Perfect Strangers

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Autore: Peter Podbrežnik

Artista: Deep Purple
Etichetta: Polydor Records
Uscita: year
Durata: 44:13
Voto: 4.5/5

I leggendari colossi dell’hard rock britannico Deep Purple, dopo otto anni di separazione, sono tornati sulla scena con l’undicesimo album in studio, »Perfect Strangers«, in cui si è riunita la loro formazione più amata e di maggior successo, quella che i fan di solito chiamano con affetto MK II. Il cantante Ian Gillan arrivava dai Black Sabbath, il chitarrista Ritchie Blackmore e il bassista Roger Glover dai Rainbow, il tastierista Jon Lord dai Whitesnake e il batterista Ian Paice dalla band di supporto del chitarrista di culto Gary Moore. Se Gillan ancora oggi ci scherza su, sulla sua breve parentesi con i Black Sabbath, Blackmore e Glover, dopo che con la versione AOR dei Rainbow non erano riusciti a conquistare il mercato americano, non vedevano l’ora di dare una mano a rimettere in piedi la band che aveva dato loro fama mondiale. Anche Lord, in silenzio, era sempre più insoddisfatto del suo ruolo nei Whitesnake, dove sotto il comando dell’ex cantante dei Purple David Coverdale, sempre più narcisista di disco in disco, giocava una parte ogni volta più marginale. Paice, che prima dei tre anni con Gary Moore aveva provato per un po’ anche l’avventura Whitesnake, era comunque, insieme a Lord, il membro più devoto ai Deep Purple da sempre.

La riunione della versione più venerata dei Deep Purple, e la decisione di registrare un nuovo album e di partire per un’enorme tournée, fu senza dubbio l’evento rock più importante del  1984. Il titolo dell’album e della sua canzone chiave non poteva essere più azzeccato: i leggendari musicisti della Mark II, pur rimasti in buona parte in contatto anche dopo lo scioglimento dei Deep Purple, avevano lavorato insieme per l’ultima volta nel 1973, con l’uscita di »Who Do We Think We Are«, ed erano davvero dei perfetti sconosciuti, soprattutto sull’asse Blackmore-Gillan, che però in qualche modo erano riusciti a seppellire (per il momento) l’ascia di guerra.

In »Perfect Strangers«, segnato dalla classica produzione AOR degli anni Ottanta, hanno risvegliato la loro ricetta hard rock vincente, fatta di una combinazione sfacciatamente efficace: la voce urlante e melodrammatica di Gillan, le acrobazie chitarristiche sempre innovative di Blackmore, le scintillanti opere d’arte all’organo di Lord, le linee di basso melodiche di Glover e i fraseggi devastanti alla batteria di Paice. In particolare il solito, sublime Hammond di Lord, in mezzo al trionfo totale della sintetica sintetizzatoria degli anni Ottanta, ha riportato alla mente tempi romantici e ormai quasi dimenticati, rendendo possibile una transizione sonora riuscita e un ponte tra i vecchi fan e i nuovi.

Blackmore e Glover hanno portato dai Rainbow anche qualche influenza di rock melodico, che si sente soprattutto in certi ritornelli. Anche questo ha fatto sì che »Perfect Strangers« fosse un ritorno così riuscito: era un mix tra i ‘bei vecchi tempi’ del romanticismo hard rock e lo slancio rinfrescante della produzione anni Ottanta, con una punta di fascino AOR. Allo stesso tempo, in vari pezzi non mancano jam strumentali di altissimo livello tecnico, da sempre uno dei loro marchi di fabbrica sonori.

»Perfect Strangers« è dall’inizio alla fine una giostra hard rock energica, condita di melodia, in cui trovano posto due classici dei Purple ancora oggi amatissimi. Il primo è la delizia di apertura »Knocking At Your Back Door«, con un’intro drammatica all’organo e un riff di chitarra assassino, mentre Gillan, con la sua voce elastica che arriva altissima, mentre racconta una classica storia d’amore porta subito il giusto fascino romantico. Il culmine di quest’atmosfera energica, che cresce di pari passo con i passaggi di chitarra grezzi e i fraseggi di batteria senza compromessi, è un ritornello imponente e melodico su base AOR, dove le armonie a più voci si fondono splendidamente. L’improvvisazione chitarristica scatenata di Blackmore nella parte centrale approfondisce il dramma generale, mentre Gillan dimostra di secondo in secondo di non aver perso nemmeno un po’ della sua straordinaria profondità vocale e del suo patos romantico. Gli strati scintillanti dell’Hammond di Lord, intanto, creano con successo un effetto di casa e mandano il messaggio che i vecchi, cari Deep Purple sono di nuovo qui.

»Under The Gun«, dal taglio pacifista, che racconta di un soldato solo nel mezzo dell’insensatezza della guerra, è una vera bomba hard rock, con il canto di Gillan tirato al massimo, il riff potente di Blackmore e i passaggi massicci dell’organo di Lord, dove la tensione drammatica, sostenuta da stratificati passaggi di batteria, cresce insieme al ritornello deciso. Le improvvisazioni di chitarra finali di Ritchie sono ancora una volta un vero balsamo per tutti gli adoratori dell’infinita virtuosità dell’uomo in nero. »Nobody’s Home« si apre con una fantasiosa improvvisazione al sintetizzatore, che spiana la strada a una frase di chitarra bruciante e a massicci strati di Hammond. Gillan è di nuovo eccellente nel costruire con la voce un dramma emotivo a tinte familiari. L’assolo scanzonato di Lord all’Hammond, accompagnato da passaggi di batteria spietati, ravviva bene l’atmosfera d’impatto, finché Blackmore con un altro splendido assolo non regala una chiusura riuscita.

In »Mean Streak« Gillan, più che a suo agio, come gli riesce benissimo, si trasforma nel romantico ubriacone a cui la prima passante che ha mosso un po’ il sedere e i fianchi ha mandato in tilt il cervello, mentre a sostenerlo ci sono frasi di chitarra appassionate, uno strato scintillante di organo e una combinatoria ritmica condita di melodia. Il vertice dell’album è però la title track, cioè »Perfect Strangers«, dove sulle ali della possente frase di chitarra di Blackmore e delle scale pentatoniche i Deep Purple creano un’autentica atmosfera orientale, che con il motivo principale ricorda parecchio il classico dei Rainbow »Stargazer« e, di conseguenza, anche l’evergreen dei Led Zeppelin »Kashmir«. L’atmosfera mistica comincia a costruirsi con la voce misteriosa di Gillan, mentre le linee di basso, con l’assistenza dinamica della batteria, esprimono col tempo le sfumature ritmiche pentatoniche. Gli strati dell’Hammond, uniti alla possente frase di chitarra e alle variazioni vocali urlate di Gillan, creano il celebre motivo dal colore orientale, davanti al quale ancora oggi tutti i gourmet della musica possono vivere un nirvana ambientale. Il testo autobiografico racconta l’incontro di vecchi conoscenti che, dopo tanti anni, si ritrovano insieme e scoprono che la vecchia anima che un tempo li univa è ancora lì.

»A Gypsy’s Kiss« è un pezzo decisamente meno noto del precedente, ma comunque molto interessante e complesso, e soprattutto un hard rock temperamentale che con la sua natura iperattiva e il ritmo sostenuto risucchia l’ascoltatore in un attimo dentro un racconto romantico sullo stile di vita rock, per il quale hanno usato la metafora del bacio di una zingara. Le frasi di chitarra innovative di Ritchie sono ancora una volta in perfetta sintonia con le massicce trame d’organo di Lord, mentre Paice e Glover si occupano con zelo di una marcata stratificazione ritmica. La variazione chitarristica classicheggiante di Blackmore finisce presto in un duello epico con l’assolo d’organo gastronomico di Lord. L’ottima power ballad »Wasted Sunsets«, sulle ali di una prova vocale fenomenale e straziante di Gillan e delle opere chitarristiche di impronta classica di Blackmore, è intrisa di un’atmosfera spiccatamente malinconica, in cui non manca la nostalgia dei ‘bei vecchi tempi’. Lord, sullo sfondo, stende con cura possenti tendaggi d’organo con cui approfondisce il melodramma generale.

L’insolito hard rock di »Hungry Daze«, con le sue interessanti variazioni ritmiche e un’altra scanzonata frase di chitarra centrale di Blackmore, ancora una volta con un tocco orientale, offre un ottimo contrasto e conferma che i Deep Purple sono di nuovo una macchina hard rock ben oliata. Gillan brilla ancora con le sue imbattibili imprese vocali stridenti, mentre Blackmore è semplicemente inarrestabile nell’ideare riff di chitarra intelligenti e complesse variazioni soliste. Lord, intanto, iniettando texture di sintetizzatore nella tavolozza tradizionale dell’organo, dimostra che, nonostante l’eterno amore per l’Hammond, è sempre stato aperto anche alla sperimentazione con la tecnologia innovativa delle tastiere. Il dramma finale »Not Responsible« è impregnato di un’atmosfera cupa grazie a una frase di chitarra grezza, linee di basso temperamentali e al melodramma vocale infuriato di Gillan. Anche stavolta il leggendario collettivo dimostra il suo straordinario senso nel costruire motivi principali possenti e facili da memorizzare, e la propensione a impastare variazioni strumentali tecnicamente perfette, che raggiungono l’apice con lo scanzonato assolo di chitarra di Blackmore.

»Perfect Strangers« segnò il ritorno trionfale di leggende dell’hard rock già date per spacciate, che nel contesto tecnologico e produttivo completamente cambiato degli anni Ottanta si ritrovarono alla grande, firmando uno dei risultati più forti della storia della formazione più amata dei Deep Purple, almeno secondo la maggior parte dei fan. Come insieme l’album è estremamente coerente, senza un solo momento debole, anche se solo due brani possono essere definiti veri classici dei Purple (entrambi li suonano dal vivo ancora oggi). Il ritorno del quintetto di culto ebbe addirittura così successo che durante il tour tutto esaurito dovettero aggiungere altre date negli stadi americani. Nel 1985, per numero di concerti sold out e per incassi dalla vendita dei biglietti, furono quasi gli artisti rock live di maggior successo. Davanti a loro, per profitti dai concerti, c’era solo, indovinate chi, Bruce Springsteen.

Formazione

Ian Gillan – voce
Ritchie Blackmore – chitarra
Roger Glover – basso
Jon Lord – organo, tastiere
Ian Paice – batteria

Produzione

Roger Glover e Deep Purple

Tracklist

1. Knocking at Your Back Door (7:09)
2. Under the Gun (4:40)
3. Nobody’s Home (4:01)
4. Mean Streak (4:26)
5. Perfect Strangers (5:31)
6. A Gypsy’s Kiss (5:14)
7. Wasted Sunsets (3:58)
8. Hungry Daze (5:01)
9. Not Responsible (4:53)

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