Nel paradiso dei Faith No More sulle spiagge sabbiose del Mar Nero (2009)
Autore: Aleš Podbrežnik
Luogo: Spirit Of Burgas (festival) / Burgas / Bulgaria
Data del concerto: 14.08.2009
Numero di spettatori: 20
Prezzo del biglietto: 50 LV (un giorno) / 120 LV (tre giorni)
Ci sono cose nella vita, e poi ci sono cose. È estate, arriva agosto! Arriva il tempo di festeggiare e fare baldoria, senza obblighi di scuola o di lavoro. È ora di lanciarsi fuori dal grigiore del quotidiano in un’avventura a piacere, dove ricaricare le pile e riaffilare i denti smussati dalle battaglie. Dai timidi accenni, dalle tesi sognanti, dai desideri sussurrati… alla realizzazione! Ovvero: partenza da Lubiana per Burgas, sul Mar Nero, in Bulgaria, dove andava in scena il festival di tre giorni Spirit Of Burgas. Non solo per l’origine esotica della città dove ci ha portati la strada, ma anche per il tour estivo europeo dei rocker stravaganti e sperimentali, innovatori della musica, di nuovo in attività: Faith No More. Ovvio che ti chiedi: “Ma che diavolo hanno in testa questi matti, per farsi quasi 1400 km fino a Burgas?” Mettere insieme due concerti dei Faith No More. Prima a Burgas e il giorno dopo a Bucarest (Romania). Non sarebbe già un alibi abbastanza buono? O la succosa scoperta che a fare da gruppo spalla ai grandissimi Faith No More ci sono gli sloveni Elvis Jackson?
A Burgas siamo arrivati da Lubiana il giorno prima. È stato un viaggio piccante, con il valoroso quartetto concentrato al massimo per far sì che il desiderio, l’obiettivo, si avverasse! Dopo una capatina alla fortezza di Kalamegdan a Belgrado (Serbia), una scorpacciata di roba alla griglia (Belgrado, Serbia), il giro attraverso la pittoresca gola del fiume Nišava verso il confine bulgaro, oltre le Porte di Traiano (Bulgaria), attraverso la metropoli bulgara Sofia, l’ultima notte e il bagno a mare per buona parte del giorno dopo a Burgas, il 14.08.2009, verso le sette di sera, arriviamo all’ingresso del festival. Dopo peripezie da brividi, finite con noi che, nonostante i biglietti per il campeggio già pagati, nel campeggio non siamo potuti entrare, a testa bassa e cotti raggiungiamo comunque l’area concerti, proprio sulla spiaggia sabbiosa sul Mar Nero. Come da copione. Per due ore e mezza abbiamo combattuto la nostra battaglia, bruciando preziose scorte di energia, in mezzo al caos che regnava nelle teste dello staff dell’organizzazione.
Lo Spirit Of Burgas si vantava di ben otto palchi, tra i quali però dovevi darti parecchio da fare per trovare la musica generata da carne, ossa e corde vocali e guidata dalla corrente elettrica alternata. La lista degli artisti era infatti sommersa da nomi bulgari che nel mondo della musica non contano praticamente niente, e brulicava pure di kitsch da DJ, la cui vera cultura musicale comunque sta tutta in un pugno di merda fumante. Alle 21.30 in punto arriviamo sotto il palco chiamato “Jack Daniel’s Stage”. Peccato aver perso gli ottimi rocker macedoni Bernay’s Propaganda, ma in compenso siamo stati felicissimi di salutare i nostri valorosi connazionali, che avevamo incontrato e a cui avevamo stretto la mano già il giorno prima del festival, in un’area di sosta in autostrada poco prima di Nis (Serbia): gli Elvis Jackson!
| ELVIS JACKSON: 21.30 – 22.10 |
Gli Elvis Jackson sono ragazzi maturati con l’album Against The Gravity fino al punto in cui possono assaggiare la fama internazionale. Per ora le cose vanno molto bene, ai ragazzi. I tour si susseguono, di concerti all’estero ne hanno fatti un sacco. Gli Elvis Jackson sono famosi per i loro live carichi di energia, dove si respirano a pieni polmoni vibrazioni positive e un’atmosfera da festa che sa creare solo questa band.
L’ambiente di Burgas (mare, spiaggia di sabbia) si sposava alla perfezione con la copertina dell’album “Against The Gravity”, che la band ha presentato con i brani Against The Gravity, Wake Me Up!, Dry Your Tears, Not Here To Pray. I ragazzi, che a casa in Slovenia hanno lasciato il bassista Erik Makuc – Slavc, costretto d’urgenza sotto i ferri per un’appendicite, hanno chiamato in aiuto il bassista dei Corkscrew Andraž Stockson, che ha così salvato la band dal rischio di dover annullare entrambe le date. Il pubblico bulgaro, curioso, all’inizio stava lì a sbirciare cosa diavolo li aspettasse sul palco, ma non ci ha messo molto a infiammarsi sotto la predica bollente dettata da un mix incandescente di spinte ska, skate-punk e reggae, dove naturalmente non mancano frammenti di riff conditi di metal (ehi, mi sento un esperto di retorica medica).
La band era in forma smagliante e, nonostante l’assenza di Slavc, Andraž “reclutato in fretta e furia” si è rivelato la scelta migliore possibile per permettere agli Elvis Jackson di portare a casa il concerto con sicurezza. Durante lo show, naturalmente, non è mancato l’immancabile materassino gonfiabile, su cui gli Elvis hanno spedito il primo candidato – un non nuotatore che si è fatto avanti dal pubblico e si è così messo a veleggiare sul mare di mani sotto il palco. Gli altri oggetti di scena, come i rotoli di carta igienica e i giochi gonfiabili (palloni e compagnia…), hanno svolto la loro funzione in modo un po’ limitato, perché verso il palco soffiava di continuo il vento dal mare. Così i rotoli di carta igienica, invece di finire nel pubblico, sono volati sulla struttura del palco, da dove sventolavano: durante il concerto degli Elvis Jackson faceva un effetto davvero fighissimo.
Gli Elvis Jackson hanno incoronato il loro show solido, compatto, rodatissimo e curato con un’ondata di vibrazioni positive che ha risucchiato senza fatica il pubblico nei festeggiamenti. Se all’inizio la gente si limitava a guardare la band, nella seconda metà del concerto, sotto la bacchetta degli Elvis Jackson, era già in pieno galoppo scatenato con loro. Il carismatico cantante Buda, che ovviamente ha servito le acrobazie di rito, come la verticale, le capriole e così via, vestito con un costume a quadri, stavolta ha parlato un po’ meno al pubblico. Colpa del minutaggio limitato e, ovviamente, del fatto che sotto il palco non c’era un pubblico sloveno ma bulgaro. “Jeste dobro?!?”, ha ripetuto un paio di volte, e la gente ha pure apprezzato moltissimo il messaggio della conclusiva Smoke The Herb, con cui gli Elvis Jackson hanno chiuso con spirito un concerto di grande successo a Burgas. I ragazzi, come la squadra di RockLine, avevano davanti la strada verso la Romania, dove il giorno dopo hanno suonato come gruppo spalla dei grandi Faith No More. Ci siamo quindi spostati sul palco principale, che a quel punto era già sotto forte occupazione dei fan dei Fatih No More.
Prima dei Faith No More, a scaldare i presenti ci hanno pensato i bulgari Panican Whyasker. Groovavano su riff duri, in parte sorretti da ritmi funkeggianti, ma a un miglio di distanza da qualcosa tipo i Red Hot Chilli Peppers, con una voce parecchio fastidiosa e testi in inglese che implorava letteralmente di chiudere lo show. In Bulgaria la band è molto popolare, come dimostrava la massa di teste surriscaldate che incitava sotto il palco.
| FAITH NO MORE: 23.10 – 00.40 |
I Faith No More, band importantissima, che con la propria comparsa ha influenzato lo sviluppo del sound successivo dei gruppi arrivati dopo, appoggiandosi su alcune trovate vincenti del coraggioso e originale spirito di ricerca dei Faith No More stessi, sono saliti sul palco principale poco dopo le undici di sera. Il palco era piuttosto piccolo, per essere il main stage di un festival, ma d’altra parte era una cosa graditissima, perché così la band era vicina al pubblico, che si è riversato sotto il palco in massa, in un numero che ha superato pericolosamente le 15.000 persone.
In una scaletta vivace ed emozionante, segnata da alcuni dei momenti più forti della carriera, hanno infilato parecchie cover strampalate di brani di artisti famosi. Hanno aperto il concerto con una Reunited quanto mai “alla Faith No More”, originale del duo Peaches&Herb. Una melodia tranquillissima e dolce per le orecchie, con un titolo azzeccato, che riassumeva in breve il grande fatto: il 25.02.2009 i Faith No More hanno annunciato ufficialmente il ritorno della band nella stessa identica formazione che 11 anni prima della reunion si era esibita per l’ultima volta. Ovvero: Mike Patton (voce), Billy Gould (basso), Mike Bordin (batteria), Roddy Bottum (tastiere) e Jon Hudson (chitarra)!
Mike Patton si è unito agli altri membri sul palco un attimo dopo, nei panni di un vecchio storpio con il bastone in mano. Quando la luce lo ha preso in pieno, però, Patton non sembrava più un vecchietto, ma piuttosto un padrino mafioso strabico. L’intero quintetto era vestito con completi neri di serie. Dopo un breve riscaldamento l’area si porta in un attimo alla giusta temperatura di lavoro, quando la band vomita fuori From Out of Nowhere (“The Real Thing”, 1989). Patton si scatena sul palco, e la folla davanti a lui impazzisce letteralmente. Più gente, cerchi di mosh pit più grandi. Anche stavolta un po’ di stalloni, a una quindicina di metri dal palco, provocavano e non vedevano l’ora di mettersi a sbattere gli altri con i loro corpi impastati di sabbia. Per l’occasione, naturalmente, in versione “topless”.
L’energia è affascinante, la massa di gente accompagna i Faith No More nei versi, segue ciecamente i gesti di Patton. Patton non ha perso un briciolo di fascino, di potenza vocale e della sua tipica estroversione da palco! In pratica quest’uomo è un generatore di potenza fuori dal comune, che fa girare gli ingranaggi dei Faith No More sui palchi. Con sguardi di fascino demoniaco ha stregato i presenti, che durante lo show gli mangiavano diligentemente dalla mano. La polvere iniziale non si è ancora posata del tutto che la band prosegue con l’ottima Land Of Sunshine, che forse avvicina ancora più direttamente le caratteristiche della musica dei Faith No More. Una postura ritmica ruvida, spessa e voluminosa, funkeggiante, al galoppo, del tandem Gould – Bordin, con una “sega” di riff semplice ma penetrante della chitarra da una parte e tastiere altrettanto sublimi dall’altra, che danno al sound dei Faith No More un look particolare, per non dire vagamente post apocalittico. Soprattutto quando a tutto questo si aggiunge uno stravagante Patton! Geniale! I ragazzi non conoscono ritirata nemmeno con Caffeine, quando Patton salta giù dal palco e si avvicina del tutto alla prima fila, per poi calmare le teste surriscaldate dell’euforica frittura di massa sulla spiaggia con il brano Evidence.
Con un repertorio che abbraccia tutti e quattro gli album dell’era Mike Patton, la band ha guidato il concerto attraverso ondate che comprendevano momenti tranquilli, dove il dono innato di Patton nell’interpretazione e nel porgere i versi è venuto fuori ancora di più. Sono stati momenti come il brano Easy, cantato da tutta la spiaggia! Un quadro simile, ma con un’altra vibrazione, i Faith No More l’hanno dipinto dopo aver, per Easy, acceso il pubblico a tutta forza con quello che probabilmente è il loro hit più famoso, Epic.
I Faith No More hanno confermato senza sforzo che in undici anni non hanno dimenticato come si crea l’unica e inimitabile magia da palco del loro marchio musicale, cosa dimostrata in particolare da brani come Midlife Crisis, Last Cup Of Sorrow, Ashes To Ashes o King For A Day. La band ha chiuso lo show in modo molto interessante, scegliendo la calma Just a Man, dove ha fatto crescere l’atmosfera in modo magistrale. Patton è incredibile! Un camaleonte. Dalla sottigliezza “soul” piena di sentimento di Easy, Evidence o Just a Man, si trasforma in un vero diavolo da palcoscenico quando i Faith No More attaccano Cuckoo for Caca e Patton tira fuori dalla gola trucchi vocali semplicemente impossibili. Verrebbe da dire che Patton con gli anni è addirittura cresciuto e maturato, sia nell’interpretazione che nella recitazione sul palco. È una figura da palco unica, che offre un approccio inimitabile.
Nel bis la band è partita prima con la Chariots Of Fire di Vangelis, che in realtà è scivolata senza farsi notare nella fantastica Stripsearch, e i Faith No More, ovviamente, non potevano evitare il loro grande successo We Care A Lot dell’era iniziale di Mosley, con cui hanno chiuso il loro spettacolare show.
Il suono della band durante il concerto era ottimo, anche se il vento dal mare ogni tanto se lo portava via un po’. Un’ora e mezza forse è meno di quanto ci aspettassimo, ma bisogna tenere presente che si tratta del primo tour europeo dei Faith No More dopo la reunion, con cui la band “tasta” ancora il terreno sotto i piedi, verifica quanta popolarità presso il pubblico è riuscita a mantenere dopo tutti questi anni di pausa, e un tour orientato soprattutto ai festival, dove un minutaggio così per il repertorio è del tutto normale.
Così si è chiuso il concerto di una band la cui reunion, quest’anno, è considerata una delle più importanti dell’intero pianeta rock! Con questo show i Faith No More hanno dimostrato di invecchiare come il vino. Più sono vecchi, meglio vanno. Speriamo solo che i Faith No More restino insieme e magari in futuro si mettano a registrare nuovo materiale in studio e a organizzare nuovi tour. Dall’indimenticabile esperienza di Burgas la strada, insieme alla band, ci ha portati a Bucarest, in Romania, ma questa è già un’altra storia di RockLine, quindi resta con noi in questa avventura!
foto: Mia Milharyčič
Noi fotografi accreditati siamo stati costretti, nonostante avessimo il photo pass al collo, a fotografare tutte le band direttamente dal pubblico. Per fortuna Sandi Maver (manager degli Elvis Jackson, anche nella foto) è riuscito a convincere i buttafuori, che alla fine mi hanno lasciata passare sotto il palco. I Faith No More invece li ho fotografati dal pubblico, ai margini del moshpit, gli altri membri della band non sono riuscita a immortalarli, perché la follia era troppa. – Mia
Scaletta
ELVIS JACKSON:
1. Against The Gravity
2. Wake Me Up
3. My Beer
4. Dry Your Tears
5. Dreams
6. Morning
7. Get Up!
8. Not Here To Pray
9. Hawaiian Club
10. Rangeros
11. Go Elvis
12. Raining Blood (Slayer, intro)
13. Smoke The Herb
FAITH NO MORE:
1. Reunited (cover di Peaches & Herb)
2. From Out of Nowhere
3. Land of Sunshine
4. Caffeine
5. Evidence
6. Surprise! You’re Dead!
7. Last Cup of Sorrow
8. Cuckoo for Caca
9. Easy (cover dei Commodores)
10. Epic
11. Midlife Crisis
12. I Started a Joke (cover dei Bee Gees)
13. Let’s Lynch the Landlord (cover dei Dead Kennedys)
14. The Gentle Art of Making Enemies
15. King for a Day
16. Be Aggressive
17. Ashes to Ashes
18. Just a Man
—bis—
19. Chariots Of Fire (Vangelis, intro)
20. Stripsearch
21. We Care a Lot
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