Pro-Pain, un’ora di tempesta a Metelkova (2009)

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Autore: Aleš Podbrežnik

Luogo: Gala hala (Metelkova) / Lubiana / Slovenia
Data del concerto: 03.09.2009
Numero di presenze: 70
Prezzo del biglietto: 18,00€ / 22,00€

È arrivato settembre. L’inizio di tutto ciò che è nuovo. I bambini devono tornare a scuola, la gente dopo le ferie al lavoro, le band in tour da headliner. Il grosso della stagione dei festival è quindi chiuso anche per il 2009. A portare in Slovenia questa nuova era sono stati i leggendari hardcore punk newyorkesi Pro-Pain, i cui concerti, come sempre, sono una dimostrazione estrema di forza bruta, velocità, attacco frontale e sfogo violento di una rabbia sfrenata, alimentata da questo quartetto unico nella sua espressione musicale. La band è speciale sotto ogni aspetto, ben oliata e, anche dopo quasi 20 anni di attività, indistruttibile. Dopo la visita dell’anno scorso al festival MetalMania Open Air a Komen, ecco un’altra occasione per rivivere l’inconfondibile battito dei Pro-Pain in un’atmosfera più intima, nella saletta della Gala hala a Metelkova, a Lubiana.

IN THE CROSSFIRE: 20.15-20.45 

Gli In The Crossfire sono un’ottima formazione hardcore di Laško, in giro dal 2003. Credetemi, io ai concerti ci vado un bel po’, eppure non li avevo mai beccati. Evidentemente non sono dei frequentatori assidui dei palchi. I membri della band sono musicisti con esperienza, rodati. Gli In The Crossfire hanno un carattere tutto loro, riconoscibile. Sono un quintetto compatto e ben affiatato, che alla Gala hala ha goduto di un’ottima messa a punto sul palco. Un piacere ascoltarli. Il cantante Vladi ha un bel timbro quando si butta sul canto estremo. Non scende troppo, fino a scivolare nel growl death metal, e non sale nemmeno fino a sfiorare qualche urlo stridulo da spaccare i timpani. I pezzi hanno una bella dose di ritmi medi e rotolanti, dove il taglio e il colore della voce funzionano particolarmente bene e contribuiscono a creare un’atmosfera pesante, soffocante, cupa, che è quasi più vicina alle band death metal o anche doom metal che alla media delle band col suffisso “core”. In fondo gli I.T.C. sono hardcore fino al midollo. Gli ottimi mezzi li hanno coronati con un’esecuzione perfettamente coordinata di un materiale che richiede anche un cambio spiritoso tra ritmi di base e riff. A fine settembre uscirà finalmente il debutto della band, da cui abbiamo sentito praticamente tutti i pezzi. Un bel po’ di polvere l’hanno sollevata la scatenata See You In Hell e soprattutto NWO, con cui i ragazzi hanno chiuso un’esibizione convincente e carismatica. Probabilmente non era il loro massimo, visto che non suonano molto, ma se gli dessero la possibilità di fare un vero tour, credetemi, gli In the Crossfire hanno un potenziale di crescita davvero tosto. Sono una macchina ben oliata, che sul palco funziona in modo molto credibile e convincente, dietro a quello che fa. Nel riffing e nell’uso della doppia cassa si sentono di sicuro influenze death metal, che mettono gli In The Crossfire in una posizione speciale nella scena hardcore slovena!

VENGINCE: 21.15-21.45

I Vengince hanno appena pubblicato il secondo album in studio. La loro particolarità è che in formazione hanno le tastiere. Anche se il tastierista si occupa per lo più dei cori, comunque. La band suona una specie di variante metal moderna che deve parecchio alle basi core. La voce è su registri estremi, molto più alti rispetto ai valorosi predecessori sloveni. Estremamente brutale e feroce, con l’impeto aggressivo di una turbolenza, di un attacco di artiglieria riffistica e ritmica alla velocità della luce. Poi però, all’improvviso, può arrivare un ritornello con voce pulita, che si porta via un bel po’ di quell’aggressività credibile che la band aveva appena sprigionato nella sala: qui si può avvertire anche il velo delle tastiere sullo sfondo (Failure To Flee). Secondo me è la cosa che alla band fa meno bene. Certo, è chiaro che i ragazzi non vogliono somigliare all’orda di band da Suicide Silence a Becoming The Archetype, ma nel core e negli approcci metal moderni con voce estrema, mescolare voce pulita con un eccesso di melodia non c’entra niente. Ragazzi, non diventate per caso dei Bullet For My Valentine! Però qualcosa c’è. Dai ragazzi grondava sudore a fiumi. Hanno suonato con tutta la forza che avevano e vederli sul palco è stato un gran piacere, anche se la maggior parte del pubblico ha ignorato la band da lontano, in attesa dei Pro-Pain.  Abbiamo vissuto ancora un momento interessante di crossover in Torch The Trophy, con un’intro di tastiere black metal e un infernale martellare di doppia cassa, con i compiti vocali divisi tra cantante e tastierista, e di nuovo del canto pulito in uno dei passaggi. Un pezzo con una bella dose di sperimentazione. Anche i Vengince hanno dato il massimo e messo in scena uno spettacolo sicuro e soprattutto sudatissimo. Un’altra cosa! I Vengince usano chitarre a sette corde accordate più in basso, così il muro sonoro dei riff nel loro suono live risalta ancora di più.

DRONE: 22.00-22.40 

I Drone sono degli affascinanti metallari estremi tedeschi che, nei loro riff, devono molto a Machine Head e Pantera. Nei passaggi dei loro pezzi infilano abbellimenti melodici di armonie a terzine, più europei, anzi direi più tedeschi, che farebbero sorridere perfino il nostro caro vecchio Michael Schenker. A funzionare soprattutto è la voce principale del chitarrista Mutz, che ha un colore particolare. È estrema, penetrante e, nel tirare fuori tutta la gutturalità orecchiabile sui registri medi, molto efficace. La band inutilmente volta i ritornelli verso un’impostazione più morbida, concentrandosi qui sull’uso di voci pulite, un vero peccato per lo sviluppo di quell’aggressività così piacevole e di quell’arroganza senza compromessi della loro rabbia riffistica, che nei pezzi avevano costruito prima in modo tanto convincente.  Quindi ragazzi! Le voci melodiche e pulite (piagnucolose!) dovete assolutamente toglierle dal menu. Per il resto, un suonato pazzesco, di un’intesa reciproca incredibile, con una sfilza di riff spiritosi che non può non aver affascinato tutti i fedelissimi dei Machine Head. Col cuore, a fiumi di sudore e con un’ottima coesione, i Drone si sono presentati come una squadra super compatta e affidabile, che è un vero piacere seguire sul palco. Pezzi come Theopractical e Welcome To The Pit hanno spazzato via l’anima dal corpo! Una piccola presa in giro se la sono concessa quando, all’inizio di uno dei brani, hanno suonato a modo loro il riff principale di Eye Of A Tiger, l’hit dei Survivor. Con il terzo album in tasca, intitolato “Juggernaut”, e live così intensi come quello che ci siamo goduti a Lubiana, i ragazzi sono decisamente sulla strada giusta verso la notorietà generale.

PRO-PAIN: 23.30-00.30 

Cosa dire di una band che stavolta, con la sua visita in Slovenia, ha un po’ deluso? È difficile trovare un cuore più sincero di quello che batte nel petto di Gary Meskil, inconfondibile boss, bassista e cantante della band. Ogni volta che questa figura carismaticissima sale sul palco, si pianta a gambe larghe dietro l’asta del microfono, comincia a strappare e scavare tra le corde del basso e intanto ringhia furioso con la sua voce estrema che detona a un miglio di distanza, non c’è coraggioso che non gli riservi almeno un pizzico di timore reverenziale. La band è unica e, in una carriera lunga ormai quasi 20 anni, sviluppa un approccio tutto suo alla scena hardcore di New York, dove si sentono un telaio garage punk e rock ‘n roll con forti inclinazioni verso il riffing thrash metal. Il tutto, in combinazione con una sezione ritmica voluminosa e una doppia cassa che comanda, porta l’atmosfera “groove” che è il loro marchio di fabbrica!

Stavolta la band ha tirato un po’ per le lunghe prima di salire sul palco, presentandosi quasi mezz’ora dopo l’orario annunciato all’inizio. Alle 23.30 finalmente si oscura la sala della Gala hala! Aspettiamo ancora l’intro registrata e la band sfonda con Three Minutes Hate. I ragazzi, oltre al nuovo album “No End In Sight” (2008), in questo tour presentavano anche il nuovo batterista, Rick Halverson. Sotto il palco finalmente si è scatenato il finimondo, le mani sono volate in aria, qualche testa calda tra le più scatenate si è data da fare nei mosh pit e poi si è lasciata andare al punto da regalare un paio di bellissimi stage diving, senza scosse telluriche causate da eventuali atterraggi di fortuna dei partecipanti. A chi non verrebbero i lampi agli occhi con i colpi orecchiabili di Fuck It, UnAmerican o In For The Kill, attraverso cui i Pro-Pain hanno fatto rotolare il loro show? E perché allora lo show non ci ha entusiasmato come ci aspettavamo? Bis compreso, è durato infatti poco meno di un’ora. Ehi?

La colpa è probabilmente da attribuire alla scarsissima affluenza, eravamo a malapena una settantina. È piuttosto triste e, per spiegare questo fenomeno sloveno di non andare ai buoni concerti di qualità, servirebbe un Einstein intero. Non che la gente sia sazia di tutto. Questo lo possono dire altrove, a nord e a ovest di noi in Europa, e perfino a sud e a est, il che è, purtroppo, una realtà tristissima. Il punto è soprattutto che la gente va ai concerti per bere e per far casino, per mettersi in mostra, molto meno per ascoltare la musica, ascoltare la musica nel senso di identificarsi più a fondo con essa, chiamiamolo un identificarsi da fan, da sostenitore, che già solo in Germania è una costante. E come se l’ironia non bastasse, non è lontana nemmeno l’ipotesi che nel frattempo l’intera nazione slovena si sia già affilata ben bene i denti per l’arrivo di Josh Stone, il 4.9.2009, che suonerà del tutto gratis in mezzo a Lubiana, per spendere i soldi che di norma andrebbero ai biglietti dei concerti, piuttosto, in ettolitri di alcol. Siamo fatti così, noi sloveni, e a dirla tutta c’è di che vergognarsi parecchio. Preferiamo restare a casa, sbronzarci lì, piuttosto che pagare il biglietto e sbronzarci al concerto. Costa di più, no? Babbei.

Nonostante questo triste dato di fatto, il manipolo di fedeli seguaci del “groove distorto” ha messo in scena insieme ai Pro-Pain un fantastico mix di sbattimento sotto il palco, carico di dinamite, che purtroppo non è durato a lungo, ma la presenza dei Pro-Pain ha di nuovo giustificato la fama di una delle band più energiche dell’era umana, che spara a pieni colpi sul suo pubblico. Let the Blood Run Through the Streets è stato l’unico pezzo del nuovo album “No End In Sight” (2008) che abbiamo sentito, e la band ha suonato (purtroppo troppo breve) una scaletta mista di materiale vecchio e nuovo, infilando, oltre a quelle già citate, tra le altre anche Can You Feel It?, No Way Out, Full Taste Of Freedom, Make War (not Love), Get Real, All For King George, Shine.

I Pro-Pain hanno quindi suonato uno show breve e carico di un’energia entusiasmante, che ha tenuto tutto il pubblico in tensione e sempre con la band, a belare insieme a lei l’alfabeto primordiale dell’unicità Pro-Pain. Che ha confermato che i ragazzi sono in forma smagliante e che la voce di Gary è ancora incredibilmente resistente! Spero, e auguro ai ragazzi, solo una cosa: che altrove nel pianeta trovino più gente ai concerti. Colgo l’occasione per ringraziare anche il cuore coraggioso e incrollabile del promoter locale Dirty Skunks, che continua a sostenere la buona musica e naviga inarrestabile controcorrente rispetto alle correnti distruttive della musica mainstream. La grande maggioranza, al suo posto e soprattutto in Slovenia, avrebbe mollato da un pezzo!

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