Tè con le leggende del rock a Križanke (2012)

foto: HELENA VERTAĆNIK 2012
0 399

Luogo: Lubiana / Križanke / Slovenia
Data: 20.09.2012


Solo un anno fa, chiunque sia costretto a espatriare per vedere i propri artisti preferiti avrebbe liquidato con un sorrisetto sarcastico chi si fosse azzardato a prevedere che il concerto di due leggendarie band rock britanniche, Nazareth e Wishbone Ash, in pieno centro di Lubiana, a Križanke, avrebbe fatto il pieno di pubblico. Per fortuna, anche nel nostro caro ‘pollaio’ sloveno le cose, piano piano, stanno comunque cambiando in meglio, almeno per quanto riguarda il rapporto degli sloveni con il rock di qualità e quindi la presenza ai concerti dove suonano leggende come queste due. Vedere Križanke strapiene è stata una vera soddisfazione: significa che noi sloveni (con il solito, generoso ‘aiuto’ di chi è arrivato dai paesi vicini) abbiamo ancora abbastanza appassionati di rock classico da non fare, come fin troppo spesso, una figuraccia. Tanto di cappello all’organizzatore per l’enorme coraggio: ha fatto una puntata davvero grossa e rischiosa. Speriamo che questa buona affluenza da ogni angolo della Slovenia e oltre sia un buon segnale per l’organizzazione dei prossimi concerti.

GHB:
A scaldarci prima dell’arrivo delle due leggende ci ha pensato un nome di casa nostra, i Grega Habič Band, annunciati sul palco da nientemeno che il caporedattore di RockLine e caro fratello Aleš Podbrežnik. Il giovane virtuoso della chitarra, stilisticamente lontano anni luce dalle due attrazioni principali della serata, ha proposto la sua versione personale di ‘guitar rock’ strumentale ben salato, con dentro influenze di generi diversi, e ha ricevuto una risposta più che dignitosa dal pubblico: bello da vedere, e un ottimo viatico per le imprese future del signor Habič.

WISHBONE ASH:
I pesi massimi dell’art rock britannico sono stati annunciati sul palco da un collega di Rockline, il leggendario Jernej Vene, che ha snocciolato anche i nomi di tutti i membri della band. I Wishbone Ash, ancora in forma live fenomenale dopo l’uscita dell’ultimo album in studio «Elegant Stealth» (2011), sono stati i vincitori assoluti della serata e hanno soffiato ai Nazareth il titolo di attrazione principale di questo evento unico. Come sempre, a vegliare sulla band con la sua mitica chitarra elettrica flying-V c’è l’ultimo membro originale dei Wishbone Ash, il virtuoso della chitarra e cantante Andy Powell, e fra i musicisti c’è un’intesa fuori dal comune, soprattutto grazie alle epiche multi-armonie di chitarra, il loro marchio di fabbrica, che ha entusiasmato intere generazioni di hard rocker, prog rocker e metallari. Nel loro approccio stilistico complesso, oltre al prog e all’hard rock, i Wishbone Ash coltivano anche elementi di blues, folk e jazz, tanto che ancora oggi la definizione più facile per loro è art rock. Ne sono rimasti convinti pienamente soprattutto i più giovani tra i presenti, che per una volta tanto non mancavano, e molti dei quali li vedevano dal vivo per la prima volta.

Gruppi con una componente ‘art’ così marcata dalle nostre parti arrivano purtroppo più di rado di quanto piova nel deserto, quindi è stato un piacere vedere la reazione scatenata del pubblico quando i Wishbone Ash hanno aperto lo show con l’intramontabile «The King Will Come», evergreen di «Argus» (1972), seguita poco dopo dalla immortale epopea proto-metal «Warrior», dove le armonie di chitarra tra Powell e Muddy Manninen sono sbocciate in modo particolare. Da «Argus», che quest’anno festeggia il quarantesimo anniversario e resta di gran lunga il loro album più amato e, per la maggior parte dei fan, anche il migliore, hanno suonato altri due classici: il capolavoro malinconico «Sometime World» e il rocker energico «Blowin’ Free». Quest’ultimo è stato suonato nel bis, insieme alla sorpresa «Ballad of the Beacon» da «Wishbone Four» (1973).

Per tutto il concerto i Wishbone Ash hanno avuto un suono eccellente, e il merito va soprattutto alla squadra audio del Festival Novo Mesto. Le leggende dell’art rock, in gran spolvero, hanno inserito in scaletta anche qualche perla che non suonano proprio ogni sera, come «Engine Overheat» da «Twin Barrels Burning» (1982) e lo standard «Open Road» da «Number The Brave» (1981), dimostrando agli eventuali scettici che anche negli anni Ottanta hanno sfornato un bel po’ di cose notevoli. Con una buona interpretazione di «Can’t Go It Alone» e «Warm Tears» non si sono dimenticati nemmeno dell’album attuale «Elegant Stealth. Powell e Manninen, che armonizzavano le linee di chitarra come se niente fosse e si scambiavano con foga il ruolo di solisti principali, hanno avuto alle spalle per tutto il tempo una sezione ritmica poderosa: il bassista Bob Skeat, gran burlone, e il batterista Joseph Crabtree, che in cinque anni dal suo ingresso nei Wishbone Ash è già riuscito a scrollarsi di dosso l’etichetta di ‘pivellino’.

Ovviamente, com’era prevedibile e giusto,  a dominare sono stati i classici dei ‘mitici’ anni Settanta, tra cui non potevano mancare la toccante ballata «Lady Jay» e il complesso, devastante pezzo hard rock «Jailbat», che fa sempre infiammare il pubblico. La parte regolare del concerto si è chiusa, quasi scontato, con l’epica «Phoenix» da «Wishbone Ash» (1970), oltre dieci minuti di leggenda che anche stavolta, tra improvvisazioni da applauso, si è allungata per bene. Dopo il bis, i «Wishbone Ash» hanno salutato il palco tra applausi scroscianti, da veri trionfatori della serata, lasciando il posto ai leggendari scozzesi Nazareth.

NAZARETH:
I campioni del rock classico scozzese Nazareth, nel cui sound hard rock soffia l’aria delle Highlands, in questo paese sul lato soleggiato delle Alpi avevano suonato l’ultima volta a metà anni Novanta, nel Litorale: per rivederli dalle nostre parti abbiamo dovuto aspettare ben più di un decennio e mezzo! Se in quel lontano concerto a Dornberk il chitarrista Jimmy Murrison era ancora un membro freschissimo della band, oggi è ormai un pilastro e un sostegno affidabile per lo scheletro del gruppo, formato da Dan McCafferty alla voce e Pete Agnew al basso. Dieci anni fa al trio si è unito dietro la batteria Lee, figlio di Pete Agnew: con questa formazione i Nazareth hanno pubblicato finora due album in studio, «The Newz» (2008) e «Big Dogz» (2011), e a tenere in moto l’ingranaggio negli ultimi anni ci pensano anche i continui tour, che, come detto, hanno finalmente portato gli scozzesi pure da noi.

I Nazareth sono stati annunciati sul palco da nientemeno che un loro coetaneo, Dragan Bulič, e il quartetto ha aperto la serata insieme a noi, dopo il classico intro di cornamuse tradizionali scozzesi, con Silver Dollar Forger. È seguito l’altisonante hit Telegram, con il suono distorto della chitarra a preannunciare una bella sterzata sonora rispetto ai loro predecessori sul palco. Se i Wishbone Ash si sono presentati come una band dalla marcata connotazione artistica, a cui non sono estranee nemmeno le divagazioni improvvisative rispetto ai pezzi originali, i Nazareth, dal canto loro, appartengono alla lega dell’hard rock purosangue: stavolta i loro hit, suonati davvero con grinta, funzionavano al primo colpo, ma proprio per questo in modo molto più superficiale.

Dan Mccafferty resta la vera mascotte e il capo del gruppo! Il simpatico signore dai capelli grigi, che con il suo forte accento scozzese ha conquistato subito il pubblico, con quella voce graffiante, ormai a malapena in marcia, ha impresso su ogni brano il marchio inconfondibile dei Nazareth. La sua performance è stata un po’ più trattenuta del solito, probabilmente per colpa di una serata di settembre più fredda della media, come ricordava anche il bassista Agnew, sul lato destro del palco, sfregandosi continuamente le mani. Nei pezzi più noti, come l’eterna ballata sempreverde Love Hurts, che com’era prevedibile ha scatenato la reazione più euforica dell’intera serata, o la solare Broken Down Angel, McCafferty ha invitato il pubblico pieno di Križanke a cantare tutti insieme. Verso la fine del concerto la sua voce ha iniziato a mostrare segni di stanchezza, ma, soprattutto considerando le sue 65 primavere sulle spalle, ha portato a casa il compito con assoluta sicurezza, tanto da sbattere in faccia il guanto di sfida a tutti quelli che con le chiacchiere l’avevano crocifisso troppo in fretta.

Tornati sul palco, i musicisti di Dunfermline con Night Woman e Razamanazz hanno riportato indietro le lancette al 1973, chiudendo poi la serata con il messaggio ottimista del power-singolo Dream On. I Nazareth a Križanke hanno messo in piedi uno show soddisfacente, che ha convinto i fan del rock old school presenti, ma per un voto più alto gli scozzesi avrebbero dovuto dare una spinta in più sull’acceleratore nel contatto col pubblico, visto che a tratti il quartetto è sembrato fin troppo assonnato, e lo stesso vale per la durata del concerto.

testo: Peter Podbrežnik (intro, GHB, Wishbone Ash)
testo: Urban Bolta (Nazareth)
foto: Helena Vertačnik & Aleš Podbrežnik
video: Bojan Horvat

Wishbone Ash 
1. The King Will Come 
2. Warrior 
3. Can’t Go It Alone 
4. Sometime World 
5. Open Road 
6. Warm Tears 
7. Lady Jay 
8. Jailbait 
9. Engine Overheat 
10. Phoenix 
—bis— 
11. Ballad Of The Beacon 
12. Blowin Free

Nazareth
1. Silver Dollar Forger 
2. Telegram 
3. This Month’s Messiah 
4. Sunshine 
5. Turn On Your Reciever 
6. Cocaine 
7. Radio 
8. Love Hurts 
9. This Flight Tonight 
10. Broken Down Angel
11. Hair Of The Dog 
—bis— 
12. Night Woman 
13. Razamanazz 
14. Dream On




Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Questo sito utilizza i cookie per offrire il servizio web, i sistemi pubblicitari e le funzionalità che senza cookie non potremmo fornire. Visitando e utilizzando il sito, accetti l’uso dei cookie. Accetta Leggi tutto

Privacy e cookie