Quando il sangue slavo fa ribollire le passioni a Lubiana (Arkona 2012)

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Foto: Jerneja Jerak

Luogo: Gala Hala, Metelkova
Data del concerto: 29.07.2012
Spettatori: 400
Prezzo del biglietto: 15€ in prevendita / 19€ il giorno del concerto

Qual è il punto di contatto tra il nostro popolo ai piedi delle Alpi e le grandi tribù d’oltre gli Urali? Dopo qualche secolo di germanizzazione, di servilismo verso i signori di Vienna e di cortigianeria verso i nuovi padroni di Bruxelles, verrebbe da dire solo: “Pochino, pochino!” Eppure nel sangue c’è qualcosa che non riesce a lavare via né la patina laccata del germanizzarsi, né la diluizione a colpi di fervore religioso vaticano, né l’abbaglio dei predicati della cultura d’alto bordo. Negli ultimi anni cresce così la sensazione che pagano possa essere proprio ciò che redime questo mondo decentrato e lo riporta verso acque più tradizionali, più primordiali. Svedesi e mondo nordico del metal hanno afferrato con orgoglio i vichinghi, le isole britanniche e dintorni la tradizione celtica, dalla steppa russa si sono levate le fanfare delle tribù slave; una parte della soldataglia che difende i colori degli dèi veri e mai dimenticati del pantheon slavo ha come paladini anche alcuni nomi di casa nostra. Non sono un fenomeno di massa, però – ne fanno parte anche i folker Brezno, che a fianco dell’attrazione russa Arkona sono stati l’unica carta locale della serata domenicale alla Gala Hala di Lubiana, dove io mi aspettavo una marea di fan vestiti di pelliccia, amanti di urla guerriere, paganesimo e fiumi di birra.

È proprio bello quando le previsioni trovano conferma nella pratica: davanti al palco all’aperto, epicentro dei piaceri concertistici di Metelkova, verso le otto ha iniziato ad ammassarsi un bel po’ di ragazzi, ragazze e gente un filo meno giovane d’anagrafe ma giovane dentro, addobbati di martelli di Thor, rune e magliette di orde vichinghe e guerriere varie, che entravano sulla sabbia rovente della Gala Hala di Lubiana. La serata prometteva divertimento sciolto, un buon motivo per sbronzarsi e ballare senza freni, e per primi sul palco sono saliti i padroni di casa Brezno, nel 2005 più noti come Vyrej: il settetto di difensori sloveni dei colori del folk metal ha chiarito già in partenza che la ricetta principale per conquistare orecchie e cuori delle folle affamate di folk è soprattutto esagerare ed esaltare i bei tempi andati e gli antenati. Personalmente, più che con la delicata e femminea rimeria epica preferisco saziarmi con un suono più primordiale e meno raffinato, ma vale la pena dire che i Brezno, a differenza delle melodiosità che si sentono in rete, dal vivo hanno optato per esecuzioni un po’ più graffianti dei pezzi del disco Viharnik. Al centro del palco troneggia con sicurezza la cantante Sara, che insieme alla flautista Eva e alla tastierista Katarina forma la quota estrogenica della band; già dopo l’esibizione e la pulizia dei chakra gutturali è chiaro che a tessere il racconto di Kajtimar, dei difensori dello stendardo di Svarun e delle vignette idealizzate di un passato tutt’altro che epico a dire l’ultima parola è il bassista Mitja, affiancato dal chitarrista Max, in kilt, e dal chitarrista Luka; dietro i tamburi il ritmo lo scandisce il batterista Matej, piuttosto tiepido ma sicuro, che dal trotto non passa al galoppo ma dà la base metrica per un dondolio di fianchi assai poco pretenzioso. Il settetto non fa torto alla definizione di melodia, ma la prevedibilità di pezzi parecchio monotoni, che dopo Dolini pogubljenih, Glasniku, Izdani legiji, Žanjici e il brano V nebo non superano il livello di una piacevole simpatia, è proprio quella che dopo qualche minuto di odissee tra i campi di battaglia del passato ricorda fin troppo presto schemi già sentiti di gruppi come Avven, Aperion e simili – in molti padroneggiano il mestiere, ma pochissimi hanno quel pizzico in più per cui mi si rizzano i peli davanti alle saghe dei musicisti degli Eluveitie, mi abbandono all’incantesimo alcolico dei Korpiklaani o credo a tutta la potenza degli Arkona. Noi sloveni suoniamo troppo spesso piuttosto bidimensionali e, con questa ricetta monotona, prevedibilmente stramasticati; ai Brezno va comunque riconosciuto di saper scrivere e portare a casa una serie solida di brani tutto sommato corretta, il cui vertice è senza dubbio il loro hit V nebo, dove alle distorsioni ben bilanciate si intreccia splendidamente la linea principale del flauto di un’estremamente dinamica flautista, capace, nonostante lo strumento, di tirare fuori dai registri quei toni che devono tagliare il cuore e l’anima; e probabilmente è vero anche che prima di una discesa folkoide nelle gole del passato conviene scaricarsi un po’ e buttar giù qualche boccale di birra in più piuttosto che in meno …

Dopo la cannonata di acuti dalle sfumature femminili del settetto sloveno, il palco è stato occupato da un nugolo di tecnici del suono che hanno sistemato gli ultimi dettagli per l’esibizione delle star della serata – i veterani russi dei canti pagani tradizionali, gli attraentissimi folk metaller Arkona. Dopo l’intro e il galoppo di orde nella steppa russa, già ampiamente previsti, davanti agli amplificatori i vuoti si riempiono piano piano; a fianco dell’imponente e altissimo chitarrista Sergei Lazar sul palco si schierano Vlad Artist alla batteria, il bassista corpulento Ruslan Kniaz, il suonatore di fiati e cornamusa, nonché cervello della band, Vladimir Volk, e infine sulle assi infuocate del palco della Gala Hala di Lubiana, piuttosto ben assediato, sale l’iperenergica e di ottimo umore cantante Masha Scream, che stavolta giustifica senza compromessi il suo nome d’arte. Controlla il palco con raffinatezza, e il pubblico le mangia in mano fin dall’opener Arkaim, quando con un tamburo tra le mani incanta un pubblico sloveno ormai abituato a tutto. Slavsia Rus, inno di lode ai fratelli slavi che, globalizzazione o no, non dimenticano le proprie radici, si diffonde come un canto metallizzato di balalaika e toni tradizionali, mentre Masha, oratrice dell’azione, piena di erotismo e primordialità, stavolta più che con la grazia impressiona con l’addobbo del suo raccapricciante roadkill portato al collo, a forma di lupo, che probabilmente ha cacciato lei stessa; e in un attimo dalle casse esplodono le note di Goi Rode Goi, che rappresenta un importante spostamento tettonico per una band dinamica capace di sintetizzare con successo nella stessa pentola impatto gutturale, groove metal e ritmica tradizionale, e che, cantando dei sacrifici pagani degli avi, non suona nemmeno per un attimo stramasticata o tiepida. Nel pubblico si risveglia il cuore slavo assopito e tra i dervisci danzanti di una serata sudatissima si ritrovano fianco a fianco gli amanti della posa vestiti di pelliccia, i vichinghi sloveni e perfino passanti ignari di tutto, che alla fine cedono sotto la pressione dell’inarrestabile ritmica e dell’implacabilità crescente degli Arkona, già visti al Pagan Fest. Tra i momenti più d’impatto del concerto c’è stata l’eccezionale esecuzione di Pokrovi Nebesnogo Startso, in cui Masha, motore principale della band, ha mostrato che l’anima slava è tanto violenta quanto delicata, e vasta come le distese della taiga siberiana. Non affila meno le orecchie l’urto sonico death metal di Nikogda. Un trip rave nel mondo tradizionale di feste, orge e sbronze lo aggiunge Yarilo, mentre da qualche parte nel subconscio sfreccia il metal polkoide di Stenka Na Stenku, che trova il suo epilogo nell’esecuzione più calma e straziante di Liki Bessmertnykh Bogov. Un mazzetto del meglio dei sette album si mescola all’odore di sudore, alla birra e a una splendida stanchezza; nella scaletta gli Arkona si dedicano tanto alle proprie radici e al disco Vozroždenje uscito nel 2004, rinascita del primordiale, con brani come Rus, Bratye Slavyane, dedicata al pubblico sloveno, e K Domu Svaroga; con Lepte si insinua nel subconscio Chyornye Debri Voyny, poi Voin Pravdi, mentre la ormai popolarissima Goi Rode, Goi strappa di mano agli scettici posatori anche gli ultimi assi, perché gli Arkona portano a termine il loro nuovo sbarco su Lubiana con più precisione della Blitzkrieg tedesca, e sono delicati come i carri armati davanti a Stalingrado.

Il concerto ha esaudito le aspettative, i fratelli russi hanno di nuovo rubato il cuore del pubblico sloveno, che ormai, quasi per proverbio, dagli Arkona si aspetta solo il meglio. Se anni fa la Cvetličarna era stata un riscaldamento, stavolta il proiettile di 88 minuti di schiettezza slava primordiale ha saziato un cuore ancora affamato. Proprio per questo mi azzardo a dire che il concerto degli Arkona è stato qualcosa di meglio di tutto ciò che ho provato in un concerto tra quelli iscritti alla rubrica dello straordinario e dell’esotico. Il sangue slavo è senza dubbio più fresco delle solite tiritere su Odino, e dopo gli Arkona sono capace di giurare solo su ciò che è di casa, autentico e sincero, (quasi) di casa. Dal ricordo ancestrale si tessono immagini di una casa d’oltre gli Urali, da cui tempo fa è arrivato il primo proto-slavo a seminare il gene della ribellione sulla zolla fertile del luogo che, nonostante il putrido globalismo, con cuore e orgoglio posso poi chiamare casa – senza additivi, pose e propensione a dimenticare in fretta. A scolpire nel cuore una parte di questo affresco d’orgoglio è stata anche una serata all’insegna del dominio assoluto degli Arkona. L’anima e il sangue slavi sono più forti dell’artificiosità dell’Europa, o no?

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