Grande abbuffata di AOR nella città natale di Messerschmitt (2011)
Autore: Aleš Podbrežnik
Foto: Aleš Podbrežnik
Luogo: Schwabenhalle / Augsburg / Germania
Data del concerto: 22.06.2011
Spettatori: 3000
Prezzo del biglietto: 58,00€
Ed ecco che è arrivato finalmente il momento di fare festa per tutti quelli che gli anni Ottanta li hanno “vissuti” a suon di hit. Allora, negli anni dell’innocenza, delle grandi speranze e dello spensierato sballo da palco, ad accompagnarvi c’erano suoni di produzione sopraffina e melodie contagiose che ti si infilavano sotto la pelle “al primo colpo”. Era la musica delle band che dovevano il loro successo alle fedeli frequenze delle onde radio e delle singole, fedelissime stazioni. Sì. Una volta, quando MTV ancora non esisteva, o meglio all’inizio, quando MTV non era ancora un medium abbastanza forte, quella roba accendeva gli animi. Poi “il video ha ucciso la star della radio”, se qualcuno si ricorda ancora dell’hit dei The Bugggles “Video Killed The Radio Star”, e in qualche modo è suonata la campana a morto anche per l’età d’oro dell’AOR. Ma che diavolo è, adesso, l’AOR? Adult Oriented Rock: rock che non è troppo rumoroso, anzi piuttosto “docile e morbido”, ma che allo stesso tempo si costruisce su una perfezione melodica e sonora assoluta. L’AOR è fatto di grandi melodie da inni da arena, di una produzione bombastica dai contrasti marcati tra i vari elementi del suono e di una voce solista condita da armonie vocali multiformi. Difficile dire che l’AOR sia uscito dal classico hard n’ heavy delle band nate dalla tradizione blues. Semmai dai più illustri rappresentanti del rock progressivo e del jazz rock fusion. Insomma, l’AOR richiede raffinatezza, pazienza, perfezionismo assoluto. E una buona dose di flessibilità e ampiezza di visione in studio.
I pionieri, anzi i veri fondatori del genere AOR, sono i Journey di San Francisco. Non che siano stati i primi. Semplicemente: certe idee, rivoluzionarie per l’epoca, comparse qua e là nel mondo tra la fine dei Settanta e l’inizio degli Ottanta (una di queste è per esempio l’omonimo album d’esordio dei Boston), i Journey le hanno messe insieme nel modo più sensato e ottimale, in un’eredità concisa di compattezza melodica e sonora che dopo di loro nessuno ha più superato.
Così è successo che la fortuna ha sorriso anche agli amanti dell’AOR. Il pacchetto di concerti con Journey, Foreigner, Kasnas e Night Ranger è una combinazione da sogno e di per sé impone la presenza obbligatoria, se date la priorità assoluta alla melodia compatta e ben costruita, il cui prototipo è l’eterna magia musicale della pointe dei The Beatles.
I Night Ranger sono stati i primi ad aprire la festa dell’AOR ad Augsburg. La band ha un enorme successo ed è molto stimata negli USA. Per questo, ancora oggi, vive soprattutto del mercato di casa, quello americano, e di quello giapponese. I tre membri originali Kelly Keagy (voce, batteria), Jack Blades (basso, voce) e Brad Gillis (chitarra, cori) non si arrendono! Nel 2008 si sono aggiunti il chitarrista Joel Hoekstra e il tastierista Eric Levy, appena reclutato, che completano i Night Ranger del 2011. I ragazzi avevano a disposizione una buona mezz’ora e ci hanno infilato una specie di ghirlanda dei momenti migliori degli inizi di carriera. È interessante che la band abbia suonato in pratica solo i pezzi di successo dei primi due album.
La band è piombata sul palco come se non ne vedesse uno da almeno vent’anni. Touch Of Madness dall’album “Midnight Madness”! Davanti a noi torna in vita una formazione che non suonava attivamente in Europa dal 1985. Indovinate con chi suonava allora? Con i Foreigner. E anche stavolta è così. Night Ranger prima dei Foreigner. In Europa. Una vita. Sul palco ribolliva un entusiasmo pazzesco. Blades si contorceva dietro il microfono come un adolescente impazzito, tormentato da un eccesso di testosterone, mentre i due chitarristi Brad Gillis e Joel Hoekstra facevano i matti con le chitarre in tutte le posizioni possibili, tanto che era strano come riuscissero a suonare con tanta precisione ogni parte dei pezzi. Evidentemente l’intesa più che idilliaca tra i due chitarristi ha incarnato una dose piena di ottimi assoli. Se Touch Of Madness è toccata a Jack Blades alla voce solista, subito dopo abbiamo avuto la risposta al perché la batteria di Keagy fosse piazzata all’estrema destra, in prima fila, proprio sul bordo del palco. Sing Me Away, classico dell’esordio “Dawn Patrol” (1982), spettava infatti alla sua voce, e l’ondata di entusiasmo l’ha scatenata anche la sala, fino a quel momento ben riempita da circa 2500 spettatori, che non avevano dimenticato il ritornello di questo hit dei Night Ranger. Kelly Keagy ha perso un po’ di carica nella voce, e si è sentito anche verso la fine, quando la band ha suonato il più grande successo della carriera, la semi-ballad energica e anthemica Sister Christian. Ma non importa: i ragazzi lo sostenevano alla grande, con le armonie dei cori sulla sua linea di base. Il tastierista Eric Levy ha ripreso di proposito anche l’aspetto scenico dell’ex tastierista dei Night Ranger Alan Fitzgerald. La mascherata di Levy era infatti così abile che quella sera in sala ha ingannato senza problemi più di un conoscitore e fan dei Night Ranger.
Growing Up In California. Sì. Il titolo dice tutto: i Night Ranger sono tipici cittadini americani, col collo arrossato dal sole. Eppure il pezzo non è certo una limonata da ranch, anzi, ara con grinta. Nel brano la band sviluppa anche un ricamo chitarristico di doppie armonie e l’immancabile ritornello AOR melodioso e cantabile. Visto che si tratta di un pezzo nuovissimo, dall’album “Somewhere In California” – uscito, giusto per dire, il giorno prima del concerto della band ad Augsburg – l’album potrebbe essere interessantissimo per tutti gli amanti dei Night Ranger classici e del loro repertorio anni Ottanta. In Don’t Tell Me You Love Me i ragazzi non si sono dimenticati degli inserti delle frasi guida del classico degli Eagles Hotel California e di Smoke On The Water dei Deep Purple, cosa che del resto è ormai uno standard pluriennale nell’esecuzione dal vivo di questo classico da parte della band. Comunque ti veniva da pensare che i Night Ranger, con qualche discorsetto in meno di Blades e senza “tirare per le lunghe” Don’t Tell Me You Love Me, avrebbero potuto suonare ancora qualche classico in più. Sarebbe stato particolarmente auspicabile e gradito a tutti i veri fan che non hanno (non abbiamo) sentito nemmeno un pezzo degli ottimi “Seven Wishes”, “Big Life” e/o “Man In Motion”. Immancabili i due hit Sister Chiristian e la cannonata finale incandescente (You Can Still) Rock in America, dove i Night Ranger hanno sparato proprio tutte le cartucce. Per l’occasione i due chitarristi hanno imbracciato chitarre ricoperte coi colori della bandiera americana, così che profumava davvero di sconfinate praterie di polverosi pavimenti da saloon del Far West. Visto che Keagy è piazzato sul bordo destro del palco, i ragazzi hanno messo la maggior parte dei monitor alle loro spalle, riempiendo così il vuoto apparente della scena. Un’esibizione ottima, che speriamo preannunci un ritorno al più presto della band sui palchi europei.
È seguita l’esibizione dei pionieri del prog rock americano Kansas. Il loro contributo musicale è straordinario sull’atlante del rock e gli album classici degli anni Settanta pesano tantissimo nella storia della musica rock. Hanno influenzato un’intera serie di band della generazione più giovane, in particolare quelle che hanno contribuito a plasmare il progressive metal successivo. A partire dagli stessi Dream Theater. Purtroppo stavolta la squadra di RockLine ha dovuto saltare i Kansas. A causa di un’intervista concordata con i Journey, che coincideva negli orari con l’esibizione dei Kansas. Speriamo che le leggende tornino a farsi vedere in Europa. Ad Augsburg i Kansas hanno suonato i seguenti brani: Magnum Opus (Howling At The Moon), Point of Know Return, Hold On, Dust In The Wind, Miracles Out Of Nowhere, Portrait (He Knew), Fight Fire With Fire, Carry On Wayward Son
Alle nove di sera salgono sul palco i Foreigner. Per i Foreigner del 2011 vale più o meno lo stesso discorso dei Journey. Sono rinati. Il loro album “Can’t Slow Down” è sinonimo di brillantezza autoriale, come oggi poche band sanno essere. I Foreigner sono di nuovo habitué dei palchi dal 2007. Sono rodatissimi. La formazione è cambiata di nuovo di recente. È tornato in squadra il batterista Mark Schulman, che coi Foreigner aveva già suonato tra il 1992 e il 1995 e tra il 2000 e il 2002. Evidentemente Jason Sutton non si è rivelato la soluzione giusta per i Foreigner, dopo l’addio di Brian Tichy, e così Mick Jones si è guardato di nuovo intorno tra i nomi di batteristi che in passato hanno lavorato con Billy Idol.
I Foreigner sul palco sono un’attrazione eccezionale. Soprattutto grazie all’impareggiabile voce di Kelly Hansen. Hansen, che d’aspetto sembra una specie di fratello trigemino di Steve Lee (ex-Gotthard, R.I.P.) e di Steven Tyler (Aerosmith), è un vero upgrade di Lou Gramm. Sì, è difficile credere che una copia possa essere meglio dell’originale. Ma a volte succede anche questo. Se solo capitasse più spesso, nelle band che rattoppano le formazioni e hanno lasciato i loro anni d’oro negli Ottanta.
Per i Foreigner il palco è cresciuto. I monitor erano nascosti dietro gli schermi di proiezione, e a sinistra e a destra della batteria, fino alle tastiere, c’erano pedane rialzate aggiuntive che permettevano ai membri della band di muoversi ancora di più durante lo show e quindi di soffiare ancora più forte sulla brace del vero concerto. Durante l’esibizione dei Foreigner non si sono sentite sbavature. A Milano, il giorno prima del concerto di Augsburg, la band aveva suonato Dirty White Boy. Per Augsburg l’hanno tolta dalla scaletta e ci hanno rimesso Waiting For A Girl Like You, che del resto è una costante di tutti i concerti tedeschi dell’attuale tour con i Journey.
I Foreigner hanno suonato coi Journey anche in Regno Unito e in Irlanda nella prima metà di giugno di quest’anno. Lì avevano a disposizione 40 minuti. Per la parte europea del tour, che ha abbracciato il vecchio continente, Journey e Foreigner si sono invece accordati perché le due band suonassero per lo stesso tempo. I Journey hanno così accorciato il repertorio di mezz’ora, mentre i Foreigner hanno guadagnato mezz’ora in più. Una mossa logicissima, vista la presenza molto più radicata dei classici sempreverdi dei Foreigner nelle orecchie del pubblico europeo.
Starrider è un gioiello di tipo particolare, che brilla nel repertorio dei Foreigner e anche stavolta non è mancato in scaletta. L’ha cantato proprio Mick Jones. Un’avventura sognante dal velo prog rock, che apre davvero uno squarcio sulle radici e sugli inizi della carriera della band, è perfetta per la voce di Mick. Per il resto, non auguratevi mai che Mick Jones si metta a cantare altro nei Foreigner. La sua voce è molto sottile, anzi, fa quasi ridere quando esce da un signore vestito a festa, che nella sua lunga carriera ne ha viste di tutti i colori, con un gilet che gli invidierebbe persino il nostro compianto “visionario della musica” Henrik Burkat – Henček (grazie a Helena per la dritta). L’istrionico Tom Gimbel aiuta nell’intro col flauto, poi nel ritornello in pratica tutta la formazione partecipa all’esecuzione della funzione vocale principale.
Il fascino e l’attrazione speciale di ogni concerto dei Foreigner è l’assolo di sax in Urgent. È un pezzo che risveglia anche il cuore più di ghiaccio. Esplode di carica erotica e porta ai Foreigner sempre il pedigree assoluto di una band che sul palco è difficile da battere. Con l’esecuzione di questo classico hanno lanciato con decisione il guanto di sfida ai Journey, e alle leggende dell’AOR toccava un compito davvero difficile: prendere il testimone sul palco. Un’esibizione per il resto impeccabile, piena di vera perfezione nel combinare melodia piena e potenza rock d’urto, che in futuro i Foreigner potrebbero migliorare con qualche novità nel repertorio consolidato, ravvivando ancora di più concerti già così perfetti. I Foreigner restano un’attrazione da palco eccezionale, da andare a vedere in ogni momento per godersi gli eterni evergreen classici che hanno dominato le vette delle classifiche negli splendidi Ottanta.
I Journey hanno attaccato esattamente alle undici meno un quarto di sera. A fine maggio la band ha pubblicato (altre fonti riportano invece come data ufficiale il 03.06.20011) il nuovo album in studio intitolato “Eclipse”. Il titolo dell’album è legato in modo interessante anche a un’altra cosa. Quando la band ha iniziato il tour nel vecchio continente, la data era il 15.06.2011. Quel giorno c’è stata una vera eclissi lunare. Il palco dei Journey era impostato scenograficamente in modo simile a quello dei Foreigner prima di loro. Un ampio schermo di proiezione e un gioco intenso di luci dei riflettori. Di monitor sul palco non se ne vedeva nemmeno uno. Arnel Pineda è in ottima forma fin dal primo secondo e padroneggia tutte le linee vocali di Perry con veemenza e grande sicurezza.
Dei Journey si può dire che i loro concerti suonano in modo magistrale, quanto a immagine sonora ottimale. Anche stavolta alla Schwabenhalle è stato tutto a posto. Pineda dominava con la voce. L’effetto “sustain” fortemente accentuato di Schon si è fuso alla perfezione, alla pari, con le tastiere di Cain, mentre l’affiatata sezione ritmica Valory – Castronovo scoppiava di oliatura nei dettagli e di intesa brillantemente calibrata. Castronovo è un bombardiere. Un batterista incredibilmente esplosivo, quasi imprevedibile, che nei passaggi di transizione letteralmente fa a pezzi i tom a suon di schiaffoni. Intorno alla fortezza di tamburi ci sono pannelli di plexiglas che trattengono il suono e danno al batterista un controllo extra su quello che succede sul palco. Castronovo ha cantato Keep On Runnin’. Pineda intanto è saltato dietro il palco a spegnere le corde vocali incandescenti, e Deen ha svolto con bravura il suo compito mentre picchiava sui tamburi. Castronovo ha una timbrica innata “leggermente incrinata”, di intonazione naturale simile a quella di un Mathew Gordon Sumner a.k.a. Sting, con un pizzico di fumo in più nel colore. Le tonalità sono perfette per la voce solista dei Journey. Ottimo lavoro di questo fantastico musicista. Nella prima parte del tour tedesco Castronovo cantava la voce solista di Mother Father, che sia a Milano sia ad Augsburg è stata sostituita in scaletta dalla già citata Keep On Runnin’. Dopo l’ottimo arricchimento della scaletta con Ask The Lonely, Jonathan Cain ha presentato il nuovo album della band (inserendo anche il cenno all’entusiasmo dei membri per la nuova uscita, dicendo: “…and we are very excited about that…”) e ha annunciato l’esecuzione del primo singolo del disco, City Of Hope. Il pezzo è partito con un breve assolo introduttivo di Neal Schon. La melodia che ha sfornato Schon è un riassunto accorciato degli strumentali inclusi in entrambi gli ultimi album in studio. Un effetto “sustain” avvelenatamente carico e una guida sapiente attraverso il controllo da maestro della curvatura della melodia col “pull off” sulle corde. Se il pezzo nuovo ha un po’ calmato l’atmosfera, la sala si è risvegliata di nuovo in modo radicale quando i Journey hanno sparato Stone In Love. Segue l’ottimo pezzo nuovo Edge Of Time, dove nel finale Schon si scatena di nuovo in una selvaggia cannonata solistica. Schon ha dimostrato ancora una volta di essere uno di quei chitarristi che sono un capitolo musicale a sé, un mondo musicale tutto suo, un foglio di carta ancora da scrivere. Ci sono pochi fenomeni unici come Neal, così sfaccettati e insieme raffinati, imprevedibili e spiritosi. Steve Lukather (Toto) è lì accanto, naturalmente. Dopo Edge Of Time i Journey portano il concerto al culmine.
Il primo di questi culmini è stato il romantico accoppiamento di brani Lights e Open Arms, dove il pubblico si è sciolto per bene. A sorprendere, nel senso di ottimo arricchimento della scaletta, stavolta sono stati Keep On Running e Ask The Lonely, e anche il pezzo Escape. Wheel In The Sky, che ha tenuto tutta la sala in aria, non prevedeva la jam tirata per le lunghe che ci era toccata due anni fa al concerto della band a Balingen, in Germania, al Bang Your Head!!! festival di lì. Però è suonata di nuovo più carica, perché qui sul riffing insiste anche Jonathain Cain con la sua chitarra Fender Telecaster. Faithfully è un’altra scelta da ballad immancabile per i Journey, dove Cain ha qualche momento per l’improvvisazione solista introduttiva, simile a quella prima di Open Arms. I ragazzi non hanno saltato nemmeno l’ottimo album “Raised On Radio”, piazzando Be Good To Yourself, mentre Don’t Stop Believin’ ha annunciato che ci stavamo avvicinando alla fine della serata coi Journey.
La band torna presto per il bis con Any Way You Want It , e la sala viene inondata da una bufera di coriandoli che accompagna la chiusura della grande festa per tutti i nostalgici dell’AOR. Brillante. Senza intoppi tecnici, un suono ottimo in cui senti ogni scorreggia, la splendida voce di Arnel Pineda, che ha dimostrato ancora una volta che i Journey stanno in piedi con tutta sicurezza senza Steve Perry anche nel 2011 sulla scena rock e, allo stesso tempo, che sono rinati. Dopo uscite eccellenti come “Revelation” (2008) e, subito dopo, l’album “Eclipse”, di gran lunga più avventuroso e di nuovo esplorativo, ma insieme carico di un rock più duro, come non ricordiamo dai tempi di “Frontiers” del 1983, è chiaro che le leggende hanno trovato una nuova forza vitale, una nuova carica creativa e un nuovo senso esistenziale. Il motore principale è naturalmente proprio Arnel Pineda, che con la sua voce ha rinfrescato la band e ha ispirato la sua essenza e presenza sul palco e in studio. Durante il concerto è stato interessantissimo osservare Ross Valory, che ha mostrato una dose di attività scenica eccezionale (per i suoi standard!), perché per tutto il tempo ha marciato sul palco a sinistra e fino in fondo verso la batteria. Ross ha preso in giro sé stesso per tutta la sera e ha intrattenuto le prime file della sala con una ricca selezione di smorfie buffe.
In chiusura vale la pena dire che il concerto dei Journey, che pure è suonato benissimo e ha giustificato il pedigree di perfezione sonora ed esecutiva della band, non ha lasciato un’impressione forte come quello dei Foreigner prima dei Journey. Quali sono le possibili cause di questo fenomeno, che peraltro non sorprende? Prima di tutto, gli hit evergreen: in Europa i Foreigner ne hanno più dei Journey. Nel 2011 i Foreigner hanno sul palco molto più cinetismo scenico rispetto ai Journey. Nei Journey corre per il palco un uomo solo. È il “piccolo pilota di gomma e ginnasta senza limiti” Arnel Pineda, mentre nei Foreigner ci sono ben tre showman estremamente smaliziati. Gimbel, Pilson e Hansen. Semplicemente anche la comunicazione di Kelly Hansen con il pubblico è molto più simpatica, vicina e familiare, il che significa che, di conseguenza, alla resa dei conti i Foreigner sono per il pubblico un attore da palco più accessibile e concreto dei Journey.
Comunque la giri. Questa combinazione di quattro band nel tour chiamato “Rock The Nation” è un’idea eccezionale, che ha riunito nelle sale della Germania una vera guardia di tutti gli appassionati dei suoni classici delle radio anni Ottanta e dell’eredità delle band che puntavano alla raffinatezza melodica e sonora del rock. Aggiungo anche che dopo il concerto la gente non voleva proprio lasciare gli stand del merchandising, e già durante il concerto l’assedio a quegli stand è andato avanti senza sosta. Speriamo che non sia stata una rondine solitaria e che in futuro assisteremo ancora a simili unioni di band per epopee concertistiche del genere. Vedere band di origine americana sui palchi europei nel 2011, come REO Speedwageon, Styx, Kansas, Night Ranger, ha infatti la stessa probabilità di un incontro con un’intelligenza extraterrestre o di fare un sei al Superenalotto.
foto: Aleš Podbrežnik
Scaletta
JOURNEY:
1.Separate Ways (Worlds Apart)
2.Ask the Lonely
3.City of Hope
4.Stone in Love Play
5.Keep on Runnin’
6.Edge of the Moment
7.Lights 8.Open Arms
9.Wheel in the Sky
10.Escape
11.Be Good to Yourself
12.Faithfully
13.Don’t Stop Believin’
—bis—
14.Any Way You Want It
FOREIGNER:
1.Double Vision
2.Head Games
3.Cold as Ice
4. Waiting For A Girl Like You
5.Can’t Slow Down
6.That Was Yesterday
7.Starrider
8.Feels Like the First Time
9.Urgent
10.I Want to Know What Love Is
11.Hot Blooded
12.Juke Box Hero
NIGHT RANGER:
1.Touch of Madness
2.Sing Me Away
3. Growing up in California
4.When You Close Your Eyes
5.Don’t Tell Me You Love Me
6.Sister Christian
7.(You Can Still) Rock in America
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