I Deep Purple mantengono il primato sul parquet dell’ideologia rock old school! (2009)
Luogo: Palazzo del Turismo / Jesolo (vicino a Venezia) / Italia
Data del concerto: 11.12.2009
Pubblico: 6000
Prezzo del biglietto: 40 €
I Deep Purple sono clienti fissi dei palchi di mezzo mondo. Rispetto ai coetanei, che i loro picchi creativi (e spesso anche commerciali) li hanno toccati nei primi anni ’70 del secolo scorso, oggi in fatto di attività live faticheremmo a trovare rivali all’altezza. RockLine ha beccato i padrini dell’hard rock venerdì scorso in azione a un tiro di schioppo da Venezia, nella cittadina balneare di Jesolo.
Nonostante l’età invidiabile, i Deep Purple sono ancora in forma smagliante, con l’eccezione di Ian Gillan, la cui voce da tempo non porta più il filo di quella della prima metà dei mitici anni ’70. Stavolta ci soffermiamo un attimo di più proprio sul “migliore amico” di Ritchie. Il fatto che Ian non sia più in grado di sfoderare vertiginose acrobazie vocali non lo ha mai trattenuto dal sottoporre la voce a sforzi eccessivi. Come sappiamo, il celebre urlo di Gillan è stato progressivamente sostituito, nel periodo successivo, da una pallida imitazione del suono di quell’aggeggio metallico che, con l’aiuto del vapore, schiuma il latte nella macchina del caffè di casa. I criteri per la resa finale sono così diventati, anno dopo anno, sempre più flessibili e legati alla forma del giorno del cantante. Comunque sia, Ian non ha mai mollato, e la sua voce ha pagato di conseguenza, fino al punto attuale in cui sembra che il vecchio darebbe un rene senza pensarci due volte pur di riavere quel ruggito, da “bar caffetteria” di cui sopra. Il concerto di Jesolo ha confermato le attese, con un nuovo capitolo dell’agonia del cantante. Nella parte centrale della tessitura, cioè nella maggior parte delle strofe, Ian se l’è cavata senza troppo tendere i muscoli del viso; questi si sono fatti notare di più solo nel ritornello di “Sometimes I Feel Like Screaming”, dove la scelta di abbassare la linea vocale di una terza è sembrata l’unica alternativa (sana).
Il concerto di venerdì ha ribadito ancora una volta la vecchia regola dei Deep Purple, secondo cui i cambi radicali di formazione non hanno mai davvero messo in pericolo l’equilibrio collaudato all’interno della band. I Deep Purple sputano fuoco ancora oggi sulle ali di una dinamica straordinaria e di un legame di contenuto tra l’attacco instancabile della chitarra e la reattività velenosa dell’organo Hammond. È la classica tecnica comunicativa da vecchi rocker, la cui magia resta sfuggente, anzi inafferrabile, per le generazioni più giovani di musicisti. Don Airey, in particolare, è cresciuto parecchio negli anni in termini di originalità improvvisativa. Se ricordate, ai due concerti al Tivoli Don sembrava tutt’altro che sciolto, e i suoi compiti a tratti parevano scritti in anticipo. Qua e là qualche eruzione di tecnica sopraffina, e naturalmente non poteva mancare l’immancabile momento solista, di norma riservato alla ricostruzione fantasiosa di qualche melodia di Mozart o del solito Beethoven. Così va il mondo: l’ombra di Lord, evidentemente, veglia ancora su ogni mossa dell’ex compagno ai tempi dei Rainbow, anche dopo la sua uscita di scena. A giudicare da quello che si è visto a Jesolo, Don si è finalmente scrollato di dosso il peso e la rigidità che arrivavano in pacchetto con lo status di tastierista a noleggio. Anzi! Don è stato spesso il primo a premere sull’acceleratore nell’interpretare i più grandi pezzi da novanta dei Purple: il vecchio ha brillato com’era ovvio su “Lazy”, su “Thing I Never Said” è presto finito in una bella scazzottata con Morse, e la sua introduzione tematicamente variegata a “The Battle Rages On” ci ha regalato perfino qualche accenno della celebre ouverture di Mr. Crawley. Il momento solista di cui sopra, ovviamente, non poteva mancare, solo che stavolta l’asse tedesco-austriaco è stato sostituito da uno spassoso collage musicale dei cavalli di battaglia di Grieg.
La macchina dei Deep Purple è rodata in ogni dettaglio: è praticamente impossibile immaginare una situazione capace di far deragliare questi dinosauri del rock & roll. L’ottima resa sonora del palazzetto di Jesolo ha solo sottolineato l’intensità di quanto accadeva sul palco, che girava attorno a un’energica e spesso inaspettatamente ispirata carrellata sui quarant’anni di carriera della band. “Highway Star”, a quasi quattro decenni dalla nascita, resta ancora dinamite hard rock, una vera orgia succosa di brillantezza musicale, oppio per legioni di dipendenti dal vecchio rock che sapevano benissimo perché erano venuti. I Deep Purple hanno infilato nello show anche qualche capitolo non proprio scontato della loro sterminata storia, come quel motivetto dimenticato dal mondo di Perfect Strangers, Not Responsible, mentre la piacevole sorpresa è stata la resurrezione di “Wasted Sunsets”. I picchi del resto del repertorio se li sono divisi con grazia gli immancabili “Strange King Of Woman” e “Fireball” (su quest’ultima un Airey ispirato si è preso in prestito per un attimo qualche passaggio da Il volo del calabrone), mentre dall’omonimo album è piombata su di noi, in assetto da sbarco di prima classe, anche “No One Came”. Steve Morse si è “scatenato” ancora una volta alla grande su “Well Dressed Guitar”, che resta il campo di prova ideale per una degustazione delle prodezze a dita veloci del chitarrista. Ancora una volta energico, fantasioso ed entusiasmante! Aspettarsi qualcosa di davvero nuovo sarebbe stato fuori luogo solo nel finale della serata, cioè nel grande climax che si avvicinava inarrestabile. Quest’ultimo è risuonato, senza deviazioni improvvisate, sulle note del collaudato trio “Hush”, “Black Night” e, naturalmente, “Smoke On The Water”.
L’affluenza proverbialmente alta ai concerti dei Deep Purple, a ben vedere, non sorprende nemmeno, soprattutto se pensiamo che oggi le occasioni di godersi il vero gioco dei vellutati suoni Hammond e dei riff di chitarra inconfondibili sono rare. La dipendenza dall’assaggio della cucina rock classica è semplicemente troppo forte, e la bontà del suo sapore, a quanto pare, non può rovinarla nemmeno l’assenza di Ritchie. Discutere delle conseguenze dell’assenza di Blackmore è diventato negli anni del tutto inutile, e anche noi, i più accaniti fan di Ritchie, dobbiamo ammettere che Morse si è sistemato comodamente al posto del suo successore. Agli occhi del pubblico esigente dei Deep Purple, Steve negli anni ha accumulato una montagna di credito, e lo stesso vale per lo spirito indistruttibile di Don Airey. Se in mezzo ai due ci mettiamo anche l’insostituibile vecchio abitante del posto Ian Paice, otteniamo il terzetto che oggi ha senza dubbio più merito nel preservare lo status musicale eminente che l’istituzione Deep Purple coltiva da ormai più di 40 anni.
Foto: Mojca Perdih
Scaletta
1. Highway Star 2. Things I Never Said 3. Not Responsible 4. Strange Kind Of Woman 5. Wasted Sunsets 6. Rapture Of The Deep 7. Fireball 8. Contact Lost 9. Sometimes I Feel Like Screaming 10. The Well Dressed Guitar 11. Pictures Of Home 12. Lazy 13. No One Came 14. The Battle Rages On 15. Space Truckin’ 16. Smoke On The Water —bis— 17. Hush 18. Black Night
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