Red Hot Chili Peppers – sempre roventi, rossi e straordinari (2013)

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Luogo: Zagabria / Hipodrom / Croazia
Data: mercoledì, 29.08.2012


Chi la dura la vince! Dopo più di sei mesi passati a scaldare i motori in attesa di uno dei più grandi spettacoli rock, di una delle band più grandi del nostro tempo su un palco vicino alla Slovenia, il cuore era in subbuglio e le orecchie affamate della festa totale che questi assi di L.A. sapevano regalare una volta – parlo, ovviamente, della sensazione rock funkadelica Red Hot Chili Peppers. Una band che incarna davvero lo spirito del rock’n’roll, il motto «sex, drugs & rock’n roll», capace di suonare, oltre ai tre accordi, anche funk, di rappare e di pescare da ricette più atipiche; ed è proprio per la loro unicità e la loro testardaggine che ad aprile sono entrati dalla porta del tempio della Rock’n’roll Hall Of Fame. Dopo ripetute delusioni e cancellazioni di concerti pure annunciati da questa parte delle Alpi, lo scetticismo si era insinuato in modo inquietante nel subconscio, e la rassegnazione, in caso di una nuova delusione e di una cancellazione anche dello spettacolo di Zagabria all’Hipodrom, sarebbe stata tutto fuorché la benvenuta in vite già fin troppo tese. Agosto era scivolato piano piano, a passo di lumaca, nella sua seconda metà, così alla fine è arrivato anche il giorno del concerto, e la carovana degli affamati di musica si è messa in marcia verso la capitale croata. Il concerto si preannunciava in una serata calda, soleggiata e limpida, in un posto dove di solito a misurare le forze sono i cavalli, mentre stavolta a essere messa alla prova era la resistenza di una folla di fan di oltre 40 mila teste. Bastava un’occhiata alle targhe delle auto parcheggiate e alle colonne infinite di autobus, furgoni, moto e macchine nell’area polverosa davanti all’Hipodrom per capire che stavolta ci saremmo trovati fianco a fianco sloveni, croati, italiani, olandesi, ungheresi, e tra gli affamati di musica non mancavano nemmeno quelli arrivati dal resto d’Europa o dai paesi in sala d’attesa per entrare nell’Unione. E ce n’erano a mucchi. Oltre a circa 7.000 sloveni, un sacco di gente del posto e altri rapsodi della musica.

Sulle misure di sicurezza rafforzate e sulle richieste davvero folli dei addetti alla sicurezza, comunque non violenti, non sprecherò parole, ma lasciate che vi dica che l’Hipodrom di Zagabria era meglio sorvegliato del palazzo presidenziale, e sui prati dell’Hipodrom non potevi portare né zaini né le catenelle con cui tenevi il portafoglio ben agganciato ai pantaloni. I più coraggiosi hanno lasciato i loro effetti personali in una zona incustodita davanti all’ingresso, e nonostante il malumore, l’ingresso sui prati verdi è stato accompagnato da un’esaltazione che contraddistingue solo i fedeli più ardenti. Varcato il portale, incorniciato dalle pubblicità di Petrol e dai simboli dell’asterisco R.H.C.P., tutti abbiamo ricevuto una bustina con una manica-tatuaggio (Tattoo sleeve), e così sui prati davanti alla megalomane struttura del palco hanno cominciato a sfilare orde di giovani dotati di nuovi ornamenti removibili. I più pazienti sono andati subito a spegnere la sete con una birra o con l’acqua, si sono presi qualche souvenir del concerto dalle bancarelle ben fornite, con magliette dai prezzi decisamente salati, oppure sono riusciti ad accaparrarsi qualche rarità dalla collezione discografica di brillanti delle star della serata. I minuti si sono trasformati in ore di attesa, e intanto, ancora prima dei primi accordi del primo gruppo di supporto, i soccorritori hanno dovuto prestare le prime cure a qualcuno che aveva nuotato troppo in profondità nei gorghi dell’ebbrezza.

Verso le sette di sera è salito sul palco il primo gruppo, quello che doveva scaldare il pubblico. I veterani del rumore d’ispirazione elettronica e della disco caotica As Able As Kane si sono guadagnati il posto nel tour con i R.H.C.P. grazie a statistiche piuttosto impressionanti. La band esiste dal 1987, ma a differenza del dolce suono melodico del rock mainstream, il cantante Paul Rawlinson, il tastierista, programmatore e chitarrista di accompagnamento Simon ‘Ding’ Archer, il chitarrista Neil Robotham e la tastierista Tamsin Middleton (dietro la batteria c’era anche un altro membro della formazione, ma il nome resta un mistero) da Manchester hanno seminato un miscuglio piuttosto sgradevole di rumore dall’estetica industrializzata, digeribile solo per una manciata di estremisti. Revolving Cocks, Ministry, Atari Teenage Riot, Young Gods e Laibach sono solo una parte dello spettro che è stato ridotto a una sequenza ripetitiva di standard sfornati con lo stampino. Direi che questo esperimento alla Frankenstein di rianimare cadaveri andati a male ci ha servito stavolta qualcosa che farei fatica a definire in piena sintonia con quello per cui siamo venuti a Zagabria. La pausa ventennale della band si sente e si tocca, e il fatto è che sul palco gli altoparlanti erano piazzati strategicamente più per intimidire e fare propaganda totalitaria che per far rilassare le orecchie. Gli As Able As Kane suonano come un martello pneumatico collegato a casse da disco-pop, e invece di un insieme affiatato offrono un fracasso piuttosto primordiale di piccole idee che, con un lavoro un po’ più accurato, potrebbero dare molto di più di quello che danno ora. Pezzi come Concrete, Everything Is Real, Sharpshooter o qualsiasi altro brillante dell’ultimo lavoro in studio Totalitarian Tip-Toe sono una sequenza monotona di caos elettronizzato e legnoso che si appiccica alle orecchie in modo rozzo e robusto, ma siccome stavolta la forgia in cui si battevano le idee fresche per il nuovo sapone non era in sintonia con il mio chakra del cuore, ho preferito evitare lo scarico frontale di vuoto grottesco. Il pubblico, in effetti, se ne stava piuttosto piantato lì e premeva verso il palco, anche se è vero che i cancelli dell’area avevano appena cominciato ad aprirsi, e frotte di giovani e meno giovani si riversavano dentro cercando il loro pezzetto di spazio per il distacco personale dal mondo e la catarsi successiva.

Dopo mezz’ora di battesimo di sangue delle folle con i suoni degli As Able As Kane sono cominciati i preparativi per il seguito. Come seconda sorpresa della serata sono saliti sul palco due giovani assi della classica dei giorni nostri, che respira con i polmoni del rock – il duo di straordinari violoncellisti e intrattenitori 2Cellos. La coppia sloveno-croata è formata da Luka Sulič e Stjepan Hauser, e il fenomeno di Youtube ha catturato le orecchie delle folle con un’esecuzione tambureggiante e fenomenale di Smooth Criminal, scritta, registrata e condita di danza negli anni Ottanta dal re del pop Michael Jackson. Con quel jolly il duo ha aperto la sua esibizione zagabrese, e chi i ragazzi non li aveva mai sentiti si chiedeva cosa mai potessimo aspettarci dopo. In poco più di un anno di attività il giovane duo ha già registrato due dischi di brani non propri, che sotto le dita di due virtuosi diventano riadattati in modo tale che i due ragazzi li indossano con eleganza. Diavolo! Dopo il disco 2Cellos è arrivato anche Welcome To The Jungle, e naturalmente Smooth Criminal, e hanno registrato pure dei pezzetti natalizi. Le statistiche non contano, il fatto è che i due ragazzi hanno arato terreno vergine con decisione, dedizione e senza aspettare il domani. Gli archetti scivolavano sulle corde e, nonostante il minimalismo degli strumenti, bisogna ammettere che due violoncelli sono in grado di competere anche con le enormi distese di un’arena da stadio. La sorpresa successiva è stata With Or Without You. La folla si unisce ai suoni dei violoncelli e comincia a cantare le parole di Bono, e l’ippodromo respira in sincrono in uno spirito di totale rapimento e armonia. In aria si alzano migliaia di telefoni, e la penombra del tempio del piacere zagabrese viene illuminata anche da qualche accendino sparso. I 2Cellos flirtano con la folla e sparano una combinazione al 110 per cento di passione, musica e totale senso della manipolazione del suono. L’incantesimo prosegue in modo più incisivo, perché dietro la batteria si siede il terzo membro della formazione (il nome purtroppo mi è sfuggito dallo spettro visivo), e come balsamo per la mia anima rockettara dagli altoparlanti scivolano i toni della mia amata band AC/DC e del suo hit You Shook Me All Night Long. Non manca niente, ma siccome il successo con la musica da camera si può lastricare solo se le dita sono ben oliate, Luka e Stjepan osano ricreare, oltre al ritmo e all’impalcatura melodica degli originali, anche piccole aggiunte, come lo straordinario assolo di chitarra di Angus. Di sdolcinatezza non posso accusarli, e nemmeno di fare le cose a metà! Dopo che si sono spenti gli ultimi accordi di uno dei pilastri del disco Back In Black, arriva un salto inatteso nel passato, nell’epoca di Bon Scott, con il brano Highway To Hell, e siccome i ragazzi sono evidentemente di ampie vedute, dopo le leggende del rock australiano si buttano sul grunge e pescano dallo standard di Nirvana Smells Like Teen Spirit. Mah… Non dico niente, ma Lithium mi sarebbe piaciuta di più, è una vocina che fa il solletico al cervelletto. Gli archetti dei violoncelli gemono e si sfilacciano, e dalla fronte dei due musicisti colano grosse gocce di sudore intriso di adrenalina. Segue un inchino e, tra un applauso fragoroso, l’uscita dal palco, ma le sorprese continuano. Come preludio all’evento principale e prova che i R.H.C.P. erano davvero arrivati a Zagabria, tornano sul palco con un ospite d’onore speciale – l’asso della batteria, virtuoso di tamburi, piatti e bacchette Chad Smith – e, come ciliegina sulla torta di un’esibizione straordinaria, suonano il grande hit del già citato disco dei giganti del rock AC/DC, il brano portante Back In Black. Il pubblico presta le corde vocali, e il trio di musicisti sul palco, nonostante il numero ridotto, riempie tutti i vuoti nelle anime e nelle orecchie degli ascoltatori. I 2Cellos si prendono un sacco di punti anche da me e dico che dovremo tenere gli occhi ben aperti su questi due ragazzi straordinariamente dotati, perché possono tranquillamente competere con i più affermati e chiacchierati Apocalyptica!

La temperatura ha cominciato a salire rapidamente, e nel pubblico, sul prato, stava finendo lo spazio per sfogarsi, perché si avvicinava il momento clou del concerto – l’esibizione dei giganti della mia giovinezza, riusciti a sopravvivere a ciò che ha seppellito all’istante tante band. La morte del primo chitarrista è stata il fondo tossicomane di questa formazione di enorme talento, ma si sono rialzati e hanno proseguito il cammino con il chitarrista fenomenale John Frusciante. In mezzo sono «capitati» anche Jack Sherman e Dewayne McKnight, ma è stato proprio Frusciante a segnare l’ingresso nell’età dell’oro creativa. Un’età dell’oro intrisa al tempo stesso di droghe pesanti e autodistruzione, che ha portato Frusciante, proprio all’apice della popolarità della band e dopo l’uscita di Blood Sugar Sex Magik a lasciare il gruppo e a cadere nel vortice di un delirante spremere se stesso, e il periodo intermedio è stato riempito da Dave Navarro. La band è stata più volte sull’orlo del collasso, perché sui sentieri bui dell’ebbrezza camminava, testardo e cupo, anche il carismatico cantante Anthony Kiedis; dopo la danza con i demoni è arrivato il periodo della guarigione e di una normalizzazione apparente. Nel gruppo è tornato Frusciante, che nel 2009 l’ha lasciato di nuovo. La domanda che per me è rimasta senza risposta fino alla serata di Zagabria era: «Josh Klinghoffer è in grado di riempire il vuoto nelle scarpe che gli ha lasciato in dote l’instabile ma allo stesso tempo straordinario Frusciante?»

Alla risposta non c’è stato da aspettare troppo, perché dopo una pausa di mezz’ora sul palco si sono avvicendati Chad Smith dietro la batteria, il ferito Josh Klinghoffer, che sale sul palco con le stampelle, e, accompagnati da un percussionista e tastierista di supporto, l’iperenergetico oracolo del basso della band Michael Peter Balzary, meglio noto come Flea, e il grande mago della scena Anthony Kiedis. Per primo arare terreno vergine tocca al brano d’apertura dell’ultimo disco, Monarchy Of Roses. Il povero Josh siede su uno sgabello e dà tutto quello che ha, mentre sia la parte destra che quella sinistra del palco si piegano sotto le scosse sismiche del basso massiccio che, nelle mani di Flea, parla la lingua polifonica di un’ispirazione organica pura e di una giocosità totale. Chad regna dietro la batteria in modo pieno e senza compromessi, e Anthony, nonostante il fatto che si avvicini ad Abramo, dà quasi tanto quanto negli anni d’oro di una volta. Agghindato con i baffi e un taglio corto alla Rammstein, e incoronato da un berretto con la scritta OFF, potenzia senza compromessi la base ritmica con le sue voci inconfondibili, mentre i R.H.C.P. senza inutili ouverture, con solo qualche breve jam sul palco in mezzo, passano a una serie di brani che hanno fatto alzare in piedi la massa del pubblico fin dal primo istante. Il pubblico cantava a pieni polmoni e si è lasciato subito sedurre dallo show dei leggendari Chili, e parte della magia erano anche le proiezioni eccezionali che abbellivano il palco, allestito in modo minimalista e di buon gusto. È seguito il ritorno al disco Californication, e il primo asso di questa creazione straordinaria è stato Around The World, alla voce di Anthony si sono uniti con sicurezza tutti i 40 mila gargarozzi nell’immenso mare di anime assetate di divertimento. Snow (Hey Oh) è solo l’ouverture per far aprire il cuore e far scendere, oltre al sudore, le lacrime sui volti, quando risuonano gli accordi di Otherside. «How long how long will I slide / Separate my side I don’t / I don’t believe it’s bad / Slit my throat It’s all I ever had» sono i versi del ritornello che scivolano fuori dal centro stesso del cuore e riempiono i vuoti in un pubblico saturo di nostalgia. Tutte le parti funzionano alla perfezione, solo Josh si batte con fatica, con la gamba rotta che si è fatto in Repubblica Ceca, contro i dolori, e ancora di più contro le aspettative del pubblico, che lo paragona di continuo al suo mentore, amico e soprattutto architetto del suono che ha portato la band sul piedistallo dei giganti del rock. Ciononostante il concerto si dipana come un gomitolo ben avviato di tappe ponderate di un passato ricco. Il pubblico riceve sia novità, come l’ultimo singolo Look Around, che racconta la solita storia di emozioni, di melodie ben note e di una passione un po’ più matura e pacata degli uomini di stampo funk. Seguono la provocatoria e artisticamente incandescente Throw Away Your Television, lo standard da ballo carico di cherosene Can’t Stop, condito dall’eccezionale e cupo diamante tagliente di Californication Emit Remus, e non mancano nemmeno per un centimetro le vecchie perle che non sbiadiscono mai – Me&My Friends, la fragile e struggente Under The Bridge o il salto a un livello superiore di funkadelia con il brano Higher Ground. È difficile mettere in sintonia anche solo quattro cuori, e i Chili ne hanno messi in sintonia tanti quante sono le anime in una cittadina di medie dimensioni. Che il fondamento del successo sia la ritmica nuda e senza compromessi lo dimostrano Flea e Chad con intermezzi musicali di musicalità perfettamente controllata, e la macchina da concerto rodata dei Red Hot Chili Peppers serve anche sorprese fresche, che distinguono un concerto dall’altro. Uno di questi momenti eccezionali è stata la gita nel disco Blood Sugar Sex Magik con il brano Suck My Kiss, dopo il quale almeno la mia anima è esplosa in mille minuscoli pezzetti che, con l’aiuto della luna piena che regnava nel cielo sopra Zagabria, si sono incollati in un’esperienza trascendente, mentre la grandiosità della prima parte di questo concerto straordinario è stata coronata dal brano By The Way. Il palco si svuota, e il pubblico con i cori pretende ancora di più. «Siamo qui per servirvi!» sono le parole con cui Flea ha reso omaggio al pubblico dopo il ritorno sul palco e dopo l’esibizione ritmica di Chad Smith con il percussionista di supporto di origine brasiliana Mauro Refosco, che con eruzioni di colpi precisi sulle pelli ha fatto schiumare la calca dei cuori affamati di musica sotto il palco. Sul palco salgono poi i due violoncellisti dello straordinario gruppo di supporto 2Cellos e, dopo una intensa jam session psichedelica, dall’eiaculato musicale si staccano i contorni del brano Californication. Alla band si unisce anche Anthony, che prima si è tolto i vestiti in eccesso e ha condiviso con il mondo il suo corpo da ventenne, anche se le rughe sul viso tradiscono il fatto crudele che il tempo non ha risparmiato nemmeno l’indistruttibile frontman dei Peppers. I versi e i ritornelli sensualmente slacciati dei sogni di californificazione lasciano intuire che nella lista di quel che era in offerta erano rimaste pochissime portate, e dopo Factory Of Faith ecco, come ciliegina sulla torta del piacere concertistico, anche l’esplosiva, bombastica e straordinariamente convincente esecuzione di Give It Away, dopo la quale per stavolta la distribuzione di doni è finita. Anthony lascia il palco con un ultimo saluto e un inchino al pubblico, e sulle note di una jam session finale prolungata anche Flea, a nome della band, si inchina alla folla di proporzioni sterminate e, dopo la consueta distribuzione di bacchette e plettri al pubblico, il buio è calato anche sulle assi del palco zagabrese, dove era andato in scena senza dubbio uno degli spettacoli principali di quest’anno.

Il fatto è che tutti gli appetiti erano saziati, ma è anche vero che i ragazzi avrebbero potuto suonare ancora qualche pezzo in più. Sono rimasti fuori sia Scar Tissue, sia magari Soul To Squeeze, sia il gioiello di Hendrix Fire, e potremmo andare avanti. È vero che questi quasi 30 anni di carriera sono stati ricchi, selvaggi e fecondi e che i R.H.C.P. dovrebbero essere dei supereroi per soddisfare le aspettative di tutti, e una dozzina di album è una sacca da cui anche in futuro, con un po’ meno fatica, dovranno scegliere quella ventina di brani, o poco più, con cui si guadagnano il pane sera dopo sera. Con la gioia sincera nel cuore la folla si è avviata verso le uscite del posto, dove nel cuore era germogliata una nuova fede rinata nei miracoli, e pochi erano quelli che avrebbero osato dire che la sinergia sul palco del quartetto riunito non abbia quel qualcosa per cui il futuro può essere più bello e più sicuro. Le idee si scontrano, il tempo passa, e i Red Hot almeno per un attimo si sono scrollati di dosso la polvere dell’invecchiamento e hanno riportato almeno me ai tempi più belli – anche senza Frusciante, che dopo il suo addio ha trovato un successore diligente, scrupoloso e soprattutto di talento – tanto che dopo il concerto ho fatto un sacro giuramento: quando il loro tour li porterà di nuovo in Europa, verrò di sicuro ad ammirarli ancora, anche se non saranno così vicini a casa. È la mia parola sacra e so che, dopo un giuramento simile, non mi pentirò mai se lo manterrò!

autore: Sandi Sadar Šoba
foto: Nina Grad

2CELLOS:
1. Smooth Criminal
2. With Or Without You
3. You Shook Me All Night Long)
4. Highway To Hell
5. Smells Like Teen Spirit
—bis—
6. Back In Black

RED HOT CHILI PEPPERS:
1. Monarchy Of Roses
2. Around The World
3. Snow (Hey Oh)
4. Otherside
5. Look Around
6. Throw Away Your Television
7. Can’t Stop
8. Emit Remmus
9. The Adventures Of Rain Dance Maggie
10. Me & My Friends
11. Universally Speaking
12. Red Hot Mama (versione funkadelica – jam d’uscita da Universally Speaking)
13. Under The Bridge
14. Higher Ground
15. Cosmic Slop (versione funkadelica – jam, Flea alla voce)
16. Suck My Kiss
17. By The Way
—bis—
18. Jam di Chad & Mauro
19. Californication
20. Factory Of Faith
21. Give It Away
22. Jam finale


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