LaiBach Bach Bach Bach Bach (2009)

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Luogo: Izbruhov bazen, Kranj
Data del concerto: 11.09.2009
Numero di spettatori: 100
Prezzo del biglietto: 15 €

“Suonare Bach è facile: basta aprire il programma giusto sul computer e Bach si suona da solo.” Laibach

Il concerto, annunciato per le 22 circa, è partito con quasi 2 ore di ritardo. Nel frattempo ci siamo goduti la musica originale di Johann Sebastian Bach in sottofondo e, in attesa dei possenti ragazzi di Trbovlje, ci siamo bevuti l’atmosfera e, ovviamente, anche qualche bevanda rinfrescante. L’Izbruhov bazen di Kranj è un rifugio piacevolissimo, dove il posto migliore per godersi l’acustica è in cima al ponticello di legno costruito per tutta la larghezza dell’ex piscina. Ovviamente è stato anche il primo a riempirsi.

Sapevo che stavolta mi aspettavano i Laibach senza il loro cantante, e avevo sentito perfino storie da brividi su come un loro concerto dedicato ai capolavori di Bach possa spingerti sull’orlo della disperazione e lasciarti psicologicamente a pezzi. In effetti, durante il concerto lo spazio davanti al palco si è svuotato parecchio, perché questa non è affatto musica da ballare o da svago, ma un viaggio meditativo attraverso territori più o meno tenebrosi del conscio e dell’inconscio. I Laibach si sono presentati con gli pseudonimi Eben, Salinger, Dachauer e Heller, e come ospite speciale hanno citato, naturalmente, il maestro Bach in persona. Per me è stato un vero spettacolo vedere all’opera Iztok Turk, un autentico mago del suo Mac della Apple.

Nell’originale L’opera di Bach non era scritta per nessuno strumento in particolare, perciò i Laibach hanno pensato bene di affrontarne la rielaborazione con i computer. Sabato abbiamo sentito generi musicali diversi: dall’elettronica sperimentale, che mi ha riportato un po’ al concerto di J.M. Jarre dell’anno scorso alla Hala Tivoli di Lubiana, fino a sfumature jazz e a una musica classica con un tocco di archi; l’ultimo pezzo, invece, è stato eseguito in una forma quasi puramente d’organo (ovviamente con le tastiere).

Un capitolo a parte dell’atmosfera del concerto sono le proiezioni tematiche su due schermi, dove si è susseguita una serie di immagini astratte di meccanismi e trame ripetitive (perpetuum mobile, gli ingranaggi di un gigantesco meccanismo d’orologio, l’interno di un organetto a manovella, il funzionamento di un motore a due tempi, un fumo rosso che si mescolava, un pentagramma che a poco a poco veniva sostituito da formiche ingrandite: insomma, una sequenza di immagini in movimento molto allucinogena e soprattutto cupa). L’ultimo pezzo sembrava quasi una preparazione alla messa della domenica, perché suonava del tutto da organo, e per tutto il tempo sugli schermi dietro il gruppo pulsavano croci grigie e nere di ogni tipo (e perfino qualche svastica, se guardavi bene).

Per la prima volta mi è capitato di vivere un concerto più dal lato razionale che da quello emotivo. Forse ha contribuito il fatto che sabato i Laibach hanno presentato di nuovo i brani dell’album Kunst der Fuge, che raccoglie le rielaborazioni dei contrappunti di Bach, i quali funzionano come una specie di linguaggio matematico, come una serie di complessi algoritmi matematici resi in forma sonora. Non ho percepito emozioni eccessive nemmeno da parte dei membri del gruppo, saliti sul palco in anonime divise nere, che hanno sfoderato con la massima routine il loro show di 60 minuti, senza comunicare con il pubblico durante il concerto e quasi senza nemmeno guardarsi tra loro. Il pubblico, in un paio di occasioni, era addirittura in imbarazzo sul fatto se applaudire o no tra un brano e l’altro. Questa mancanza di contatto con chi ascolta si può probabilmente attribuire anche all’assenza del cantante Milan Fras, che aspettiamo con impazienza al Kino Šiška.

foto: Robi Lipej

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