Waters e il suo carico di mattoni Pink Floyd sbarca anche a Zagabria (2011)

0 7

Autore: Aleš Podbrežnik

Luogo: Arena / Zagabria / Croazia
Data del concerto: 13.04.2011
Numero di spettatori: 20
Prezzo del biglietto: 50,75€ (parterre)

Esattamente quattro anni dopo l’ultimo tour solista, in cui aveva suonato per intero l’album dei Pink Floyd “The Dark Side Of The Moon” (1973), Roger Waters, cavaliere solitario da ben 26 anni dei Pink Floyd sciolti ormai da un pezzo, ha deciso che era ora di riattivare il messaggio della sua geniale creatura concettuale. Quel disco, uscito nel 1979, portò sull’orizzonte rock uno degli ultimi veri album d’autore, capaci di soddisfare davvero tutto ciò che si può definire con parole come “avanzato”, “progressivo”, “innovativo”, “sperimentale”,…

Gli anni sono passati, ma questo lavoro non ha perso né la forza del messaggio né il potente valore simbolico, sostenuto da un’iconografia a dir poco geniale. Come opera d’arte, a ogni reinterpretazione supera la prova del tempo per scherzo, e questo significa una cosa sola: è un’opera senza tempo, che rientra nella cerchia ristrettissima delle creazioni più sacre dell’epopea rock, così come la conosce e la intende l’umanità. Parliamo dell’album dei Pink Floyd “The Wall”, oggi arredo obbligatorio di ogni casa del globo terrestre.

“The Wall” è l’album delle generazioni. Da chi oggi ha i capelli grigi e, nel fulgore della giovinezza, ha vissuto l’eruzione delle origini del rock, fino a chi non era ancora nato quando Waters si era già buttato a capofitto nella carriera solista. Waters è un uomo che sa di non essere più un ragazzino, perciò forse per l’ultima volta in carriera si è lanciato nell’avventura di un progetto megalomane che, già nei suoi primi passi, chiedeva un rinnovamento radicale e un vestito nuovo per scendere tra i comuni terrestri del nuovo millennio, sotto forma di rivolta sociale e critica, più attuale che mai. “The Wall” è prima di tutto un album nato come frustrazione di una star che, nell’eccesso di tutto, ha perso la propria integrità e la capacità di opporsi, ma Waters l’ha sfruttato già da un pezzo, con raffinatezza, per un attacco a viso aperto alle brutture del capitalismo. Un capitalismo che, con il virus della sua avidità inarrestabile, distrugge tutto ciò che è bello e, incarnando un pensiero unico dalle mille forme ma con gli stessi obiettivi, cerca di trascinare quante più persone possibile, sul lungo periodo, nell’agonia della dipendenza e dell’autodistruzione, perché il materiale non porta felicità, né salute, figuriamoci gioia. Eppure ne mettiamo l’importanza al di sopra dello scopo di ciascuno di noi. Ma non voglio andare troppo lontano.

Per mettere in moto questo tour megalomane Waters ha avuto bisogno, più o meno, di ben 37 milioni di sterline. Oltre a tutto il perfezionismo che nei fatti dà forma al carisma di questo venerabile artista, nel progetto è coinvolta un’intera macchina di collaboratori a contratto, vari “legionari”, ognuno dei quali, nel suo mestiere, porta un tassello importante nel mosaico dell’immagine complessiva della restaurazione del concept di “The Wall” in forma tridimensionale, davanti agli occhi di una plebe affamata di “pane e giochi”.

Roger Waters, voce principale e bassista, si è portato dietro per il tour dei compagni fidati: i chitarristi Snowy White e Dave Kilminster, il batterista Graham Broad e il tastierista Jon Carin. Al posto del tastierista, il floydiano Rick Wright scomparso troppo presto, che aveva collaborato al precedente tour di Waters, si è liberato un posto per il figlio di Waters, Harry Waters. Come terzo chitarrista è stato chiamato per il tour anche G.E.Smith. Seconda voce solista accanto a Waters è Robbie Wyckoff, incaricato di tutti i versi che sull’album “The Wall” originariamente canta David Gilmour. Non dimentichiamo poi il quartetto di coristi, formato per il nuovo tour da Jon Joyce, Michael Lennon, Mark Lennon, Kipp Lennon. Tutti e tre i Lennon non sono parenti di John, e nemmeno i fratelli Dalton lo sono.

Alle otto e dieci di sera la sala si oscura. Un’ira oceanica di entusiasmo sovrasta la parola d’ordine populista che si ripete in un crescendo verso il caos: “I am Spartacus!” Esplosione pirotecnica e benvenuti sotto la luce dei riflettori. Il pubblico in estasi, il palco vestito dell’iconografia dei martelli in marcia, accompagna in volo radente verso il secondo pezzo dello show lo schianto sensazionale del modellino del bombardiere in picchiata tedesco Ju-87 B “Štuka”, con le insegne  del reparto 7./StG 77 destinato alle operazioni nei Balcani nel 1941.

Nel primo tre quarti d’ora di concerto il muro viene costruito. L’amatissimo insegnante si intrufola immancabilmente sul palco quando nella sala risuona uno dei brani più riconoscibili del lascito dei Pink Floyd, Another Brick in the Wall Part 2, e il palco accoglie un coretto speciale di bambini, con magliette “Fear builds wall”, che aiutano a far esplodere la rivolta scolastica degli alunni “illuminati”. Poi arriva Mother, dove Roger finalmente si prende qualche minuto di respiro e nel suo discorso rivela che il filmato che accompagna il pezzo risale a 30 anni fa, quando i Pink Floyd si esibirono per l’ultima volta in un tour dedicato alla promozione dell’album “The Wall”, all’Earls Court di Londra. “…when I was poor, miserable, fucked up, little Roger…” è la sequenza di parole con cui ha ovviamente sottolineato che oggi per lui non c’è più spazio per l’autocommiserazione. Momento eccezionale, dove regna ovviamente Roger con il suo celebre modo di porgere i versi, che non nascondono il suo tipico retrogusto di cinismo, in sintonia con la chitarra acustica; sullo sfondo si aggiunge il suono vellutato delle tastiere del figlio, e nella parte centrale assistiamo di nuovo a un’esecuzione allungata del pezzo (allungato anche il finale di Another Brick in the Wall Part 2), che si è così arricchito di un altro assolo di chitarra.

Con Goodbye Blue Sky prendono vita per la prima volta le animazioni “rigogliose” fedeli alla tradizione del concept di “The Wall”. Ma rinnovate. Qui abbiamo avuto anche la risposta a quanto di Gilmour Waters volesse tenere nella parte vocale della reinterpretazione dell’album. Non cercava un clone di Gilmour, ma solo un timbro adatto. Robbie Wyckoff l’ha senz’altro giustificato con il suo canto curato e melodicamente pulito, che ha colto un pizzico di struggimento malinconico. Chi qui cercava un clone di Gilmour è rimasto con un pugno di mosche. “The Wall” eseguito da Roger Waters non è “The Wall” diretto dai Pink Floyd e qui bisogna tracciare una linea di demarcazione chiara, altrimenti dal concerto non torni mai del tutto entusiasta. A parti invertite vale esattamente lo stesso anche per i concerti solisti di Gilmour.

Lo stesso vale per Young Lust, dove bisognava cancellarsi in un attimo dalla testa la voce originale di Gilmour, volutamente ruvida come carta vetrata, così com’è nella versione in studio del pezzo dei Pink Floyd. Davanti a noi c’è Roger Waters, non i Pink Floyd. L’ultimo terzo della prima parte è stato un uso tattico dei minuti che ha aiutato le brave formichine operaie a posare gli ultimi mattoni nel muro. Così, dopo Another Brick in the Wall Part 3, la band ha ripreso, in varianti improvvisate, le combinazioni comuni racchiuse nel pezzo The Last Few Bricks, ancora una volta i temi portanti di Young Lust e One of My Turns, finché nel muro non è rimasta aperta una sola finestra. Da lì sporgeva, alla fine, solo la testa di Roger (Goodbye Cruel World), a traghettarci verso la pausa di 15 minuti.

Il muro è costruito! La seconda parte si apre con un contrasto eccezionale. Sensibile, fragile, innocente. Hey You, la cui dolcezza viene portata incontro alle fiamme furiose dalla parte strumentale centrale e da un finale vocalmente in primo piano. Questo pezzo la band lo suona interamente dietro il muro. Nello strumentale Is There Anybody Out There? il muro si apre giusto quel tanto che basta per far intravedere Kilminster e G.E.Smith. Nobody Home si rivela il momento più forte del secondo atto. Qui prende l’iniziativa il celebre approccio vocale di Waters, che lascia un vero groppo in gola quando passa con trasporto tra i versi del completo isolamento di Pink.

Contrasti sempre eccezionali! Sia nella combinazione tra melodia, scenografia e immagini proiettate sul muro, sia nella successione degli stati d’animo dettati dall’impianto dei singoli pezzi. A volte queste transizioni sono appena percettibili, incredibilmente aggraziate, sottili, sentite, altre volte colpiscono in modo diretto, dirompente e senza nascondersi. Proprio questo fluire tra grazia e robustezza, dolcezza e durezza, amore e odio, profitto e rovina, indipendenza e dipendenza risveglia in chi viene al concerto stimoli che normalmente filtra in modo cosciente e che mostra malvolentieri, per non dire che se ne vergogna. È il momento in cui puoi lasciarti andare del tutto, perché la magia della musica tocchi l’intimo più profondo dell’anima di chi ascolta. La strada è quindi aperta per unirti alla fonte inesauribile della creazione di bellezza musicale.

Naturalmente, tutti questi contrasti forti e unici possono avere anche un effetto un po’ diverso. È successo a circa 20 metri dal palco, forse un metro più vicino, che alla fine di Nobody Home, durante l’effetto audio-luminoso dell’abbattimento di un caccia britannico della RAF, probabilmente per una combinazione di ressa e mancanza d’aria, due adolescenti sono svenuti, e sono stati portati comunque il più in fretta possibile via dalla calca in un posto sicuro. Un elemento “shock” nello spettacolo, dunque, a effetto reale.

Dave Kilminster, incaricato di suonare tutti gli assoli principali di Gilmour, ha eseguito di nuovo con grande classe anche il più imponente di tutti, in Comfortably Numb, che è un momento a sé. Qui la sala si è risvegliata ancora una volta dalla trance ipnotica e i 20.000 spettatori hanno sostenuto di nuovo Roger con i versi, in modo più marcato.

Il gran finale lo apre l’esercito dei vermi, che porta definitivamente il protagonista alla domanda retorica sul peso della propria colpa, e questo ci conduce al giudizio finale. Trial è di per sé il culmine dello spettacolo. Nella nuova versione “da concerto”, nelle immagini proiettate sullo schermo, Roger Waters ha mantenuto solo di rado l’animazione originale del film “The Wall”. In Trial invece è rimasta intatta. Ha interpretato da maestro cinque personaggi, nei quali ha dovuto immedesimarsi tutti insieme mentre davanti al banco del giudice supremo, Sua Eccellenza il signor Verme, sfilavano Pink, sua madre e sua moglie, e poi il maestro. Alla fine Roger ha preso completamente il comando con i versi conclusivi della sentenza, quando nel verdetto il Verme ordina che il muro venga abbattuto. Qui Roger ha mostrato tutta la sua forza artistica, l’eleganza della maturità delle creazioni del proprio genio, perché ha brillato in quella luce in cui risplende tutto il lascito dei Pink Floyd dal carattere eccezionale, la cui parte del leone è sempre toccata proprio alla straordinaria ricettività e sensibilità di Roger, quando si trattava di trasformarsi in un ruolo preciso e dare vita al suo carattere davanti agli occhi e alle orecchie degli amanti della sua musica. E in questo, con piena sicurezza, nel finale ha tirato fuori dalla manica un poker d’assi brillante e ha stregato in tutto e per tutto l’Arena di Zagabria.

Sono state dette un sacco di cose, eppure ne restano sempre di più non dette, quando si tocca l’eredità di “The Wall”. “The Wall” è semplicemente una storia che fa parte di tutti noi, ci apre gli occhi e allarga la coscienza. È come una bomba nucleare. Demolisce le vecchie abitudini, così che in ognuno di noi si crei spazio per l’ingresso di nuove, che possono aiutarci nella crescita personale e nello sviluppo dell’intelligenza emotiva e spirituale. Dentro ci sono nascosti molti avvertimenti, ma insieme molte strade verso intuizioni che possono arricchirti enormemente. In termini di leggerezza rispetto a materialismo e schemi preconfezionati, ci redimono e ci liberano anche in modo duraturo. “The Wall” è uno di quei documenti della musica rock che possono vantarsi del messaggio impiantato nel modo più intelligente, quello del tacito volgersi a una “ribellione lucida”. Non chiede molto, anche se chiede tutto. Un piccolo pezzo di spazio sotto il sole libero per l’autoconservazione del proprio individuo, di ciascuno di noi. Nella realizzazione di un intento autentico. Dell’esistere qui e ora. E l’origine di tutta questa storia nasce solo dal puro assioma dell’amore per la vita. Abbattiamo dunque il muro dei principi del conformismo, vecchio di 2.000 anni e sopravvissuto da un pezzo!

foto: Helena Vertačnik

Scaletta

1.In the Flesh? 2.The Thin Ice 3.Another Brick in the Wall Part 1 4.The Happiest Days of Our Lives 5.Another Brick in the Wall Part 2 6.Mother 7.Goodbye Blue Sky 8.Empty Spaces 9.What Shall We Do Now? 10.Young Lust 11.One of My Turns 12.Don’t Leave Me Now 13. Another Brick in the Wall Part 3 14.The Last Few Bricks 15.Goodbye Cruel World —pausa— 16.Hey You 17.Is There Anybody Out There? 18.Nobody Home 19.Vera 20.Bring the Boys Back Home 21.Comfortably Numb 22.The Show Must Go On 23.In the Flesh 24.Run Like Hell 25.Waiting for the Worms 26.Stop 27.The Trial 28.Outside the Wall

Galleria fotografica

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Questo sito utilizza i cookie per offrire il servizio web, i sistemi pubblicitari e le funzionalità che senza cookie non potremmo fornire. Visitando e utilizzando il sito, accetti l’uso dei cookie. Accetta Leggi tutto

Privacy e cookie