Sigur Rós e la ragazza che singhiozzava alla mia destra (2012)

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Luogo: Trg Leona Štuklja / Maribor / Slovenia
Data del concerto: 05.09.2012
Presenze: 2000
Prezzo del biglietto: 33 € in prevendita / 39 € / 42 € il giorno del concerto

Nel trance sincrono di una folla di duemila teste mi ritrovo a pensare che gli album della band che ha fatto singhiozzare in una specie di pseudo-nirvana la ragazza alla mia destra non riuscirò più ad ascoltarli come prima. Che semplicemente non mi daranno più l’estasi che mi hanno dato fino a oggi. Che il vinile, il CD o qualunque altro supporto musicale sono una grossa cazzata. Che i Sigur Rós mi butteranno in una totale apatia da album e che per questo li amo e li odio allo stesso tempo.

Da mercoledì, praticamente dalla fine esatta del loro concerto, ascolto solo ed esclusivamente Sigur Rós. Ágætis byrjun, Takk, (), Valtari: qualunque cosa in studio io butti nel lettore, niente mi dà l’impressione della musica che ascoltavo fino a poco fa. Non c’è più quella sensazione, nemmeno per un attimo, come se non si trattasse dello stesso artista. Okay, riguardo ancora Inni e Heima, in fondo sono registrazioni dal vivo. Niente, zero, nada. I Sigur Rós mi hanno rovinato con le loro stesse mani il piacere di ascoltare la loro musica. E non perché non fosse eccezionale già dall’inizio, ma perché i Sigur Rós sono dei musicisti dal vivo così maledettamente incredibili, fantastici, fenomenali. Perché il loro suono live è così pieno, così ricco, così disumanamente perfetto, che ogni incontro successivo con la musica in forma condensata, da album, è ormai più una semplice abitudine quotidiana che un bisogno.

Certo, non mi illudo – questa sensazione fanatica di esaltazione prima o poi passerà. Prima o poi tornerò volentieri a guardare i video su Youtube di »Popplagið«. Proprio quel »Popplagið« finale che mercoledì ha squarciato il cielo temporalesco e ci ha lasciati immobili, incoscienti e mezzi morti. Ma andiamo con ordine, partendo dalla location, dal suo background e dai gruppi di supporto.

Il Mars festival di quest’anno, già alla quarta edizione, si è tenuto nientemeno che a Maribor, come si conviene, visto che si trattava di EPK – la Capitale europea della cultura. Tutti quelli che hanno pianto per il cambio di location da Križanke a Trg Leona Štuklja non sono riusciti a fare altro che lamentarsi di continuo, anche se senza il progetto culturale EPK il concerto non si sarebbe mai svolto così com’è stato. Soprattutto perché a Križanke di rado, se mai, hanno avuto un suono buono come quello che sono riusciti a creare a Trg Leona Štuklja. Se poi il merito è degli stessi Sigur Rós, e sia.

L’organizzazione in sé era, ehm, una variante bella allegrotta. Bisognava comprare dei buoni con cui poi si comprava da bere. La gente si è lamentata un sacco per i bagni all’ingresso e per qualche altra piccolezza… ma sono i soliti problemi e le tipiche lamentele. Il mio reclamo più grosso non va all’organizzazione, ma probabilmente proprio a quella gente a cui non andava giù di dover comprare la birra con i buoni. Parlo della gente cretina che durante i concerti urla, batte le mani nei momenti più estatici e passa tutto il concerto a guardare il proprio schifoso iPhone, per sapere sempre se Jónsi è abbastanza zoomato e se hanno ancora abbastanza batteria. In pratica l’intero concerto è stato una specie di incarnazione della filosofia di band di Robert Fripp, frontman dei King Crimson, che non ha mai voluto né sopportato le registrazioni della musica, perché a suo dire non catturerebbero la vera esperienza, e a causa della gente appena descritta non gli piaceva nemmeno andare ai concerti, figuriamoci suonarci. Ah già, che ironia.

Dunque, i gruppi di supporto. Ha aperto MojcART, il trio di Mojca Zalar, una cantante simpatica, che ha saputo allargare bene l’intimità tipica del gruppo su un palco così grande e sul pubblico davanti a esso. Dopo di lei è toccato ai Melodrom. Durante la loro esibizione pensavo tra me che fossero in pratica il gruppo sloveno che più si avvicina al suono dei Sigur Rós (anche se difficilmente si direbbe che siano vicini come suono), il che li rende la scelta perfetta come supporto. Momenti cupi, malinconici, pervasi ora da un’atmosfera strumentale piena, ora da un effetto ritmico minimalista, mi sono sembrati davvero molto »sigurrosóviani«. Anche la cantante Mina Špiler mi sembrava avere quel carisma freddo e trattenuto che ha Jónsi. I Melodrom con il loro set di un’ora intera, almeno secondo la mia opinione di allora, hanno fatto bene da crescendo e hanno preparato la folla di duemila teste (e quella da cento teste che se ne stava seduta ad ascoltare il concerto gratis fuori dalle recinzioni) per l’orchestra post-rock islandese di 11 elementi. Ma mi sbagliavo. Mi sbagliavo in modo quasi ingenuo, perché era un’illusione davvero patetica. Perché per quanto i nostri gruppi di supporto fossero carini, per quanto ciascuna formazione fosse a modo suo simpatica e avesse lasciato una buona impressione, erano del tutto impari rispetto all’impercettibile folata di cervello delle »Rose vittoriose« (come si potrebbe tradurre, in modo un po’ infelice, Sigur Rós).

Bellissimo. Fantastico. Magico.  Sono quei cliché con cui riempi un concerto che ti ha mandato in estasi. E io sono stato a un sacco di concerti che mi hanno mandato in estasi. Concerti che erano bellissimi, fantastici e magici allo stesso tempo. E questo concerto semplicemente non era solo questo. A questo punto scatta il blocco delle parole, del lessico, perché non sai come stabilire a parole una correlazione abbastanza coerente tra ciò che hai sentito e ciò che scrivi. Come superare con le parole i soliti superlativi, perché la band ha superato ogni possibile limite di piaggeria che una lingua possa avere. Eppure non direi che qui si tratti di una grave infezione da »fanboyismo« o roba simile. Ma se qui e ora, in questo tempo e in questo luogo, in tutta questa crisi generale dell’umanità, con una forma musicale riesci a far sì che le persone si aprano completamente e piangano, che in una specie di rapimento ossessivo vivano all’istante uno stato che si avvicina il più possibile alla definizione di un nirvana altrimenti inconcepibile, e che in tutto questo io davvero non stia esagerando, allora qui si tratta davvero di magia. Di quella magia primordiale, quella per cui in ogni essere umano esiste un angolino nascosto, ormai da tempo dimenticato, che però anela di continuo a un elisir come quello che questa volta ci hanno preparato i Sigur Rós.

E l’esperienza stessa è cresciuta fin dal momento in cui nessuno degli islandesi era ancora sul palco, ma l’atmosfera la creavano luci in parte soffuse e suoni ambient che si dilatavano sempre di più, cosa tipica della musica della band. Una musica che all’inizio può suonare ancora minimalista, ma a ogni istante si dilata, cresce e diventa così grande che è impossibile abbracciarla adeguatamente con le parole. La setlist nel suo intento non ha avuto nulla di inatteso, essendo identica a quella del loro concerto precedente a Vienna. Tra i pezzi più noti e più belli forse mancava solo “Starálfur”, ma non è qualcosa che si possa rimproverare alla band. Dopo un’ora e mezza di concerto, quando i musicisti hanno lasciato il palco con »Hafsól«, era ovviamente chiaro che l’estasi non era ancora finita. Quindi in quel momento non mi sono nemmeno preoccupato. In realtà mi sono preoccupato solo nel momento in cui sono tornati sul palco la seconda volta. Quando sono tornati dopo la chiusura più naturale e quindi più perfetta di un concerto in assoluto. Con  »Popplagið« hanno creato il culmine dei culmini nel senso più letterale del termine. Qui la musica è stata davvero espansa e completata fino al suo estremo. E qualsiasi proseguimento avrebbe solo rovinato l’atmosfera creata e frenato le emozioni in fuga. L’inchino della formazione è stato quindi accompagnato da un applauso simile anche per questo, non solo per l’esibizione in quanto tale.

Reintegrarsi nel mondo reale è dura. I Sigur Rós hanno creato a Trg Leona Štuklja un mondo alternativo, più bello di quello che conosciamo. Per due ore ci hanno rinchiusi in una cupola ermetica, in un luogo dimenticato da tempo, dove oggi facciamo sempre più fatica ad andare. In uno spazio creato con una musica a tratti così esplosiva, eppure così sicuro, così familiare, così… rassicurante. Ed è un mondo in cui si tornerebbe sempre e di nuovo. È un mondo che sanno ricreare in pochi come i Sigur Rós.

Setlist

1. Lagið Í Gær
2. Vaka
3. Ný Batterí
4. Svefn-g-englar
5. Sæglópur
6. Viðrar Vel Til Loftárása
7. Hoppípolla
8. Með Blóðnasir
9. Olsen Olsen
10. Festival
11. Varúð
12. Hafsól

—bis—

13. Ekki Múkk
14. Glósóli
15. Popplagið

Galleria fotografica

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