The Cult a chiudere la stagione dei concerti al Kino Šiška (2012)

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Autore: Aleš Podbrežnik
Foto: Nina Grad

Luogo: Lubiana / CUK Kino Šiška / Slovenia
Data del concerto: 04.07.2012
Numero di spettatori: 850
Prezzo del biglietto: 35,00€

A mettere il sigillo giusto sulla stagione concertistica del centro di cultura urbana di Lubiana, il Kino Šiška, quest’anno ci hanno pensato dei rocker britannici di culto, che portano pure un nome di culto! E no, non sono i Blue Oyster Cult, quelli sono americani. Sono i The Cult. La band, che quest’anno ha pubblicato dopo cinque anni il nuovo album in studio »Choice Of Weapon«, aveva »terrorizzato« per l’ultima volta la penisola balcanica in tour nel 2009, quando a fine settembre era passata da Zagabria e aveva riempito fino all’orlo la sala piccola del Dom Sportova. Stavolta il nuovo tour ha puntato dritto sull’estate rovente. Con questa nuova epopea live i The Cult sono arrivati a Lubiana dal sud della penisola balcanica, dopo le date a Belgrado (Belgrade Calling Festival) e, il giorno prima di Lubiana, a Spalato, in Croazia. Se fossimo negli anni Ottanta, potremmo ribattezzare il tutto un mini tour jugoslavo.

Una delle band britanniche più controverse, che aveva davvero il potenziale per diventare uno dei più grandi gruppi rock di tutti i tempi e a cui è mancato solo un soffio per arrivarci, ha invitato in tour di nuovo gli sporchi e scalcianti highlander scozzesi dell’hard rock  Gun, esplosi nella prima metà dei Novanta: nel 1994 MTV ne era piena grazie al singolo Word Up, cover dell’originale dei »vanigliosi« Cameo. Era il loro terzo album, »Swagger«, e i Gun allora volavano davvero alti; dopo l’album »0141 632 6326« del 1997, però, si sono sciolti in fretta e hanno smesso di fare attività quasi senza che nessuno se ne accorgesse. Alla voce non c’è più il carismatico Mark Rankin; nell’incarnazione attuale dei Gun sono rimasti solo i fratelli, il chitarrista Giuliano ‘Jools’ Gizzi e Dante Gizzi, che oggi è tornato a occuparsi della voce, mentre il quartetto lo completano il bassista Derek Brown  e il batterista Paul McManus.

In una buona mezz’ora la band, davanti a un Kino Šiška quasi vuoto, ha sparato un set energico che ha sollevato ogni singola particella di polvere, anche la più ostinatamente annidata negli angoli più nascosti della sala. Che dire. A questa band l’autenticità e il vero spirito rock n’ roll non sono mai mancati. Hanno sfruttato il minutaggio a disposizione per presentare l’album del ritorno in studio »Break The Silence«, da cui hanno suonato quattro pezzi: l’opener 14 Stations, Butcher Man, Lost And Found e la title track. Ovviamente in scaletta non poteva mancare Word Up, piazzata verso la fine, e a chiudere il set ci hanno pensato anche i vecchi pezzi Better Days, Don’t Say It’s Over, Steal Your Fire e la finale Shame On You. Il gruppo è tosto. Si sente che è nato alla fine degli Ottanta e che dentro ci sono vecchi volponi che hanno capito il principio della cultura rock, ed è un vero peccato che oggi, dopo una lunga assenza, la band sia caduta nel dimenticatoio e che anche al Kino Šiška quella sera sia stata di conseguenza ingiustamente ignorata e snobbata. Ma così va. Speriamo che si riprendano almeno un pezzetto della vecchia notorietà, se non è già scritto che debbano incoronarsi con qualche mega hit di impatto, visto che i loro tempi d’oro dal punto di vista del potenziale commerciale sono ormai passati.

I The Cult sono ovviamente tutta un’altra storia. Anche se è una band segnata da una carriera fatta di alti e bassi, la raccolta dei loro album classici di culto e dei loro ultra hit è un punto di partenza, anzi una vera catapulta, da cui i The Cult balzano sempre tra i rocker più in vista della nostra epoca. Sono famosi i mini armageddon: la band è stata tormentata da sempre da dissapori e litigi, da lunghi periodi di totale assenza di comunicazione, soprattutto sul vitale asse Duffy-Astbury, insomma di eccentricità nei The Cult non ne sono mai mancate. Come queste abbiano influito sul fatto che la band non sia entrata nella lega dei più grandi del rock, ognuno può interpretarlo a modo suo, ma questo lato del carattere dà ai The Cult uno status speciale, quello di diavoli imprevedibili di cui non puoi mai sapere in cosa si lanceranno e con cosa ti sconvolgeranno.

Comunque la giri, il nuovo album della band è semplicemente ottimo. »Choice Of Weapon« è un disco estremamente rumoroso, non fatto per gli indecisi ma per gli amanti di una solida retorica rock erotogena con il velo di una rovina mistica gotica, che ha sempre incoronato le caratteristiche espressive di questo gruppo. Certo, sono arrivati tempi nuovi e un nuovo album tipo »Love« o »Sonic Temple« non c’è da aspettarselo, figuriamoci pretenderlo dalla band.

Il ritardo di ben 40 minuti non è stato frutto di qualche capriccio da ego-trip dei membri della band, ma di uno sfortunato incidente: mentre il gruppo era in viaggio da Spalato a Lubiana, pare che l’autista del pullman si sia lasciato andare a un breve quanto indesiderato colpo di sonno e si sia schiantato contro un ponte. Vista la reputazione della band, alla fine eravamo addirittura contenti di essere riusciti ad avere i The Cult e che il gruppo, sbattuto nel disagio, fosse salito sul palco. Fino a quel momento la sala stipata fino all’inverosimile ululava letteralmente di indignazione, e la sua dose di »rottura« l’ha messa la fisiologia stessa del corpo umano, che sopporta male le condizioni impossibili dettate stavolta dal microclima rovente della sala.

I minuti strazianti d’attesa sono affondati subito nell’oblio quando la band, già nella parte iniziale del concerto, ha scaricato i suoi classici di culto, partendo da Lil’ Devil dal terzo album in studio »Electric«, e ha subito scatenato salve di estasi di ritorno nel pubblico in ebollizione, che non nascondeva il suo pieno entusiasmo.¨

La disposizione sul palco è quella standard! Ian Astbury, sempre avvolto nel mistero, in posizione centrale, stavolta infilato in una giacca decorata con un’imitazione di pelle di gigantesco gatto persiano, se non di qualche volpe del deserto, scelta non proprio azzeccata per la stagione estiva, soprattutto considerando che Ian se l’è tenuta addosso per tutta l’ora e mezza al CUK Kino Šiška! Occhiali scuri d’obbligo calati sul naso, i capelli gli sono ricresciuti alla grande, così il tipo se li è pettinati all’indietro con aria tesa e legati in una coda. Alla sua sinistra, sprofondato nell’angolo del palco, il chitarrista Billy Duffy, alla destra di Ian il bassista Chris Wyse, dietro la batteria menava John Tempesta, e sul palco faceva compagnia al quartetto anche il quinto membro silenzioso, nell’ombra, che accompagna la band come chitarrista ritmico aggiuntivo dal vivo dal 1999! Si chiama Mike Dimkich. Nella parte iniziale i The Cult hanno acceso subito il pubblico con Rain, e subito dopo con Nirvana e Fire Woman. Nella prima parte il repertorio alternava pezzi nuovi e vecchi. E il pubblico, di conseguenza, oscillava durante l’esibizione. Insomma, una correlazione di reazioni a freddo e a caldo. L’atmosfera ondeggiava, ma la band non ha mostrato nemmeno un difetto quella sera, anzi ha tirato fuori il repertorio con piena convinzione. Ed è giusto così, perché era la prova che i The Cult sono contentissimi dei risultati del nuovo album e che ne suonano i pezzi dal vivo con piacere!

Astbury, noto per la sua riservatezza sul palco, per il fatto di »scaldarsi« molto lentamente e di aprirsi al pubblico ancora più lentamente, stavolta ha avuto addirittura un po’ più di contatto verbale con la gente rispetto a tre anni fa a Zagabria, dove era rimasto completamente zitto. Ha salutato i presenti per la prima volta solo verso la fine della parte regolare del repertorio, ma comunque. Duffy è rimasto di nuovo per conto suo, evidentemente è nelle sue abitudini. Non ha guardato il pubblico dal palco nemmeno una volta. Per tutto il tempo ha pestato sulla sua chitarra Gretsch, un modello bianco con le »f-hole« dalla forma simile al Gibson ES-335, lo stesso modello usato anche da Charlie Burchill dei leggendari scozzesi Simple Minds. Dopo la nuova The Wolf la band ha schiacciato l’acceleratore e ha menato solo classico su classico, l’atmosfera cresceva e il clima si è trasformato in quel »Cult planet« che sa evocare solo questa band unica.

Sì. Ancora. E in modo convincente come non succedeva da tempo. I concerti dei The Cult di oggi non si possono assolutamente paragonare ai tempi di Matt Sorum, ma i The Cult funzionano benissimo sul palco per i tempi nuovi.  Mantengono il loro look unico puro e immacolato. Ed è questa l’essenza. La loro intoccabilità, la riservatezza, le reazioni imprevedibili, in cui non sai quando e come colpiranno. Astbury ricordava davvero una specie di sacerdote. Quella postura fredda e immobile, il sex appeal rodato dei musicisti, li hanno sfruttati ovviamente anche gli ex membri dei The Doors, quando anni fa invitarono Ian a vestire i panni di una specie di reincarnazione scenica dell’intoccabile Jim Morrison. Astbury è una figura da palco eccezionale e senza di lui non esistono i The Cult. È un fatto, e anche stavolta al Kino Šiška ne abbiamo avuto conferma. Il tipo ormai tiene una certa distanza dalle note vocali più alte, ma questo viene con gli anni, per il resto resta sicuro e super credibile nelle sue caratteristiche di interpretazione vocale.

Al Kino Šiška i The Cult hanno dimostrato di essere ancora dei veri predicatori da palco, stregoni del rock a cui nessun mistero è oscuro. La loro sfida e la loro maestria nel maneggiare gli occultismi rock non fanno che approfondire e allargare, anno dopo anno, il loro tocco magico. Dopo un’ora e mezza la band ha chiuso il concerto esattamente come l’aveva aperto. Con il classico dell’album »Electric« Love Removal Machine, regalando puro piacere alla sala del Kino Šiška, stipata fino all’ultimo posto.

Setlist

1. Lil’ Devil
2. Honey From a Knife
3. Rain
4. Lucifer
5. Nirvana
6. Embers
7. Fire Woman
8. The Wolf
9. Rise
10. The Phoenix
11. For the Animals
12. Wild Flower
13. She Sells Sanctuary
—bis—
14. Horse Nation
15. Spiritwalker
16. Love Removal Machine

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