Last Look At Eden
Autore: Aleš Podbrežnik
Artista: Europe
Etichetta: Ear Music Records
Uscita: 2009
Durata: 47.15
Voto: 2.5/5
Il terzo album dopo la reunion degli hard rocker svedesi Europe non porta niente di nuovo. Né per la massa che lo aspetta con impazienza, né per la band, anche se quest’ultima è ben lontana dal pensarla così. Grazie a Dio la band ha una gran fiducia in se stessa, anche se da qui alla testardaggine, che può fare più danni che benefici, il passo è breve.
“Last Look At Eden” è un album che ti fa capire subito che gli Europe da “teenager” sono cresciuti ascoltando Deep Purple, Rainbow, UFO. I pezzi seguono infatti uno schema scritto secondo il vecchio principio hard rock: due pre-ritornelli, due ritornelli, una parte strumentale centrale e la ripresa del ritornello. In passato gli Europe si sono dimostrati arrangiatori eccellenti, e la loro produzione dei tempi d’oro resta immacolata e grandiosa. Non gli mancano di certo il know-how, la forza e la capacità di costruire un riff di chitarra, metterci sotto un solido tappeto ritmico e arricchire tutto lo sfondo con la magnificenza di melodia, emozioni e, naturalmente, ondate dinamiche, quando entra in gioco il ben noto approccio del cantante Joey Tempest da una parte e delle tastiere dall’altra.
Fin qui tutto ok, tutto assolutamente ok. Sarebbe un disco fantastico, se… Gli Europe non avessero già pubblicato due album molto simili prima di questo. Il problema del disco è che anche dopo dieci e più ascolti suona monodimensionale, i pezzi sono uno uguale all’altro. La gran parte di questa critica va alla produzione punkeggiante, che il nome Europe non si merita, anche se ovviamente la band la pensa in tutt’altro modo. Le chitarre sono letteralmente tagliate e i riff non sprigionano la minima energia. Fermiamoci un attimo su Catch That Plane. Ha un riff vecchia scuola, che non nasconde minimamente come i ragazzi abbiano scoperto molto presto l’album “In Rock” dei Deep Purple. E allora? L’unione del suono d’organo con il riff di chitarra viene lasciata a una produzione punk da autodidatti, che impone un’evidente sbavatura della chitarra, mentre negli assoli si sente un uso pesante del wah-wah che rovina ulteriormente il suono. Non funziona, in qualche modo. Fa proprio male quando il grande John Norum sgancia magistralmente qualche assolo che, con una produzione così sporca, non brilla per niente. Non decolla, ti ammazzi e ti sforzi in tutti i modi di cercare quella magia che ti dovrebbe cullare sottopelle e risucchiarti nel vortice del mondo unico della band.
Due punti dell’album dal grande potenziale musicale a livello di arrangiamento, come No Stone Unturned o Last Look At Eden, piantano l’ultimo chiodo nella bara del disco, quando ascoltandole inizi a pensare che pezzi eccezionali potrebbero essere, se gli Europe avessero girato le manopole in studio in modo decisamente diverso (hanno una produzione troppo debole)! Con una produzione così viene da chiedersi se la parte introduttiva di tastiere sull’album sia davvero necessaria e, in generale, se per gli Europe abbia ancora senso usare le tastiere. Primo, in questa nuova produzione non raggiungono l’effetto desiderato di costruire una tridimensionalità sonora e, secondo, non intensificano nessuna atmosfera. Tutta l’attenzione la si prende il riffing dissonante di Norum, che però non ha volume, né spessore, né rumore, né possessività, né arroganza. È come afferrare sabbia del deserto che scivola lentamente tra le dita della mano. Così restano vuote anche le sensazioni durante l’ascolto del nuovo album degli Europe.
Come detto. Non è un brutto album, se conosci, o meglio se scopri per primo, solo questo album degli Europe. Per tutti voi che conoscete la discografia della band, invece, non ci sarà inganno, quando ogni brano, uno dopo l’altro, vi lascerà a testa fredda. Anche Tempest resta per lo più su medie altezze prevedibili, anche se con la voce può ancora fare “miracoli” pure sulle note alte! Di proposito. Così l’album guadagna ulteriormente (per gli Europe!) un accento punk quanto mai respingente. Ci sono tante band hard rock che si sono sciolte nella prima metà degli anni novanta lasciando un segno forte sulla mappa del rock. Poi si sono riunite in età matura come gli Europe. E tra loro, una dopo l’altra, è dura trovare la luminosa eccezione che raggiunga il livello qualitativo dei vecchi album, quando c’erano l’identità della band, l’ispirazione, la voglia creativa. Eccezioni luminose sono ad esempio i Tesla con entrambi gli album “post ritorno”, “Into The Now” (2004) e “Forever More” (2008), dove sono riusciti a combinare con successo il moderno e la vecchia scuola. Consiglio ai ragazzi degli Europe di prendere i Tesla come esempio nella ricerca dell’identità persa ormai da un pezzo. “Last Look At Eden” è un bel disco rock, a bassa intensità, che dimostra che gli uomini maturi se la passano bene, che non si annoiano nei piacevoli ritrovi in studio e che riempiranno di nuovo i palazzetti grazie alla gloria dei loro vecchi successi. Se i vecchi marpioni non si annoiano, il prodotto finale annoia eccome! Buttiamo quindi un ultimo sguardo al paradiso. Alla lettera.
Formazione
Joey Tempest – voce
John Norum – chitarra
Mic Michaeli – tastiere
John Leven – basso
Ian Haugland – batteria
Produzione
Tobias Lindell & Europe
Tracklist
1. Prelude
2. Last Look at Eden
3. Gonna Get Ready
4. Catch That Plane
5. New Love in Town
6. The Beast
7. Mojito Girl
8. No Stone Unturned
9. Only Young Twice
10. U Devil U
11. Run with the Angels
12. In My Time