Un uomo col cappello consunto, ma dal cuore mai arrugginito (2010)
Autore: Aleš Podbrežnik
Foto: Aleš Podbrežnik
Luogo: Arena / Zagabria / Croazia
Data del concerto: 25.07.2010
Spettatori: 17000
Prezzo del biglietto: da 350,00HRK (parterre) a 700,00HRK (palchi)
Dopo la data saltata di marzo, la metropoli croata ha finalmente potuto accogliere il celebre compositore, poeta e cantautore canadese Leonard Cohen, 74 anni. A far annullare il tour di marzo era stata un’operazione urgente alla schiena. Tornato in forma e in salute, Cohen è così atterrato all’aeroporto di Zagabria Pleso già qualche giorno prima della prima data europea del tour estivo. Un buon segno. I musicisti sono riposati e carichi di aspettative all’idea di reincontrare chi ama la loro musica.
Alle otto di sera l’Arena di Zagabria era già il festoso teatro di una serata magica. Il pubblico di età, diciamo, matura faceva ovviamente la parte del leone. Il parterre era stato trasformato in una platea con posti a sedere. Tribune piene. Anzi, quasi piene. Stavolta però la band guidata da Cohen ha tradito la sua proverbiale puntualità, salendo sul palco con venti minuti buoni di ritardo. Il quadro, incorniciato da un gioco di tendaggi e da luci solenni, si completa finalmente con la band al seguito. Sfumature magiche dal rosso al blu, passando per il viola fino al turchese, dettate dal riflesso soffuso della luce sul palco. Ultimo a entrare di corsa (!) sul palco è proprio Cohen, e l’Arena si risveglia. Come se sapesse che questo angolo di pianeta è imbevuto fino al midollo di melodie mediterranee, Leonard apre proprio con Dance to the End of Love, sfiorando all’inizio anche un semplice motivo alle tastiere. Nel flusso dell’accompagnamento spicca subito il motivo del mandolino. Un elemento importante anche in molti dei brani di Cohen che si sono susseguiti nel resto della scaletta.
E chi altro faceva compagnia a Leonard sul palco? Partiamo dal gentil sesso. Anzitutto le coriste, le sorelle Hattie e Charley Webb, poi Sharon Robertson ai cori e alla voce per il brano Boogie Street, Dino Soldo ai fiati (sax, armonica ecc…) e alle tastiere, Niels Larsen all’organo Hammond B3 e alle tastiere, Javier Mas alla chitarra acustica a 12 corde, più il mandolino. Poi ci sono il chitarrista e pedal steel guitarist Bob Metzger, il bassista Roscoe Black e il batterista Rafael Gayol.
Il concerto è diviso in due parti. Primi 75 minuti, poi altri 50! Non è finita! I bis sono ben tre, e valgono altri 50 minuti di puro show sul palco! Se sommiamo il tutto, arriviamo a tre ore.
Il concerto di Leonard Cohen è una specie di spettacolo-maratona che vola via in un batter d’occhio. Una maratona che ti risucchia per tre ore e mezza nel suo mondo, ti ipnotizza, ti incanta, ti appaga. Insomma, dopo il concerto senti senza dubbio un cambiamento, un nuovo stato psicofisico. Leonard Cohen, che per tutto il concerto per lo più dondola pigramente passando da un piede all’altro, risolve tutto ovviamente con la sua celebre voce. Un brontolio vellutato che, nelle profondità delle note più basse, fa il solletico anche al cuore più ghiacciato. Poesia servita insieme a un carico di messaggi ed emozioni. Qui non ci sono manuali, non ci sono regole imparate a memoria. C’è semplicemente la decodifica dell’immagine dell’anima e del corpo nel linguaggio musicale di uno e uno solo. Leonard Cohen. A dispetto di queste “briciole”, che non leggi certo per la prima volta, va aggiunto che i temi che troviamo nella poesia di Leonard Cohen scorrono attraverso tante, tantissime sfere, forme e generi della musica popolare. Eppure i messaggi, anzi la predica, scelti da questo grande canadese ti entrano sotto la pelle in modo particolarmente intenso. Ti costringono a riflettere, a una specie di risveglio. E a un risveglio definitivo? Dipende da voi, da ogni singolo individuo. Ti dà davvero la spinta per staccare dalla follia in cui siamo sprofondati come prigionieri della civiltà occidentale moderna. Ti regala quel tempo prezioso per parlare con te stesso e magari prometterti che da ora in poi sarai una persona migliore.
Cohen è malinconico. Lo sanno anche i passerotti sul tetto! E come potrebbero tutti questi temi, attraversati da sfida alla quotidianità, perseveranza, erotismo, spiritualità, amore,… non risultare vicini, a portata di mano, e più veri, se alla voce vellutata si aggiunge un accompagnamento musicale unico? Tanta precisione e tanto affiatamento nell’esecuzione, e un quadro sonoro così ricco, costruito su collage organici, non li ricordo da un pezzo. Cohen è un camaleonte, e il suo senso innato e il suo talento musicale azionano senza sforzo le leve giuste che amplificano ancora di più un’emozione, attraverso la figura scenica del musicista. Chi non si sentirebbe al sicuro in grembo a una combinazione eccezionale di tre voci femminili di accompagnamento, che reggono una scenografia melodica straordinaria per l’innesto di una poesia unica sulla crudeltà del quotidiano, sull’amarezza delle conoscenze, ma insieme su un’illuminazione che è frutto di una testarda perseveranza, quella che incarna il principio di Cohen? E tutti quegli elementi di melos gitano della chitarra, quei tocchi country della steel pedal, quelle molle bluesy di profondità erotica, e anche le spezie jazz-cabaret?
La prima parte è risuonata ancora più intima, ancora più personale e emotiva, senza freni. Più i musicisti si avvicinavano con dolcezza, più si accendeva il lato sottile di Cohen. La sala si è davvero scaldata soprattutto nella seconda parte, in cui anche Cohen ha più volte imbracciato la sua chitarra acustica. Il pubblico ha accompagnato Hallelujah, I’m Your Man e poi, in pratica, ogni brano dei bis, battendo il tempo a gran voce. E certi versi, che nell’interpretazione di Cohen toccavano il cuore con una profondità speciale, come un fulmine a ciel sereno, sono stati accolti con un entusiasmo furioso.
Vuoi il paradiso? Vuoi l’inferno? È tutto a portata di mano, quando hai davanti Cohen. La creazione di un mondo vero e irripetibile per tre ore, che non ti offre solo un passatempo divertente, ma ti coinvolge sul serio, così da uscire da questa nuova esperienza ancora più ricco e maturo. Beh… Per quanto mi riguarda spero almeno che sia così. Quello a cui abbiamo assistito stavolta a Zagabria è stata la prima vera conferma di cosa possiamo aspettarci a ottobre a Lubiana. E fidatevi di me. Solo un approccio completamente nudo e spogliato e un’assoluta sottomissione a scenari sonori di impronta organica, senza alcun ausilio di effetti sonori, “sampling”, basi sonore,… Un’espressione di umiltà, senza finzioni, che nella sua predica di carattere unica non nasconde la sua immensa ricchezza. E di quell’energia positiva, che scorreva libera nelle due direzioni e di cui ci siamo nutriti quel giorno a Zagabria sia noi del pubblico sia i musicisti, ce n’era in abbondanza. E a Lubiana, quest’autunno, non sarà niente di diverso! Chi non ha ancora vissuto un concerto di Cohen si fiondi a prendere il biglietto. Il parterre è già sold out! Dopo quello che ho vissuto a Zagabria posso solo aggiungere che Cohen resta uno dei più grandi maestri nel trasmettere l’arte del suo messaggio musicale. La voce non è solo matura, è dorata e guadagna in carati! Gli anni sembrano non sfiorarlo, e non lo faranno mai.
foto: Aleš Podbrežnik
Scaletta
1. Dance Me to the End of Love 2. The Future 3. Ain’t No Cure For Love 4. Bird on a Wire 5. Everybody Knows 6. In My Secret Life 7. Who By Fire 8. Chelsea Hotel #2 9. Waiting for the Miracle 10. Anthem —20min. pausa— 11. Tower of Song 12. Suzanne 13. Sisters of Mercy 14. The Gypsy Wife 11. That Other Blues Song 12. The Darkness 13. The Partisan 14. Boogie Street 15. Hallelujah 16. I’m Your Man 17. A Thousand Kisses Deep 18. Take This Waltz —bis I.— 23. So Long Marianne 24. First We Take Manhattan, Then We Take Berlin —bis II.— 25. Famous Blue Raincoat 26. If It Be Your Will 27. Closing Time —bis III.— 28. I Tried to Leave You
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