Glenn Hughes, il re del soul in forma smagliante nel cuore di Salisburgo (2015)

foto: ALEŠ PODBREŽNIK 2015
0 118

Location: Salisburgo / Rockhouse / Austria
Data: 16.09.2015


Salisburgo, pittoresca cittadina austriaca nota soprattutto per l’eredità di Mozart, il vecchio centro barocco e le miniere di sale dei dintorni, ha ospitato nel suo grembo Glenn ‘the Voice of Rock’ Hughes, leggendario cantante/bassista ed ex membro di tantissime band rock di primo piano (alcune leggendarie): Trapeze, Deep Purple, Hughes/Thrall, Black Sabbath, Hughes Turner Project e Black Country Communion. Dopo una lunga pausa dalla carriera solista per via del lavoro con i Black Country Communion, quest’anno Glenn è finalmente tornato in tour da solista in Europa. La seconda data del giro era al Rockhouse di Salisburgo, dove già prima dell’inizio del concerto sembrava che dovesse esserci molta più gente, anche se forse, vista la scarsa ventilazione e il riscaldamento esagerato degli interni (che poi per fortuna è migliorato), meglio così.

A scaldare l’atmosfera in anticipo ci hanno pensato, come spalla, tre scatenati ragazzi americani guidati dal chitarrista/cantante Jared James Nichols, che con la loro solida miscela di blues rock prepotente, funk e hard rock hanno fatto contenta buona parte del pubblico, che per il resto aspettava con impazienza l’arrivo di Glenn Hughes. Nichols e i suoi due compari, il bassista Erik Sandin e il batterista Dennis Holm, hanno chiuso il set con una cover dei Mountain, »Mississippi Queen«, che, com’era prevedibile, ha ottenuto una reazione super positiva dalla maggior parte dei presenti. Il trio dal sangue caldo, che nel proprio linguaggio musicale non nasconde parecchie influenze Whitesnake (le si sente chiare anche nei testi un po’ scialbi del tipo ‘baby, you are all mine’), era una scelta più che adatta come band di apertura, e probabilmente a fine concerto più di qualcuno ha incontrato i ragazzi e ha comprato con entusiasmo il loro ultimo disco.

Il maestro delle acrobazie vocali più varie non ha fatto aspettare a lungo, perché, nonostante il trasferimento negli USA a metà anni Ottanta, si è tenuto in qualche modo la proverbiale puntualità inglese. È salito sul palco in compagnia del virtuoso della chitarra Doug Aldrich (ex Whitesnake, Dio), che di recente ha ‘rubato’ a quel vecchio compare di David Coverdale, e del batterista svedese Pontus Engborg, che collabora con Hughes dal 2010. Glenn ha mandato subito il pubblico in delirio e si è buttato sul ‘sodo’ con un’esecuzione eccellente di »Stormbringer«, catalizzatore di energia dei Deep Purple e ancora oggi opener ideale. Il ricchissimo curriculum di Glenn in band diverse, per lo più di culto, getta un’ombra lunga e spesso distoglie l’attenzione dalla sua carriera solista, tutt’altro che meno entusiasmante o interessante, tanto che prima di ogni concerto deve trovare il giusto equilibrio tra l’eredità delle band precedenti e il materiale solista. Il riuscito tuffo nei pezzi solisti è partito con una versione scatenata della potente »Orion«, che arriva dall’album »Soul Mover« (2005), uno dei lavori solisti preferiti di Glenn, dove ama ricordare spesso la collaborazione con il batterista Chad Smith (Red Hot Chilli Peppers).

Il carismatico cantante/bassista non si è dimenticato nemmeno degli esordi, così in questa serata abbiamo potuto goderci ben due classici dei Trapeze: »Way Back To The Bone« dall’album »You Are the Music…We’re Just the Band« (1972), dove Aldrich si è preso un po’ più di tempo per qualche audace volo solista, e »Touch My Life« dall’album »Medusa« (1970). Una piccola sorpresa nella scelta dei pezzi è stata »First Step Of Love« di Hughes/Thrall, che è stata di sicuro uno dei picchi della serata. Lo stesso vale per il classico dei Deep Purple spesso trascurato »Sail Away« dall’album »Burn« (1974), difficile da immaginare senza la voce di Coverdale, ma a Glenn è riuscita un’interpretazione vocale davvero azzeccata e interessante, che hanno dovuto riconoscere persino i più duri e puri del Deep Purple Mark III.

È seguita la probabile più grande sorpresa dell’intera serata: il trio di Glenn ha deciso di suonare »Good To Be Bad« dei Whitesnake, dall’omonimo album non proprio riuscitissimo, scritta da Hughes insieme al vecchio compare Coverdale e che Aldrich ha ormai in ‘dito mignolo’ da anni. Ovviamente è venuta molto meglio dell’originale. Glenn si è inchinato più volte all’amico e nuovo compagno di musica, che anche stavolta alla chitarra è stato praticamente inarrestabile, come ha confermato con un assolo impressionante partito subito dopo la fine di »Good To Be Bad«. Anche se il signor Hughes, che ultimamente nasconde i fastidi dell’età dietro occhiali da sole, una permanente e abiti da sessanta psichedelici, ha già superato i sessant’anni, vocalmente tiene ancora in modo incredibile: più volte ha sorpreso con improvvisazioni vocali ardite, e il culmine è stato di certo l’eccezionale versione del dramma dei Deep Purple »Mistreated«, dove, oltre al finale dilatato di tradizione, ha aggiunto qualche inserto soul impressionantissimo, da vera diva del soul (non per forza di colore).

È seguito un altro brano solista amatissimo, »Can’t Stop The Flood« dall’album »Building the Machine« (2001), che ha avuto una reazione del pubblico pazzesca, e poi un assolo di Engborg decisamente troppo lungo, senza niente di mozzafiato, durante il quale parecchia gente ha lasciato per un po’ la sala. Ma l’atmosfera sotto il palco si è di nuovo completamente elettrizzata con »One Last Soul« dei Black Country Communion, dopodiché il signor Hughes ha completato la sua ossessione per le anime con il classico solista »Soul Mover«, con cui ha chiuso in grande stile la parte regolare del concerto, raccogliendo ovazioni scroscianti dai fan più fedeli.

La vecchia volpe, che tra un’impresa vocale e l’altra se la cava ancora piuttosto bene anche col basso, non ha fatto aspettare troppo il pubblico per il bis, in cui ha suonato l’inno dei Black Country Communion »Black Country«, seguito dall’incendiario pezzo dei Deep Purple »Burn« (in segreto atteso da tutti), con cui il trio del maestro ha chiuso in modo esplosivo la serata con i presenti al Rockhouse di Salisburgo. La missione di Glenn, andare a caccia delle anime immortali dei suoi idoli funk, blues e soul, è stata portata a termine con successo, e il pubblico, per lo più molto soddisfatto, ha premiato con un applauso fragoroso il suo tradizionale saluto sdolcinato. L’ex cocainomane, che dopo una lunga battaglia con la droga a metà anni Novanta ha finalmente vinto e vissuto una ‘rinascita spirituale’ dal sapore esoterico, durante i discorsi al pubblico non ha infatti lesinato sorrisi di plastica e proclami un po’ patetici da ‘vecchia scuola americana’, in cui si è dichiarato hippie (bizzarro), ma grazie a un’esibizione fenomenale gli è (ancora una volta) perdonato tutto.

A Salisburgo Glenn Hughes ha dimostrato in modo impressionante che gli anni non intaccano minimamente le sue corde vocali e che la sua grande anima resta saldamente fedele a funk, blues e rock classico. Qualcuno di noi, durante certi pezzi come »Stormbringer« e »First Step Of Love«, dove in origine ci sono i sintetizzatori, ha sentito un po’ la mancanza delle tastiere, che avrebbero arricchito ancora di più un già splendido collage sonoro e un’ottima resa audio, ma il resto delle esecuzioni ci ha convinti che ‘non serve farne una tragedia’. Anche stavolta la serata con Glenn è stata indimenticabile e a molti di noi è venuta voglia di andare a vedere il concerto di Hughes a Vienna tre giorni dopo, ma alla fine ha prevalso una scelta del tutto pragmatica, in attesa, ovviamente, di un nuovo incontro dal vivo, un giorno non troppo lontano.

autore: Peter Podbrežnik
foto: Aleš Podbrežnik

Setlist:
1. Stormbringer
2. Orion
3. Way Back To The Bone
4. First Step Of Love
5. Touch My Life
6. Sail Away
7. Good To Be Bad
8. Mistreated
9. Can’t Stop The Flood
10. One Last Soul
11. Soul Mover
—bis—
12. Black Country
13. Burn


Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Questo sito utilizza i cookie per offrire il servizio web, i sistemi pubblicitari e le funzionalità che senza cookie non potremmo fornire. Visitando e utilizzando il sito, accetti l’uso dei cookie. Accetta Leggi tutto

Privacy e cookie