Metalcamp 2011 (quinto giorno) – all’insegna del terrore teutonico!

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Autore: Rok Klemše

Luogo: Tolmin, Slovenia
Data del concerto: 15.07.2011
Numero di spettatori: 10.000

Sabato è arrivato l’ultimo giorno del festival, che noi, già un po’ stanchi, siamo comunque riusciti a raggiungere sani e salvi. Proprio l’ultima giornata prometteva qualche nome altisonante e già con i primi gruppi in scaletta l’ultimo giorno del Metalcamp 2011 è partito più che bene.

Nel bel mezzo della peggior calura pomeridiana di sabato sono saliti sul palco i veterani dell’epic heavy/power metal Virgin Steele, che insieme ai Manowar (quelli dei primi tempi) rappresentano di sicuro il meglio che si possa trovare in questo genere. Con la differenza che i Virgin Steele con le nuove uscite in studio non si coprono di ridicolo e non fanno figuracce, cosa che invece ai machi Manowar riesce così bene negli ultimi anni. Con il disco uscito l’anno scorso, The Black Light Bacchanalia, i Virgin Steele hanno confermato una forma in studio ancora solida e inesauribile, e ci hanno salutato anche con un devastante epic di otto minuti, By The Hammer of Zeus (and the Wrecking Ball of Thor). Purtroppo i ragazzi si sono presentati di nuovo mutilati e indeboliti: Josh Block (di solito bassista) è passato alla chitarra, mentre del chitarrista originale Edward Pursino non c’era traccia. Per fortuna stavolta i Virgin Steele avevano almeno un ricco supporto di tastiere orchestrali suonate dal vivo, con una ragazza a me purtroppo sconosciuta a pestare sui tasti bianchi e neri. Nonostante il vuoto strumentale, che si è sentito però solo a tratti, l’attenzione se l’è presa tutta comunque il fantastico cantante David DeFeis, fin dagli esordi della band anche il suo volto simbolo. DeFeis ha dimostrato ancora una volta di meritarsi il titolo di uno dei migliori (e purtroppo sottovalutati) cantanti heavy/power metal in circolazione: perforava i timpani con urla in falsetto disumanamente acute e incantava con splendide voci cristalline nelle strofe. Davvero non mi è chiaro come mai i Virgin Steele, rispetto ai Manowar, siano rimasti così trascurati e più o meno nell’oscurità, e scuoto ancora di più la testa davanti a uno “slot” ingrato nel primo pomeriggio e a una mezz’ora scarsa di tempo, in cui i Virgin Steele sono riusciti a suonare solo quattro pezzi. In ogni caso non sarebbe stato per niente male sentirsi un’altra oretta di heavy metal classico ed epico nella sua forma migliore… alla maniera che solo i Virgin Steele padroneggiano.

VIRGIN STEELE:
1. By The Hammer of Zeus and The Wrecking Ball of Thor
2. Immortal I Stand (The Birth of Adam)
3. Defiance
4. Don’t Say Goodbye (Tonight)

Visto che il posto successivo sul palco principale era toccato a uno dei peggiori rappresentanti della nuova ondata di heavy metal, gli Steelwing, ho risparmiato alle mie orecchie la tortura di heavy metal stereotipato e generico con voce da castrato e le ho coccolate con una dose di death/black metal firmata Morana, che suonavano in contemporanea sul palco più piccolo. Da quando li avevo visti l’ultima volta la formazione ha subìto qualche cambio di line-up, e si è sentito anche sul palco. La nuova formazione evidentemente non respira ancora del tutto a suo agio, perché si vedevano chiaramente un po’ di occhiatacce per via della mancanza di sincronia. Ciononostante i Morana hanno presentato con successo la loro visione di death/black metal melodico, che si distingue per un’atmosfera cupa e malvagia e per parti aggressive, completate da passaggi melodici di tastiera. Alla band manca forse ancora un po’ di lavoro su arrangiamenti più ricchi e pieni, e purtroppo continua a disturbare soprattutto l’eccessiva staticità, su cui dovranno lavorare parecchio se l’anno prossimo vorranno conquistare il palco grande del Metalcamp come si deve. Cosa di cui non dubito, perché la band da concerto a concerto mostra progressi sempre maggiori. Un plauso va anche al grande professionalismo del gruppo, che si vede soprattutto nella scenografia curata, con banner fatti per bene e simili.

Purtroppo, per arrivare ai migliori gruppi della giornata bisognava sorbirsi ancora le idiozie del gruppo più primitivo di questo Metalcamp, e chi se non la formazione più tr00 e kvlt, i death/black metaller austriaci Belphegor. Di peggio del death/black metal generico con i testi più triti sulla sodomizzazione satanica di tutto ciò che ha due o quattro zampe c’erano solo i cretinismi del gentiluomo frontman Helmuth. Ah, se solo Satana se lo portasse via, ‘sto Helmuth.

Il nome death metal più eccitante del festival di quest’anno sono stati senza dubbio i Deicide, che si sono meritati lo status di pionieri del genere. Ho strabuzzato un po’ gli occhi quando sul palco sono saliti solo Glen Benton, Jack Owen e Steve Asheim, mentre del chitarrista solista Ralph Santolla non c’era traccia. Beh, poco dopo il MetalCamp è uscito anche il comunicato ufficiale della band: Benton ha buttato Santolla fuori dal gruppo (e probabilmente già che c’era l’ha anche sodomizzato con qualche crocifisso o roba simile, eheh) per via dei suoi continui bagordi alcolici e dei conseguenti pasticci sul palco. Insomma, i Deicide si sono esibiti in trio, ma come tali hanno fatto il loro lavoro alla grande. I Deicide hanno messo in moto un vortice spietato di death metal old school brutale e blasfemo, concentrandosi soprattutto sulla promozione della loro ultima ode anticristiana (in stile Deicide, ovviamente), To Hell With God, ma tra i pezzi più recenti hanno regalato, con grande gioia dei presenti, qualche vera perla, soprattutto la devastante Deicide e la fantastica Serpents of the Light. Ovviamente si sentiva la mancanza di una chitarra, Jack Owen da solo non poteva coprire tutto e così in certi punti di alcuni pezzi si è aperto un bel vuoto, ma Benton con il basso scavato e distorto in profondità e un growl brutale ha portato più che egregiamente un tornado spietato sotto il palco del Metalcamp. I mosh pit si sono succeduti uno dopo l’altro mentre Asheim, con blast beat di una precisione disumana, ha fatto tremare ancora una volta la valle dell’Isonzo. Con concerti così sicuri e senza compromessi i Deicide si stanno riprendendo il buon nome, e Benton ha servito gli interventi tra un pezzo e l’altro più cool, di quelli che può sparare solo un “mean mother fucker” come lui.

Quando il sole è tramontato dietro le cime dell’Isonzo è arrivato il momento di far soffiare sul palco il gelido vento finlandese e la malinconia, nella forma degli Amorphis, tornati su suolo sloveno circa sei mesi dopo il concerto alla Cvetličarna. In questo lasso di tempo i ragazzi hanno pubblicato il nuovo disco The Beginning of Times e ci hanno salutato anche con il pezzo My Enemy da quell’album. La parte del leone nel repertorio degli Amorphis di stavolta l’hanno fatta soprattutto i brani dell'”era” Tomi Joutsen, nel passato i finlandesi sono tornati solo con un pezzo o due, ma ci hanno portato comunque con buon successo nella terra dei mille laghi. Era prevedibile che gli Amorphis suonassero soprattutto pezzi da The Beginning of Times, Skyforger ed Eclipse, perciò è stato ancora più piacevole riposare le orecchie con il classico The Castaway dal mitico album Tales From the Thousand Lakes. Proprio per questo, dopo l’ottima esecuzione dell’accoppiata da Elegy, Against Widows e l’immancabile My Kantele, è rimasta un po’ la voglia di qualche pezzo un po’ più polveroso, mi riferisco soprattutto a The Karelian Isthmus e alla già citata TFtTL. Nonostante la nuova direzione degli Amorphis (con cui di per sé non c’è ovviamente nulla di male) verso acque sempre più zuccherate, sdolcinate e “radio friendly”, i finlandesi con la loro pesante atmosfera malinconica hanno spalancato più che bene le porte sul mondo dell’epopea nazionale finlandese Kalevala, che cantano nella maggior parte dei testi, e ci hanno portato per un’ora e mezza nel mondo della magia, della fantasia e dell’incanto. A prescindere da questa dolcezza e dal predominio sempre maggiore di voci pulite e melodie delicate e carezzevoli, l’intensità del concerto non è calata nemmeno per un attimo, e il merito va soprattutto all’ottima prova del frontman Tomi Joutsen, che è riuscito a creare un contatto autentico col pubblico e in più ha convinto con una voce melodica potente, pulita e canora, che ha combinato con sicurezza (ma purtroppo troppo di rado) con growl brutali. Gli altri membri sono statue finlandesi fredde e più o meno statiche, eppure agli Amorphis è riuscito di stregare il pubblico con l’atmosfera senza tempo e mistica della mitologia finlandese.

AMORPHIS:
1. My Enemy
2. Sky Is Mine
3. The Smoke
4. You I Need
5. Against Widows
6. My Kantele
7. Silver Bride
8. The Castaway
9. House Of Sleep

Il culmine del festival di quest’anno è arrivato con l’esibizione delle leggende heavy metal tedesche Accept, che l’anno scorso, dopo parecchi anni, si sono rimessi insieme e hanno confermato una forma fenomenale con l’album heavy metal dell’anno, Blood of the Nations. Gli Accept hanno colpito il Metalcamp come una tempesta di guerra e hanno falciato teste senza pietà con l’opener mid-tempo devastante Teutonic Terror. Udo? Chi era già? Quell’ometto piccolo e tarchiato non l’ho nemmeno rimpianto, anche se per molti anni è stato icona e mascotte di questa band. Certo, la sua eredità non va trascurata né negata, ma Mark Tornillo ha evidentemente portato negli Accept una forte ventata di freschezza: i ragazzi sul palco sembrano adolescenti fan dell’heavy metal che hanno appena pubblicato il primo disco. Gli Accept rigenerati sul palco sembrano una macchina heavy metal inarrestabile, che non conosce il concetto di prigioniero. L’infallibile coppia di chitarre Wolf Hoffmann/Herman Frank sparava e tritava il pubblico indifeso dal primo riff di Teutonic Terror in poi. Linee di chitarra chirurgicamente precise e taglienti volavano da ogni parte, e con assoli da pazzi i due hanno consolidato la fama di probabile miglior duo di chitarre tedesco. L’affidabile sezione ritmica con Peter Baltes e Stefan Schwarzmann tuonava e rimbombava come le salve di cannone che cent’anni fa martellavano senza pietà il Krn, il Rombon e le altre montagne dei dintorni. Gli Accept hanno dimostrato di voler suonare, con la massima serietà, uno dei migliori concerti del Metalcamp, perché hanno infilato i classici uno dopo l’altro – Metal Heart, Princess of the Dawn, Breaker e Fast as a Shark hanno spossato per bene i colli. L’incredibile Tornillo sembrava essersi iniettato direttamente in gola una dose enorme di steroidi. Dalla prima all’ultima battuta ha urlato come un matto, e le strofe le ha cantate con una voce aggressivamente gutturale ma sempre melodica e superba, che non ha ceduto nemmeno per un istante. Un salvatore migliore per la band i ragazzi non avrebbero davvero potuto desiderarlo. Tornillo, da vecchio gattone, ha guidato un’esibizione esplosiva ed energica, che ha toccato il picco quando i ragazzi hanno portato al massimo quella celebre posa “alla Judas Priest” spalla contro spalla, con tutti e quattro schierati in fila, e hanno dimostrato cosa significa il vero terrore heavy metal tedesco! Per finire, ovviamente, come previsto abbiamo tirato le palle contro il muro, e gli Accept hanno dimostrato un’ultima volta di avere le palle d’acciaio e che nel loro petto batte un cuore metallico!

ACCEPT:
Intro (Shades of Death intro)
1. Teutonic Terror
2. Bucket Full of Hate
3. Metal Heart
4. Losers and Winners
5. Up to the Limit
6. Princess of the Dawn
7. Breaker
8. Aiming High
9. Fast as a Shark
10. Pandemic
11. Balls to the Wall

Il festival è stato chiuso ancora una volta sul palco grande dai Kreator, ma il Metalcamp di quest’anno per me è finito con gli Accept. L’edizione di quest’anno ha confermato che il Metalcamp resta uno dei migliori festival metal europei, che soprattutto grazie alla sua splendida natura offre probabilmente lo scenario festivaliero più unico d’Europa. Margini di miglioramento ce ne sono ancora, e penso soprattutto a una selezione di gruppi un po’ migliore. Gli headliner stavolta si sono più che meritati il loro status, e gli organizzatori ce l’hanno messa tutta, soprattutto riportando i possenti Slayer, poi gli Accept, i Mastodon e gli altri. Forse è mancato soprattutto del metal per palati fini, e di sicuro c’è ancora parecchio spazio per migliorare, perché il palco più piccolo è proprio il posto giusto per il metal che apprezzano soprattutto i veri appassionati e non solo le masse. Ma il Metalcamp 2011 l’abbiamo sopravvissuto e, come ha detto Glen Benton qualche ora prima della fine del festival: è stato davvero un “big fucking barbecue party!”

Foto: Nina Grad

Setlist

MAIN STAGE: Avatar Virgin Steele Steelwing Belphegor Deicide Amorphis Accept Kreator 2nd STAGE: Devastating Enemy Morana Dark Reflexions Warlike Deathstrike Evolve Asator Guns of Moropolis Tasters Varg Moonsorrow

Galleria fotografica

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