Patti Smith riporta Grado negli anni Settanta (2010)

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Autore: Urban Bolta
Foto: Urban Bolta

Luogo: Diga Nazario Sauro / Grado / Italia
Data del concerto: 02.08.2010
Presenze: 500
Prezzo del biglietto: 35€

A un tiro di schioppo dal confine sloveno, dall’altra parte del golfo di Trieste, nell’ultima serata del festival di Grado 2010 è salita sul palco Patti Smith, una delle madrine del punk, anche se nell’anima resta una fedelissima della generazione dei fiori a cavallo tra Sessanta e Settanta, quando il mondo era in mano agli hippie. In questi giorni Patti se ne va in giro per lo Stivale, e la data di Grado era il punto più a est del suo mini tour italiano. Il palco stava proprio sul lungomare, in pieno centro: l’atmosfera marina faceva sfacciatamente l’occhiolino a quella di Simonov zaliv a Isola, mentre il cielo nero e i lampi minacciosi tutto intorno ci hanno messo il carico da novanta in fatto di elettricità. Mi è tornato in mente, senza volerlo, il concerto dei Jethro Tull a Udine il luglio scorso, quando il tempo aveva minacciato pioggia per tutta la sera e il cielo si era aperto solo a fine show. Anche stavolta ce la siamo cavata più o meno all’asciutto: grazie a “fratello tuono” e “sorella natura”, come li ha chiamati Patti, che hanno scaricato tutta la loro furia proprio nel momento in cui, pieni di sensazioni da concerto e belli soddisfatti, ci stavamo infilando nel nostro destriero d’acciaio. Ma andiamo con ordine!

Prima ancora dell’americana ha avuto il suo spazio un cantautore di queste parti, di cui purtroppo non conosco il nome. Armato di chitarra acustica, ha attraversato un repertorio proprio di buona fattura, condendo l’esibizione con una versione di The Ghost Of Tom Joad di Springsteen. Le marce rock monodimensionali e l’esibizione del cantautore si paragonano più facilmente proprio al Boss: energia e carisma dei brani suonati si distinguevano dalla perfetta sintonia con la visione musicale di Springsteen solo per la forte presenza di una componente folk, affidata al sottofondo dell’armonica. Nonostante un’esecuzione soddisfacente, in attesa dell’attrazione principale della serata il set di questo musicista malinconico e sentimentale sembrava scivolare via, oltre le orecchie italiane, verso il mare aperto.

Dopo una breve pausa è arrivato il momento di Patti Smith! Sul palco si sono sistemati prima i membri della band di accompagnamento, che hanno attaccato a suonare; solo i primi versi hanno sputato fuori la loro capa, con tutto il suo carisma. L’inizio rilassato e tranquillo, che invitava a una pigra siesta da qualche parte lungo la costa adriatica, è stato scosso solo dal primo grande successo, Free Money, suonato per terzo. Patti aveva il supporto di due chitarre acustiche, mentre per l’organicità del suono ci pensavano le tastiere, ogni tanto sostituite da un sintetizzatore. Stavolta per le chitarre elettriche non c’era posto, e ha funzionato dannatamente bene: un set esclusivamente acustico ha portato i pezzi di Patti a un altro livello, ne ha amplificato il messaggio e alla fine ha tinto tutto il concerto di quell’autenticità anni Settanta da cui nascono la figura e le opere di Patti Smith.

Com’è comprensibile, gran parte della scaletta era fatta di pezzi in cui si riconosce ogni fan della sua musica: non sono mancate Gloria, Redondo Beach, Birdland e Beacuase The Night, scritta insieme a Bruce Springsteen nel lontano 1977. Vale la pena citare le cover di People Who Died (Jim Caroll) e Play With Fire (The Rolling Stones), con cui Patti ha dimostrato di essere un’artista musicalmente apertissima, capace di calarsi tanto negli elementi più rabbiosi del punk rock quanto nell’eredità molto più sottile delle leggende del blues rock, e allo stesso tempo di confezionare queste cover nel suo stile inconfondibile, mantenendole comunque coinvolgenti.

Sul palco Patti Smith è convincentissima. Dentro di lei convivono una figura carismatica e allo stesso tempo semplicissima. Il concerto è un puzzle di ritmi più rilassati e altri energici, che si intrecciano e scivolano uno nell’altro come la sabbia in una clessidra, mentre Patti li lega con abilità attraverso semplici discorsi al pubblico, in cui ricorrono spesso parole come libertà, natura, seguire il cuore e altre frasi simili, attualissime ai tempi della sua giovinezza, quando dappertutto sbocciavano i fiori e i ragazzi scoppiavano d’amore. Quei discorsi semplici, con il suo sorriso, Patti li ha deposti dritti nel cuore del pubblico, e il culmine del messaggio è arrivato con il brano finale, People Have The Power, che calzava a pennello con l’episodio quasi incredibile di metà concerto. Nonostante il primo intervento della sicurezza, a due “ragazze fiore” è riuscito il colpo: hanno fatto alzare in piedi e portare sotto il palco l’intero pubblico, per diverse centinaia di persone, dall’area impostata come un teatro e piena di sedie. È stato il crollo definitivo del muro invisibile che nella prima parte del concerto frenava il fluire dell’energia tra band e pubblico. Si è capito subito che un evento di questo tipo, che ai concerti di questo calibro capita molto di rado, ha dato nuova forza a una band già di buon umore, e così ogni momento successivo è stato puro piacere. Sembrava che una Patti Smith ritrovata stesse suonando il suo concerto d’addio! Un paio di volte si è anche messa la chitarra a tracolla, e il bel gioco delle tre chitarre acustiche è stato solo un altro tassello del puzzle che ha reso davvero indimenticabile una serata da cui, diciamoci la verità, non mi aspettavo chissà cosa.

Foto: Urban Bolta

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