Terry Evans, maestro del blues e del soul vocale, chiude in grande stile la stagione blues (2010)
Luogo: Jamski dvorec / Postumia
Data del concerto: 25.03.2010
Pubblico: 250 persone
Prezzo del biglietto: 14 €
Va così: prima o poi ogni cosa deve finire. E ieri, furtiva come un rompighiaccio sovietico, è arrivata anche la chiusura della sesta stagione del Postojna blues festival. Con almeno due mesi di anticipo! Sul palco del Jamski dvorec è salito Terry Evans con il suo compare. Per chi il nome non lo dice niente, chiariamo subito che parliamo di un signore dal pedigree musicale di tutto rispetto. Lo trovate in un disco di John Fogerty, e nell’elenco dei suoi ex collaboratori figurano pure Ry Cooder e John Lee Hooker. Terry Evans il suo nome non se l’è fatto suonando la chitarra. Il suo asso nella manica è una voce eccezionale, piena di strati, con cui padroneggia tutti i territori del soul, del blues e del gospel. C’è davvero bisogno di aggiungere altro?
Evans è in realtà un vero piccolo eccentrico vocale (detto, ovviamente, nel miglior senso possibile). La sua voce sbatacchia come una raganella, si attorciglia e poi si riavvolge in un’infinità di sfumature. Che Evans sia un “discendente” della generazione soul, blues e gospel lo si capiva ieri dall’eco continuo di curve vocali rigorosamente “nere” e rotonde, con cui ci ha servito da sgranocchiare una consegna a ciclo continuo di standard blues masticati e rimasticati in lungo e in largo: dall’opener di Johnson, ben accolto e condito di slide, “Cross Road Blues”, a “It Hurts Me Too” di Elmore James, fino a “Before You Accuse Me” di McDaniel. Il compito di Evans era insomma tutto fuorché facile. Non a caso lo zio si è “cinto i fianchi” con i servigi di un chitarrista eccellente, un certo Joe Colombo. Parliamo di un maestro della tecnica slide, con un senso ben sviluppato per l’uso del resofonico, con cui il ragazzo se n’è andato a zonzo, disinvolto, lungo le rive del Mississippi. Joe abita dalle parti del delta blues, probabilmente proprio in qualche “quartiere” di Eric Sardinas, anche se va detto che da quest’ultimo lo separa una maggiore anima nel modo di suonare. Significa, semplicemente, che il ragazzo, a differenza dell’altro, evita più spesso di affidarsi all’ardore delle manovre slide. Queste ultime, naturalmente, hanno comunque avuto la parola finale della serata, mentre una maggiore varietà strumentale Joe l’ha portata con un tono chiaramente scolpito nei momenti sottili, peraltro rari.
Ma Evans ha ancora un altro ferro nel fuoco. L’approccio scenico del musicista porta coinvolgimento ed energia nell’uso di espedienti strumentali e retorici perlopiù basilari, che non lesinano il senso di imprevedibilità. Nonostante lo spazio di manovra ristretto che un duo si trova per forza a delimitare ogni sera, l’ascoltatore viene rifornito senza sosta di una bella dose di eccitazione da palco. Soprattutto con le teste belle calde, quando gli sbandamenti morali coltivati nei cortili di casa e conditi a suon di žganci cedono piano piano sotto il peso degli istinti primordiali, tra i dondolii della lunga lingua della perversione. Beh, un’altra delle abitudini consolidate di Terry. Per sicurezza c’è pure la caricatura di vari versi animali, a riprova che l’idea dell’homo sapiens come vetta dell’intelletto evolutivo è una svista senza pari. Senza dubbio è un elemento importante dell’approccio da showman, che tra le mura del Jamski dvorec ha raccolto una dose inaspettata di approvazione entusiasta.
Dal punto di vista musicale, Terry Evans di sicuro non ha presentato nulla di sorprendentemente nuovo, figurarsi di rivoluzionario. Anche se tirando all’infinito le sue perversioni scherzose esagera pure un po’, va aggiunto che alla fine tutta la cerimonialità di questo circo da palco vale tutto il casino, e in un certo senso anche il pompone, che gli gira attorno. Per chiudere la stagione del blues, Terry Evans ha messo in tavola un piccante mix di blues e soul che dovrebbe trovare casa nella tasca di ogni amante della buona musica.
Foto: Mojca Perdih
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