Caldi, rossi e straordinari: i R.H.C.P. si prendono il cuore dei Balcani

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Autore: Sandi Sadar Šoba
Foto: Nina Grad

Luogo: Hipodrom Zagreb, Croazia
Data del concerto: 29.08.2012
Presenze: 40.000
Prezzo del biglietto: 48,17€ (posti in piedi liberi – prato) / 65,00€ (fan pit) / 75,00€ (tribune)

Chi la dura la vince! Dopo più di sei mesi passati a scaldarsi in vista dell’arrivo di uno degli spettacoli rock più grandi, di una delle band più grandi del nostro tempo, su palchi vicino alla Slovenia, il cuore era inquieto e le orecchie affamate di quel divertimento totale che un tempo questi assi di L.A. sapevano regalare – parlo, ovviamente, della sensazione rock funkadelica Red Hot Chili Peppers. Una band che incarna alla lettera lo spirito del rock’n’roll, il principio »sex, drugs & rock’n roll«, capace di suonare, oltre ai tre accordi, anche funk, di rappare e di pescare da ricette più atipiche; proprio grazie alla loro unicità e testardaggine, ad aprile sono entrati dalla porta nel santuario della Rock’n’roll Hall Of Fame. Dopo ripetute delusioni e cancellazioni di concerti pure annunciati da questo lato delle Alpi, lo scetticismo si era infilato in modo inquietante nel subconscio, e la rassegnazione, in caso di nuova delusione e di cancellazione anche dello spettacolo di Zagabria all’ippodromo, sarebbe stata tutt’altro che benvenuta in vite già fin troppo tese. Agosto è scivolato piano piano, a passo di lumaca, verso la seconda metà, così alla fine è arrivato anche il giorno del concerto, e la carovana degli affamati di musica si è messa in marcia verso la capitale croata. Il concerto si sarebbe tenuto in una serata calda, soleggiata e limpida, in un posto dove di solito a misurare le proprie forze sono i cavalli, e stavolta a essere messa alla prova era la resistenza di una folla di oltre 40mila teste. Già un’occhiata alle targhe delle auto parcheggiate e alle colonne interminabili di autobus, furgoni, moto e macchine nell’atrio polveroso dell’Hipodrom ha fatto capire che stavolta ci saremmo ritrovati gomito a gomito sloveni, croati, italiani, olandesi, ungheresi, e tra gli assetati di musica non mancavano nemmeno quelli di altre parti d’Europa o dei paesi in sala d’attesa per entrare nell’Unione. E ce n’erano a frotte. Oltre a circa 7.000 sloveni, un sacco di gente del posto e altri rapsodi musicali.

Non sprecherò parole sulle misure di sicurezza rafforzate e sulle richieste davvero folli degli addetti, per carità non violenti, ma lasciate che vi dica che l’Hipodrom Zagreb era sorvegliato meglio del palazzo presidenziale: sui prati non si poteva portare né uno zaino né le catenelle con cui si tengono i portafogli ben agganciati ai pantaloni. I più coraggiosi hanno lasciato i bagagli in un’area incustodita davanti all’ingresso, e nonostante il malumore, l’entrata sui prati verdi è stata accompagnata da un’euforia che contraddistingue solo i fedeli più ardenti. Varcando il portale, incorniciato dalle pubblicità di Petrol e dai simboli della stellina R.H.C.P., abbiamo ricevuto tutti una bustina con un tattoo sleeve, e sui prati davanti alla megalomane struttura del palco hanno cominciato ad affollarsi orde di giovani con nuovi ornamenti removibili. I più pazienti sono andati subito a spegnere la sete con birra o acqua, a comprare qualche souvenir del concerto dalle bancarelle ben fornite, con magliette dal prezzo davvero salato, o magari a mettere le mani su qualche rarità dalla collezione discografica di gioielli delle star della serata. I minuti sono diventati ore di attesa, e ancora prima dei primi accordi della prima band di supporto i soccorritori hanno dovuto prestare i primi soccorsi a qualcuno che si era tuffato troppo a fondo nelle pozze dell’ebbrezza.

Verso le sette di sera è salito sul palco il primo gruppo, quello che doveva scaldare il pubblico. I veterani del rumore a ispirazione elettronica e del disco caotico As Able As Kane si sono guadagnati un posto nel tour dei R.H.C.P. grazie a statistiche piuttosto impressionanti. La band esiste dal 1987, ma a differenza dell’armonioso melodismo del rock mainstream, il cantante Paul Rawlinson, il tastierista, programmatore e chitarrista d’accompagnamento Simon ‘Ding’ Archer, il chitarrista Neil Robotham e la tastierista Tamsin Middleton (dietro la batteria c’era anche un ulteriore membro della formazione, ma il nome resta un mistero), da Manchester, hanno seminato un miscuglio piuttosto ripugnante, adatto a un pugno di estremisti del rumore digeribile dall’estetica industrializzata. Revolving Cocks, Ministry, Atari Teenage Riot, Young Gods e Laibach sono solo una parte dello spettro servito da una sequenza ripetitiva di standard stampati in serie. Direi che il tentativo frankensteiniano di rianimare cadaveri stantii ha servito stavolta qualcosa che definirei a fatica un atto di perfetta sintonia con ciò per cui eravamo venuti a Zagabria. La pausa ventennale della band si sente e si tocca con mano, e il fatto è che sul palco le casse erano piazzate strategicamente più per intimidire e fare propaganda totalitaria che per coccolare le orecchie. Gli As Able As Kane suonano come un martello pneumatico collegato a casse da disco pop, e invece di un insieme affiatato offrono un caos piuttosto primitivo di piccole idee, che con un lavoro un po’ più attento potrebbero dare molto più di quanto danno ora. Brani come Concrete, Everything Is Real, Sharpshooter o qualsiasi altro gioiello dell’ultimo lavoro in studio Totalitarian Tip-Toe sono una sequenza monotona di caoticità legnosa ed elettronizzata, che si appiccica alle orecchie in modo rozzo e robusto, e siccome stavolta la forgia in cui si battevano idee fresche per il nuovo materiale non era in sintonia con il mio chakra del cuore, ho preferito schivare l’esondazione frontale di vuoto grottesco. Il pubblico, in effetti, se ne stava piuttosto piantato davanti al palco, ma è vero che i cancelli dell’area si erano appena aperti, e frotte di giovani e meno giovani si riversavano dentro in cerca del proprio angolino per lo stacco concertistico personale e la successiva catarsi.

Dopo mezz’ora di battesimo di sangue delle folle con i suoni degli As Able As Kane, è iniziata la preparazione per il seguito. Come seconda sorpresa della serata sono saliti sul palco due giovani assi della classica contemporanea che respira con polmoni rock – il duo di eccezionali violoncellisti e intrattenitori 2Cellos. Il sodalizio sloveno-croato è composto da Luka Sulič e Stjepan Hauser, e questo fenomeno di YouTube ha conquistato le orecchie delle masse con un’esecuzione tambureggiante e straordinaria di Smooth Criminal, brano che negli anni Ottanta il re del pop Michael Jackson scrisse, incise e condì di danza. Proprio con l’asso nella manica il duo ha aperto la sua esibizione zagabrese, e più di uno, che i ragazzi non li aveva mai sentiti prima, si chiedeva cos’altro ci si potesse aspettare. Il giovane duo in poco più di un anno di attività ha già registrato due dischi di cover, che sotto le dita di due virtuosi diventano tagliate su misura, tanto che i due ragazzi se le possono infilare addosso con eleganza. Accidenti! Dopo l’album 2Cellos è arrivato anche Welcome To The Jungle, e naturalmente Smooth Criminal, e hanno registrato anche dei pezzi natalizi. Le statistiche non contano, il fatto è che i due ragazzi hanno aperto nuove strade con decisione, dedizione e senza aspettare il domani. Gli archi scivolavano sulle corde e, nonostante il minimalismo degli strumenti, bisogna ammettere che due violoncelli sono in grado di tenere testa anche agli enormi spazi di un’arena da stadio. La sorpresa successiva è stata With Or Without You. La folla si unisce ai suoni dei violoncelli e comincia a cantare le parole di Bono, e l’ippodromo respira in sincrono, in uno spirito di totale rapimento e armonia. In aria si alzano migliaia di telefoni, e la penombra del tempio del piacere di Zagabria viene illuminata anche da qualche accendino. I 2Cellos flirtano con la folla e danno un 110 per cento di passione, musica e totale senso della manipolazione del suono. L’incantesimo prosegue in modo più incalzante, perché dietro la batteria si siede il terzo membro della formazione (il nome, purtroppo, mi è sfuggito di vista), e come un balsamo per la mia anima rockettara dalle casse scivolano i suoni dei miei amati AC/DC e del loro hit You Shook Me All Night Long. Non manca niente, e siccome il successo nella musica da camera si può lastricare solo se le dita sono ben oliate, Luka e Stjepan osano ricreare, oltre alla ritmica e alla struttura melodica degli originali, anche piccole aggiunte, come lo splendido assolo di chitarra di Angus. Di sdolcinatezza non posso accusarli, e nemmeno di fare le cose a metà! Dopo che sono sfumati gli ultimi accordi di uno dei pilastri del disco Back In Black, arriva un salto inaspettato nel passato, nell’era Bon Scott, con Highway To Hell, e siccome i due ragazzi hanno evidentemente orizzonti più ampi, dopo le leggende del rock australiano si buttano sul grunge e mettono le mani sullo standard di Nirvana Smells Like Teen Spirit. Mah… Non dico niente, ma mi sarebbe andata meglio Lithium, con quella vocina che pizzica il cervelletto. Gli archi gemono e si sfilacciano, e dalle fronti dei due musicisti colano grosse gocce di sudore carico di adrenalina. Segue l’inchino e, tra scroscianti applausi, l’uscita di scena, ma le sorprese continuano. Come antipasto del piatto forte e prova che i R.H.C.P. sono davvero arrivati a Zagabria, tornano sul palco con un ospite d’onore speciale – l’asso della batteria, virtuoso di pelli, piatti e bacchette Chad Smith – e per mettere il puntino sulla i a un’esibizione eccezionale suonano il grande hit del già citato disco dei giganti del rock AC/DC, il brano portante Back In Black. Il pubblico presta le corde vocali, e il trio sul palco, nonostante i numeri ridotti, riempie ogni vuoto nelle anime e nei petti degli ascoltatori. I 2Cellos si prendono un sacco di punti anche da parte mia e dico che su questi due giovani straordinariamente dotati dovremo tenere ancora gli occhi ben aperti, perché possono tranquillamente giocarsela anche con la più affermata e chiacchierata Apocalyptica!

La temperatura ha cominciato a salire in fretta, e nell’auditorium sul prato mancava lo spazio per lasciarsi andare, perché si avvicinava il momento clou del concerto – l’esibizione dei giganti della mia giovinezza, che sono riusciti a sopravvivere a ciò che ha seppellito all’istante tante band. La morte del primo chitarrista è stata il fondo della tossicodipendenza per questa formazione dal talento straordinario, ma si sono rialzati e hanno proseguito il cammino con l’eccezionalmente dotato chitarrista John Frusciante. Nel frattempo sono »passati« anche Jack Sherman e Dewayne McKnight, ma è stato proprio Frusciante a segnare l’ingresso nell’età dell’oro della creatività. Un’età dell’oro intrisa al tempo stesso di droghe pesanti e autodistruzione, che ha portato Frusciante, proprio all’apice della popolarità della band e dopo l’uscita di Blood Sugar Sex Magik, a lasciare il gruppo e a cadere nel vortice di un delirante spremersi fino all’ultima goccia, mentre il periodo intermedio è stato coperto da Dave Navarro. La band è stata più volte sull’orlo del collasso, perché sui sentieri bui dell’ebbrezza ha camminato testardo e cupo anche il carismatico cantante Anthony Kiedis; dopo la danza con i demoni sono arrivati un periodo di guarigione e una normalizzazione di facciata. Nella formazione è tornato Frusciante, che però nel 2009 ha lasciato di nuovo il gruppo. La domanda che per me era rimasta senza risposta fino alla sera di Zagabria era: »Josh Klinghoffer è in grado di riempire il vuoto nelle scarpe che gli ha lasciato in dote l’instabile e al tempo stesso straordinario Frusciante?«

Alla risposta non c’è stato da aspettare troppo: dopo una pausa di mezz’ora sul palco si sono susseguiti Chad Smith alla batteria, il Josh Klinghoffer infortunato, salito con l’aiuto delle stampelle, e, accompagnati da un percussionista e tastierista di supporto, l’iperenergico oracolo bassista della band Michael Peter Balzary, meglio noto come Flea, e il gran mago della scena Anthony Kiedis. Per primo ha arato terreno vergine il pezzo d’apertura dell’ultimo disco, Monarchy Of Roses. Josh, infortunato, siede su uno sgabello e dà tutto quello che ha, mentre la parte destra e quella sinistra del palco tremano sotto le scosse sismiche del basso massiccio che nelle mani di Flea parla un linguaggio polifonico di pura ispirazione organica e totale giocosità. Chad regna dietro la batteria pieno e senza compromessi, e Anthony, nonostante si stia avvicinando ai cinquanta, dà quasi tanto quanto negli anni d’oro. Adornato di baffi e di un taglio corto alla Rammstein, e incoronato da un berretto con la scritta OFF, potenzia senza compromessi la base ritmica con la sua voce inconfondibile, e i R.H.C.P., senza ouverture inutili e con solo brevi jam sul palco nel mezzo, passano a una serie di pezzi che hanno rimesso in piedi la massa del pubblico fin dal primo istante. Il pubblico cantava a pieni polmoni e si è lasciato subito sedurre dallo show dei leggendari Chili, e parte della magia erano anche le straordinarie proiezioni che abbellivano il palco, per il resto allestito con gusto minimalista. È seguito un ritorno al disco Californication, e il primo asso di questa creatura eccezionale è stato Around The World, alla voce di Anthony si uniscono con sicurezza tutte le 40mila gole in un mare sconfinato di anime desiderose di godersela. Snow (Hey Oh) è solo l’ouverture per l’apertura del cuore, quando, oltre al sudore sui volti, cominciano a scendere le lacrime al suono degli accordi di Otherside. »How long how long will I slide / Separate my side I don’t / I don’t believe it’s bad / Slit my throat It’s all I ever had« sono i versi del ritornello che scivolano fuori dal centro esatto del cuore e riempiono i vuoti di un auditorium saturo di nostalgia. Tutti gli ingranaggi funzionano alla perfezione, solo Josh, con fatica e con la gamba rotta, che si è fatto male in Repubblica Ceca, lotta con il dolore, e ancora di più con le aspettative del pubblico, che lo paragona di continuo al suo mentore, amico e soprattutto architetto del suono che ha portato la band sul piedistallo dei giganti del rock. Ciononostante il concerto si dipana come un gomitolo ben avviato di pietre miliari messe lì con cura, prese da un passato ricco. Il pubblico riceve sia novità, come l’ultimo singolo Look Around, che racconta la solita storia di emozioni, di melodie ben note e di una passione un po’ più matura e pacata da parte di uomini di stazza funk, sia altro. Segue la provocatoria e artisticamente incandescente Throw Away Your Television, lo standard da ballo carico di cherosene Can’t Stop, condito dall’eccezionale e cupo diamante affilato di Californication Emit Remus, e non mancano nemmeno per un attimo le vecchie perle che non sbiadiscono mai – Me&My Friends, la fragile e struggente Under The Bridge o il salto a un livello superiore di funkadelia con Higher Ground. È difficile mettere in sintonia anche solo quattro cuori, e i Chili ne hanno messi in sintonia tanti quante sono le anime in una cittadina di medie dimensioni. Che il fondamento del successo sia la ritmica nuda e senza compromessi lo dimostrano Flea e Chad con interludi musicali di musicalità perfettamente controllata, e la rodata macchina da concerto dei Red Hot Chili Peppers serve anche sorprese fresche, che distinguono un concerto dall’altro. Uno di questi momenti eccezionali è stato la gita nel disco Blood Sugar Sex Magik con il brano Suck My Kiss, dopo il quale almeno la mia anima è esplosa in mille minuscoli pezzetti, che con l’aiuto della luna piena regnante nel cielo sopra Zagabria si sono ricomposti in un’esperienza trascendente, mentre la grandiosità della prima parte di questo straordinario concerto è stata coronata da By The Way. Il palco si svuota, e il pubblico a suon di cori ne chiede ancora. »Siamo qui per servirvi!« sono le parole con cui Flea, tornato sul palco e dopo l’esibizione ritmica di Chad Smith con il percussionista d’accompagnamento di origine brasiliana Mauro Refosco, che con eruzioni di colpi precisi sulle pelli ha fatto ribollire la folla dei cuori affamati di musica sotto il palco, ha reso omaggio al pubblico. Sul palco salgono poi entrambi i violoncellisti della straordinaria band di supporto 2Cellos e, dopo un intenso jam session psichedelico, dall’eiaculato musicale si staccano i contorni del brano Californication. Alla band si unisce anche Anthony, che prima si è tolto i vestiti di troppo e ha condiviso con il mondo il suo corpo da ventenne, anche se le rughe sul viso tradiscono il crudele fatto che il tempo non ha risparmiato nemmeno l’indistruttibile frontman dei Peppers. I versi e i ritornelli sensualmente slacciati dei sogni sulla californicazione lasciano intuire che nel menu rimangono ormai pochi piatti, e dopo Factory Of Faith, come ciliegina sulla torta del piacere concertistico arriva l’esecuzione esplosiva, bombastica e straordinariamente convincente di Give It Away, dopo la quale per stavolta il dare è finito. Anthony lascia il palco con un ultimo saluto e un inchino al pubblico, sulle note di un lungo jam session finale a inchinarsi alla folla di proporzioni sterminate a nome della band è anche Flea, e dopo la consueta distribuzione di bacchette e plettri al pubblico è calato il buio anche sulle assi del palco di Zagabria, dove si è consumato senza dubbio uno dei principali spettacoli di quest’anno.

Il fatto è che tutti gli appetiti sono stati saziati, ma è vero anche che i ragazzi avrebbero potuto suonare ancora qualche pezzo. Sono rimasti fuori Scar Tissue, e qualche Soul To Squeeze, e il gioiello di Hendrix Fire, e potremmo andare avanti. È un dato di fatto che questi quasi 30 anni di carriera sono stati ricchi, selvaggi e fecondi, e che i R.H.C.P. dovrebbero essere dei supereroi per soddisfare le aspettative di tutti; una dozzina di album è un sacco da cui anche in futuro dovranno pescare, con un filo di fatica in meno, quei venti pezzi o poco più con cui sera dopo sera si guadagneranno il pane. Con la gioia sincera nel cuore la folla si è avviata verso le uscite dell’area, dove nel cuore era sbocciata una fede nuova, rinata nei miracoli, e furono pochi quelli che avrebbero osato sostenere che la sinergia sul palco del quartetto rinnovato non abbia ciò che rende il futuro potenzialmente più bello e sicuro. Le idee si scontrano, il tempo passa, e i Red Hot si sono scrollati di dosso, almeno per un attimo, la polvere dell’età e hanno riportato almeno me ai tempi più belli – anche se senza Frusciante, che dopo l’addio ha trovato un successore diligente, scrupoloso e soprattutto di talento – tanto che dopo il concerto ho fatto un sacro giuramento: la prossima volta che il loro tour passerà per l’Europa, andrò di sicuro a rivederli, anche se non sarà così vicino a casa. Questa è la mia sacra parola e so che dopo un giuramento del genere non me ne pentirò mai, se lo manterrò! 

Scaletta

2CELLOS:
1. Smooth Criminal
2. With Or Without You
3. You Shook Me All Night Long)
4. Highway To Hell
5. Smells Like Teen Spirit
—bis—
6. Back In Black

RED HOT CHILI PEPPERS:
1. Monarchy Of Roses
2. Around The World
3. Snow (Hey Oh)
4. Otherside
5. Look Around
6. Throw Away Your Television
7. Can’t Stop
8. Emit Remmus
9. The Adventures Of Rain Dance Maggie
10. Me & My Friends
11. Universally Speaking
12. Red Hot Mama (versione funkadelica – jam d’uscita per Universally Speaking)
13. Under The Bridge
14. Higher Ground
15. Cosmic Slop (versione funkadelica – jam, Flea alla voce)
16. Suck My Kiss
17. By The Way
—bis—
18. Chad & Mauro jam
19. Californication
20. Factory Of Faith
21. Give It Away
22. Jam finale

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