Massacro death metal a Vienna (2010)
Luogo: Arena / Vienna / Austria
Data del concerto: 17.11.2010
Presenze: 300
Prezzo del biglietto: 19€ (prevendita) / 24€ (la sera del concerto)
Cosa c’è di più bello di un pacchetto death metal prima di Natale? Niente! Chiunque abbia a cuore il death metal doveva essere lì. Ma, con grande delusione di tutti noi presenti, la gente era davvero, davvero, davvero poca.
Perdersi Job For A Cowboy e Whitechapel insieme è praticamente un peccato mortale. Peggio per te, poser!
In apertura ci ha accolto un aperitivo chiamato Trigger The Bloodshed, che porta male e distruzione su tutti i palchi del mondo. Dici che l’Inghilterra non ha del buon metal moderno? Non è vero. Ce n’è un mare, e i TTB ci stanno di diritto. Partire dal deathcore per passare al death metal è una svolta nel senso migliore del termine. Come sorprendono su disco, sorprendono anche sul palco. Il 16 settembre avevamo la possibilità di vederli anche a Lubiana, ma a Vienna hanno radunato soltanto una folla più numerosa di quella che c’era a Lubiana. I ragazzi prendono il lavoro sul serio, come si deve. Ma senza intro da film proprio non si può. Come a Lubiana, anche a Vienna hanno usato quelle sequenze sonore che hanno dato pepe alla serata. Niente da dire. I ragazzi segano, scannano, macellano e si divorano tutto quello che hanno davanti. Il cantante Jonny Burgan e il chitarrista solista e seconda voce Rob Purnell si completano alla grande e creano la vera atmosfera di guerra e massacro, ovvero di sangue versato. E perché tutto fosse perfetto, dietro la batteria si è barricato Dan Wilding, più noto al pubblico come ex batterista delle leggende death/grind belghe Aborted. Per non farla lunga: i ragazzi hanno suonato alla grande, con un sound potente e violento. Da vedere, se ti capitano a tiro.
Dopo l’aperitivo ci vuole l’antipasto! Stavolta questo tour si è battezzato Annotations Of An Autopsy, o più brevemente AOAA. Proprio come i TTD, anche gli AOAA arrivano dall’isola di Sua Maestà e sono un’altra prova che l’Inghilterra ha dei buoni gruppi di metal moderno. Questi ragazzoni un po’ più in carne sono saliti sul palco con sguardi truci e abbiamo capito subito che aria tirava. Hanno iniziato a randellare gli strumenti come se il domani non esistesse. La parte strumentale di per sé non è niente di che. I “breakdown” che si ripetono per tutto il concerto fanno venire un po’ sonno, ma la voce di Steve Regan si sente a tredici paesi di distanza. Dato che con le band moderne siamo abituati all'”inhale growl” e al “pig squeal”, gli AOAA ribaltano lo stereotipo. Steve sputa letteralmente un mix di voce da maiale e da bue. A tratti fa davvero paura. I ragazzi hanno spaccato per una buona mezz’ora e ben presto è arrivato il momento di staccare. I piccoli “mosher” erano delusi perché non avevano più niente su cui ballare, ovvero su cui agitare le braccia e tirare calci in aria e intorno a sé; noialtri eravamo delusi perché ci stavamo godendo la musica. Ogni cosa prima o poi finisce, e prima o poi doveva finire anche lo show degli AOAA. Consiglio ai ragazzi: suonate un po’ più veloci e alla gente spaccherete le volte craniche.
Dopo aperitivo e antipasto è arrivato il momento del piatto forte (secondo i più). Il tour ci ha offerto un’ottima ricetta e ce l’ha servita nella forma dei Whitechapel. Questi maestri del deathcore (anche secondo la maggioranza del pubblico) arrivano dalla terra dove per questo genere scorrono latte e miele (gli USA), con l’intenzione di rendere il resto del 2010 il più incandescente possibile a tutti gli amanti del genere. E cosa rende i Whitechapel così speciali? 3 chitarre e un piccolo cantante incazzato, ovviamente. Possiamo dire che sono gli Iron Maiden del death metal moderno. Come si conviene al loro show, salgono sul palco e iniziano a bruciare senza nessuna intro. Le tre chitarre fanno il loro, il bassista incazzato brandisce furioso lo strumento, e con il nuovo batterista i ragazzi hanno dato una ventata di freschezza al gruppo, visto che il batterista originale Kevin Lane purtroppo non ha potuto partecipare al tour. Ma ciò che rende questi ragazzi di Whitechapel così speciali e interessanti è il cantante Phil Bozeman. Il tipo faceva strappare le mutande ai presenti, in un modo che gli AOAA di prima potevano solo sognarsi. Il lato debole dell’esibizione dei Whitechappel è stato perdere il growl proprio nel mezzo del growl stesso. Ma non possiamo rimproverarglielo, visto che è salito sul palco senza aver dormito e a pezzi dopo 8 ore di viaggio dalla Svizzera. A peggiorare le cose, viaggiavano in furgone, perché non c’era il tour bus. Eppure il pubblico non si è lasciato scoraggiare e ha dato di matto insieme al cantante. Purtroppo la festa è durata solo 45 minuti. Naturalmente i Whitechappel non hanno lasciato il pubblico a mente fredda, perché gli hanno servito la hit This Is Exile. Esibizione convincentissima!
E cosa si preparava per il dopopasto, sotto forma di dolce? Questo era qualcosa di speciale. Tiramisù e torte Sacher spariscono di fronte a quello che ci siamo ingurgitati noi. C’è bisogno di indovinare? Questo dolce si chiama Job For A Cowboy. Intro epica e ingresso della band sono stati il segnale dello stato di allerta da battaglia. Il gruppo spacca, in sala si scatena il putiferio. La sega del death metal moderno, che a ogni nuovo pezzo vira sempre più verso l'”oldschool”, è stata il vero fenomeno della serata. Gli strumentisti hanno fatto il loro lavoro alla grande, a differenza del bassista Brent Riggs, che più che altro passeggiava come un modello per il palco mettendo in mostra il suo ciuffo da gallo.
Anche il cantante Jonny Davy ha deluso un po’ con il suo “scream”, che sembrava l’abbaiare di un cagnolino nano. Il lodevole “growl” ha rispettato tutte le aspettative, mentre gli scream un po’ meno: da questo punto di vista i nostri cowboy sono rimasti al livello dei Whitechapel. Jonny ha peggiorato la situazione “buttando giù” whisky sul palco, che per le corde vocali è la morte. A Jonny fa decisamente male, a differenza di Lemmy (Motörhead), che solo così riesce a consolidare la schifosità del suo leggendario rantolo. Questo (bellissimo) abbaiare in qualche modo l’abbiamo sopravvissuto; per il resto, nel complesso il concerto è stato molto solido e valeva tutto l’ascolto e la visione. Teniamo le dita incrociate che i JFAC arrivino presto anche da noi. Se vengono, poi chiedo ai promoter locali di vietare a Jonny l’ingresso in qualsiasi negozio di superalcolici. Grazie per la comprensione.
Con i JFAC la nostra cena è arrivata alla fine. Rimpinzati di death metal e con il sorriso stampato in faccia, ci siamo avviati piano piano verso la macchina e poi verso casa, in Slovenia. La serata ci ha servito una vera abbuffata e un massacro totale. Evidentemente a questo evento si sono appiccicate le profetiche parole dei (in)famosi rap/hardcoreman Deez Nuts: “Tonight we’re gonna party like there’s no tomorrow”.
foto: Tjaša Saje
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