Bang Your Head!!! festival 2010, primo giorno: che cada il martello! (2010)
Autore: Urban Bolta
Foto: Aleš Podbrežnik
Luogo: Messegelande / Balingen / Germania
Data del concerto: 15.07.2010
Numero di spettatori: 14000
Prezzo del biglietto: 85€ (biglietto per due giorni)
È passata la notte infuocata del riscaldamento in compagnia di Saxon, Demon e Blitzkrieg, una vera leccornia per tutti gli amanti del suono classico delle scoperte metalliche che la N.W.O.B.H.M. ha regalato al mondo della musica. Ed ecco arrivato il primo giorno della 15ª edizione del Bang Your Head!!!. Ero immerso fino al collo nella ricerca di un po’ d’aria sotto la doccia gelida del campeggio VIP a due passi dal festival, quando alle 10.00 sul palco del festival hanno cominciato a scatenarsi gli alternativi The New Black. I tedeschi, che hanno in qualche modo mescolato elementi di metal e li hanno fusi con i vezzi distorti del suono groove alla moda, quello con l’etichetta “alternative”, hanno fatto da cavie e confermato che il palco del festival era pronto a qualsiasi sfida. Tra la veloce e melodicamente infiammabile Everlasting, poi Welcome To Point Black, More Than A Man e Ballad Of Broken Angels, i ragazzi hanno interpretato con successo il ruolo di band che apre il festival. A giudicare da quel che si è sentito, un’esibizione sicura, sostenuta da un buon impianto audio e guidata da una voce alternative virile, di tonalità media, che si troverebbe a suo agio anche nelle acque del “grunge”. Per il resto, tutto bene per la band, ma resto dell’idea che gruppi con confini di genere così non c’entrino niente con un festival del calibro del Bang Your Head!!! La loro musica è semplicemente pensata per le teenager che frequentano l’offerta tutta MTV dei vari euro-festival tipo Nova Rock o FreQuency.
| ENFORCER: 10:50 – 11:30 |
Le cose si sono fatte parecchio mature e serie quando sul palco sono saliti i giovani revivalisti old school della N.W.O.B.H.M., gli Enforcer dalla Svezia. Solo a quel punto il Bang Your Head!!! festival si è davvero svegliato nella sua missione. I giovani rampolli metal svedesi hanno pubblicato a maggio di quest’anno il loro secondo album in studio, intitolato “Diamonds”. Metal Vice, che si apre con un “preludio” vecchia scuola alla Doctor Doctor dei classici U.F.O., ha subito fatto capire di che pasta sono fatti gli Enforcer. Che la Scandinavia sia la mecca di musicisti fantastici, a cui non mancano né talento né voglia di dimostrare, non è una novità. Gli Enforcer sono un’altra acquisizione unica per il mondo del metal. Fanno rivivere infatti la missione delle band britanniche d’antan della prima metà degli anni Ottanta. Insomma, qualcosa che, nell’eccessiva alluvione di band estreme nel metal del 2010, avevamo dimenticato per un attimo. Ed è un bene, e ci voleva proprio.
Esecuzione precisa, riff decorati da armonie a terze, spesso con il plettro che rimbalza sui riff, attività continua e corse su e giù per il palco, headbanging spalla a spalla ereditato dai Judas Priest e, naturalmente, Spandex ovunque, tirato con forza fino all’inguine! Perfino le acconciature sono tagliate nel vero stile retro dei veterani del metal. Un’affiatamento da maestri e, per i pochi anni di attività, un controllo sicuro dell’enorme spazio scenico: già all’inizio del festival hanno portato sul palco la prima di tutte le belle sorprese che l’evento teneva ancora in serbo!
GRAND MAGUS 11:40 – 12:30
Sul palco sono poi saliti i rappresentanti della scuola metal scandinava, gli svedesi Grand Magus. Il loro approccio è l’esatto opposto del carattere vivace di chi li ha preceduti, perché il trio di Stoccolma punta sulla magia depressiva dello stoner metal. I Grand Magus hanno suonato brani rappresentativi degli ultimi tre album, mentre il materiale più vecchio dei primi due lavori in studio nel 2010 l’hanno evidentemente già cancellato dal repertorio dal vivo. L’opener Kingslayer ha servito doppio pedale e di conseguenza un ritmo più veloce, allontanandosi dall’idea di doom metal tradizionale e dal paragone con i celebri connazionali Candlemass. La formula della musica dei Grand Magus è semplice, perché la presenza di una sola chitarra non lascia molto spazio di manovra, eppure riescono ad abilmente a riempire tutto il quadro sonoro. Riff heavy metal con un pizzico di melodia blues sono conditi da una sezione ritmica a medio tempo, e sulla base musicale si adagia alla perfezione la voce del leader, Janne “JB” Christofferssn, che al concerto indossava una maglia dei Rainbow e il cui timbro è fatto apposta per il suono malinconico dei Grand Magus. Ogni tanto riff hard rock e cori (per esempio in Hammer Of The North) che per un attimo tirano, in modo insolito per il genere, perfino verso una melodia armoniosa: sono le caratteristiche che distinguono gli svedesi dalla genericità di certi altri esponenti dello stoner metal. Gli svedesi hanno tirato dritto nel repertorio senza parlare tra un pezzo e l’altro e hanno chiuso con l’assalto di The Shadow Knows, e il tempo a loro disposizione è finito (troppo) in fretta. I Grand Magus si sono presentati bene: con un’ottima esibizione hanno sicuramente catturato l’attenzione di tutti gli amanti dell’heavy metal sporco.
| FORBIDDEN: 12:40 – 13:30 |
La scaletta variegata è proseguita con i veterani del thrash metal della Bay Area, i Forbidden. Qui avevano suonato per la prima volta due anni fa, cioè nel 2008, l’anno della reunion. Nel periodo di rinascita di questi eccellenti thrasher sono nati gli embrioni del quinto album in studio, e la band ha subito un altro cambio di formazione: Glenn Alvelais è stato sostituito dal chitarrista Steve Smyth, arrivato ai Forbidden dai Nevermore e che ha collaborato anche con altri titani della scena Bay Area, i Testament.
Se in tasca hai album come “Forbidden Evil” e “Twisted Into Form”, non c’è motivo di risparmiare le munizioni, no? Il quintetto, che ha sudato litri sotto l’afa insopportabile del primo pomeriggio, ha attaccato con Infinite (“Twisted Into Form”) e per i primi tre pezzi è rimasto su quell’album. C’è qualcosa di più bello che guardare il lavoro fanatico dei due chitarristi, Locicero e Smyth, che sfrecciano sui manici a una velocità sovrumana, mentre fuma tutto per la pletora di tonalità martellate e di combinazioni soliste affilatissime? Se c’è una cosa di cui davvero si gode, quando si parla dei Forbidden, sono proprio gli assoli di chitarra (“Buongiorno!” agli amanti di Heathen e Testament). Russ Anderson, che con ogni probabilità è quello che ha sofferto di più il sole in tutta la band, stavolta non ha usato nemmeno una volta il “cat walk”, ma se n’è stato più o meno all’ombra per 50 minuti sul palco principale, con gli occhiali da sole. Lui, “rossiccio” com’è, sa di sicuro che esporsi ai raggi del sole a mezzogiorno non gli fa bene. Russ ha cantato con sicurezza, non con la ferocia che ci si sarebbe aspettati, ma in modo del tutto soddisfacente.
La gente si scapocciava come si deve, ma sotto il palco i thrasher erano meno. Quest’anno il BYH!!! non ha offerto un raccolto thrash metal buono come l’anno scorso. I Forbidden non hanno certo saltato l’omaggio a Ronnie James Dio. Si sono buttati sul fenomenale classico dei Black Sabbath Children Of The Sea. Prima, Smyth e Locicero si erano scambiati di nuovo le chitarre, tirandone fuori un suono detonante e devastante nel riff che ha risuscitato nel modo più bello possibile la firma sonora del “re dei riff” Iommi. I Forbidden hanno chiuso l’esibizione in grande stile con Chalice Of Blood, che ha scatenato più feedback di rumore da parte della folla. In una delle pause Anderson ha fatto notare che la band aveva appena firmato il contratto per il quinto album in studio con la Nuclear Blast Records, e i Forbidden hanno presentato anche un pezzo completamente nuovo, Adapt Or Die, che a quanto si è sentito si è guadagnato senza dubbio un posto nel repertorio. Questo brano è anche un annuncio molto promettente per il nuovo album, che, se si svilupperà nella direzione di Adapt Or Die, sarà sicuramente uno dei vertici delle uscite thrash metal.
| SABATON: 13.40 – 14.30 |
“Sabaton in ogni villaggio” potrebbe essere lo slogan per gli “acciaieri” svedesi dal 2005 a oggi! I power metaller che cercano popolarità tra i metallari con il tema della guerra hanno un successo incredibile, in un periodo in cui il mondo è tutto fuorché favorevole al power metal! I Sabaton sono infatti nati a cavallo del millennio! Il tempo giusto per assaggiare la ciliegina sulla panna della coppa di frutta chiamata “power metal revival”. Di sicuro la testardaggine della band ha pagato. Sulla popolarizzazione della loro musica nei circoli metal non c’è nemmeno bisogno di sprecare parole. Basta ricordare l’ultimo tour, quando i Sabaton aprivano i concerti degli HammerFall e, con la loro sicurezza, li hanno sempre sfidati in modo pericoloso (nel ruolo di band di supporto).
Fino a quel momento la band aveva raccolto di gran lunga più fan sotto il palco, che impazzivano sotto il sole insieme a loro. I Sabaton hanno sfruttato il palco grande sotto ogni aspetto. Il sestetto, in cui la maggior parte della cinetica scenica la scatena il cantante Joakim Broden, un piccolo carro armato umano, vista la mise e la divertentissima combinazione di occhiali Ray Ban da Top Gun e cresta da indiano, ha portato sul palco anche veri effetti pirotecnici.
I ragazzi, con i melodici inni di Cliffs Of Gallipoli, Primo Victoria e Screaming Eagles, hanno portato in trionfo i fan devoti, che più tardi, nel primo giorno del festival, hanno formato di gran lunga la fila più lunga nella febbrile attesa degli autografi della band. Da menzionare anche il calcio che Joakim ha giocato con i fan usando un pallone gonfiabile. Creativamente è sicuramente la band meno interessante del festival, e anche per chilometraggio (curioso che valga anche per i headliner della giornata, gli HammerFall), ma comunque la si giri, l’energia era positiva e il concerto un divertimento e una gioia enormi, dove i ragazzi di Falun hanno raccolto ancora una volta le grandi simpatie del pubblico. E di fan di tutte le fasce d’età. Dai veri “pivelli” del metal a quelli ormai brizzolati per maturità, i guru del metal. I Sabaton hanno incoronato un’esibizione intensa e più che riuscita a Balingen con l’attesissimo inno Metal Machine / Metal Crüe!
| LOUDNESS: 14.40 – 15.30 |
Se qualcuno mi avesse detto che in questa vita avrei visto i Loudness con i miei occhi e per giunta li avrei assaporati anche con le orecchie, l’avrei preso per un pazzo da legare. Ed è incredibile come gira il mondo. Proprio i Loudness erano alla fine la band per cui il Bang Your Head!!! festival di quest’anno mi attirava ancora di più. Sono la prima di una manciata di date festivaliere europee dei Loudness, e l’hanno fatta proprio a Balingen.
I Loudness oggi sono in pratica nella formazione che ha registrato tutti i grandi album degli anni Ottanta. Fatta eccezione per la batteria. Lì Akira Takasaki (chitarra), Minoru Niihara (voce) e Masayoshi Namashita (basso) hanno chiamato nei Loudness Masayuki Suzuki, dopo che il loro batterista originale Munetaka Higuchi è morto di cirrosi epatica l’anno scorso.
Anche se la densità di capelli per centimetro quadrato di cuoio capelluto è ormai troppo bassa per permettere le chiome cotonate di una volta, con cui i nostri ragazzi dei Loudness facevano cadere ai propri piedi le ragazze negli anni Ottanta, e anche se la “tenuta da ginnastica jogging meets baseball” (vale per Yamashita e Takasaki) ha sostituito lo Spandex di un tempo, il trucco e quella pacchianeria piena di catene, i Loudness sono venuti a Balingen a dimostrare che potenza e rumore non li hanno ancora abbandonati! Glasnost!!! Niihara, che si è messo semplicemente un paio di jeans e un cappello, ha mantenuto un’estensione straordinaria. Voce alta e gutturale! Come ai tempi migliori! E a Balingen non l’ha tradito nemmeno una volta.
E allora? I Loudness non potevano servire mossa migliore. Hanno suonato praticamente solo materiale dagli album degli anni Ottanta con Niihara alla voce. Cioè il loro periodo d’oro e più fertile, di gran lunga il più apprezzato dagli intenditori. La scuola dell’hard rock melodico che a tratti, con la sua postura da riff indemoniati, si occupa senza vergogna delle conquiste della scuola tradizionale dell’heavy metal, ha evocato, attraverso classici unici come Crazy Nights, Crazy Doctor, Esper, Heavy Chains, Let It Go, S.D.I. e naturalmente la “bomba” finale Loudness dall’esordio in studio “The Birthday Eve” (1981), l’immagine dei Loudness come una delle esibizioni più splendide del primo giorno del festival.
E la presenza sul palco? Takasaki è completamente fuori di testa! Anche se è un chitarrista abbastanza statico, che raramente fa un passo o due sul proprio posto, le sue dita impazziscono sulla chitarra. Usa esclusivamente tre dita, e con quelle assolve a una velocità, precisione incredibili, mantenendo un controllo unico su quello che fa. Prova schiacciante è per esempio la parte strumentale centrale, incandescente, di S.D.I., dove Takasaki tiene una vera e propria piccola scuola di stregonerie virtuosistiche nella categoria delle acrobazie chitarristiche più folli e impensabili. Un vero piccolo mago della chitarra, che corona la forte speziatura degli assoli anche con un uso unico del tremolo! I Loudness restano un nome degno di ogni peccato. Nel repertorio hanno infilato anche l’unico brano dell'”era Mike Vescera”, In The Mirror. I ragazzi, vicini agli anni di Abramo, hanno quindi allestito un vero paradiso per tutti i nostalgici della vecchia scuola, che al BYH!!! festival, ovviamente, non mancano mai. Chapeau! La scuola della perfezione giapponese, che evidentemente nella sua indistruttibile costruzione non può mentire né arrugginirsi! Se solo trovassero il tempo e i soldi per un tour europeo tutto loro! Ancora una cosa. Mentre si muoveva sul palco, Niihara non nascondeva un infortunio alla gamba destra. Non so se sia un danno permanente o no, speriamo che al cantante si rimetta tutto a posto il prima possibile.
ANVIL 15:45 – 16:40
Pronti per una dose di buon vecchio metal, di quando questo genere era ancora in fasce? Ecco gli Anvil! L’esibizione degli Anvil è stata una delle proposte più interessanti del Bang Your Head!!! festival di quest’anno. Il trio canadese ha suonato nel primo pomeriggio, più o meno a metà rispetto all’intera scaletta, ma se la storia dello sviluppo del metal fosse andata diversamente, gli Anvil avrebbero potuto benissimo suonare per ultimi, come headliner, come sarebbe toccato per esempio agli Slayer, se il festival li avesse ospitati. Proprio di questo, di come la corrente della storia abbia spinto ingiustamente gli Anvil in un angolino ai margini dell’albero evolutivo del metal, parla il documentario “Anvil! The Story of Anvil”, uscito poco più di un anno fa, che ha riportato i canadesi (almeno per un po’) d’attualità anche su una scena un po’ più grande. Sono convinto che la storia commovente di una band un tempo molto influente tocchi ogni spettatore, e per questo ogni visitatore che il documentario l’aveva già visto è andato di sicuro sotto il palco, a quell’ora, in segno di sostegno.
Il trio canadese è composto da due membri originali, attivi dal 1978, il cantante/chitarrista Steve “Lips” Kudlow e il batterista Robb “Geza” Reiner, mentre la formazione è completata dal bassista dallo sguardo cupo Glenn Gyorffy, presente da un decennio e mezzo. L’esibizione ruota attorno a Lips, la figura centrale della storia degli Anvil. Il chitarrista allegro e sorridente si occupa di tenere il contatto con il pubblico, degli annunci, ed è il bersaglio degli sguardi anche durante i pezzi, perché gli assoli continui sono parte integrante e riconoscibile della loro musica. L’uomo mostra quindi in continuazione la sua velocità di dita, il che rende l’esibizione spettacolare ma, allo stesso tempo, ne fa perdere un po’ in incisività, anche se proprio l’incisività è il punto dell’essenza degli Anvil e il loro marchio di fabbrica. La maggior parte del set pescava dalla prima metà degli anni Ottanta, ai presenti sono stati serviti tra gli altri Winged Assassins, 666 e Mothro, classici imprescindibili in cui il tempo speed metal incontra riff succosi di rock’n’roll sporco. Una deviazione dal suono standard è stata il brano più recente Thumb Hang, che Lips ha dedicato nell’introduzione all’immortale Dio, perché proprio il disco dei Black Sabbath “Heaven & Hell” (1980) sarebbe stata la fonte d’ispirazione principale di quel pezzo, con la sua melodia marcatamente lenta, doomeggiante. Dopo l’esecuzione del brano più riconoscibile, Metal On Metal, era chiaro che l’interessante incontro con uno dei primi atti della storia del metal d’oltreoceano era finito.
JON OLIVA’S PAIN 16:55 – 17:55
Dopo la primordiale sferzata degli Anvil è arrivato il momento della melodia. Dopo la visita dell’anno scorso al BYH!!! festival, nella serata di riscaldamento, stavolta il maestro dell’unione tra approcci melodici e heavy metal, Jon Oliva, è stato ospite del palco principale. L’ex leader dei Savatage ha pubblicato con la band, a inizio anno, il quarto album in studio “F estival”, che quest’estate presenta dal vivo in alcune date europee. Sempre che lo metta in repertorio: sappiamo infatti che ai concerti dei Jon Oliva’s Pain, fin dalla nascita, il ruolo principale lo hanno i classici dei Savatage. Neppure stavolta è stato diverso.
L’incontro è stato aperto dal brano d’apertura dell’album attuale già citato, “Festival”, Lies, mentre il seguito con il classico di “Handful of Rain” Chance ha raccolto la prima ondata di entusiasmo dei fan dei Savatage, che ai concerti di Oliva costituiscono sempre la grande maggioranza dei presenti. Jon è in buona forma vocale, le sue urla taglienti direttamente dalla gola riescono ancora a far rizzare i peli, come in Sirens! Oliva passa la maggior parte del tempo spaparanzato su una sedia accanto al pianoforte al centro del palco, e nei momenti in cui non cavava suoni dal suo centro, ogni tanto faceva una passeggiata fino al bordo del palco. Solo allora si notava la mole imponente (per dirla con un eufemismo) del suo corpo, che dalla tragica morte del fratello Criss Oliva nel 1993 si allarga in tutte le direzioni e sembra non avere mai fine. Come già Grand Magus in mattinata, anche Jon indossava una maglia in memoria di Dio, con cui era in rapporti d’amicizia e con cui ha collaborato per molti anni. Proprio Believe è stata suonata con dedica a Dio, per cui il classico di Dio Rainbow in the Dark è stato una sorpresa, a dire il vero solo nell’ora di esibizione che spettava ai cinque sul palco. Nel repertorio c’era poco tempo per il lavoro d’autore della band: oltre al pezzo d’apertura, nel menù c’erano solo Death Rides a Black Horse e Festival. La linea tirata sotto l’esibizione porta a conclusioni già note: l’unica chimica dei canti dei Savatage trova sempre un’accoglienza calorosa, che Jon Oliva con la sua voce carismatica carica ancora più di energia, mentre agli altri quattro, nonostante l’approccio professionale e un’esecuzione degna di un palco grande, restano solo le briciole.
Ci si può quindi chiedere ancora una volta: quando diavolo vedremo una reunion dei Savatage?
DORO 18:10 – 19:20
Doro Pesch è probabilmente la donna più conosciuta del mondo del metal, in cui è presente da quasi tre decenni. La tenacia di sicuro non le manca. Ha iniziato la carriera con gli heavy metaller tedeschi Warlock, e alla fine degli anni Ottanta si è messa in proprio, e continua a raccogliere successi. Negli anni Doro si è guadagnata dei fan la cui proverbiale fedeltà si è rivelata uno dei fattori chiave in questo festival, perché i fedeli tedeschi hanno sostenuto la loro idola in gran numero. In generale il pubblico tedesco è noto per il sostegno incondizionato agli artisti di casa in eventi simili, quindi la ressa sul piazzale, paragonabile a quella durante l’esibizione degli headliner HammerFall qualche ora dopo, non è affatto una sorpresa.
Sua Eccellenza, come i fan dei Warlock chiamerebbero Doro, resta un’esperienza dal vivo di cui godrà ogni intenditore di heavy metal. Un’ottima presenza scenica, una personalità carismatica e, non da ultimo, l’aspetto sono le calamite su cui punta Doro. È ben consapevole della sua femminilità, quindi le piace molto metterla in risalto e far sbavare i metallari tedeschi con le acconciature da “bundesliga” e tonnellate di toppe sulle spalle. Fasciata in pelle aderente, Doro ha posato per tutto il tempo in fondo al “cat walk”, a un metro dal pubblico, e durante le parti strumentali correva dai membri della band di accompagnamento per posare anche con loro. Doro sa il fatto suo, in questo è campionessa. L’ossatura dell’esibizione, come prevedibile, era formata da una ghirlanda di evergreen di successo dei Warlock, a cui ha aggiunto i suoi Running From the Devil, Burn It Up o Always Live To Win, per citare solo i più noti. Alla carovana degli imitatori di Dio si è unita, con Egypt (The Chains Are On), anche la regina dell’heavy metal in persona, ma più che per l’esecuzione in sé le vanno i complimenti per la scelta! Da segnalare il batterista Johnny Dee, che colpisce la sua artiglieria con precisione militare e alterna con eleganza il pedale singolo e doppio, portando più cinetica nei brani. Nonostante tutti gli elogi, dà fastidio la scaletta praticamente identica a quella dello scorso anno al Wacken Rocks South festival (reportage qui), il tirare per le lunghe all’infinito il ritornello del classico dei Warlock All We Are e, a tratti, le lusinghe davvero eccessive al pubblico negli interventi.
KROKUS 19:40 – 20:50
Nel frattempo erano già cominciati i concerti nella sala, una novità nell’offerta del Bang Your Head di quest’anno. In entrambe le serate si sono esibite nella sala tre band, quindi l’offerta di artisti è stata quantitativamente la migliore finora. Per primi nella sala hanno suonato i death/thrash metaller svedesi Darkane, ma io, senza un attimo di esitazione, ho deciso di restare davanti al palco principale, dove suonavano i Krokus, i padri dell’hard rock svizzero e uno dei motivi principali della mia visita al festival tedesco. I Krokus hanno vissuto i loro anni d’oro nella prima metà degli anni Ottanta, e oggi si danno un gran da fare per riguadagnare popolarità, ma che vuoi farci, l’hard rock è in declino da un bel pezzo. Hanno pubblicato da poco il nuovo album Hoodoo, e con questo prodotto sopra la media in tasca ora girano in concerto per l’Europa.
I veterani hanno mostrato che con loro non si scherza! Erano tra i pochi rappresentanti della tradizione più classica della musica hard rock al festival, quindi l’obbligo di seguire il concerto dal primo all’ultimo respiro era ancora più grande. L’opener Long Sticks Goes Boom ha subito fatto capire che strada avremmo sudato nell’ora successiva e oltre. Riff concisi e incisivi alla AC/DC, con l’occasionale tecnica “slide” del duo di chitarre Von Arb – Kohler, con un pizzico di malizia blues in meno e un occhio a un suono più duro, heavy metal, sono costanti del modo di suonare dei Krokus fin dall’inizio del loro percorso musicale, alla fine degli anni Settanta. Oltre ai pezzi originali di tutti i periodi creativi della band, gli svizzeri hanno suonato un bel po’ di cover, a cominciare da American Woman, passando per l’eterno classico Born To Be Wild fino al gran finale con lo standard dei Rainbow Long Live Rock’n’Roll. Questi brani sono stati accolti, com’è comprensibile, con il boato più forte; in generale i Krokus possono vantare un buon sostegno in territorio tedesco, il che per le band svizzere in Germania è ormai una tradizione. L’energia dell’esibizione poggiava sul cantante ormai piuttosto brizzolato Marc Storace, che ha sfruttato con zelo i servigi del “cat walk”, mentre le raffiche di riff contagiosi le sparava la già citata coppia di chitarre Von Arb & Kohler, e dell’esecuzione affiatata si occupavano nei Krokus i vecchi volponi della sezione ritmica, il bassista Chris Von Rohr e il batterista Freddie Steady, che da dietro comandavano e hanno portato la barca con sicurezza fino a un porto coperto da mille coriandoli argentati.
| ARTILLERY: 20.50 – 22.00 |
Gli Artillery sono leggende del thrash metal. In pratica l’hanno cucinato insieme, in tempi in cui mostrava appena i primi segni dei suoi contorni. Nel profondo degli anni Ottanta. Orientati sui riff, veloci cambi di più tempi uniti dentro un unico brano! Tecnicamente di sicuro non un boccone facile! Nella carriera hanno pubblicato alcuni ottimi album, ma in qualche modo non sono riusciti a farsi strada tra i nomi più visibili della scena di allora. Sono seguiti periodi di lunghe pause, finché i leggendari danesi si sono rimessi insieme e nel 2009 hanno pubblicato un ottimo album in studio intitolato “When Death Comes”, peraltro appena il sesto in tutto. Questo i ragazzi lo hanno presentato abbondantemente anche durante l’esibizione a Balingen, come già nel settembre 2009 durante la visita a Lubiana. Signori dall’aspetto gentile, che danno l’impressione che nulla possa farli alzare dalla poltrona mentre leggono il giornale del pomeriggio, portano dentro caratteri del tutto diversi. Peter Thorslund, con lo sguardo da zio bonario, ha una somiglianza incredibile con il batterista dei No Means No, John Wright.
La pianta squadrata della sala Volksbank ha scacciato tutte le paure di ritrovarci con un’immagine sonora distorta. No. Gli Artillery hanno presentato la loro musica con un ottimo supporto sonoro, dove si sentivano chiaramente tutti gli elementi del loro contenuto thrash metal velenoso e infuriato. Il nucleo della formazione è composto da tre cavalieri originali, i fratelli Morten (basso) e Michael Stützer (chitarra) e Carsten Nielsen (batteria), dal membro di lunga data e chitarrista Peter Thorslund e dal nuovo arrivato alla voce Nico Adamsen. Quest’ultimo era naturalmente il più grande enigma sul palco. Con il suo carattere camaleontico, capace di tirare fuori passaggi melodici e puliti e di darsi a forme aggressive ed estreme di ruggito gutturale, che richiedevano un grande consumo di fiato e smorfie facciali (soprattutto le guance gonfiate), inseguendo vertiginosamente (anche) le sequenze più alte, il giovane Nico ha più che giustificato la posizione di frontman degli Artillery.
Ha rafforzato la sua figura carismatica indossando elmetto militare e occhiali, per cui lo si potrebbe mettere tra i più fanatici dell’opera dei Sodom, e ha guidato con sicurezza l’esibizione della band per una buona ora del tempo a disposizione. La band, che oltre alle novità Rise Above it All, When Death Comes, Upon My Cross I Crawl, The End e 10.000 Devils non ha dimenticato di sparare anche qualche classica marcetta (tra cui By Inheritance, Terror Squad, Khomaniac, The Almighty), ha deciso di dedicare a Ronnie una cover dei Black Sabbath molto interessante. In repertorio c’era infatti Computer God (“Dehumanizer”, 1992). Ma devo osservare che questa mossa non è stata la più furba, perché ha spezzato l’esibizione in due parti. Fino a quel brano l’assalto della band era quasi impeccabile nello scatenare energia estrema! Il classico dei Sabbath ha involontariamente calmato la situazione, e alla band è poi mancato un po’ di minutaggio per portare la fine del concerto in un flusso energetico che raggiungesse l’esplosività di alto livello, l’intransigente potenza della parte iniziale dell’esibizione. La band è estremamente affiatata e durante l’esibizione non si è avvertito che sbagliasse una nota o che litigasse nella base ritmica del proprio messaggio scenico. Gli Artillery sono quindi un’unità che nel 2010 dovete assolutamente andare a vedere quando passano dalle vostre parti.
| HAMMERFALL: 21.20 – 23.00 |
Strane sono le vie del Signore! Così dicono. Eppure certe mosse ricordano il detto della prima frase. HammerFall, i principali headliner del Bang Your Head!!! festival. Bella questa. Da dove vengono ora i dubbi? Gli HammerFall sono sempre in tour, sono attivi con le uscite di album in studio, per cui i palchi d’Europa sono sempre pieni di loro, così come i lettori CD. Evidentemente è andata così: quest’estate non c’era una band grossa adatta, diciamo una che avesse iniziato la carriera a cavallo tra i Settanta e gli Ottanta e cercasse date nei festival estivi europei. Per una band della grandezza degli Iron Maiden, però, al Bang Your Head-u!!! sono troppo piccoli. “No” anche per i Motorhead, “no” anche per gli Accept e (per fortuna) “no” anche per i Manowar (se mi concedete di essere un po’ cattivo, già i Sabaton erano il massimo, eh, eh,…)! Comunque sia, la decisione è presa e gli HammerFall sono arrivati sul palco puntualissimi all’ora stabilita.
Hanno iniziato l’esibizione all’insegna del nuovo prodotto in studio, anzi preferisco dire quello attuale, “No Sacrifice, No Victory” (2009), con cui li avevamo accolti anche nella slovena Maribor lo scorso aprile. Gli HammerFall sono un quintetto di ottimi musicisti, volpi di grande esperienza. Di recente si sono rafforzati con un virtuoso fuori serie della chitarra, Pontus Norgren, che prima suonava nei The Poodles e nella carriera ha fatto, tra le altre cose, anche il tecnico di chitarre di Y. J. Malmsteen. Nella formazione è tornato il bassista originale di “Glory To The Brave”, il minuto Fredrik Larsson. Se a questi ragazzi dai un palco grande, puoi star certo che riceverai più che abbondante la tua porzione di roulette di canzoncine HammerFall nel tuo “fris” (“sc”), da cui non ti riprenderai per un bel pezzo. Che regni dunque il “power metal” sul palco!
I primi cavalieri del “revival dell’euro power metal” hanno sorpreso poco dopo l’inizio dell’esibizione, quando dopo tanto, tantissimo tempo hanno riportato in scaletta il brano d’apertura dell’esordio in studio “Glory To The Brave” (1996), intitolato The Dragon Lies Bleeding. L’esecuzione di questo brano è stata anche uno dei momenti più interessanti del loro show. Con gli HammerFall funziona sempre benissimo la presenza scenica, nel senso del movimento stesso del quintetto, dell’occupare posizioni sul palco, dello sfruttare lo spazio scenico. Più grande è, meglio gli HammerFall ci si distendono. In questo modo i ragazzi sanno tenere il pubblico in pugno, tanto che partecipa ancora più volentieri. Cans nei passaggi strumentali si scapocciava selvaggiamente sul palco, Dronjak e Norgren più volte si sono messi di fianco, spalla a spalla, mentre suonavano le armonie a terze, e in questo non ha fatto eccezione nemmeno Larsson. Sul palco gli HammerFall avevano anche un “palco improvvisato” in più, su cui correvano liberamente fino alla batteria di Johansson e ritorno, e la loro attività scenica l’hanno sfruttata anche facendo correre più volte i chitarristi fino agli estremi bordi sinistro e destro del palco del festival.
Cans è un frontman eccezionale, che nelle pause sa esattamente cosa dire per tenere il pubblico vicino a sé. I suoi interventi non sono pretenziosi, non sono da palcoscenico, ma contengono sempre la giusta dose di humor e di informazioni interessanti. Tra queste, stavolta, c’era anche quella che gli HammerFall avevano già suonato al Bang Your Head!!! festival nel 1997. All’epoca si teneva ancora in una sala nella città di Tübingen. Gli HammerFall di allora, “pivelli” promettenti, aprirono il festival stesso (i principali headliner della serata, in compagnia di altri sette artisti, erano all’epoca i tedeschi Gamma Ray).
Gli HammerFall hanno raccolto sotto il palco una cifra di 8.500 – 9.000 presenti, e la zona del fan pit scatenava di gran lunga la maggiore dedizione alla band durante il concerto. Gli svedesi naturalmente hanno pensato anche a una buona dose di effetti pirotecnici, che comprendevano sia il gioco del fuoco (detonazioni) che il crepitio di scintille di razzi, e il palco è stato più volte avvolto in una vera cortina di fumo. L’esibizione della band merita il voto più alto. Sia per le caratteristiche sonore sia per l’alto spirito che i ragazzi hanno fatto rivivere. Qualche seccatura sgradita con il suo microfono portatile l’ha avuta solo Joacim, subito all’inizio, durante Punish And Enslave. Il dubbio che una band esperta come gli HammerFall non fosse all’altezza di un palco grande si è rivelato una vera sciocchezza. Nel secondo bis i ragazzi hanno eseguito anche il brano dei Rainbow Man On The Silver Mountain, e sul palco si è unito alla band, come ospite speciale per l’occasione, nientemeno che il cantante dei Dark Tranquillity Mikael Stanne. E non senza motivo. Era infatti il cantante originale degli HammerFall. In questo modo Stanne ha potuto scaldare le corde vocali con la sua voce tagliente e dall’intonazione più bassa, prima dell’esibizione dei Dark Tranquillity, che è seguita dopo il concerto degli HammerFall nella sala Volksbank Messe.
DARK TRANQUILLITY 23:00 – 00:30 (indoor)
Non erano ancora passati dieci minuti dal sorprendente salto sul palco principale del cantante Mikael Stanne che gli svedesi Dark Tranquillity, con At the Point of Ignition, erano già partiti per un viaggio di un’ora e mezza attraverso la loro discografia in studio, con l’accento sull’album uscito a febbraio “We Are the Void”. Gli unici veri rappresentanti ancora in attività della celebre scuola di Göteborg del melodic death metal, quella che ha messo Göteborg sulla mappa mondiale del metal, hanno gettato il guanto di sfida con canzoni melodiche a una folla assetata di divertimento e incline ai ritmi più aggressivi. I Dark Tranquillity hanno trovato la loro riconoscibilità con l’accompagnamento di tastiere di Martin Brändström, la cui presenza lungo tutto il brano può essere davvero attraente per tutti gli amanti della ricerca della melodia nei generi metal più estremi; le sue melodie spesso formano addirittura il ruolo principale in intro e uscite dei brani. Consigliato anche a chi di solito evita i suoni melodeth! La band si è trovata benissimo sul palco interno: senza dubbio l’energia di un gruppo abituato ai concerti nei club sarebbe svanita nell’aria tra le stelle sul palco principale, e la ciliegina sulla torta l’ha messa il suono dal mixer, che ha curato bene la simbiosi, così importante nel mondo dei generi melodici, tra tastiere e chitarra. Ancora una volta il carismatico Stanne ha dimostrato la sua versatilità, lui a cui i passaggi dal growl profondo alla linea vocale pulita non causano la minima difficoltà. I fan sono sicuramente stati ripagati, anche se, a dire il vero, data la fama degli svedesi mi aspettavo più calca sotto il palco. La ragione va cercata nel fatto che il Bang You Head!!! è destinato in primo luogo ai seguaci dell’heavy metal, per cui nell’intera scaletta i Dark Tranquillity si sono trovati in cima all’estremità, e di conseguenza con meno interesse del pubblico di quello che avrebbero ottenuto in uno degli altri festival.
| testo: Urban Bolta (Grand Magus, Anvil, Jon Oliva’s Pain, Doro, Krokus, Dark Tranquillity) |
| testo: Aleš Podbrežnik (intro, Enforcer, Forbidden, Sabaton, Loudness, Artillery, HammerFall) |
| foto: Aleš Podbrežnik |
Scaletta
10:00 – 10:40 THE NEW BLACK 10:50 — 11:30 ENFORCER 11:40 — 12:30 GRAND MAGUS 12:40 — 13:30 FORBIDDEN 13:40 — 14:30 SABATON 14:40 — 15:30 LOUDNESS 15:45 — 16:40 ANVIL 16:55 — 17:55 JON OLIVA’S PAIN 18:10 — 19:20 DORO 19:20 – 20:20 DARKANE (indoor) 19:40 — 20:50 KROKUS 20:50 — 22:00 ARTILLERY (indoor) 21:20 — 23:00 HAMMERFALL 23:00 — 00:30 DARK TRANQUILLITY (indoor) ENFORCER scaletta: 1. Midnight Vice 2. Mistress from Hell 3. On The Loose 4. Katana 5. Roll The Dice 6. Diamonds 7. Scream of the Savage 8. Walk With Me 9. Take Me to Hell 10. Evil Attacker GRAND MAGUS scaletta: 1. Kingslayer 2. Like The Oar Strikes The Water 3. Silver Into Steel 4. At Midnight They’ll Get Wise 5. Wolf’s Return 6. I, The Jury 7. Hammer Of The North 8. Iron Will 9. The Shadow Knows FORBIDDEN scaletta: 1. Infinite 2. R.I.P. 3. Step By Step 4. Through The Eyes of Glass 5. Adapt or Die 6. Children of the Sea 7. Chalice Of Blood SABATON scaletta: 1. Ghost Division 2. Panzer Battalion 3. Coat of Arms 4. Saboteurs 5. Cliffs Of Gallipoli 6. The Price Of A Mile 7. Screaming Eagles —bis— 8. The Art Of War 9. Primo Victoria 10. Metal Machine / Metal Crüe LOUDNESS scaletta: 1. Crazy Nights 2. Crazy Doctor 3. Esper 4. Heavy Chains 5. In the Mirror 6. Let It Go 7. S.D.I. 8. Loudness ANVIL scaletta: 1. March of the Crabs 2. 666 3. School Love 4. Winged Assassins 5. This Is Thirteen 6. Mothra 7. Heaven And Hell / Thumb Hang 8. White Rhino 9.. Metal on Metal JON OLIVA’S PAIN scaletta: 1. Lies 2. Chance 3. Jesus Saves 4. Sirens 5. The Dungeons Are Calling 6. Death Rides a Black Horse 7. Edge of Thorns 8. Gutter Ballet 9. Believe 10. Festival 11. Rainbow in the Dark 12. Hall of the Mountain King DORO scaletta: 1. You’re My Family 2. I Rule the Ruins 3. Earthshaker Rock 4. Running From the Devil 5. Burning The Witches 6. Egypt (The Chains Are On) 7. Für Immer 8. Burn It Up 9. Celebrate 10. Metal Racer 11. Always Live To Win 12. Breaking The Law 13. All We Are KROKUS scaletta: 1. Long Stick Goes Boom 2. American Woman 3. Rock’n’Roll Handshake 4. Tokyo Nights 5. Fire 6. Burning Bones 7. Screaming In The Night 8. Easy Rocker 9. Bedside Radio 10. Heatstrokes —bis— 11. Hoodoo Woman 12. Born To Be Wild 13. Long Live Rock’n’Roll HAMMERFALL scaletta: 1. Punish And Enslave 2. The Dragon Lies Bleeding 3. Crimson Thunder 4. Hallowed Be My Name 5. Renegade 6. Last Man Standing 7. Blood Bound 8. Heeding The Call 9. Rebel Inside 10. Any Means Necessary 11. Stronger Than All 12. Riders Of The Storm —bis I.— 13. Secrets 14. Let The Hammer Fall —bis II.— 15. Man On The Silver Mountain 16. Hearts On Fire DARK TRANQUILLITY scaletta: 1. At The Point Of Ignition 2. The Fatalist 3. Focus Shift 4. The Wonders At Your Feet 5. Final Resistance 6. Misery’s Crown 7. Punish My Heaven 8. Iridium 9. Shadow In Our Blood 10. The Lesser Faith 11. Dream Oblivion 12. Lethe 13. Lost To Apathy 14. ThereIn 15. The Grandest Accusation 16. Terminus (Where Death Is Most Alive)
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