Sweden Rock Festival 2011 (terzo giorno) – I Whitesnake ritrovano la strada di casa
Autore: Urban Bolta
Foto: Urban Bolta
Luogo: Sölvesborg / Svezia
Data del concerto: 09.06.2011
Numero di spettatori: 33
Prezzo del biglietto: 270€ (abbonamento di 4 giorni)
La mattina del terzo giorno di festival, anzi la colazione, era ancora sotto l’effetto dei concerti della sera prima e ci ha servito il seguito dell’accesa discussione su heavy metal, Judas Priest e Iron Maiden, che però non poteva certo andare avanti all’infinito: a mezzogiorno in punto salivano sul palco gli Steelheart e, in contemporanea, anche i campioni dello speed metal Agent Steel, con un John Cyriis evidentemente riarruolato al microfono. Visto che dai tempi biblici nessuno è ancora riuscito a stare in due posti contemporaneamente, ho deciso alla Salomone: verso le undici mi sono avviato verso l’area semideserta, mi sono seduto davanti al palco “Sweden” e sono stato forse uno della decina di persone a guardare i preparativi tecnici degli Agent Steel, prima di trascinarmi, pochi minuti prima di mezzogiorno, davanti al palco “Rock”.
STEELHEART (Rock stage)
Dopo l’assalto di hard rock anni Ottanta dell’anno scorso al SRF (Cinderella, Y&T, Winger, Guns N’ Roses, The Quireboys, Treat, Pretty Maids…), nell’edizione di quest’anno c’erano un po’ meno band del genere, e gli Steelheart erano una di quelle. Arrivati sulla scena relativamente tardi e poco costanti in seguito, non hanno mai raccolto grandi successi commerciali, ma se il loro nome tra i fan del glam rock è ancora citato spesso, il merito è del film Rock Star (2001). Nel film recitavano Mark Vahlberg e Jennifer Aniston, ed è legato in un modo o nell’altro agli Steelheart e al loro frontman Miljenko Matijević, americano di origini croate che ha passato a Zagabria i primi 7 anni di vita. Sono proprio le acrobazie vocali disumanamente acute di Matijević il marchio di fabbrica degli Steelheart, quindi il concerto era l’occasione ideale per verificare dal vivo fin dove arriva Miljenko nel 2011.
La prima parte dell’esibizione è stata segnata da grossi problemi tecnici, sia alla chitarra che alla voce, tanto che il roadie della band ha passato il tempo a saltellare sul palco, rovinando senza volerlo la magia di pezzi come Gimmie Gimmie e Like Never Before. La curva ha iniziato a risalire con la cover dei Led Zeppelin Black Dog, che gli Steelheart hanno saputo vestire con un suono tutto loro, ed è questo il presupposto per digerire qualsiasi cover. Hanno reso Black Dog estremamente melodica e l’hanno ripulita dal blues, merito soprattutto della splendida interpretazione vocale di Matijević. Com’è nella tradizione glam rock, a dare vivacità al concerto ci ha pensato il bassista Rev Jones (ex-MSG) con la sua presenza energica, quasi da showman, mentre dall’altra parte il chitarrista originale Chris Risola succhiava il sangue al pubblico con un atteggiamento di totale disinteresse. Solo dopo due birre scolate sul palco l’alcol l’ha svegliato al punto da mettere un po’ di energia nella performance, ma un approccio così dilettantesco è inaudito per un musicista del calibro degli Steelheart. Il frontman ha guidato bene il concerto verso la fine e ha dimostrato ancora una volta il suo valore nella ballad conclusiva She’s Gone, dove, sull’accompagnamento calmo della chitarra, la voce è tornata in prima linea con ancora più intensità e, con le urla che arrivavano al cielo all’uscita dal brano, ha fatto venire la pelle d’oca a tutto il pubblico. Sì, Miljenko Matijević è ancora quello giusto, ma purtroppo la preparazione dilettantesca del concerto ha lasciato una grossa macchia nera su quello che è successo sul palco.
MR. BIG (Festival Stage)
Agli americani Mr. Big è toccato l’onore di aprire il terzo giorno sul palco più grande del festival, quello con la struttura gigantesca e l’enorme “cat walk” che vegliava su tutto quello che succedeva al festival. Dopo essersi presentati al pubblico europeo con il tour della reunion nell’autunno 2009, nell’anno successivo sono entrati in studio, e il frutto è l’ottimo album “What If…”, uscito a gennaio di quest’anno. A fine maggio sono partiti per un nuovo viaggio di due mesi nel Vecchio Continente e, nel giro del tour, si sono fermati anche al più grande festival rock svedese. I Mr. Big sono dei veri professionisti della musica e maestri del loro mestiere, quindi un concerto al massimo livello esecutivo non è stata una sorpresa. Hanno aperto con i pezzi più vecchi, prima di toccare con Undertow anche l’ultimo disco. A brillare è stata la coppia Billy Sheehan (basso) e Paul Gilbert (chitarra), che hanno lasciato scorrere la musica libera nelle loro vene, con il risultato di tanti assoli, senza esagerazioni e senza aiuti dal mixer, con un suono completamente naturale, come fanno i più grandi. Il quartetto sul palco, con il frontman Eric Martin in testa, era di ottimo umore, in sintonia con la bella giornata di sole, e si vedeva che si stava godendo il momento. Il simpatico Martin, di bassa statura, ha saputo domare le insidie del palco grande, ha invitato di continuo il pubblico a partecipare e a incitare, soprattutto durante le imprese chitarristiche da brivido di Gilbert. Con Just Take My Heart, Merciless e Price You Gotta Pay questa pura delizia musicale è volata rapidamente verso la fine. L’approccio professionale e un’alchimia sul palco che funziona sono stati, rispetto ai fiacchi Steelheart di prima, una vera lezione per tutti gli aspiranti musicisti, e i Mr. Big hanno dimostrato ancora una volta di essere una squadra di individualità eccezionali capaci di mettere le qualità personali al servizio di un collettivo ben oliato. I rocker hanno chiuso come previsto con la ballad To Be With You e, manco a dirlo, con quella hanno mandato in estasi soprattutto la parte più sensibile del pubblico.
ICED EARTH (Rock stage)
Appena finito il concerto dei Mr. Big, dall’altra parte dell’area già chiamavano sotto il palco i power metaller americani Iced Earth: bisognava dimenticarsi in fretta del tempo per rifiatare! Dopo il tour estivo dei festival, il cantante Matt Barlow si congederà dagli Iced Earth per la seconda volta e, a quanto pare, definitivamente, quindi per tutti i fan svedesi della band il concerto era una specie di addio a Barlow, marchio di fabbrica della linea d’assalto degli Iced Earth degli anni Novanta. Jon Schaffer e compagni si sono sistemati sul palco senza troppo clamore e hanno aperto un’ora abbondante di festa con il brano Burning Times (“Something Wicked This Way Comes”, 1998). Il suono già buono fin dall’inizio è stato il presupposto per un puro godimento metallaro da concerto: il rapporto tra l’intensità dei duelli di chitarra, la voce e la macchina ritmica era ben calibrato. Jon Schaffer, con il suo inconfondibile tempo galoppante e lo sguardo sempre gelido da morte, dettava legge su tutto quello che gli succedeva intorno e con il suo carisma metteva in ombra gli altri membri della band. Il cantante Matt Barlow se la cava ancora benissimo sia nelle note alte che in quelle medie, e si è sentito per esempio nella ballad I Died For You, dove, nelle parti acustiche più tranquille, le capacità della sua voce sono venute ancora più in primo piano; si è difeso in modo invidiabile anche con i pezzi dell’era Ripper Declaration Day e Jack. Il tempo spedito e riconoscibile e i ritornelli a più voci da togliere il fiato non sono riusciti a svegliare il pubblico del festival quanto siamo abituati ai concerti degli Iced Earth, ma con una prestazione così ottima fatta di riff folli, preparazione tecnica e affiatamento la cosa non ha dato particolarmente fastidio. Come ciliegina sulla torta, gli Iced Earth ci hanno servito i pezzi d’assalto The Hunter, Prophecy e Iced Earth e hanno chiuso in grande stile uno dei concerti metal più affascinanti del festival.
STRYPER (Sweden stage)
Anche se gli Stryper sembrano la tipica band hard rock americana degli anni Ottanta, a differenza di tanti altri loro colleghi è un po’ più facile beccarli sui palchi europei. Gli Stryper sono noti per la loro appartenenza profondamente religiosa, che nella loro musica si riflette in testi a sfondo religioso e che nei concerti si traduce anche in interventi tra un pezzo e l’altro per svelare la “verità di Dio”. Per questa appartenenza piuttosto particolare nel mondo del rock, gli Stryper hanno da una parte un esercito di fan ardenti e dall’altra anche tanti detrattori, che non riescono a digerire i testi, a tratti patetici. Nella speranza di un concerto il più bello possibile e con la minor dose possibile di componente “divina”, mi sono avviato anch’io verso una nuova esperienza di hard rock melodico.
Già in apertura ha colpito l’occhio la batteria di Robert Sweet, girata verso il lato destro del palco, così che il batterista originale lo guardavamo sempre di fianco e lui non si è girato verso il pubblico nemmeno una volta. Perché sia così non lo so, magari ha sviluppato una fobia per la folla, chi lo sa. Dopo l’overture gli Stryper hanno subito colpito con uno dei loro pezzi migliori, Murder By Pride, title track dell’album in studio di due anni fa “Murder By Pride”, hanno continuato con Loud ‘n’ Clear, prima che il frontman Michael Sweet posasse la chitarra e, nella cover di Over the Mountain di Ozzy, si dedicasse solo alla voce. Mentre Sweet si preparava, le prime parole di “rivelazione” di giornata al pubblico le ha dedicate Oz Fox, il chitarrista principale degli Stryper, vestito con l’inconfondibile combinazione giallo-nera. In linea con l’album “The Covering”, uscito a febbraio, gli americani ci hanno servito tra le cover anche Breaking The Law (Judas Priest) e Heaven & Hell (Black Sabbath), prima di dedicarsi ai loro racconti melodic rock più riconoscibili. Il carismatico Michael Sweet ha sfruttato la varietà delle sue capacità vocali e, con l’aiuto dei cori nei ritornelli e di ottimi duelli di chitarra, ha provocato le vere esplosioni melodiche per cui gli Stryper sono famosi. Anche la scelta dei pezzi era nettamente a favore del materiale più melodico, che dal vivo prende vita in piena luce e regala quei momenti di estasi indescrivibili in mezzo al pubblico. I pezzi All For One, The Way, la fenomenale To Hell With The Devil e la metallica Soldiers Under Command hanno chiuso quello che per me è stato uno dei migliori (se non il migliore) concerti dell’SRF di quest’anno, a patto naturalmente di non contare il lancio continuo di mini Bibbie tra la folla sotto il palco.
HELLOWEEN (Rock stage)
Dopo il successo del tour europeo invernale “7 Sinners”, che abbiamo visto anche al Kino Šiška di Lubiana, il girovagare degli Helloween è entrato nella fase dei festival. In linea con il nome altisonante dei fondatori del power metal europeo, hanno suonato nella fascia serale di punta del palco Rock, cioè subito prima degli headliner. Per caso, esattamente alla stessa ora sul palco Zeppelin picchiavano gli Overkill, campioni del thrash metal della costa orientale americana, con cui gli Helloween a fine anni Ottanta avevano fatto un tour insieme nel Vecchio Continente; più di vent’anni dopo, noi fan di entrambe le band ci siamo ritrovati a dover scegliere quale delle due vedere.
Gli Helloween si sono attenuti alla scaletta collaudata della prima parte del tour, così l’inizio, ancora prima dei classici Eagle Fly Free e March of Time, è toccato al primo singolo dell’album attuale Are You Metal?. Dagli Helloween non mi aspettavo grosse incognite e nemmeno sorprese, visto che nel tour in corso li avevo già visti per la quarta volta. La band era di ottimo umore quella sera, e si vedeva soprattutto nelle scemenze appena percettibili sul palco e nei dispetti reciproci, con i due veterani, il chitarrista Michael Weikath e il bassista Markus Grosskopf, in testa. Gli inserti spontanei e beffardi hanno fatto bene all’energia positiva generale della formazione, che naturalmente si è diffusa in fretta tra il pubblico numeroso. Nella prima metà i simpatici tedeschi ci hanno servito prima l’assolo del chitarrista Sascha Gerstner e poi quello del batterista Dani Löble, prima di sfrecciare avanti con il loro classico materiale anni Ottanta, il brano I’m Alive e il medley Keeper of the Seven Keys / The King for a 1000 Years / Helloween. Il tempo è volato guardando i loro comportamenti da bizzosi sul palco, ma purtroppo, per via della fascia oraria un po’ più corta rispetto ai concerti da soli, gli Helloween hanno saltato parecchi pezzi, invece di tagliare, per esempio, la maratona di riscaldamento del pubblico di Deris prima di uscire da I Want Out. Per le troppe chiacchiere di Deris e i tanti assoli a fronte di meno pezzi suonati gli Helloween si sarebbero meritati una bella tirata d’orecchi; i campioni tedeschi dell’heavy metal hanno chiuso il concerto, dal sapore in bianco e nero, con Doctor Stein.
WHITESNAKE (Festival stage)
Dopo la campagna mediatica contro David Coverdale del 2009, che gli rimproverava l’uso di linee vocali registrate nei concerti dal vivo, l’anima e frontman dei Whitesnake aveva minacciato di chiudere la carriera musicale e sciogliere la band, ma per fortuna alla fine non ha compiuto il gesto radicale. Meno male, perché dopo l’album non proprio convincente “Good to be Bad” (2008), i Whitesnake hanno zittito tutte le malelingue con un successore dal suono sorprendentemente buono, “Forevermore” (2011), che ha rimesso la band tra gli artisti attuali anche in termini di risultati in studio. Dopo un breve tour di maggio oltreoceano e ancora prima di avviare il tour congiunto con i Judas Priest, i Whitesnake si sono presentati come headliner del venerdì sera alla comunità svedese del festival, dove avevano già entusiasmato nel 2006.
I Whitesnake hanno aperto il concerto, a sorpresa, con il singolo d’impatto dell’album precedente, Best Years. Evidentemente David Coverdale è molto fiero del disco del 2008, visto che nel tour precedente era regolarmente rappresentato con tre-quattro pezzi, e uno di questi si è mantenuto fino a oggi in un posto importante come l’overture del concerto all’ingresso sul palco. Sul lato destro stava il chitarrista biondo Dough Aldrich, all’estrema sinistra suonava il chitarrista dei Winger Reb Beach, accanto a lui il nuovo arrivato in formazione, il bassista Michael Devin, e dietro di loro il batterista Brian Tichy e il tastierista quasi invisibile Brian Ruedy. Per tutto il concerto la formazione, assoli dei singoli membri esclusi, è rimasta all’ombra del carismatico e originale leader David Coverdale, assoluto capo di tutto quello che succedeva sul palco. Vocalmente, l’usignolo ormai quasi sessantenne se l’è cavata con relativa sicurezza, anche se risparmiava visibilmente le energie ovunque potesse.
Dopo il tastare il terreno iniziale, i Whitesnake sono passati all’attacco con tutti i cannoni suonando le sempre presenti Give Me All Your Love e Love Ain’t No Stranger, servite con calcolo dalla coppia tecnicamente impeccabile Aldrich / Beach e dall’interpretazione vocale scintillante di Coverdale. Avevamo appena ripreso fiato dal colpo iniziale che già arrivava l’intro di tastiera, sfociato nel tempo leggero della ballad Is This Love, dove l’affascinante David Coverdale ha tirato fuori tutte le sue armi. Vestito con una camicia bianca come la neve, leggermente sbottonata, e un cappotto di pelle nera, l’amatore attempato ha sedotto le rappresentanti del ggentil sesso con sguardi e gesti sexy proprio sul bordo del palco.
La parte centrale del concerto è stata interamente dedicata alla presentazione dell’album attuale “Forevermore”. La voce che il disco nuovo è una bomba è evidentemente arrivata alla maggior parte delle anime a cui piace il rock, perché il Sweden Rock conosceva a menadito la maggior parte dei nuovi testi e cantava insieme a Coverdale. Steel Your Heart Away, la Forevermore acustica e Love Will Set You Free con il finale intensamente allungato sono state colpi in pieno. Doug Aldrich e Reb Beach, all’uscita dall’attuale singolo, si sono “impigliati” in una vera guerra di chitarre e dai manici delle loro beniamine hanno tirato fuori inserti tecnicamente perfetti, anche se con una retorica blues appena percettibile: entrambi sono cresciuti ascoltando hard rock, e si sente anche nel duro stile Whitesnake dell’ultimo decennio. A chiudere in un insieme sensato la parte centrale del concerto ha pensato un altro pezzo fresco di stampa, My Evil Ways, stavolta con l’assolo di Tichy seduto sullo sgabello della batteria, che ha dimostrato di non guadagnarsi il pane invano con i Whitesnake.
Poi sono arrivati i grandi momenti, perché Coverdale ha presentato il primo ospite della serata. Era nientemeno che Bernie Marsden, l’uomo corresponsabile del suono bluesy dei primi Whitesnake, con cui è rimasto fino al 1982. Lo zio è ingrassato parecchio con gli anni, ma sul palco ovviamente non conta: conta solo la musica. Ain’t No Love In The Heart Of The City e Fool For Your Lovin’, con i tocchi delicati e raffinati di Marsden, sono suonate fresche e autentiche, mentre un Coverdale sorridente posava ormai solo per routine i versi sulle frasi di chitarra del chitarrista originale. Il flusso degli eventi è proseguito logicamente con la versione americana zuccherata dell’hit Here I Go Again, in cui a Marsden si è unito il secondo ospite: il rispettato Adrian Vanderberg! Anche se i due non hanno mai fatto parte della formazione contemporaneamente, hanno svolto il compito con sicurezza, e lo stesso nel bis con l’eterna sempreverde Still Of The Night, dove sul palco c’era posto per tutti e quattro i chitarristi. In questo classico epico vocalmente impegnativo la voce di Coverdale si sentiva scivolare verso le note più basse rispetto all’originale: agli anni non si scappa, per quanto uno ci provi.
Come valutare, allora, il concerto dei Whitesnake nel 2011? I presenti hanno potuto entusiasmarsi per la scelta degli ospiti, goderci la presentazione dal vivo dell’album “Forevermore”, ma anche restare delusi dal fatto che in un programma di una buona ora e mezza siano stati suonati solo tredici pezzi. La ragione va cercata nell’abbondanza di inserti solistici, il cui scopo è far riposare almeno per un attimo la gola provata di Coverdale. Se vale la pena spendere tanti soldi per un po’ meno musica, giudicate voi.
Foto: Anna Winberg (Steelheart, Whitesnake), Robert Helberg (Helloween, Whitesnake), Stefan Johansson (Stryper), Dejan Terzan (Mr. Big)
Scaletta
Band in programma: 11:30 — 12:15 HOUSTON (Zeppelin) 12:00 — 13:15 STEELHEART (Rock) 12:15 — 13:00 SLIDIN’ SLIM (Rockklassiker) 12:15 — 13:15 AGENT STEEL (Sweden) 13:30 — 14:45 MR. BIG (Festival) 13:45 — 14:45 The BREW (Zeppelin) 15:00 — 16:15 EVERGREY (Sweden) 15:00 — 16:15 ICED EARTH (Rock) 15:15 — 16:15 ALIEN (Rockklassiker) 16:00 — 17:00 JASON & The SCORCHERS (Zeppelin) 16:30 — 18:00 DOWN (Festival) 17:30 — 18:30 ELECTRIC WIZARD (Zeppelin) 18:15 — 19:45 MUSTASCH (Rock) 18:15 — 19:45 STRYPER (Sweden) 18:30 — 19:30 MATS RONANDER (Rockklassiker) 20:00 — 21:30 ROB ZOMBIE (Festival) 20:15 — 21:30 DOC HOLLIDAY (Zeppelin) 21:45 — 22:45 CHIPS & KANTFRAN SATOR (Rockklassiker) 21:45 — 23:15 HELLOWEEN (Rock) 21:45 — 23:15 OVERKILL (Sweden) 23:30 — 02:00 WHITESNAKE (Festival) 24:00 — 01:30 GHOST (Zeppelin) STEELHEART scaletta: 1. Blood Pollution 2. Gimmie Gimmie 3. Like Never Before 4. Cabernet 5. Black Dog 6. We All Die Young 7. Sheila 8. ? 9. Everybody Loves Eileen 10. Stand Up ——————– 11. She’s Gone MR. BIG scaletta: 1. Daddy, Brother, Lover, Little Boy (The Electric Drill Song) 2. Take Cover 3. Green-Tinted Sixties Mind 4. Undertow 5. Alive And Kickin’ 6. American Beauty 7. Just Take My Heart 8. Merciless & Guitar solo 9. Still Ain’t Enough for Me 10. Road To Ruin 11. Price You Gotta Pay 12. Colorado Bulldog 13. Around The World 14. As Far As I Can See & Bass solo 15. Addicted To That Rush 16. To Be With You ICED EARTH scaletta: 1. Burning Times 2. Declaration Day 3. Vengeance Is Mine 4. Violate 5. Last December 6. Travel in Stygian 7. I Died for You 8. Jack 9. The Hunter 10. Prophecy 11. Birth Of The Wicked 12. The Coming Curse —————- 13. Iced Earth STRYPER scaletta: 1. Sing-Along Song 2. Murder by Pride 3. Loud ‘n’ Clear 4. Over the Mountain 5. The Rock That Makes Me Roll 6. Reach Out 7. Calling on You 8. Free 9. More Than a Man 10. Breaking the Law 11. Heaven and Hell 12. Surrender 13. All for One 14. The Way —————— 15. Abyss 16. To Hell With the Devil 17. Soldiers Under Command HELLOWEEN scaletta: 1. Are You Metal? 2. Eagle Fly Free 3. March of Time & Guitar Solo (Sascha Gerstner) 4. Where the Sinners Go & Drum Solo 5. I’m Alive 6. Keeper of the Seven Keys / The King for a 1000 Years / Halloween 7. Steel Tormentor 8. Future World 9. I Want Out —————— 10. Dr. Stein WHITESNAKE scaletta: 1. Best Years 2. Give Me All Your Love 3. Love Ain’t No Stranger 4. Is This Love 5. Steal Your Heart Away 6. Forevermore 7. Love Will Set You Free 8. Guitar Duel 9. My Evil Ways 10. Ain’t No Love In The Heart Of The City 11. Fool For Your Lovin’ 12. Here I Go Again ———————— 13. Still Of The Night
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