In a Cold Embrace
Artista: Battlestations
Etichetta: Autoprodotto
Uscita: 2012
Durata: 44:37
Voto: 4.9/5
Nel freddo abbraccio. Il titolo del nuovo album dell’innovazione post-rock che risponde al nome di Battlestations annuncia una nuova ondata di musica cupa, malinconica e senza dubbio sperimentale. L’omonimo esordio della band ha spiazzato l’intera scena post-rock con una fusione non banale e atipica di elementi di generi diversi, buttati in un calderone post-rock pieno di dissonanze caotiche e anti-melodie. La seconda uscita, l’EP intitolato Return / Mr. Abject, fa un po’ da ponte tra il caos dello stadio iniziale della band e un concetto più chiaro, che inseguono nell’ultimo arrivato In a Cold Embrace.
I Battlestations a oggi tengono ancora segrete le loro identità. Così esaltano la musica come l’unica cosa che merita la nostra attenzione – e infatti i membri non cercano nessuna forma di autopromozione. I belgi senza volto riflettono il loro lato misterioso attraverso la musica, e non solo quello: ci mettono qualcosa di non identificato, di sconosciuto, qualcosa con un tocco di innovazione che non si è ancora svelato del tutto.
L’album In a Cold Embrace è diviso in cinque parti – »Prologue : Nature morte // You’re not welcome here«, »Comrade // The way we grieve, Interlude : Time stands still«, »Breaking bad news // The faces we remember«, »The semblance of fate // Epilogue : Citizen creep // The end« – ma, proprio come l’omonimo esordio, funziona come un’unica composizione, un’unica storia musicale. Anche per questo la dissezione dei singoli brani non è solo inutile, ma pure senza senso.
Tutto In a Cold Embrace, nonostante la sua varietà, scorre in modo omogeneo. Non è legato solo da un filo narrativo classico: a tenere insieme la musica c’è qualcosa di più profondo. Difficile dire che sia composto dall’inizio alla fine con lo stesso approccio, perché è troppo dinamico, troppo vario per un’etichetta del genere. Si tratta di un legame profondo che pochissime band sanno creare in modo così chiaro ed efficace, e al tempo stesso così trascendente. Una specie di minimalismo caotico, che trova la sua retta in uno spazio non euclideo, è cucito dentro un concetto più ampio di psichedelia e post-rock, con influssi di costruzione classica e le dimensioni della moderna produzione elettronica. La musica pesca da così tanti stili diversi, apparentemente inconciliabili, che inquadrarla in termini critici è davvero dura. Posso quindi affidarmi solo alle sensazioni e cercare di trovare le giuste associazioni di parole per descriverle.
In a Cold Embrace è sicuramente un album che gioca il più possibile sulle emozioni di chi ascolta. L’intera struttura delle singole parti ha un impatto così forte soprattutto grazie a una dinamica come trattenuta e a una costruzione insolita e variegata, che lasciano l’ascoltatore almeno a disagio per quello che a un certo punto sente. Sono svolte musicali inaspettate che catturano per forza l’attenzione. Sono piccoli frammenti di texture sonore, fili di un’enorme ragnatela che ci accende la curiosità. Questi frammenti, piazzati con precisione, sono per così dire innumerevoli, e poi si incastrano in tutti i modi possibili in una costruzione ambient nel senso più letterale del termine. L’atmosfera è sicuramente il punto forte della formazione belga. Un’atmosfera fatta di elementi che difficilmente considereresti mattoni di un impianto ambient. Rumore bianco, tagli netti di melodia, suoni dissonanti… I Battlestations prendono il più brutto e il più rumoroso, lo rimodellano e lo assemblano in un mosaico di bellissimo minimalismo post-rock sussurrato.
In a Cold Embrace è ancora una volta un album dei Battlestations che sorprende al punto da far chiedere all’ascoltatore come diavolo ci riescano. La capacità di comporre le texture, i suoni, le melodie e i ritmi più interessanti è davvero incredibile, ma ancora più sorprendente è che la band non si appoggi praticamente a nessuna coordinata già nota. Il XXI secolo, e con esso la musica della nuova era, può appartenere solo a band che sanno di dover tendere per sempre all’innovazione, all’invenzione, a nuovi approcci. Avvicinare le persone a questa astrazione purissima del cosmo nel modo più interessante possibile. Questa era appartiene di sicuro a band come i Battlestations. E con questo, l’era è già l’era dei Battlestations.
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Nel freddo abbraccio. Il titolo del nuovo album dell’innovazione post-rock chiamata Battlestations urla oscurità, malinconia e, visto che conosciamo i Battlestations, sperimentazione musicale. L’album omonimo della band ha preso in contropiede l’intera scena post-rock con la sua fusione di generi originale e atipica, tutta dentro un unico blocco post-rock pieno di dissonanze caotiche e anti-melodie. La seconda uscita, un EP intitolato Return / Mr. Abject, è un ponte tra il caos del primo album e il concetto più compatto del nuovo, In a Cold Embrace.
I membri dei Battlestations sono ancora sconosciuti. Con questa mossa la band sposta l’attenzione dai singoli e dalla loro potenziale fama alla musica. I belgi senza volto riflettono il loro lato misterioso attraverso la musica, ma ci mettono molto di più – la loro musica resta qualcosa che non si può identificare, che non si può inquadrare come tale, qualcosa di così fresco e nuovo che non riesci davvero a metterci il dito sopra.
In a Cold Embrace è diviso in cinque parti – »Prologue : Nature morte // You’re not welcome here«, »Comrade // The way we grieve, Interlude : Time stands still«, »Breaking bad news // The faces we remember«, »The semblance of fate // Epilogue : Citizen creep // The end« – ma, come il suo predecessore d’esordio, funziona fluido come un tutt’uno, come una sola composizione. Sarebbe quindi inutile mettersi a descrivere ciascuno dei cinque brani come parte separata dell’album.
L’album in sé, nonostante la sua varietà, scorre fluido dall’inizio alla fine. Non è legato solo da una sorta di storia musicale: quello che lo tiene insieme va più a fondo. Sarebbe difficile dire semplicemente che l’intero album sia fatto con lo stesso stile, perché è troppo dinamico, troppo vario per poterlo dire. Il tessuto che lega la musica dell’album è radicato così in profondità da trascendere i soliti concept album. Il minimalismo un po’ caotico c’è sempre, ed è legato a un concetto più ampio di sonorità psichedelica e post-rock, influenzata da generi così diversi come la musica classica e la musica elettronica. La musica dei Battlestations prende il suo materiale da così tanti generi musicali che sembrano completamente slegati e impossibili da fondere, il che rende il lavoro più difficile per il critico musicale. Quindi posso affidarmi solo alle mie sensazioni mentre ascolto e fidarmi delle associazioni di parole che saltano fuori ascoltando la band.
È evidente che In a Cold Embrace è un album che gioca davvero sulle emozioni di chi ascolta. L’intera costruzione musicale ha un impatto enorme grazie a questa dinamica repressa e a composizioni davvero insolite e varie, che lasciano l’ascoltatore come minimo a disagio in certi passaggi. Ci sono tante svolte musicali inaspettate che catturano davvero l’attenzione. Ma le cose più intriganti sono questi piccoli frammenti del tessuto musicale che si staccano dal resto. Questi piccoli dettagli sono praticamente infiniti, ma sono collegati in modo tale da dare come risultato musica ambient par excellence. Perché l’atmosfera è tutto per i Battlestations. Prendono quello che sembra il più brutto e il più rumoroso e lo combinano in una bellezza sussurrata di minimalismo post-rock.
In a Cold Embrace è un altro album dei Battlestations che ti farà letteralmente cadere dalla sedia. La loro capacità di comporre l’impossibile da comporre, di mettere la passività in un ritmo e di far suonare il rumore come un sussurro è fuori dal mondo. Ma la cosa più sorprendente è che non ci sono influenze evidenti, nessun riferimento a cui appigliarsi. I Battlestations stanno da soli nella loro musica. Sono il futuro di questa era di innovazione, di possibilità, di scoperte musicali. Sono tutto ciò che c’è di giusto nella scena musicale di oggi.
Formazione
Sconosciuta.
Tracklist
1. Prologue : Nature morte // You’re not welcome here (13:17)
2. Comrade // The way we grieve (9:59)
3. Interlude : Time stands still (2:37)
4. Breaking bad news // The faces we remember (6:55)
5. The semblance of fate // Epilogue : Citizen creep // The end (11:48)