Paranoid Open Air 2009 – il secondo giorno (2009)
Autore: Rok Klemše
Luogo: Ljubečna, Celje
Data del concerto: 13.08.2009
Numero di spettatori: 0
Ah, che meraviglia svegliarsi con la colazione servita a base di birra a metà prezzo e con i First Strike che ti buttano giù dal letto già alle dieci del mattino, in mezzo a una nebbia che starebbe molto meglio a qualche band black. Siccome con il loro mix di hard rock, metal più moderno e voce stile Siddharta non mi avevano convinto, sono andato a lavarmi i denti e a darmi una sistemata per l’esibizione dei grinder di Sevnica Septic Scum. Hanno preso il posto degli austriaci Carignan, che avevano dato forfait, e la sostituzione è stata senza dubbio più che ottima. I ragazzi hanno grindato allegramente fino a mezzogiorno, e la combo di blast beat devastanti, chitarre affilate alla grind e, come se non bastasse, due voci cavernose da urlo è stata un motivo più che valido per far radunare sotto il palco un po’ più di gente. Sui Septic Scum ancora solo questa domanda, con cui li tormentiamo fin dall’inizio: quando esce il disco!?
Era ora di pranzo e, con un calicino di spumante (di luppolo), ci stava a pennello una ricca scelta di proposte gourmet à la carte, con la specialità dello chef: pollo a cubetti gratinato con spezie alla maniera araba, pane croccante e una selezione delle migliori verdure. Ehm… scusate i miei sbalzi, ma scherzi a parte: il kebab, nonostante il prezzo un po’ più alto, era ottimo, e ci hai messo una buona mezz’ora a finirlo; davanti a lui persino Gordon Ramsay starebbe zitto. L’ho digerito con gusto durante l’esibizione dei metallari di Fiume The Scourge, che con una scarica energica di ottimo death/thrash metal hanno fatto sì che dopo il rancio non ci impigrissimo, ma ci scatenassimo nel moshpit e persino in un wall of death. I ragazzi in questo periodo si stanno facendo una bella scorta di chilometri live, e si sente soprattutto nell’ottimo affiatamento; a tratti forse stona solo un po’ la staticità dei membri della band. Ma tutto è perdonato quando da un lato ti piove addosso un passaggio di chitarra micidiale con un fantastico intreccio di riff tra le due chitarre, e dall’altro ti arrivano due voci dinamiche che si rimpallano il chitarrista Matjaž e il bassista Jernej. The Scourge hanno suonato un bel po’ di pezzi dal demo appena uscito e, per salutarci, ci hanno regalato anche una cover dei Pantera.
I Keller, direttamente dalle cantine del Litorale sloveno al palco, hanno messo in scena un massacro thrash nel vero senso della parola. “The German Style!” Qualcosa alla Kreator e ai primi Exodus, con una bella dose di aggressività tutta loro: i Keller sono thrash puro. Ci pensa in prima linea la sezione ritmica, con Vasko al basso, che fa correre le dita sul manico come i carri armati a Kursk, e Vinko dietro alle pelli, devastante come l’artiglieria a Stalingrado. Poi ci sono le due chitarre sparate al massimo, che suonano riff thrash dinamici e vari, taglienti come baionette appena affilate. Il risultato non può che essere mosh, mosh e ancora un po’ di mosh! I ragazzi sono sempre più affiatati di concerto in concerto, e nemmeno i problemi tecnici li fermano quando Martin ruggisce uno di quei pezzi che stanno diventando classici del thrash sloveno. Keller Command!
I diavoli della Tasmania Psycroptic sono stati il primo nome straniero di un certo peso del pomeriggio di venerdì. Come fatto apposta, proprio mentre gli australiani scatenati salivano sul palco, si è aperto il cielo e, visto che noi metallari siamo fatti di zucchero, sotto il palco è rimasto solo un pugno di fan irriducibili. Sul loro ultimo disco, (Ob)Servant, i Psycroptic hanno dimostrato che tecnica e melodia si possono mescolare alla grande, e i ragazzi, guidati dal cantante energico Jason, hanno sparato con sicurezza una buona mezz’ora di metal tecnico infernale. L’occhio cade facilmente su un’altra ottima coppia di fratelli del metal, il chitarrista Joe e il batterista Dave Haley; soprattutto quest’ultimo ha dimostrato perché è uno dei nomi più grossi della batteria, visto che le pelli hanno sofferto parecchio sotto i colpi spietati di David, che non finivano mai. I Psycroptic sono senza dubbio una delle esperienze live più intense, e somigliano più o meno a quel momento di Looney Toones in cui il povero coyote (di nuovo) ci rimette con la trappola piazzata male contro il velocissimo uccello corridore. KA-BOOM!!!
Ogni festival deve avere anche il suo momento no, e a regalarcelo, secondo l’opinione dei più, sono stati gli italiani (chi altri…) Theatres Des Vampires. Nonostante la sicurezza della band, vivace e di buon umore, il gothic metal mediocre e clichè a tema vampiri non ha entusiasmato granché, e probabilmente la maggior parte del pubblico (almeno quella maschile) è andata a vedere la band per la cantante Sonya Scarlet, che ha flirtato con successo con la folla. Sonya e la sua banda di vampiri si sono fermati più a lungo sul disco attuale, Anima Noir, e al look da pseudo-vampiri in pelle e catene si è abbinata alla perfezione anche la doccia di sangue di Sonya. Anche se la band gothic è mediocre e noiosa, bisogna ammettere che Sonya il palco lo padroneggia. Mi chiedo però quante persone (metallari che fanno al caso, eheh) si sarebbero radunate sotto il palco se al posto di Sonya ci fosse stato un cantante con una voce altrettanto mediocre e le forme di Jon Olive…
Una scarica di metal più sostanzioso l’hanno portata i death/grinder Misery Index e poi i re (King of All Kings!) del death metal, gli Hate Eternal. Gli americani si vedono spesso sui palchi europei, perché suonano dal vivo con costanza e dedizione, ma gli Hate Eternal deludono sempre con un suono live pietoso. Davvero non so se i ragazzi siano semplicemente musicisti da studio o se abbiano un fonico del tutto incapace, con orecchie che non hanno mai visto da vicino un cotton fioc. In quel caso gliele potrebbe ripulire a dovere Rutan stesso con uno degli spigoli più taglienti della sua chitarra, eheh. Stavolta però a pensare all’ottimo suono ci ha pensato il nostro Yoldi, e gli Hate Eternal hanno mostrato cosa vuol dire death metal! Blast beat devastanti, assoli demoniaci e il brutale vocione di Rutan, che secondo me durante il concerto è posseduto da Belzebù in persona, perché un growl così non può uscire da corde vocali umane, hanno dimostrato che gli Hate Eternal dal vivo non sono da buttare. Hail Erik Rutan, The Bringer of Storms!
Poi si sono spente le luci e abbiamo aspettato con impazienza una delle band più attese del Paranoid Open Air 2009. A farci visita, infatti, è stato nientemeno che il signor Blaze Bayley, ovviamente l’ex prima sirena degli Iron Maiden, che dopo aver lasciato le Vergini ha proseguito con una brillante carriera solista e da poco ha pubblicato il suo quarto ottimo disco, The Man Who Would Not Die. Proprio su questo album Blaze ci ha puntato l’attenzione quando è piombato sul palco con i primi versi della title track. E cazzo, che show ha messo in piedi Blaze! Vocalmente brilla più che mai, perché ha cantato tutti i pezzi ancora meglio e soprattutto con più sentimento che su disco, ma era evidente che Blaze fosse di umore un po’ strano, e la rabbia più che palpabile ha contribuito a un’esibizione ancora più spietata, senza compromessi ed energica. Con una formazione ringiovanita, fantasticamente affiatata, e due chitarristi con chitarre a sette corde giusto abbastanza profonde per il fenomenale basso-baritono di Blaze, Bayley ci ha portato in fretta attraverso tutti e quattro gli album, fermandosi ovviamente più a lungo sull’ultimo. Cosa in cui non c’è niente di male, visto che è uno dei migliori della carriera solista di Blaze, come hanno dimostrato più che bene pezzi come Smile Back at Death, Samurai e in particolare Robot, con quel ritornello spettacolare “I am, I hear, I see, I feel, I think therefore I am!” Ovviamente non sono mancati classici come Leap of Faith, Ten Seconds e Tenth Dimension, ma Blaze ha deluso un pochino, perché un inno come Stare at the Sun non ce l’ha regalato, e nella sua era Maiden ci ha portato purtroppo solo con Man On the Edge.Di certo non mi sarei tirato indietro davanti a qualche pezzo in più, perché una scarsa ora è volata via fin troppo in fretta, e Blaze è sparito dal palco con la stessa foga con cui c’era piombato. Nonostante tutto, però, dopo il set da headliner dei Candlemass di giovedì, Blaze Bayley ha meritato il titolo di headliner e ha “chiuso” più che degnamente la serata di venerdì.
Dato che noi metallari siamo uccelli notturni, dormire ovviamente non era un’opzione, e per la buonanotte ci hanno pensato i black metaller di casa Naberius. I ragazzi hanno dimostrato ancora una volta di essere nati per il palco e che il black metal alla formazione di Kranj e Lubiana calza a pennello. L’ottimo affiatamento della band e gli inni black metal epici dal fantastico debutto Rebirth of the Blackened Cult, soprattutto la fenomenale Legacy of Winter, sono stati un bel viatico per il giorno successivo del festival.
Foto:
Miha Mally (Blaze Bayley, Naberius)
Rok Klemše (The Scourge, Keller, Psycroptic, Theatres Des Vampires, Hate Eternal, Blaze Bayley)
Scaletta
10:00-10:40 FIRST STRIKE*
10:55-11:35 BAREHANDED
11:50-12:30 SEPTIC SCUM
12:45-13:25 THE SCOURGE
13:40-14:20 BLOODFEAST
14:35-15:15 HOTTY MKKNOTTY
15:30-16:10 KELLER
16:25-17:05 PSYCROPTIC
17:25-18:10 BENEATH THE MASSACRE
18:30-19:15 THEATRES DES VAMPIRES
19:40-20:40 MISERY INDEX
21:10-22:20 HATE ETERNAL
22:50-00:00 BLAZE BAYLEY
00:20-01:00 NABERIUS
Galleria fotografica
















































































