Records, 2004). La follia è proseguita con “When Darkness Falls”, un altro pezzo eccellente di quel fortunato album. Se ami gli horror, forse ti ricorderai di questo brano dalla colonna sonora del film Freddy vs. Jason; altrimenti basta digitare in fretta il titolo su Youtube. I Killswitch Engage sono rimasti in acque più oscure con “Fixation On The Darkness” dal secondo e ultimo album in studio “Alive Or Just Breathing” (Roadrunner Records, 2002), a cui ha partecipato il cantante Jesse Leach. Tra le sue ultime opere ci sono anche “Life To Lifeless” e “My Last Serenade”, che si trovano sullo stesso disco. Di sicuro ne saranno stati contenti i fan un po’ più âgé, ma anche per i “nuovi arrivati” c’era qualcosa, ad esempio “Still Beats Your Name” dal quarto full-length “As Daylight Dies” (Roadrunner Records, 2006). A differenza delle uscite precedenti, prodotte da Dutkiewicz, stavolta a dargli una mano è stato il chitarrista Stroetzel. Il risultato è un altro ottimo disco dei KsE, anche se lo stesso Stroetzel non sarebbe d’accordo. Secondo lui sarebbe molto simile al terzo album “The End Of Heartache”. Quanto ci sia di vero, giudica tu. I fan del Nova Rock non ci hanno fatto caso e tra “Take This Oath” e “Rose Of Sharyn” hanno combinato parecchie marachelle tutt’altro che innocenti. Se stavolta il quintetto non ha guardato al primo album d’esordio omonimo, un po’ più di attenzione è andata al loro ultimo disco, di nuovo omonimo, che dovrebbe segnare un nuovo inizio. A questo i KsE si aggrappano con “Starting Over”, secondo singolo del loro quinto album. Anche se “As Daylight Dies” secondo le statistiche non è la loro uscita di maggior successo, ci sono nascoste parecchie perle, come “This Is Absolution”, “The Arms Of Sorrow” e “My Curse”, un’altra nomination ai Grammy. Le urla e lo strozzato di Jones in questi tre pezzi vengono sostituiti da linee pulite di voce e chitarra. Esattamente l’opposto di quanto sentito e visto prima. I Killswitch Engage hanno chiuso il loro set di poco più di un’ora con “The End Of Heartache” dall’omonimo disco e brano della colonna sonora del film Resident Evil: Apocalypse, e con la cover del primo singolo “Holy Diver” degli heavy metaller Dio.

Se pochi giorni prima del Nova Rock il quintetto aveva fatto faville a Zagabria, scaldando il palco per i selvaggi Slipknot, stavolta non è stato diverso. Già dal primo pezzo ha portato la folla, dall’onda malinconica dei Monster Magnet, fino alle vette della musica pesante, condita con la voce un po’ ruvida di Jones e le chitarre distorte, e ce l’ha tenuta fino alla fine. Tre volte “urrà” per i Killswitch Engage!

CHICKENFOOT: 21.05 – 22.20
I Chickenfoot sono un progetto di quattro vecchi gatti annoiati e veterani della musica: il cantante Sammy Hagar e il bassista Michael Anthony, che rappresentano metà dei Van Halen, il virtuoso della chitarra Joe Satriani e il batterista dei Red Hot Chili Peppers Chad Smith. Anche se questa cosiddetta superband ha iniziato il suo percorso più per scherzo che per davvero, in tempo record ha conquistato la scena musicale locale e globale. Il quartetto ha coronato il successo con il disco omonimo, uscito all’inizio di giugno di quest’anno.

Gli sguardi fissi e continui sul palco al buio, da cui brillava solo un’asta del microfono rosso vivo leggermente curva, lasciavano intuire che i Chickenfoot fossero la band più attesa del “palco rosso” di quel giorno. I secondi passavano lenti e quando il trio Smith – Satriani – Anthony ha attaccato con l’ottima introduzione strumentale di “Avenida Revolution”, il pubblico ha perso il controllo. Un applauso fragoroso e urla di parecchi decibel più alte, soprattutto da parte degli appassionati di musica dai capelli grigi, cresciuti con i suoni dei leggendari Van Halen, hanno poi salutato Hagar, con occhiali da sole rossi e scarpe da ginnastica abbinate, evidentemente il suo marchio di fabbrica. Anche se il signore è in età già molto matura, non lo dà a vedere nemmeno per un attimo. Iperattivo e pieno di energia com’è, lo beccavi ora a un capo del palco, ora all’altro, sempre a saltellare. Tra ritmi hard rock divertenti e festaioli la serata è proseguita con “Soap On A Rope” e in tutta la folla non c’era nessuno che non muovesse fianchi e sedere. Ma certo: con la loro musica, e gli immancabili assoli di Satriani, si scioglie anche l’anima più rigida. Soprattutto quando arriva “Sexy Little Thing”, che il cavaliere Hagar ha dedicato a tutte le rappresentanti del ggentil sesso. Anche se è il membro più anziano della band, la voce, nonostante i chilometri percorsi, gli serve benissimo. Anche quando c’è da tirare fuori il più profondo “Oh Yeah”. Ma non è l’unico a essere in gran forma. Anthony, che quel giorno festeggiava il suo cinquantacinquesimo compleanno, gli sta dietro alla grande. Sia per la voce che per la presenza. Dopo i quattro brani d’impatto, che si susseguono nello stesso ordine anche sull’album, è arrivata soprattutto la strumentale “Down The Drain”, durante la quale il festeggiato ha mostrato un po’ delle sue acrobazie al basso. E ha entusiasmato. Uno dei momenti più belli del loro set è stata di sicuro la ballata “Learning To Fall”. Durante questa Hagar si è seduto sul bordo del palco, si è messo sulle ginocchia uno strumento elettrico simile a una cetra e ha portato il pubblico tra le nuvole. Ma il galleggiare in alto non è durato a lungo. A riportare con i piedi per terra la folla di migliaia di teste ci ha pensato “Get It Up”, dove Hagar, sul ritornello “Now get it up / Arriba, ‘riba / Oh, oh, oh / Get it up”, mette di nuovo, e con ottimi risultati, alla prova l’estensione della sua voce. Anche se Satriani con i suoi assoli di chitarra ha un enorme vantaggio sugli altri due, Smith e Anthony, anche loro hanno i loro “cinque minuti di gloria”. Se non all’inizio, verso la fine del set, ma meglio che mai. Così durante “Turnin` Left” è tornato a brillare il basso bianco e nero di Anthony, mentre Smith, come già tante volte prima, ha preso il comando durante “Future In The Past”. I Chickenfoot hanno chiuso il loro set ottimo e carichissimo con il brano “Bad Motor Scooter”, che si trova sull’album d’esordio omonimo dei Montrose, con cui Hagar iniziò la sua carriera musicale.

In una buona settantina di minuti i festaioli Chickenfoot hanno presentato gran parte dei pezzi del loro primo disco e, nonostante gli anni, hanno dimostrato che i signori sono ancora in forma smagliante. Fisica, strumentale e vocale. Le cosce di pollo servite per cena sono state più gustose che mai.

IN EXTREMO: 22.50 – 00.20
Sul “palco rosso” come ultimi della giornata hanno suonato i tedeschi In Extremo, con cui la folla di migliaia di teste, soprattutto di lingua tedesca, è finita in acque completamente diverse. La formazione a sette, i cui membri (tutti polistrumentisti) si esibiscono con nomi d’arte, la potremmo chiamare una vera e propria tribù, che nella sua musica unisce stili diversi (canzoni tradizionali medievali, rock e metal), strumenti (i classici strumenti rock e metal, cornamuse, arpa, ghironda, flauti di legno medievali e rinascimentali…) e lingue (norvegese, spagnolo, inglese, antico svedese, antico francese, islandese, estone, ebraico, gotico, latino, alto tedesco antico e medio alto tedesco). Oltre a un’influenza musicale fortissima ha evidentemente anche un valore educativo, perché con le sue canzoni tiene in vita le cosiddette lingue morte. La band, che all’inizio suonava separatamente come gruppo medievale e come gruppo rock, si è unita nella formazione attuale, ibrido delle due precedenti, nel 1995, e da allora la sua popolarità cresce costantemente. Soprattutto sul suolo del Vecchio Continente. Il merito va attribuito a una ricca discografia, che comprende tredici album in studio e dal vivo, un “The Best Of” e tre DVD. E siccome una produzione così ricca offre un’ampia scelta di brani, è difficile decidere quali suonare e quali no. Stavolta l’attenzione è andata agli album “Weckt die Toten!” (1998), “Verehrt Und Augespien” (1999), “Sünder Ohne Zügel” (2001), “7” (2003), “Mein Rasend Herz” (2005) e “Sängerkrieg” (2008). Le altre uscite, soprattutto quelle più vecchie, sono rimaste fuori.

Gli In Extremo, nonostante una storia ricca e prolifica di quindici anni, hanno avuto il loro maggior successo commerciale con l’ultimo album in studio “Sängerkrieg”, uscito per l’etichetta MCA Record (sotto l’ala della Universal) a maggio dell’anno scorso. In un tempo relativamente breve, appena tre settimane dall’uscita, è arrivato in cima alla classifica tedesca degli album, guadagnandosi il titolo lusinghiero di uno dei dischi di maggior successo degli InEx. Perciò non sorprende che Das letzte Einhorn (Michael Robert Rhein), Van Lange (Sebastian Oliver Lange), Die Lutter (Kay Lutter), Der Morgenstern (Reiner Morgenstern), Dr. Pymonte (André Strugala), Flex der Biegsame (Marco Ernst-Felix Zorzytzky) e Yellow Pfeiffer (Boris Pfeiffer) abbiano dedicato a quest’ultimo la maggiore attenzione. I brani? “Sieben Köche”, “Frei zu Sein”, “Sängerkrieg”, “Auf`s Leben”, “Flaschenpost”, “En Esta Noche” e “In Diesem Licht”. Follia? Garantita! Anche da parte di tutti gli altri pezzi suonati. I cosiddetti folk metaller hanno infilato con successo, tra i brani appena citati, “Vollmond” (“Sünder Ohne Zügel”, 2001), che contiene estratti da testi del poeta francese del XV secolo Francois Villon; la notissima “Ave Mario” (“7”, 2003) e i pezzi “Poc Vecem”, “Spielmann” e “Rasend Herz” dal fortunato album “Mein Rasend Herz” (Island Records, 2005). La carrellata dei più riusciti è stata interrotta solo da “Ai Vis Lo Lop” dal primo disco “Weckt die Toten!” (Vielklang Musikproduktion, 1998), durante la quale di nuovo si intrecciano l’antico, il tradizionale e il nuovo.

Se nella prima parte del set gli InEx si sono dedicati soprattutto all’ultimo album in studio, la seconda è toccata a brani un po’ più vecchi, ma altrettanto ben noti. Così dall’album “7”, che molti considerano il loro primo disco di successo, i signori hanno suonato “Erbeermund” e “Küss Mich”, portando la festa al culmine, sostenuta dalla pirotecnica. Non si sono dimenticati nemmeno del secondo disco “Verehrt und Angespien” del 1999 (Mercury Records), da cui il pubblico ha avuto l’occasione di sentire “Spielmannsfluch (The Gleeman`s Bane)” con versi del poeta tedesco del XVIII secolo Ludwig Uhland. Ancora un po’ più indietro nella storia, precisamente alla svolta tra l’XI e il XII secolo, ci porta “Omnia Sol Temperat” con estratti dai “Carmina Burana” (“Sünder Ohne Zügel”, 2001). Si ricordano anche del brano “Villeman Og Magnhild” dall’album d’esordio, in cui di nuovo si intrecciano tradizionale e moderno, e con questo chiudono la serata.

La pioggia quasi tutto il giorno e il fango, uniti alla musica degli In Extremo e alla loro pirotecnica, hanno fatto girare la ruota del tempo indietro di qualche secolo, testimoniando una vera atmosfera medievale (barbarica), dove le regole non valgono e l’alcol scorre a fiumi. A quel punto salta fuori anche l’associazione con la parte più bella del film Braveheart con Mel Gibson protagonista, ma lasciamolo a un altro momento o a un altro posto…

PALCO BLU – “BLUE STAGE”

NO HEAD ON MY SHOULDERS: 13.00 – 13.25
Per primi quel giorno hanno strappato il “palco blu” ai raggi del sole i No Head On My Shoulders, formazione locale a dieci che si sforza con tutte le forze di divertire con un miscuglio di punk, rock, ska, disco, reggae, jazz, funk, latin, balkan e inferno. Un po’ di tutto per l’ennesimo cocktail musicale inimitabile. Anche se la band viene da qui, sotto il palco si è radunata solo una manciata di fan, e anche quelli erano probabilmente amici e conoscenti venuti a incoraggiare i connazionali di belle speranze. Gli NHOMS hanno pubblicato alla fine del 2006 l’album d’esordio “Caution Overload”, da cui il pubblico ha potuto sentire “Pülp Fictiön”, “Evil Knevil”, “Coffee” e “Firebringer”. Visto che dall’uscita del debutto è passato un bel po’, i ragazzi e la ragazza negli ultimi mesi si preparano intensamente all’uscita e alla promozione del secondo album in studio, che dicono sarà tecnicamente e musicalmente più rifinito. È vero che con quello che abbiamo visto e sentito la band non ha entusiasmato, ma come si dice: la speranza è l’ultima a morire. Lasciamoci sorprendere!

THE DURANGO RIOT: 13.45 – 14.15
The Durango Riot, band svedese di quattro bei giovanotti che ha preso il palco dai ska-punker locali NHOMS, ha pubblicato nell’ultimo quarto del 2007 per la Fuzzorama l’album d’esordio “Telemission” e da allora ha conquistato con successo un mercato musicale più ampio. Oltre a un’ottima performance e a un sound contagioso, i grunger moderni conquistano l’Europa anche grazie ai concerti con grossi nomi della scena alternativa, come i tedeschi Die Toten Hosen, gli americani di Orange County, California, Social Distortion, e i connazionali The Soundtrack Of Our Lives e Truckfighters, con cui li abbiamo potuti vedere nell’ottobre 2007 alla Menza pri koritu di Lubiana. Il mese scorso il loro disco d’esordio è uscito anche in Giappone, portandogli un’esibizione al Summer Sonic di Tokyo. A giudicare da quello che abbiamo visto e sentito, possiamo concludere che nel Paese del Sol Levante hanno entusiasmato proprio come un buon mese prima al Nova Rock. Anche se avevano a disposizione una trentina di minuti scarsi, i ragazzi hanno spremuto il massimo. Nonostante il materiale nuovo (il brano “Burn The House”), il quartetto si è dedicato al suo unico disco, da cui il pubblico ha potuto sentire i pezzi più incisivi e di successo. Per citarne solo alcuni: “No Need For Satisfaction”, “Man In The Machine”, “Future 2036”, “Dirty Needs” e “Drivers”. Fred (voce, chitarra ritmica), Jake (chitarra solista, voce di supporto), Hakan (basso) e Eric (batteria, percussioni) sanno, che tu lo voglia o no, infilarsi con discrezione sotto la pelle e con la loro musica mettere radici nel cuore. E non c’è niente di male… Ma che registrino presto un nuovo disco!

EXPATRIATE: 14.40 – 15.15
Gli indie rocker new wave dal Down Under, gli Expatriate, sono un’invenzione piuttosto fresca della musica onnipotente, esplosi sulla scena nel 2005 e poco dopo autori di due EP, “Lovers le Strange” e “Play A Part EP”. La riconoscibilità presso un pubblico più largo l’ha portata l’album d’esordio “In The Midst Of This”, uscito nel 2007 per l’etichetta “Dew Process”, che già nella prima settimana è entrato nella classifica musicale ufficiale australiana ARIA Charts. Tra i loro successi Ben King (voce, chitarra), Chris “Christo” Kollias (batteria), Damian Press (tastiere, chitarra) e David Molland (basso) possono contare concerti con nomi affermati della scena musicale, come Silverchair, Powderfinger, Editors, The Cops e Interpol. Tra tutti questi, a dargli prestigio sarà di sicuro l’imminente tour con i Placebo, quando gli Expatriate scalderanno il palco per la primadonna Brian Molko nella tranche europea autunnale del tour mondiale “Battle For The Sun”, dedicato al loro ultimo disco omonimo, uscito all’inizio dell’estate. Quindi l’esibizione di stavolta era solo un riscaldamento prima del grande finale. In una buona mezz’ora il quartetto ha dedicato la maggior parte del tempo al suo esordio, da cui la folla presente, fatta soprattutto di graziose adolescenti, ha potuto ascoltare “Crazy”, “Shooting Star”, “Are You Awake?”, “Blackbird” e “Gotta Get Home”. Nemmeno i due EP sono stati ignorati. Così dal primo EP ha brillato “Aviation At Night”, dal secondo “Heart Attack”. Che i ragazzi non si adagiano sugli allori l’hanno dimostrato con il brano “Miracle Mile”, che uscirà sul loro nuovo, atteso album in studio. Come per i The Durango Riot: prima è, meglio è!

LACUNA COIL: 15.45 – 16.35
Le radici del sestetto italiano Lacuna Coil, che flirta con una specie di miscela di gothic pop rock, arrivano al lontano 1994, ma si sono fatti notare davvero solo con il penultimo album in studio “Karmacode” del 2006, quando sono entrati nella Billboard 200 al ventottesimo posto. Ancora meglio è andato il loro ultimo disco “Shallow Life”, di cui la band, composta dai due cantanti principali Cristina Scabbia e Andrea Ferro, dal chitarrista Cristiano “Pizza” Migliore e da Marco “Maus” Biazzi, dal bassista Marco Coti Zelati e dal batterista e percussionista Cristiano “Criz” Mozzati, è più orgogliosa. In parte anche perché è il loro disco più compiuto: più rifinito, più intenso e più concentrato sull’essenziale. Lo dimostrano i brani “I Won`t Tell You”, “Not Enough”, “I`m Not Afraid” e “Spellbound”, che trovi in un ordine simile anche sull’album. Tra i pezzi più vecchi i più riusciti sono stati quelli del già citato “Karmacode”, che all’ascolto sono caduti su terreno fertile, visto che il pubblico ha ballato dal primo all’ultimo brano. Per citarne alcuni: “To The Edge”, “Fragments Of Faith”, “Fragile” e “Our Truth”. Uno dei primi successi di rilievo l’aveva portato alla band già il brano “Heaven`s A Lie” dal disco “Comalies”, uscito nell’ottobre 2002 per la Century Media. Il loro set è stato ulteriormente condito da una cover dei Depeche Mode, “Enjoy The Silence” (album “Violator”, Mute, 1990), a cui i LC hanno dato un sound un po’ più duro. Il brano in questa veste sta più o meno bene, eppure… l’originale non lo supera. Nonostante un’esibizione nella media della band italiana, la folla del Nova Rock non ha saputo resistere ai suoni contagiosi (a tratti stucchevoli) dei Lacuna Coil. Ma qual è il segreto del loro successo?

DREDG: 17.05 – 18.00
Una delle band più attese di quel giorno erano di sicuro gli alternativi americani Dredg, che raramente scendono a sud del confine tedesco. Perciò l’entusiasmo quando il quartetto è salito sul palco è stato ancora più grande. La band, nata nel 1993, fin dall’inizio opera con la stessa formazione: Gavin Hayes (voce, slide guitar, chitarra), Drew Roulette (basso, sintetizzatore), Mark Engles (chitarra) e Dino Campanella (batteria, piano, organo). Oltre alla musica, i ragazzi sono appassionati di arte e psicologia, come si vede da tutti i loro album. Così, per esempio, il loro disco d’esordio “Leitmotif”, uscito nel 1998, tratta il tema di un uomo alle prese con una malattia morale, per cui gira il mondo cercando in culture diverse la cura. Anche il loro secondo album in studio “El Cielo” (Universal, 2002) è un concept album, solo che questo è più di ispirazione artistica, perché durante la lavorazione hanno attinto al quadro “Dream Caused by the Flight of a Bee around a Pomegranate a Second Before Awakening” del pittore surrealista spagnolo Salvador Dalí, come testimoniano i titoli dei brani. La propria vena pittorica l’hanno mostrata con il terzo disco “Catch Without Arms” (Interscope, 2005) il cantante Hayes e il bassista Roulette, creando quattordici illustrazioni raccolte in una raccolta omonima. Come il loro esordio, anche l’ultimo album in studio “The Pariah, The Parrot, The Delusion”, uscito all’inizio di giugno di quest’anno per l’etichetta indipendente Ohlone Recordings, non ha un’impronta di disegno, ma si rifà al saggio “A Letter to the Six Billionth Citizen” di Salman Rushdie. Come ormai d’abitudine, quel disco al festival ha avuto più attenzione, perché ne hanno suonato la maggior parte dei loro successi, per esempio “Pariah”, “R U O K?”, “Ireland”, “Savior” e “Information”. Ma la festa non è stata dedicata solo all’ultima creatura dei Dredg. Al meglio sono partiti e finiti anche “Same Ol` Road”, “Triangle” e “The Canyon Behind Her” dal disco “El Cielo”, e “Ode To The Sun”, “Jamais Vu” e “Bug Eyes” dall’album “Catch Without Arms”. Proprio quest’ultimo, a detta degli esperti, sarebbe il miglior album dei Dredg, quello che ha portato alla band una riconoscibilità più ampia. Che sia così sarebbe d’accordo anche il pubblico del Nova Rock, che nonostante il fango profondo ha ballato come gli dettava il quartetto. Bravi!

STAIND: 18.30 – 19.35
Anche se gli Staind, band americana di Springfield, Massachusetts, USA, hanno pubblicato esattamente un anno fa il loro ultimo album in studio “The Illusion Of Progress” (Flip/Roadrunner), di loro si è parlato poco. Almeno fino al set al Nova Rock, dove hanno entusiasmato. Giovani e vecchi. E come potrebbe essere altrimenti, visto che Aaron Lewis (voce, chitarra ritmica e acustica), Mike Mushok (chitarra solista), Johnny April (basso, voce di supporto) e Jon Wysocki (batteria), presenti sulla scena in questa stessa formazione dal 1993, hanno pubblicato sei full-length, una compilation e ben ventuno singoli. La band, con oltre quindici milioni di dischi venduti, ha raggiunto un successo di più ampie dimensioni con il secondo album in studio “Dysfunction” (Flip/Elektra, 1999), diventato poco dopo l’uscita il disco nordamericano più caldo. Anche se le recensioni dei critici musicali non sono delle più entusiaste, in quel full-length si nascondono parecchie perle, che la folla del Nova Rock ha avuto l’occasione di sentire dal vivo. Sono “Raw”, “Spleen” e “Mudshovel”. Quest’ultima era uscita con il nome leggermente diverso “Mudshuvel” già sul loro esordio “Tormented” (autoprodotto, 1996; stavolta da quel disco gli Staind non hanno suonato nessun brano), ma ha preso vita meglio in una versione un po’ diversa e registrata di nuovo. Il maggior entusiasmo delle migliaia di teste del pubblico se lo sono preso i brani del loro terzo e primo di maggior successo album in studio “Break The Cycle” del 2001, uscito per la stessa etichetta del predecessore. L’album, con cui gli Staind hanno vissuto un successo megalomane di portata mondiale, ha debuttato tra i dieci migliori dischi della Billboard 200, perché in meno di quindici settimane dall’uscita è stato venduto in quasi tre milioni di copie. Lewis & Co. hanno soddisfatto la folla assetata di buon rock con tre dei cinque singoli di quel disco, partendo da “For You”, che con il suo sound più duro è la più simile al precedente album “Dysfunction”. Ma questo non è l’unico “pregio” del brano. La band dà grande peso anche al testo, che parla degli abusi (psicologici) sui bambini, un problema che negli ultimi tempi si rivela molto scottante. Il successivo singolo di maggior successo del disco è “It`s Been A While”. La ballata confessionale “arrabbiata” (parla infatti della dipendenza di Lewis dalle droghe, di relazioni fallite, di suo padre…) è rimasta in cima alla classifica dei brani più caldi per sedici settimane record, ma nel 2007 è stata battuta da “The Pretender” dei Foo Fighters. In tutto questo è interessante anche che il videoclip del brano sia stato diretto da Fred Durst, frontman dei Limp Bizkit (che hanno suonato il terzo giorno del Nova Rock Festival), il quale, quando aveva visto prima di un concerto insieme la copertina “controversa” del demo degli Staind, era decisamente contrario a pagare la band. Ma ha cambiato idea in fretta, perché il carismatico Lewis con la sua esibizione l’aveva completamente conquistato, quindi Durst: non si giudica un libro dalla copertina. L’unico brano suonato di quelli citati da questo album che non è uscito come singolo è “Pressure”, il che non significa che la folla non ne sia stata felice. Durante il loro set la festa ha di sicuro toccato il culmine con la ballata “Outside” e se guardavi verso il palco, dietro cui nei colori oro-giallo-arancio brillava il sole al tramonto, vedevi parecchie coppiette abbracciate. Gli altri, che non si stringevano e preferivano abbracciare ognuno il proprio boccale di birra, cantavano all’unisono con Lewis alla chitarra acustica, tanto che si sentiva fino all’altro palco. È un altro pezzo in cui Durst, durante il tour dei “valori familiari” (“The Family Values Tour 1999”), ha contribuito con la voce di supporto. Quasi quattro minuti di attenzione, con il brano “Falling Down”, gli Staind li hanno dedicati anche al loro quarto disco “14 Shades Of Grey” (Flip/Elektra, 2003), con cui hanno imboccato la strada non tanto del nu-metal quanto del mainstream, il che gli ha portato per la seconda volta la miglior posizione nella Billboard 200. La festa fangosa è stata condita anche dai brani del quinto disco dal titolo semplice “Chapter 5” (Flip/Atlantic, 2005), un altro piazzamento di prima classe in Billboard. Anche se in Europa il disco non ha raggiunto neanche lontanamente piazzamenti alti come i precedenti album, negli USA è stato disco di platino. Un posto speciale se lo meritano di sicuro i brani “Paper Jesus” (attacco diretto alle etichette che al posto della musica di qualità idealizzano il guadagno) e “King Of All Excuses”, che hanno ravvivato ancora una volta il pubblico già surriscaldato. Gli Staind sono rimasti fedeli, anche con il sesto album in studio “The Illusion Of Progress” (2008), alla loro etichetta di sempre, la Flip, sotto la cui ala sono fin dall’esordio. Anche se il tour estivo dei festival dovrebbe essere dedicato alla promozione di quest’ultimo, i signori hanno messo in scaletta modestamente due pezzi, “This Is It” e “The Way I Am”. Nonostante profumino ancora di fresco, all’ascolto si sono già radicati benissimo e sono stati accompagnati dal canto a squarciagola del ritornello, durante il quale a Lewis si disegnava in volto un sorriso (soddisfatto) appena visibile.

Il frontman carismatico e gli altri “compagni di sventura” in una buona sessantina di minuti hanno percorso tutti i loro brani più celebri e hanno dimostrato che, nonostante la stasi che per un po’ ha regnato sulla scena, vivono ancora a pieni polmoni. Continuate così!

CHRIS CORNELL: 20.05 – 21.15
Il quarantacinquenne cantante, chitarrista, paroliere americano e nominato ai Grammy Chris Cornell è un’icona presente sulla scena musicale fin dai suoi anni più verdi. È cominciata con i Soundgarden (1984 – 1997), è passata per una carriera solista di due anni (1998 – 2001) ed è proseguita con gli Audioslave (2001 – 2007), quando il leggendario Zach de la Rocha lasciò i Rage Against The Machine. Se la gioia per la loro resurrezione alla fine del 2007 è stata indescrivibile, altrettanta è stata la tristezza per la fine dei sei anni di attività degli Audioslave. Cornell, dipendente dalla musica, si è poi rimesso alla carriera solista, nell’ambito della quale abbiamo assistito alla sua esibizione sul palco blu del Nova Rock Festival. Anche se la sua discografia del periodo solista comprende tre album in studio, “Euphoria Morning” (Interscope, 1999), “Carry On” (Suretone/Interscope, 2007) e “Scream” (Mosley/Interscope/Universal, 2009), nella sua scaletta si trovano sempre brani di entrambe le band. E come potrebbe essere altrimenti, visto che quasi tutti gli album che Cornell ha pubblicato con le sue due ex band sono più volte di platino. Ai suoi dischi solisti va completamente diversamente, perché le recensioni dei critici sono più basse a ogni uscita. Il brano “Can`t Change Me” dal suo esordio nel 2000 è stato nominato al prestigioso premio musicale Grammy nella categoria “Best Male Rock Vocal Performance”. Dal secondo disco spiccava il brano “You Know My Name”, usato come “theme song” nel film James Bond: Casino Royale uscito nel 2006. Se con i primi due album Cornell era stato elogiato alle stelle, “Scream” è stato un atterraggio sul duro. La collaborazione con Timbaland evidentemente non ha dato i frutti sperati, perché il disco nella Billboard 200 è sopravvissuto miseri dieci settimane, e la ciliegina sulla torta l’hanno messa tante critiche negative, che l’album l’hanno letteralmente fatto a pezzi. Purtroppo anche i suoi fan sono d’accordo, e a una sola voce sostengono che la carriera di Cornell fosse al massimo splendore con i Soundgarden e gli Audioslave e che quello che fa adesso sia solo mungere, per qualcuno, soldi guadagnati a fatica. Perciò per le migliaia di teste radunate quel bellissimo sabato sera sotto il palco blu è stato ancora più bello ascoltare Cornell quando ha suonato qualche brano del periodo di entrambe le band. I ricordi dei Soundgarden li ha risvegliati con i pezzi “Outshited” dall’album “Badmotorfinger” (1991) e “Black Hole Sun” e “Spoonman” dal disco “Superunknown” (1994). Gli Audioslave sono tornati in vita con “Show Me How To Live” e “Cochise” dal loro album d’esordio omonimo, uscito nel 2002, e “Be Yourself” dal secondo disco “Out Of Exile” (2005). Con il brano “Hunger Strike” ha dedicato attenzione anche alla sua band “tribute to” Temple Of The Dog, attiva tra il 1990 e il 1992 e dedicata al suo amico Andrew Wood dei Mother Love Bone. L’atmosfera surriscaldata l’ha condita ulteriormente la cover di “Good Times, Bad Times” dei leggendari Led Zeppelin, che si trova sul loro esordio omonimo del 1969.

Il signore, che si vanta di una voce con un’estensione di quattro ottave e del controllo del “vocal belting” (cioè l’estrazione di toni alti potenti dalle corde vocali), con il suo set al festival non ha entusiasmato granché. I brani suonati “Part Of Me”, “Enemy”, “Time”, “Scream” e “Watch Out” dal suo terzo disco, “Scream”, uscito a marzo, a causa dei successi molto più grandi dei Soundgarden e degli Audioslave citati poco prima sono solo una pallida foschia da qualche parte lontano all’orizzonte. Forse sarebbe ora che Cornell si mettesse a riposo per un po’ e così sperasse in idee nuove e fresche per il suo prossimo progetto. Qualunque sia.

KAISER CHIEFS: 21.45 – 23.00
Se il 1997 segna la fine dei Soundgarden, dall’altra parte del mondo, a Leeds, nasce il gruppo indie rock inglese Kaiser Chiefs. Il quintetto, i cui membri fondatori e attuali sono Ricky Wilson (voce, percussioni), Andrew “Whitey” White (chitarra, voce di supporto), Simon Rix (basso, voce di supporto), Nick “Peanut” Baines (tastiere, percussioni) e Nick Hodgson (batteria, voce di supporto), si è dato il nome da un club calcistico nordafricano, in cui un tempo tirava calci al pallone Lucas Radebe, oggi difensore del Leeds, squadra inglese. Anche se la band è nata in quell’anno, ha pubblicato il suo disco d’esordio “Employment” solo nel marzo 2005 per la B-Unique Records. L’attesa evidentemente è valsa la pena, perché il primo album, ispirato al britpop, ai movimenti musicali new wave e al punk rock degli anni Settanta, dopo un anno era ancora presente a un passo dalla vetta della classifica inglese degli album, anche un po’ grazie ai Brit Awards di allora. Ancora meglio è andato il loro secondo full-length “Yours Truly, Angry Mob”, prodotto, come il predecessore, da Stephen Street. L’album, che contiene il successone “Ruby”, è a oggi il loro unico disco di prima classe nella classifica britannica degli album. Anche se la band si aspettava molto dal terzo disco “Off With Their Heads” (B-Unique, 2008), questo non è neanche lontanamente di successo come i precedenti. Magari gli manca la precisione di Street, perché stavolta la bacchetta di produttore l’hanno agitata il poliedrico artista Mark Ronson ed Eliot James (Bloc Party, The White Rose Movement, The Rakes…). Oppure… Eh, lasciamo stare le congetture. Il fatto è che i Kaiser Chiefs affascinano soprattutto con il loro set DAL VIVO, dove emergono la loro energia e l’ottima comunicazione con il pubblico, merito in gran parte del carismatico Wilson dai capelli rossi.

I Kaiser Chiefs, in poco più di un’ora, quanto ne avevano a disposizione prima di lasciare il palco ai Placebo, hanno cinguettato tutti i loro brani più celebri da tutti e tre gli album e conquistato la folla di migliaia di teste. Nonostante il tempo non troppo piacevole (freddo e vento), l’atmosfera era surriscaldata e il pubblico, dopo un’intera giornata, pronto a scatenarsi. L’esordio “Employment”, più volte di platino e nominato al Mercury Prize, riunisce i brani “Every Day I Love You Less And Less”, “I Predict A Riot” e “Oh My God”, con cui Wilson e soci si sono uniti agli artisti dei concerti benefici Live 8 del G8. Oltre a questi vale la pena citare “Modern Way” e “You Can`t Have It All”, uno dei pezzi più lenti dei KC. Comunque sia, l’applauso più fragoroso e l’ondata di consensi più forte se li sono presi i brani dal secondo disco “Yours Truly, Angry Mob”, tra cui spiccava “Ruby”, che è stata uno dei culmini della serata. Hanno contribuito anche “The Angry Mob”, “Love`s Not A Competition (But I`m Winning)” e “Everything Is Average Nowdays”. La band, che a luglio al Croke Park di Dublino ha aperto il palco per i leggendari irlandesi U2, ha intrecciato tutta la scaletta anche con i brani “Never Miss A Beat”, “Good Days Bad Days” e “Spanish Metal” dal terzo disco “Off With Their Heads”. Il quintetto sa esattamente quali fili tirare per manovrare il pubblico. E il risultato? Ogni loro set è meglio del precedente.

PLACEBO: 23.30 – 01.30
Il gran finale di quel giorno è toccato agli alternative rocker londinesi Placebo, fondati nel 1994 dalla primadonna, cantante e chitarrista Brian Molko e dal bassista Stefan Olsdal. In tutti questi anni di attività la band ha cambiato tre batteristi, tra i quali quello con più anzianità è Steve Hewitt, che è stato membro della band da metà del 1996 fino all’ottobre 2007, quando gli è subentrato Steve Forrest. Quest’ultimo ha già partecipato al loro ultimo disco, uscito all’inizio di giugno, “Battle For The Sun” (Pias), a cui il trio con la formazione di supporto composta da Bill Lloyd (basso, tastiere), Fiona Brice (violino elettrico, tastiere, theremin, percussioni, voce di supporto) e Nick Gavrilovic (tastiere, chitarra, voce di supporto) ha dedicato metà del set.

La battaglia per il sole l’hanno aperta i primi quattro brani, che si sono succeduti nello stesso ordine del disco, il cui suono è opera del produttore David Bottrill, noto per le collaborazioni con Muse, Tool, Silverchair, dEUS o Remy Zero. Partendo dalla contagiosissima “Kitty Litter” la festa si è riversata in “Ashtray Heart”, brano che ha preso il titolo dal nome originario della band, prima che si ribattezzasse Placebo. Che i pezzi dell’ultimo disco siano caduti su terreno fertile lo dimostra il brano di maggior risonanza, “Battle For The Sun”, che di nuovo serve il singalong nel ritornello. Anche se qui il farfugliare di Molko sembra leggermente insensato, è un altro pezzo che si ficca nelle orecchie. Il primo singolo ufficiale dell’album è “For What It`s Worth”, che per la prima volta tra i quattro brani suonati ha fatto saltare una folla di innumerevoli teste. A riportarli con i piedi per terra è stata di nuovo “Black-Eyed” dal terzo disco in studio “Black Market Music” (Virgin, 2000), che parla di una persona con un’infanzia difficile e un ritardo nel normale sviluppo umano. Qui è significativo soprattutto il verso “I`m forever black-eyed / A product of a broken home”, che ha steso sul pubblico un’atmosfera un po’ cupa. Un proseguimento simile lo hanno portato anche i brani “Speak In Tongues”, che è la canzone preferita di Molko dell’ultimo album, e “Follow The Cops Back Home” dal quinto disco “Meds”. L’atmosfera tetra l’ha poi ravvivata il loro evergreen “Every You Every Me” dal secondo disco “Without You I`m Nothing”, che alla band ha portato la svolta sul mercato musicale americano. Anche se sull’album sono raccolti parecchi altri pezzi di risonanza, come “Pure Morning”, “You Don`t Care About Us” o magari la title track, quel brano è stato l’unico che il trio ha messo in scaletta da quel disco. Per la prima volta quella sera l’attenzione è andata al loro quarto album concept (il tema del disco sono le relazioni), “Sleeping With Ghosts”, con la title track e il pezzo “Special Needs”, con cui la band di nuovo scuote la folla. Segue la (più recente) e più incisiva “The Never Ending Why”, che invita a dimenarsi e cantare. Naturalmente il pubblico non ha saputo resistere ai suoi poteri magici e l’ha seguita come stregato. I Placebo non si sono dimenticati nemmeno del loro esordio omonimo del 1996, a cui ha partecipato il loro primo batterista Robert Schultzberg, e per ben sei minuti lo hanno riportato in vita con il pezzo “Bionic”, fino al 2005 una costante dei loro concerti. Molko e compagni toccano poi di nuovo il disco “Meds”, e precisamente con la title track, che solleva ancora una volta la folla fra le nuvole. “Battle For The Sun” quella sera risuona un’ultima volta con la ballata “Come Undone”, durante la quale Olsdal dimostra le sue acrobazie al basso. Il ritorno a “Black Market Music” l’ha segnato “Special K”, un altro brano con un testo ambiguo. Quale ti calzi meglio, giudica tu, oppure puoi andare a qualche loro concerto, perché questo pezzo è quasi un obbligo sentirlo dal vivo. I Placebo hanno poi salutato per qualche minuto con il brano “Song To Say Goodbye” e puoi solo immaginare cosa è seguito. Fischi forti e il grido dell’immancabile “We want more”.

Dopo una pausa di qualche minuto Molko, Olsdal e Forrest sono tornati sul palco e il ritorno l’hanno segnato con i mega successi “Infra-Red” dal disco “Meds” e “The Bitter End” dall’album “Sleeping With Ghosts”. Non so se quello che è seguito fosse necessario o no, ma i signori sono di nuovo spariti dietro le quinte, dopo meno di un minuto si sono ripresentati ancora una volta e hanno portato il loro set alla fine con il brano “Taste In Men” (“Black Market Music”, durante il quale il pubblico ha ballato allegramente un’ultima volta quella sera. Grazie Placebo per la chiusura perfetta di una giornata non così perfetta.

La follia, come è ormai consuetudine al Nova Rock, dopo la fine dei concerti si è spostata nel tendone “party” ed è andata avanti fino alle prime ore del mattino. Per qualcuno invece è arrivato il riposo, perché anche il terzo giorno del festival ha servito un line-up emozionante.

Foto: foto ufficiali del Nova Rock Festival e Lea Lesar

Scaletta

RED STAGE: CENTAO EISBRECHER ATROCITY DIR EN GREY ALL THAT REMAINS MONSTER MAGNET KILLSWITCH ENGAGE CHICKENFOOT IN EXTREMO BLUE STAGE: NO HEAD ON MY SHOULDERS THE DURANGO RIOT EXPATRIATE LACUNA COIL DREDG STAIND CHRIS CORNELL KAISER CHIEFS PLACEBO Scalette: EISBRECHER: 1. Kann denn Liebe Sünde sein? 2. Angst? 3. Antikörper 4. Phosphor 5. This Is Deutsch 6. Miststück (Megaherz cover) DIR EN GREY: 1. Sa Bir 2. Obscure 3. Merciless Cult 4. Grief 5. Dozing Green 6. Vinushka 7. Vocal Solo 8. The Final 9. Gaika, Chinmoku Ga Nemuru Koro 10. Reiketsu Nariseba 11. Saku 12. Agitated Screams Of Maggots ALL THAT REMAINS: 1. Not Alone 2. We Stand 3. Become The Catalyst 4. Six 5. The Weak Willed 6. Two Weeks 7. Before The Damned 8. Forever In Your Hands 9. Chiron 10. Undone 11. The Air That I Breath 12. This Calling KILLSWITCH ENGAGE: 1. A Bid Farewell 2. When Darkness Falls 3. Fixation On The Darkness 4. Still Beats Your Name 5. Take This Oath 6. Life To Lifeless 7. Starting Over 8. Rose Of Sharyn 9. This Is Absolution 10. The Arms Of Sorrow 11. My Last Serenade 12. My Curse 13. The End Of Heartache 14. Holy Diver (Dio Cover) CHICKENFOOT: 1. Avenida Revolution 2. Soap On A Rope 3. Sexy Little Thing 4. Oh Yeah 5. Down The Drain 6. Learning To Fall 7. Get It Up 8. Turnin’ Left 9. Future In The Past 10. Bad Motor Scooter IN EXTREMO: 1. Sieben Köche 2. Frei zu Sein 3. Vollmond 4. Sängerkrieg 5. Ave Maria 6. Auf’s Leben 7. Poc Vecem 8. Spielmann 9. Flaschenpost 10. En Esta Noche 11. Ai Vis Lo Lop 12. In Diesem Licht 13. Erbeermund 14. Rasend Herz 15. Küss Mich 16. Spielmannsfluch (The Gleeman`s Bane) 17. Omnia Sol Temperat 18. Villeman Og Magnhild LACUNA COIL: 1. To The Edge 2. Fragments Of Faith 3. I Won’t Tell You 4. Not Enough 5. Fragile 6. Heaven’s A Lie 7. Enjoy The Silence 8. I’m Not Afraid 9. Spellbound 10. Our Truth DREDG: 1. Pariah 2. Same Ol’ Road 3. Ode To The Sun 4. R U O K? 5. Ireland 6. Jamais Vu 7. Triangle 8. Savior 9. Information 10. Bug Eyes 11. The Canyon Behind Her STAIND: 1. This Is It 2. Raw 3. Falling Down 4. Paper Jesus 5. For You 6. The Way I Am 7. It`s Been A While 8. King Of All Excuses 9. Pressure 10. Spleen 11. Outside 12. Mudshovel PLACEBO: 1. Kitty Litter 2. Ashtray Heart 3. Battle For The Sun 4. For What It’s Worth 5. Black-Eyed 6. Speak In Tongues 7. Follow The Cops Back Home 8. Every You And Every Me 9. Sleeping With Ghosts 10. Special Needs 11. The Never Ending Why 12. Bionic 13. Meds 14. Come Undone 15. Special K 16. Song To Say Goodbye —– bis —– 17. Infra-Red 18. The Bitter End —– bis —– 19. Taste In Men

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