Cattive notizie, o depressione già alla partenza di un allegro dicembre (2012)

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Foto: Aleš Podbrežnik

Luogo: Lubiana / Orto bar / Slovenia
Data del concerto: 03.12.2012
Presenze: 20
Prezzo del biglietto: 7,00€

Stavolta comincio subito cospargendomi il capo di cenere: la serata di lunedì all’Orto bar di Lubiana è stata marchiata a fuoco da depressione, ritardo (o da una maledetta precisione svizzera nell’orario dell’organizzatore, se proprio vogliamo cercare parole da scusa che si rispettino) e dalla totale mancanza di informazioni su cosa ci avrebbe aspettato nelle prime file, all’inizio della settimana. Il motivo principale della nostra presenza erano i portabandiera di Velenje del melodic metal di nuova generazione, un quintetto di giovanotti sempre rigorosamente vestiti di nero: gli Inmate. Il fattore liberatorio di una musica di qualità e ben rodata trasuda dal beat stesso del disco Free At Last, che l’etichetta Graviton Music ha sparso per le città europee e nelle case dei fan del metal, e che ha messo sullo stesso palco, a titolo sperimentale, anche il combo di metallari nostrani e un’incognita musicale basca, il trio power punk-alternative Berri Txarrak. All’inizio, insomma, non sospettavo nemmeno che il risultato sarebbe stato simile a quando su un’anguria ben fredda ti scoli una birra tiepida …

Che quella sera non fosse destinata a noi lo ha fatto capire già l’inizio: arrivati nel locale, che di solito prima delle nove di sera nemmeno apre, ci siamo beccati solo gli ultimi due pezzi del set degli Inmate. Davanti a una sala svuotata fino al midollo, dove il bancone era retto solo dal personale e nelle prime file si accalcavano la bellezza di dieci persone, il bassista Sašo Bandalo e il chitarrista Andrej Bezjak sulla destra del piccolo palco, il compagno d’armi alla chitarra Aleš Kroflič sulla sinistra, visibilmente insoddisfatto dello stato del pubblico apatico, il batterista Jure Grudnik al riparo della sua batteria e il rotore dinamico della band, il cantante dalla voce gutturale, ora coi capelli corti e tutto muscoli, Rok Mike Miklavžina, in primo piano, davano davvero tutto quello che avevano, ma i risultati veri non si vedevano. Gli Inmate sono una band che ci tiene a presentarsi come si deve: oltre alle bandiere col logo infuocato, alle magliette, all’estetica pulitissima e alla coordinazione perfetta di tutti sul palco, sono proprio le esibizioni eccezionali a spargere la buona fama del quintetto, in patria come fuori dai confini. Stavolta, almeno a giudicare da quel che ho visto, le stelle non erano proprio dalla parte dei combattenti sloveni. Il solido equilibrio tra le due chitarre e gli altri strumenti era il principale asso nella manica del debutto, nel modo in cui un disco atteso a lungo merita, ma il buon suono stavolta, insieme alla buona performance, non ha dato vita alla vera simbiosi con il sesto membro della band – il pubblico. Mike si è seduto sui gradini e con gli ultimi atomi di forza ha spremuto dalla gola parole d’incoraggiamento e di quello slancio di cui c’era un gran bisogno, ma a parte qualche amico e l’applauso a fine set, nell’Orto piuttosto tiepido non si è percepita nessuna euforia, nessuna danza dinamica di passione, nessuna esaltazione testosteronica. Il cantante tutto energia è poi sceso sul pavimento sotto il palco e col contatto diretto ha fatto capire che la fede in quello che fanno gli Inmate, nonostante la giornata storta, è maledettamente viva! E stavolta non si tratta solo della fede di un singolo credente o di un quintetto saldamente unito, ma di qualcosa di più grande. Gli Inmate sono dei gran lavoratori e, come un’unità da sbarco in una missione pianificata con cura, si aprono la strada all’estero. Tra l’altro, tra poco partiranno anche oltre la Manica, in Inghilterra, mentre Germania e Austria sono ormai una presenza fissa nel menù live del giovane collettivo. Dopo lo spegnersi degli accordi finali del brano Free At Last e dell’outro, come sempre segue un altro inchino collettivo e un saluto al pubblico; poi, sudati fradici e con la testa già sulla strada di casa, si sono messi subito a smontare il palco, perché le star principali della serata, il trio basco Berri Txarrak, scalpitavano già per salire.

Berri Txarrak sono un power trio basco che con i suoi testi e la sua musica in basco scuote il mondo dal 1994, eppure dalle nostre parti sono ancora del tutto sconosciuti. Il trio ha raccolto buone critiche in vari concorsi musicali e, con tanti concerti in Regno Unito, Germania, Danimarca e nella natia Spagna, è diventato una formazione che può tranquillamente salire sul palco anche davanti a band come i Rise Against. Sette album e nemmeno un brano in inglese – una statistica che dimostra che i ragazzi hanno evidentemente abbastanza idee e messaggi musicali per il pubblico, solo che stavolta all’Orto mancava proprio quest’ultimo. Tra la gente, che si è spostata un po’ più vicino al palco, c’era una maggioranza di turisti da paesi di lingua spagnola, mentre tra gli appassionati che evidentemente sapevano cosa li aspettava sono sventolati i colori della bandiera basca. Splendido, manca solo la musica, ed è qui che la faccenda si complica. Quando i Berri Txarrak salgono sul palco, il nome, che tradotto significa Cattive notizie, si rivela quanto mai azzeccato!  Lo stridore alternativo della chitarra squillante, il tempo brutale di batterie massicce e un amplificatore del basso al massimo fanno capire che si prepara un test a colpi di decibel sulla sicurezza antisismica del club di Lubiana. Albo-Kalteak suona all’inizio molto promettente. Una spessa coltre di Explorer distorta, domata dal cantante barbuto e magrolino Gorka Urbizu, si lega magnificamente alla sezione ritmica del batterista Galder Izagirre e del bassista David Gonzalez, nel modo in cui ho sempre amato i geniali alter punkers At The Drive In. Poi però mi passa tutto, quando su una musica così decisa e incisiva Gorka rovescia le sue parti vocali che, diciamocelo, sono sotto ogni critica. Non solo non ho idea di cosa canti – col basco sono un analfabeta totale, e voi? – ma l’esecuzione di un lamento così poco sicuro mi allontana anche dal voler approfondire. OK, magari va meglio, mi dico, e invece le cose si complicano sempre di più. I ragazzi mascherano la scarsa sicurezza con un volume sempre più alto e girando le manopole della potenza in uscita, ma l’impianto musicale non ha comunque abbastanza palle da farsi credere al primo ascolto. Nonostante una serie di lavori in studio che portano i nomi di Ikasten, Eskuak/Ukabilak, Libre, Jaio.Musika.Hil, Pavola e Haria, resto freddo come un cubetto di ghiaccio; l’immagine deframmentata di un intenso ballonzolare punk non va d’accordo con l’energia nervosa di voci da smidollati, e se ci aggiungete le corde della chitarra elettrica sempre più stonate, che Gorka accorda direttamente dal vivo mentre suona, ottenete qualcosa che non rientra nella rubrica delle storie di successo. Ciononostante un paio di appassionate spagnole ha cantato tutti i pezzi del cantante insicuro, e tra il pubblico, oltre al cameraman che con la telecamera cercava di catturare tutti i momenti migliori della band, un sostenitore ubriaco del terzetto sul palco, agghindato con la sciarpa da calcio dell’undici basco locale, si dimenava urlando. Con un accento stordito e strascicato Gorka ha poi salutato il pubblico balbettando e ha sputato fuori un paio di frasi fiacche sulla sua gioia di essere in Slovenia: »Every country is the same – like here, like there, like everywhere. You nice, he’s dangerous and not so nice, but we’re here, playing, yes … Nice ...«. WTF? Meglio che stesse zitto e facesse quello per cui è pagato! Il mix di vecchi e nuovi »hit« è così proseguito in direzione di un’irritazione schizofrenica delle masse. Pezzi come Jaio.Musika.Hil o Haria hanno davvero alcuni elementi splendidi, che avrebbero tutto il potenziale. Un riff qua, un bel passaggio di basso lì e il suono solido della batteria – sono elementi che danno alla band una spina dorsale abbastanza robusta, ma purtroppo il trio ha un paio di corde vocali pessime, che come un soppressore totale uccidono anche l’ultima speranza che le cose possano andare meglio. Su Hasi eta bukatu e Onak eta Txarrak mi perdo già del tutto, e il rumore sempre più degradato che usciva dalle casse mi ha impedito di sentire anche l’ultimo sussurro della parte sana del mio cervello, che mi spingeva ad andarmene prima. Seguono ancora un paio di discorsetti balbettati e sorrisini nervosi e demenziali, e poi la decisione definitiva – il tempo è denaro e, recessione o no, deve pur esistere un pizzico di buon gusto e razionalità, perciò prima della fine di due ore di maratona punitiva per le orecchie esco nell’aria gelida di Lubiana.

Non posso essere imparziale se dico che i due pezzi dei gladiatori di casa, di un metal ben levigato e affilato come un rasoio, mi hanno davvero messo un cerotto sull’anima. Velenje si è dimostrata un posto dove nascono buone idee e crescono bravi musicisti, e dall’incubatrice di talenti scintillanti gli Inmate spiccano per qualità, presenza scenica e determinazione: oltre a una visione chiara, i ragazzi hanno anche la spina dorsale e le palle ben calate, cosa che per i Baschi, famosi per la loro ostinazione, la ribellione e un sano orgoglio, ma non per la brillantezza musicale, non potrei dire. Una performance sbiadita, che ha cercato di ribaltare la delusione in positivo con gli assi sbagliati, ha presentato il rumoroso terzetto sotto una luce piuttosto insulsa. I Berri hanno confermato il peso del vecchio proverbio »Nomen est omen«, e le cattive notizie, con la loro rumorosa bordata a vuoto, hanno punito definitivamente almeno il mio paio di orecchie. Per un po’ rinuncio a questo tipo di esotismo basco, e spero che esperimenti simili, in cui mi toccherebbe da una parte la carota metallica e dall’altra il bastone, certo insolito, di una fiacchezza alternativa indefinita, siano più una rarità che una nuova regola. L’asino, si dice, non cade due volte nella stessa buca, no?

Scaletta

INMATE:
1. Outmate + Inmate
2. Without Warning
3. Overcome
4. Healing
5. Fire, Walk With Me
6. Angels
7. Written In Blood
8. Promises
9. Victorious
10. Inexorable Path
11. Lost In Words
12. Out Of The Darkness
13. Free At Last

BERRI TXARRAK:

  1. Albo-Kalteak
  2. Gelaneuria
  3. Haria
  4. Ez
  5. Jaio.Musika.Hil
  6. Lepokoak
  7. Hasi eta bukatu
  8. Pintarek
  9. Onak eta txarrak
  10. Oreka
  11. Maravillas
  12. FAQ
  13. Denak ez du balio
  14. Zertarako amestu
  15. Maravillas
  16. Sugea Suge
  17. Harra
  18. Spiderman?

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