M83 fanno sudare e incantano la Tvornica Kulture di Zagabria (2012)

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Luogo: Tvornica Kulture, Zagabria
Data del concerto: 05.06.2012
Numero di spettatori: 1500
Prezzo del biglietto: 17,30€ / 19,50€

M83 è un progetto musicale, o meglio una band, il cui cervello e cuore è il francese di origini spagnole Anthony Gonzalez. Il nome viene dalla galassia a spirale Messier 83. All’inizio a dare forma al gruppo c’era anche Nicolas Fromageau, che però dopo i primi successi, nel 2003, ha mollato. Da allora Gonzalez si circonda dei musicisti più disparati; i partner più stretti restano solo il fratello Yann Gonzalez e la polistrumentista Morgan Kibby.  Sulla scena ci sono da poco più di dieci anni; il debutto ”M83” è uscito infatti nel 2001. Incarnano una specie di triangolo tra psichedelia shoegaze, new wave e musica ambient, il tutto avvolto in una peculiare equazione space-pop. Le influenze degli anni Ottanta sono evidenti, ma parlando di questa band non si può ignorare l’impatto di musicisti ambient ed elettronici come Brian Eno, Terry Riley, Klaus Schulze, Jean-Michel Jarre e di gruppi come My Bloody Valentine, Pink Floyd, Kraftwerk, Talk Talk, Simple Minds e Cocteau Twins. La loro ascesa nel giro musicale è cominciata intorno al 2005, poco dopo l’uscita del terzo album ”Before the Dawn Heals Us”. In quel periodo l’Occidente ha scoperto anche i primi due dischi, che di lì a poco vari media hanno messo sul piedistallo dell’urbano, proclamandoli esempi paradigmatici di musica di qualità del XXI secolo. Con il quinto disco, ”Saturdays = Youth”, Gonzalez non ha fatto altro che confermare il suo genio. Oltre alle ottime recensioni della critica, l’album ha avuto anche un’accoglienza clamorosa tra gli ascoltatori. È iniziata una ripida salita. Con questo disco gli M83 sono arrivati per la prima volta anche ai media mainstream più ampi e hanno aperto i concerti di The Killers, Depeche Mode e Kings of Leon. La vera esplosione per Gonzalez però è stata l’ultimo album, ”Hurry Up, We’re Dreaming”. La ”bibbia indie”, il sito musicale americano Pitchfork, ha proclamato il disco il terzo migliore del 2011 e ha piazzato il suo singolo Midnight City al primo posto tra i brani. Gli elogi piovevano anche da altre parti, e gli ascoltatori (noi compresi) se lo sono fatto subito proprio.

Già all’annuncio del tour, con Zagabria come una delle tappe, nei circoli ”indie” è scoppiata una vera mini-euforia. Dopo aver visto il concerto possiamo dire: a ragione. Ma andiamo con calma, partiamo dall’inizio. Già arrivando a Zagabria, davanti al luogo del ”delitto”, la Tvornica Kulture, si respirava un’atmosfera piacevole e positiva. Va fatto un applauso agli organizzatori, che nonostante la sala quasi sold out e l’enorme folla hanno tenuto i nervi saldi, senza stressare e traumatizzare nessuno con regole e ordine a tutti i costi. Il pubblico era educato, quindi sarebbe stato un grosso errore rovinare l’atmosfera. Prima degli M83 il pubblico è stato scaldato a dovere dal gruppo electro pop zagabrese How Convinient, che stavolta non si è esibito in versione live. La loro musica si descrive meglio come un’esperienza elettro psichedelica – galattica, dove analogico e digitale si scontrano senza tregua. Mettono insieme i generi elettronici più vari, dalla disco alla house alla deep techno e così via. Una vera preparazione, anche nei contenuti, al nome forte della serata.

Gli M83 hanno cominciato con il solito quarto d’ora di ritardo. E l’inizio è stato un vero mini shock. Sul palco, accompagnata da una musica inno-atmosferica e ricchissima, è arrivata una ragazza con una strana maschera in testa, la stessa che campeggia sulla copertina di ”Hurry Up, We’re Dreaming”. Sembrava l’inizio rituale di un’esperienza mistica di cui stavamo per essere testimoni. Dopo questo strano, etereo preludio sono arrivati i primi suoni del brano d’apertura, ”Intro”. Sul palco i membri degli M83, con Gonzalez in testa, sono saliti con un passo lento e tranquillo, per niente sensazionale. In studio la parte vocale di ”Intro” l’ha costruita con loro la musicista americana Zola Jesus; qui l’ha sostituita degnamente la polistrumentista Morgan Kibby. A questo proposito voglio segnalare che è stato davvero affascinante vedere i continui cambi di strumento durante tutto il set. In questo modo i membri della band non solo mantenevano una sorta di diversità fine a se stessa, ma con questo continuo scambio di ”ruoli” è nata un’energia di squadra interessantissima, che ha fecondato il gruppo per tutto il concerto tenendolo a un livello altissimo. Così col tempo anche Gonzalez, timido di natura (lo ripete lui stesso in tutte le interviste, e lo dice pure il suo linguaggio del corpo), è arrivato a una posizione che gli ha permesso di assumere la postura da ”frontman”. ”Intro” è costruita fin dalle basi sul gioco con la tensione. Già al primo tocco di Gonzalez sul microfono e al sussurro delle parole ”We didn’t need a story, we didn’t need a real world / We just had to keep walking / And we became the stories, we became the places /We were the lights, the deserts, the faraway worlds / We were you before you even existed” il pubblico ha cominciato a diventare un tutt’uno con i musicisti sul palco, e alle urla di Gonzalez e Kibby ”We carry on, carry on / Follow us, we are one…” è esplosa una vera estasi di entusiasmo. I sogni hanno preso il comando della Tvornica. Dopo ”Intro” è arrivata l’ipnotica ”Teen Angst”, accompagnata da questi quattro versi enigmatici: ”The more we learn / The more we cry / How fast we burn / How fast we die” e, in chiusura, ”I hear the planet crying now…”. Il brano successivo, ”Reunion”, si può già considerare il primo picco della serata. Gli elementi musicali tipici degli anni Ottanta da ballare e un testo struggente e diretto (You came out of nowhere / Stealing my heart and brain / Flaming my every cell / You make me feel myself… You make me feel my soul / There’s no more loneliness / Only sparkles and sweat / There’s no more single fate / You make me feel myself) insieme ai cori da stadio (Oh, oh, oh, oh, oh, ohohoh…/ Will you stand in this land forever?) hanno portato la temperatura della sala al massimo. Con quel caldo, le secchiate d’acqua erano obbligatorie. Ma era come in paradiso. Ovunque guardassi vedevi facce sorridenti ed entusiaste. La serotonina scorreva a fiumi. ”Reunion” si è riversata nella strumentale ”Sitting”, l’unico brano dal debutto ”M83” in scaletta. I ritmi da ballo sono andati avanti e il tutto si trasformava in una festa disco di inizio anni Ottanta. È seguita un’altra strumentale, ”Year One, One UFO”, una bomba da ballo con una spruzzata country. L’ode sognante ”We Own The Sky” ha calmato un po’ la pista, ha reso l’atmosfera più intima e ci ha preparato al culmine centrale del concerto, il tris ”Steve McQueen-Wait-Fall”.

La contagiosa ”Steve McQueen” è un omaggio al celebre attore americano Steve McQueen, che quando la medicina ufficiale non poteva più aiutarlo a curare il cancro se ne andò in Messico per una cura non convenzionale. McQueen per Gonzalez è una parafrasi del rinnovamento dello spirito, della lotta, della rivalutazione dei valori: ” There’s a magic inside. / Just waiting to burst out. / The world is a goldmine. / That will melt tomorrow”. Dopo un altro pezzo ispirato e giocoso è arrivata la parte catartica del concerto. ”Wait”, con la sua struttura minimalista, quieta e pacata, ha fatto quello di cui parlava ”Steve McQueen”. Siamo andati alla deriva in una sfera sconosciuta, un viaggio verso x…” Send your dreams / Where nobody hides / Give your tears / To the tide / No Time / No Time / There’s no end / There is no goodbye / Disappear / With the night / No Time / No Time”. E chi si aspettava ancora qualcosa di più? Chi si aspettava, dopo, una cover degli eroi dell’elettronica, il duo Daft Punk? È arrivata una cover esplosiva, cupa e movimentata di ”Fall”. Centro pieno. Eccome. Ancora oggi, a pensarci. Vedo, Sento, Annuso, Tocco, Assaporo.

Il decimo brano, ”This Night Flash”, è servito da preludio al momento più atteso della serata –  l’inno urbano ”Midnight City”.  Purtroppo proprio su questo pezzo ci sono stati problemi tecnici (alla batteria), ma a salvare il brano ci ha pensato comunque l”’epic sax guy”, che ha suonato un assolo di sax geniale e illuminante. Il verso ” The city is my church”  ha brillato in tutta la sua essenza solo con quella nota jazzy. Un brano brillante, un perfetto successo pop che resterà con noi ancora a lungo. Il riff iniziale è fuori serie.  Pitchfork non l’ha proclamata canzone del 2011 per niente. La parte ufficiale del set gli M83 l’hanno chiusa con la dolce ”A Guitar and a Heart”. Il brano ha portato il pubblico all’apice e lì l’ha lasciato – euforico e affamato di un’altra dose. I ritmi elettro bombastici e da dipendenza ci hanno spinto la pressione a 200 e oltre. Dopo le urla a gran voce sono tornati subito sul palco e hanno suonato due brani nel bis. In ”Skin of the Night” è passata in primo piano la voce erotica di Morgan Kibby, che sembrava fatta apposta per questi versi: ”Oh Queen of the Night / Well she is deep inside / She is haunting me /(All of her soft parts call to me / She could be mine)”. E quando ormai pensavamo che fosse finita, è arrivato l’ultimo picco, ”Couleurs”, dal penultimo disco ”Saturdays = Youth”. Un’esperienza sperimentale, ultraterrena. Il momento in cui tutto il concerto si è trasformato in dieci minuti di follia a testa in giù. Rave party! Eravamo più in aria che per terra, sulle nuvole e su strade sconosciute. E poi la fine. È arrivata un po’ troppo in fretta. Sembrava un paradiso di venti minuti, in realtà è durato ancora circa un’ora in più. Comunque troppo poco. Se dovessi indicare un punto debole, sarebbe senza dubbio la brevità del concerto.

Nel complesso, gli M83 si meritano un voto alto. Si vede che sono al momento al massimo della loro forza creativa. Il gruppo è in una forma live eccezionale. Hanno tenuto il concerto a giri altissimi dall’inizio alla fine, e per questo non ci sono stati cali di energia inutili. Hanno creato un mondo tutto loro, hanno stregato e incantato il pubblico, catturato l’atmosfera e respirato all’unisono con la platea. Per questo nessuno dei musicisti ha avuto problemi di arroganza o di pose inutili; tutto è risultato molto umile, ma comunque molto presente. La scaletta era strutturata benissimo, nel giusto equilibrio, con la dose giusta di hit e di brani meno conosciuti. Quando un gruppo dal vivo suona meglio che nelle registrazioni in studio, sai che sono sulla strada giusta. Funzionano su palchi di qualsiasi dimensione. Quando due mesi fa ho guardato la loro esibizione al festival Coachella in diretta su youtube, ne ho ricavato l’idea che siano fatti per gli spazi aperti, per le folle dei festival, ma con il concerto alla Tvornica hanno confermato che anche i posti più piccoli e intimi fanno per loro.
Oltre a Gonzalez, che di concerto in concerto si trasforma in un vero frontman, vanno lodati anche gli altri membri del gruppo, che però Gonzalez stranamente non ha presentato (va ricordato anche che ha ringraziato più volte il pubblico di Zagabria, che con la sua reazione se l’è meritato davvero). La polistrumentista Morgan Kibby ha portato al concerto un sentimento femminile più che necessario, con la sua voce eccezionale ha entusiasmato e riempito lo sfondo del paesaggio vocale di Gonzalez. Il batterista Loïc Maurin ha controllato splendidamente il volume e ha garantito un’esibizione ritmicamente perfetta. Il sassofonista Ian Young, riconosciuto musicista della scena jazz di New York e noto per molte apparizioni anche in acque più pop, ha suonato solo in due brani, ”Midnight City” e l’ultimo, ”Couleurs”, ma con il suo gioco appassionato e virtuoso ha dato un valore aggiunto enorme a tutta l’esibizione. L’intero concerto si potrebbe dividere in un prima e un dopo il suo intervento in ”Midnight City”. ”Masterpiece”. Per attività sul palco, però, ha spiccato soprattutto il giovane scelto con un’audizione, Jordan Lawlor. Un polistrumentista incredibilmente carismatico, che non è stato fermo un secondo. Ballicchiava di continuo, cambiava strumento come per gioco, flirtava con il pubblico e alzava ancora di più l’energia già altissima del gruppo.
L’audio in sala era ottimo; nessun calo, nessun rumore e nessuna oscillazione inutile. Il pubblico era misto per età e per nazionalità. C’erano ovviamente tantissimi locali, poi un numero incredibile di sloveni, e abbiamo notato perfino italiani, portoghesi e spagnoli (gli scambi Erasmus fanno il loro effetto).

Il concerto lo possiamo definire un concerto di superlativi. E ancora una volta si è visto quanto i croati siano più bravi della Slovenia ad accaparrarsi i nomi giovani della musica che al momento contano qualcosa. Gli M83 sembrano un act fatto apposta per Križanke o almeno per il Kino Šiška; il concerto sarebbe stato sold out e organizzato al massimo livello possibile. Purtroppo ci siamo di nuovo svegliati con un anno, due o più di ritardo. Speriamo solo che gli M83 crescano di anno in anno e che un giorno facciano tappa anche in Slovenia. Alla fine ci tengo anche a ringraziare il team di Ride With Me, che dalla Slovenia ha organizzato il trasporto a Zagabria e ha permesso a tanti sloveni un viaggio più economico e comodo all’andata e al ritorno dal concerto.

 

Scaletta

Intro
1. Teen Angst
2. Reunion
3. Sitting
4. Year One, One UFO
5. We Own The Sky
6. Steve McQueen
7. Wait
8. Fall (Daft Punk cover)
9. This Bright Flash
10. Midnight City
11. A Guitar and Heart
–bis–
12. Skin of the Night
13. Couleurs

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